Con lo scorrere dei giorni, a parte qualche strafalcione e qualche “eccesso di confidenza con la palla” - come diceva un grande commentatore sportivo - da imputarsi a personaggi del tutto improbabili cui, purtroppo, è stata affidata la comunicazione referendaria, la forbice degli indecisi si assottiglia ed è chiaro che sarà una battaglia dall’esito tutt’altro che scontato.
Si vinca o si perda, è chiaro che entrambi gli schieramenti in lotta dovranno tagliare le ali estreme e liberarsi di una zavorra massimalista e ideologizzata che è stata la vera molla del blitz costituzionale intrapreso dal Governo. Se, da entrambe le parti, ci fosse stata più fiducia in un dialogo e in un confronto di idee e di soluzioni che potesse condurre a una sintesi accettabile (con vero spirito costituzionale, verrebbe da dire) si sarebbero evitate le barricate e, soprattutto, il day after del dopo voto.
Invece, non è stato possibile e, inevitabilmente, ciascuno si tura in naso – secondo la storica provocazione di Montanelli – e vota per la meno peggio delle soluzioni contrapposte. Per i sostenitori del “si”, il carro dei vincitori prospetta l’incubo di un Csm dei pubblici ministeri, con a capo addirittura il presidente della Repubblica, che da un punto di vista costituzionale e istituzionale riduce a brandelli la parità tra le parti dell’articolo 111 della Costituzione. Se qualcuno ancora afferma che questa riforma, ove approvata, non avrebbe immediate ricadute sull’efficienza e la qualità della giurisdizione, non ha ben chiaro cosa succederebbe nella magistratura italiana e nelle aule di giustizia, con un corpus di inquirenti totalmente autogestito e totalmente sottratto a qualsivoglia controllo della giurisdizione.
Perché sia chiaro non esiste istituzione che dalla forma della sua organizzazione interna non mutui regole per il suo funzionamento esterno, per la sua proiezione nel processo in questo caso. La consapevolezza che valutazioni di professionalità, meriti, promozioni, incarichi, autorizzazioni fuori ruolo e quant’altro sarà scelto da una ridotta schiera di colleghi, pur estratti a sorte dalle varie procure della Repubblica, trasformerà i capi degli uffici di provenienza nei nuovi ras delle carriere nella magistratura inquirente. Pochi potenti, spesso subordinati ad altri influenti procuratori e sostituti - e ai loro inscalfibili e inscalfiti apparati mediatici - detteranno percorsi, tappe, stop & go per una funzione, quella del pubblico ministero, che comunque è attualmente minoritaria nei Consigli giudiziari, nel Csm e persino nella tanto vituperata Anm.
L’autonomia e l’indipendenza della magistratura non sono state costruite per soddisfare una mera estetica costituzionale, ma ovviamente perché esse incidono sulla giurisdizione, sulla qualità delle sue azioni e delle sue decisioni. Un pm totalmente svincolato dal controllo che, comunque, una maggioranza di giudici nell’attuale assetto prevede o almeno consente, non può assicurare una qualità del processo che sia conforme agli standard che sarebbero necessari. I punto vero è che un conto sono un’autonomia e un’indipendenza “autosufficienti” (come la riforma prevede) un altro che siano calate nel contrappeso interno di una magistratura a prevalente trazione giudicante.
Immaginare che il fortunato sorteggiato possa, dopo quattro anni nel Csm di categoria, rientrare tranquillamente nel proprio ufficio avendo “disobbedito” alle indicazioni del proprio procuratore capo o del più influente dei suoi colleghi, significa ignorare quale sia la consistenza del potere gerarchico che ancora si esercita negli uffici di procura e quale la differenza tra l’assegnazione all’uno o all’altro dei gruppi di lavoro.
Per i sostenitori del “no”, soprattutto per i molti magistrati che tanto disapprovano della gestione all’interno della corporazione, ma che ritengono la riforma sbagliata e, a tratti pericolosa, un successo al voto spalancherebbe l’incubo di una continuità puramente conservatrice dello status quo; sarebbe la classica vittoria di Pirro che prelude a una prossima, inevitabile sconfitta. E’ evidente che la giustizia meriti riforme profonde, ma bisogna tener in conto che se si è giunti, di fatto e di diritto, a carriere già separate tra pubblici ministeri e giudici, questo è stato il frutto di un percorso lungo, non privo di contraddizioni e fallimenti, ma che comunque è iniziato con il codice Vassalli.
La magistratura, per così dire, si è auto-separata e lo avrebbe fatto con maggiore velocità se emergenze criminali e spinte ideologiche non avessero posto un freno a questa inevitabile scissione tra le funzioni. E’ chiaro, quindi, che in caso di vittoria del “no” sempre dal processo penale occorrerà ripartire, dalla profonda risistemazione delle indagini preliminari, dalla riscrittura delle norme che limitano le libertà costituzionali, tra cui quella di comunicazione, dalla modifica della situazione carceraria per uscire dalla tragedia di un percorso che dalla civiltà di un processo garantito conduce all’abisso delle carceri. E questa volta, proprio i sostenitori del “no” saranno chiamati a un compito difficile; quello di uscire dall’arroccamento e dell’eventuale euforia della vittoria, per comprendere che il paese avrebbe rilasciato un’ultima cambiale e non in bianco questa volta.