Martedì 10 Marzo 2026

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Dico Sì al referendum: sono in gioco i nostri diritti e la nostra libertà

I pm hanno portato la sfida sul terreno politico. Siamo arrivati al confronto finale su chi gestirebbe il potere in questo Paese

09 Marzo 2026, 15:07

10 Marzo 2026, 07:47

Gaetano Pecorella

Qual è la posta in gioco? Si sono dette in proposito molte menzogne e si sono posti molti falsi problemi. In particolare si è detto che la riforma non renderebbe la giustizia penale più rapida o comunque più efficiente. Invece un vantaggio c’è, ed è evidente. In una società tecnologica la specializzazione è una condizione indispensabile perché si abbiano, in qualunque professione, dei risultati soddisfacenti. Le ricerche dimostrano che gli errori giudiziari hanno le loro radici, quasi sempre, nelle investigazioni, e cioè nell’attività del Pubblico ministero. Lo confermano in modo clamoroso alcuni casi recenti di riapertura delle indagini. Ciò, del resto, è inevitabile, visto che, oggi, l’organo dell’accusa non riceve una formazione particolare.

Il mestiere di giudicare è ben diverso da quello della ricerca delle prove: una formazione unitaria dei giudici e dei pubblici ministeri fa sì che oggi né gli uni, né gli altri ricevano un patrimonio tecnico specifico. Una preparazione differenziata, e i concorsi separati, faranno sì che avremo dei giudici più competenti nella valutazione della prova, e nelle tecniche della interpretazione, mentre i pubblici ministeri acquisiranno una cultura specifica rispetto alle esigenze delle indagini penali, a partire dalle modalità dell’interrogatorio.

Torniamo alla domanda: qual è la posta in gioco? I pm hanno portato la sfida sul terreno politico. Siamo arrivati – sostengono - al confronto finale su chi gestirebbe il potere in questo Paese: la classe politica o i magistrati? È, anche questo, un falso problema. Se la classe politica avesse inteso rafforzare le sue prerogative, porre le basi per contrastare i Pubblici ministeri, avrebbe fatto ricorso ad un’altra tipologia di provvedimenti, magari più odiosi, ma più efficaci, come una certa tipologia di immunità.

La separazione delle carriere non centra affatto con una eventuale conflittualità tra Parlamento e corpo giudiziario, conflittualità che, se c’è, non si risolverà sicuramente con una riforma dovuta al nuovo modello di processo penale previsto in Costituzione. Un altro falso problema è questo. I pm temono che la separazione delle carriere sia il primo passo verso il loro assoggettamento al potere esecutivo: dopo aver fatto dei pm una categoria a parte, del tutto distinta dai giudici, il passo successivo – sostengono i Pubblici ministeri – sarebbe quello di colpire la loro indipendenza. Eppure la storia, e anche il diritto comparato, dimostrano che la separazione delle carriere, e il controllo del Pubblico ministero da parte dell’esecutivo, sono problemi del tutto distinti.

Il r.d.l. 31 maggio 1946 n. 311 (c.d. legge Togliatti), all’art. 39, prevedeva: «Il P.M. esercita le proprie funzioni sotto la vigilanza del Ministro della Giustizia». Eppure, come ora, giudici e pm appartenevano ad un’unica corporazione. Il Guardasigilli cambiò le cose solo quando si profilò all’orizzonte la sconfitta delle sinistre. In Francia il Pubblico ministero è stato definito come «ibrido» per via dei forti legami che mantiene con il potere esecutivo nonostante la sua appartenenza al sistema giudiziario. Anche in Francia, però, non c’è distinzione tra il ruolo di giudice e di Pubblico ministero. Si può passare dal ruolo di giudice a quello di procuratore e viceversa, senza limitazioni (con il supporto di una certa formazione per il passaggio di funzioni). Ciononostante il Procuratore generale risponde al Ministro della Giustizia e partecipa alle riunioni del Governo. Tutto ciò dimostra che la separazione delle carriere è fenomeno del tutto estraneo all’eventuale controllo dell’esecutivo sulle attività del Pubblico ministero.

C’è di più. L’art. 104, introdotto con la riforma costituzionale, prevede che “la magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere ed è composta dai magistrati della carriere giudicante e della carriere inquirente”, così estendendo al Pubblico ministero le garanzie di indipendenza riconosciute al giudice. Una legge che attribuisse al Ministro della giustizia una qualsiasi forma di direzione, o di controllo, nei confronti del Pubblico ministero, non potrebbe che essere dichiarata in violazione della Costituzione. La legge sulla separazione delle carriere, perciò, lungi dall’indebolire la magistratura, ha introdotto una salvaguardia che prima non esisteva. Chi sostiene il contrario, non ha letto la legge sulla separazione delle carriere o diffonde consapevolmente informazioni non veritiere.

Allora qual è veramente la posta in gioco? Quali sono le vere ragioni del conflitto? La vera ragione è una, ed è la sopravvivenza del processo accusatorio, del giusto processo. In questi anni la magistratura ha fatto tutto ciò che era possibile per soffocarne lo spirito innovativo, per un graduale ritorno al passato. Ciò è stato possibile mantenendo al Pubblico ministero il ruolo di “signore della prova”. E ciò è stato possibile perché il Pubblico ministero non ha mai assunto il ruolo di una vera parte, come il difensore.

Il processo accusatorio si regge sul principio della parità delle parti, perché solo ove vi sia la parità delle parti può aversi un giudice terzo e imparziale; perché ove vi sia la parità delle parti, e soltanto a questa condizione, può parlarsi di contraddittorio; perché solo la parità tra le parti legittima la dialettica come strumento di conoscenza e di accertamento dei fatti. La posta in gioco è questa. Che il Pubblico ministero sia parte, quanto il difensore, e perché ciò possa accadere, il Pubblico ministero deve occupare nel sistema, e rispetto al giudice, una posizione allo stesso livello del difensore, un livello caratterizzato, come per il difensore, dal suo essere “parziale”.

L’Italia deve capire che senza la separazione delle carriere non potrà mai aversi una parità tra accusa e difesa, e che senza questa parità sarebbero i diritti di tutti i cittadini compressi e limitati. La parte privata rimarrebbe sempre un ospite sgradito. La risposta alla nostra domanda è semplice e, nello stesso tempo, allarmante: sono in gioco i nostri diritti, è in gioco un pezzo della nostra libertà.