Martedì 10 Marzo 2026

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Chi dice che la riforma rompe l’equilibrio dell’ordine giudiziario, svaluta il ruolo del Colle

Se la legge Nordio passasse, il capo dello Stato non sarebbe più solo vertice simbolico di un ordine unitario, il Csm, ma punto di raccordo tra due organi autonomi

09 Marzo 2026, 15:42

10 Marzo 2026, 11:14

Chi dice che la riforma rompe l’equilibrio dell’ordine giudiziario, svaluta il ruolo del Colle

Nel referendum sulla riforma dell’ordinamento giudiziario c’è una presenza, essenziale, di cui tutti sono a conoscenza ma che è da molti dimenticata. Nelle accese discussioni, nei dibattiti o nei monologhi, si parla del pubblico ministero, del giudice, del sorteggio, delle correnti, dell’Alta Corte disciplinare. Si evocano rischi di isolamento, si paventano derive autoritarie, si descrivono fratture irreparabili. Ma quasi mai si ricorda che l’intera architettura della riforma, si chiude ed è giustificata, come chiave di volta di un arco, dalla funzione di garanzia del Capo dello Stato. 

Oggi il Capo dello Stato presiede un unico CSM, nel quale convivono giudici e pubblici ministeri. Domani, se la riforma fosse confermata, presiederebbe due Consigli distinti. Non è un dettaglio organizzativo: è una trasformazione della funzione di garanzia. Non più solo vertice simbolico di un ordine unitario, ma punto di raccordo tra due organi autonomi, portatori per diverse funzioni svolte di sensibilità diverse.

Nella negazione della riforma, c’è chi evoca lo spettro di una frattura nell’ordine giudiziario, con lo sdoppiamento del CSM, che porterà giudici e procuratori esposti al rischio di condizionamenti da parte della politica, nonostante entrambi manterranno indipendenza e autonomia. Ed è grave e colpevole l’omissione di una lettura completa del testo della riforma, di quell’elemento che dà senso ed equilibrio alla nuova complessa struttura ordinamentale e che non si vuole leggere perché costituzionalmente solida.  Chiamato a tutelare e garantire le prerogative della magistratura, unita o sdoppiata, quale unico vertice dei due nuovi sistemi, sarà il Presidente della Repubblica.

In presenza di tensioni tra il CSM dei giudici e quello dei pubblici ministeri sarà rimessa dal Presidente la soluzione del dissidio, sarà il Presidente a imprimere equilibrio attraverso le sue nomine nella composizione dell’Alta Corte disciplinare, sarà il Quirinale a garantire trasparenza e autorevolezza nella fase iniziale del sorteggio. La riforma può essere criticata, certo. Può essere giudicata inadeguata, rischiosa, forse sbagliata. Ma non può essere letta senza riconoscere che il sistema non è privo di un garante. Non può essere descritta come una frattura incontrollata, ignorando che l’equilibrio finale è affidato alla suprema magistratura di garanzia della Repubblica.

Chi teme la riforma, e diffonde timore, dovrebbe misurarsi con questo dato essenziale: il Presidente della Repubblica non è una figura retorica, è il custode dell’equilibrio tra i poteri, il garante dell’unità dell’ordinamento, anche quando le sue articolazioni si differenziano. Siamo oggi chiamati al voto perché un problema, da tempo riconosciuto, non è stato affrontato con la necessaria decisione. Le parole, pesate e pesanti, del Capo dello Stato avevano richiamato l’urgenza di intervenire per superare la degenerazione del sistema correntizio. Quel monito non è stato raccolto dalla magistratura e di qui l’esigenza di un nuovo assetto che garantisca pieno rispetto dei principi costituzionali

La riforma dell’ordinamento va dunque letta per ciò che intende essere: un tentativo di restituire alla magistratura autorevolezza e credibilità, patrimonio immateriale essenziale per la fiducia dei cittadini. Una fiducia che la Costituzione repubblicana ha voluto fondare sulla rimozione di ogni residuo autoritario nella piena coerenza tra principi fondamentali e strutture ordinamentali.

Comunque vada, la scelta di una parte della magistratura di rappresentarsi come potere intangibile e di condurre una campagna fondata sulla negazione del problema che la riforma intende affrontare rischia di produrre un effetto opposto a quello dichiarato: non la difesa dell’indipendenza, ma la difesa di un assetto immodificabile, e con essa l’erosione dell’autorevolezza dell’istituzione. Comunque vada, dovrà essere ritrovata. La sua ricostruzione richiederà tempo, sobrietà e il recupero di quella compostezza che sempre deve essere la cifra delle istituzioni.