Carcere duro
Manifestazione contro il 41 bis
La Sardegna porta il tema del 41-bis in strada e lo fa con una piazza piena, davanti alla Prefettura di Cagliari. Circa duemila persone si sono ritrovate in piazza Palazzo per la mobilitazione lanciata dalla presidente della Regione Alessandra Todde contro l’ipotesi che all’Isola vengano destinate tre delle sette carceri italiane dedicate ai detenuti sottoposti al regime di massima sicurezza.
Alla protesta, insieme alla governatrice, hanno partecipato il presidente del Consiglio regionale Piero Comandini, numerosi sindaci, rappresentanti sindacali, esponenti del Campo largo, associazioni e comitati. Per la Regione, la decisione del Governo è «una scelta ritenuta sproporzionata e calata dall’alto», perché assegnerebbe alla Sardegna «quasi la metà del sistema nazionale di massima sicurezza» senza un confronto istituzionale e senza una valutazione pubblica degli impatti «sociali ed economici».
L’obiettivo dichiarato dell’iniziativa è chiedere la sospensione delle decisioni esecutive, l’apertura di un tavolo Stato-Regione e «criteri nazionali equi» per distribuire le strutture di massima sicurezza.
La presidente Todde ha attaccato duramente il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, dopo le parole pronunciate al Senato. «L’intervento del ministro Nordio lo definisco avvilente», ha detto, contestando la ricostruzione secondo cui l’operazione sarebbe in corso da tempo. Todde rivendica un confronto avvenuto a settembre: «Noi ci siamo incontrati a settembre e non ero sola… e lui ci ha detto testualmente che niente era deciso e che le cose dovevano essere ancora portate avanti». Da qui l’accusa politica: «Oggi invece scopriamo che è un piano che viene da lontano… È un piano che è stato costruito ad arte, negato anche ad arte, e che in questo momento sembra già deciso».
La linea viene ribadita con un messaggio identitario: «Noi diciamo che non ci stiamo… abbiamo combattuto per avere un articolo nella Costituzione sull’insularità, che non ha certo questo come attuazione». E conclude: «Noi vogliamo essere avvantaggiati dall’insularità, ma non penalizzati con un’ennesima servitù… vogliamo rispetto».
Tra gli amministratori in piazza c’era anche il sindaco di Sassari Giuseppe Mascia, che lega il tema del 41-bis alle condizioni reali degli istituti. «Diciamo “no” a questo provvedimento… i nostri territori hanno bisogno di sviluppo… non imporci decisioni che complicano la vita negli istituti penitenziari dove ci sono altre esigenze», ha dichiarato.
Il primo cittadino entra poi nello specifico del carcere sassarese: «Il nostro carcere di Bancali ha già tanti problemi. Ha un sovraffollamento, problemi sanitari e altri che devono essere gestiti diversamente». E ancora: «È un problema che noi sentiamo nella “carne” del nostro territorio». La critica finale è sul metodo: «Diciamo “no” a questo provvedimento di cui non abbiamo discusso, che viene calato dall’alto».
A mettere in fila, con toni ancora più netti, il quadro delle carceri sarde è la Garante regionale delle persone private della libertà personale, Irene Testa. Per Testa, l’arrivo di nuovi detenuti al 41-bis «rischia di essere il colpo di grazia: questi numeri faranno implodere un sistema già oggi in ginocchio».
La Garante contesta anche l’idea che basti richiamare la capienza regolamentare: «Non basta dichiarare che la capienza regolamentare sia superiore alle presenze». E descrive condizioni che definisce incompatibili con quella narrativa: «Se stipiamo persone in cameroni privi di acqua calda; se “accatastiamo” esseri umani in celle dove non sono garantiti neppure i 3 metri quadri a testa, quella non è “capienza regolamentare”, è una degradante idea di “tollerabilità”».
Nel racconto dei sopralluoghi, Testa parla di «povertà e disperazione» e richiama anche le difficoltà del personale: «Vedo strutture degradate, celle senza termosifoni, vetri rotti e direttori costretti a ricavare cuscini da materassi di gommapiuma lerci o a mendicare coperte da un istituto all’altro». Ma aggiunge un elemento di contrasto che, a suo dire, pesa sul dibattito: nel nuovo blocco 41-bis a Uta «ho visto i sanitari per i nuovi arrivi, un blocco unico di wc e lavandino da 2.500 euro l’uno», con una stima che porta «oltre i 250 mila euro solo per i sanitari». La conclusione è una critica alle priorità: «Questo dimostra che il Dap, quando vuole, i soldi li trova per il cemento e l’acciaio, ma non per i detenuti psichiatrici o tossicodipendenti… e non li trova per dotare le carceri del personale necessario».