L'intervento
Palazzo Bachelet, sede del Csm
“Per prima cosa, ammazziamo tutti gli avvocati”. E invece no. Il dibattito sul referendum del 22 e 23 marzo per settimane sembrava limitato ai magistrati e agli esponenti politici, con la partecipazione delle Camere penali, da sempre favorevoli alla separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri e, soprattutto, degli avvocati penalisti. Sino a quando altri avvocati hanno sentito la necessità di irrompere nel dibattito pubblico e di manifestare il proprio dissenso dalla generica affermazione che vorrebbe gli avvocati tutti sostenitori della riforma. Sono sorti, così, numerosi comitati di avvocati e avvocate, tra i quali quello barese, che vede oggi oltre quattrocentocinquanta aderenti.
Gli avvocati hanno preso posizione pubblicamente per riportare il dibattito nell’alveo della questione giuridica. La riforma non è una riforma della giustizia né un mero riassetto tecnico della magistratura ma altera gli equilibri fondamentali dello Stato democratico, privando i magistrati del diritto di eleggere i propri rappresentanti. Infatti, i componenti togati del Csm, sdoppiato in due Consigli separati, non sarebbero più eletti dai propri colleghi, come avviene oggi, ma sorteggiati, mentre i componenti laici sarebbero sorteggiati all’interno di liste predisposte dal Parlamento. In tal modo la politica continuerebbe a scegliere i componenti, mentre i magistrati no. Non si può negare che ciò indebolirebbe il Csm, minacciandone l’efficienza e rendendolo meno adeguato a proteggere l’indipendenza dei giudici.
L’Alta Corte disciplinare avrà membri nominati dal Presidente della Repubblica, in parte sorteggiati tra i magistrati (pm e giudici qui tornano insieme) e in parte selezionati dal Parlamento.
Tutto questo avrebbe una ripercussione sull’equilibrio tra i poteri, che non può essere smentita fermandosi al dato letterale della autonomia della magistratura, conservato nel testo della Costituzione, perché organi così composti saranno inevitabilmente più esposti alle influenze politiche esterne. Siamo preoccupati per la progressiva erosione dei diritti, delle garanzie e del perimetro nel quale il processo esiste come garanzia, della delegittimazione quotidiana della magistratura, che diventa delegittimazione della giurisdizione.
Gli avvocati conoscono bene la giurisdizione, la abitano con i magistrati e non possono che essere preoccupati delle conseguenze che il dibattito pubblico banale e banalizzato, che riduce il processo a un luogo equiparato al bar o al campo da calcio e il Csm da organo di governo autonomo della magistratura a una sorta di oscuro ufficio di collocamento, sta avendo sulla percezione dei cittadini e delle cittadine per la giustizia. Gli avvocati sanno bene che la giurisdizione non è un arcipelago felice, che patisce da anni problemi organizzativi, carenze di persone e di risorse, che è stata compromessa da continui interventi di riscrittura dei codici di procedura, che i tempi inaccettabili dei processi sono il primo fattore di sfiducia per i cittadini. Ma la riforma non riguarda né risolve alcuno di quei problemi, nonostante la marmellata massmediatica li utilizzi a piene mani, insieme ad accuse di ogni tipo rivolte ai magistrati, confondendo l’opinione pubblica già perplessa di fronte al quesito tecnico oggetto del referendum.
Il processo non è questione di geometrie ma il luogo nel quale si celebra un rito fatto di parole che ha sottratto la composizione delle controversie alla prevaricazione e alla vendetta privata. Temi, purtroppo, che talvolta si riaffacciano in questo nostro tempo nel quale i processi diventano argomento di conversazione e di dibattito quotidiano dentro e fuori i social, spesso con clamore, talvolta con malcelati secondi fini.
L’opinione pubblica; ossia i cittadini e le cittadine chiamate a esprimersi su una questione che è tecnica ma anche squisitamente politica, perché attiene alla modifica della Costituzione. E la costituzione non è cosa dei partiti, ma appartiene a noi tutti.
La Costituzione è patrimonio comune degli gli operatori del diritto ma è anche il patto fondativo della nostra Repubblica e ciò ne fa la legge fondamentale delle cittadine e dei cittadini italiani.Va maneggiata con cura, senza accelerazioni strumentali alla maggioranza di turno e senza mortificazione del parlamento che deve riuscire, se ne è in grado, a riproporre nelle modifiche della Costituzione quello stesso sforzo iniziale di sintesi e di armonizzazione delle diverse posizioni.
Non è il luogo delle prove di forza.
Ed è anche per questo che ci sono avvocati che dicono No alla riforma della Costituzione.