Venerdì 27 Febbraio 2026

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«Io non ti credo più». Il grido di Antigone per i giovani detenuti

Il nuovo rapporto sulla giustizia minorile svela il volto feroce della detenzione: istituti sovraffollati, boom di psicofarmaci e tagli ai fondi

27 Febbraio 2026, 19:01

«Io non ti credo più». Il grido di Antigone per i giovani detenuti

«Io non ti credo più». Non è soltanto il titolo dell’ottavo rapporto di Antigone sulla giustizia minorile, è un urlo silenzioso che rimbomba tra le sbarre degli Istituti Penali per Minorenni (IPM). È il sentimento di chi ha smesso di sperare in un sistema che un tempo provava a recuperarti e che oggi, invece, sembra volerti solo punire. I ragazzi e le ragazze che finiscono dentro non si fidano più degli adulti: vedono uno Stato che non ascolta, non accoglie e non sostiene, ma amministra la giustizia con un desiderio di vendetta che sa di resa.

La giustizia minorile italiana, un tempo fiore all’occhiello e modello di civiltà, sta andando al macero sotto i colpi di una retorica punitiva che trasforma il disagio in reato. Non c’è nessuna “esplosione” della criminalità tra i più giovani, ma c’è un’espansione feroce della reazione penale. Lo dicono i numeri: nel 2024 le denunce sono cresciute del 16,7%, ma le prese in carico da parte dei servizi sociali sono aumentate appena del 2,4%. Significa che si denuncia di più, spesso per comportamenti che un tempo avrebbero richiesto un intervento educativo e non le manette.

Attorno agli adolescenti è stato costruito un vero e proprio “panico morale”, portando la gente a percepirli come una minaccia diffusa. Eppure, a guardare i dati europei, l’Italia è ancora uno dei Paesi più sicuri: il tasso di minorenni denunciati ogni centomila abitanti è di 363,4, quasi la metà della media europea che sfiora i 648. Persino gli omicidi, che scatenano i titoli più allarmistici, sono stabili: 27 nel 2022, 25 nel 2023 e 26 nel 2024. Molto rumore per nulla, verrebbe da dire, se non fosse che questo allarme generato artificiosamente sta distruggendo vite.

La svolta iper-punitiva ha un nome preciso: Decreto Caivano. Da quando è entrato in vigore nel settembre 2023, il sistema è andato in tilt. Per la prima volta nella nostra storia, le carceri minorili sono sovraffollate. Tra il 2023 e il 2024, la presenza media giornaliera di ragazzi detenuti è schizzata da 425 a oltre 556, un aumento del 30,9%. Rispetto al periodo precedente alle nuove norme, le presenze sono cresciute complessivamente del 50%. È un dato impressionante se pensiamo che negli anni Novanta le denunce erano molte di più (oltre 46 mila nel 1995 contro le circa 38 mila di oggi), ma le carceri non scoppiavano così.

Questo sovraffollamento ha spinto a oltrepassare soglie simboliche che non avremmo mai dovuto superare. A Bologna, per mesi, una sezione del circuito minorile è stata spostata dentro il carcere per adulti della Dozza. È il segno plastico di un sistema che rinuncia alla sua missione educativa per farsi mera galera. Non solo: il Decreto Caivano ha reso più facili i trasferimenti nelle carceri per adulti per i ragazzi che hanno compiuto 18 anni pur avendo commesso il reato da minorenni. È una pratica punitiva che colpisce i ragazzi più difficili, proprio quelli che avrebbero bisogno di più supporto psicologico e che invece vengono dimenticati nel “girone infernale”dei grandi. Se questi trasferimenti non fossero aumentati così tanto, a fine 2024 avremmo avuto 671 ragazzi ammassati negli IPM, un numero insostenibile.

Dentro queste carceri, il dolore si cura spesso con la chimica. L’uso di psicofarmaci tra i più giovani è raddoppiato tra il 2016 e il 2024. Nelle celle si soffoca, e la violenza esplode. Come al Beccaria di Milano, dove le testimonianze parlano di pestaggi e torture compiuti sugli adolescenti. O come a Treviso, dove la tragedia di Danilo Riahi ci sbatte in faccia la realtà più cruda: un ragazzo di 16 anni, immobilizzato con il taser dalla polizia dopo un furto e portato in cella senza una visita medica, si è tolto la vita poche ore dopo. Era in evidente stato di agitazione, ma il sistema ha risposto con la forza e l’indifferenza, non con la cura.

Un dato che gela il sangue riguarda i più piccoli: ci sono 44 ragazzi tra i 14 e i 15 anni chiusi in cella. Sono giovanissimi adolescenti che vivono un’esperienza drammatica in un’età in cui dovrebbero stare a scuola o su un campo da calcio. E mentre loro soffrono, lo Stato taglia le gambe a chi dovrebbe aiutarli. Il bilancio del Dipartimento per la Giustizia Minorile ha subito un calo dello stanziamento complessivo per il 2026, riducendo i fondi per il benessere del personale e per i percorsi di reinserimento. Le uniche voci di spesa che aumentano sono quelle per la polizia penitenziaria e per costruire nuove mura, nuovi spazi di reclusione. Si investe sul cemento e sulle divise, non sulle persone.

Poi c’è il grande inganno sui minori stranieri, usati come capro espiatorio di ogni male. La politica parla di “invasione” e di baby gang di altre nazionalità, ma la realtà racconta un’altra storia: gli stranieri finiscono in IPM per reati meno gravi rispetto agli italiani. Se guardiamo ai reati peggiori, come gli omicidi commessi nel 2025, l’86% dei responsabili sono italiani. Anche per le violenze sessuali e lo stalking, il 63% degli autori è di cittadinanza italiana. I ragazzi stranieri, invece, finiscono dentro soprattutto per reati contro il patrimonio, spesso legati alla loro condizione di marginalità (il 60% dei loro reati contro il 42,6% di quelli degli italiani).

Il vero problema non è la loro pericolosità, ma la loro povertà e l’assenza di una rete. Al 31 dicembre 2025, ben 11 mila minori stranieri non accompagnati erano fuori dal sistema di accoglienza perché non c’erano abbastanza posti. Il Governo ha previsto una riduzione di circa 50 milioni di euro nei prossimi tre anni per i fondi destinati a questi ragazzi, spingendoli letteralmente sulla strada e nelle mani della criminalità. È una scelta precisa: si tolgono le risorse per l’integrazione e si investe nelle sbarre. È un destino criminale che gli stiamo cucendo addosso noi.

La sofferenza non colpisce solo chi è straniero. Guardando ai detenuti italiani, quasi un terzo proviene dalla Campania (30,9%), seguita da Sicilia e Lombardia. È lo specchio di un Paese dove le opportunità non sono uguali per tutti e dove il disagio sociale viene curato con la cella. Ci sono 1,28 milioni di minori che vivono in povertà assoluta in Italia, il 13,8% dei nostri ragazzi. È lì che bisognerebbe intervenire, non con il “pugno di ferro” del Decreto Caivano che ha fatto esplodere anche gli ingressi nei Centri di Prima Accoglienza, cresciuti del 45,5% rispetto al 2022.

Chi entra oggi in un carcere minorile vede un mondo capovolto. Un tempo l’obiettivo era la “messa alla prova”, il recupero, la possibilità di ricominciare. Oggi prevale l’idea che la sicurezza passi per la punizione esemplare. Ma chiudere un sedicenne in una cella sovraffollata, magari sedandolo con i farmaci o trasferendolo in un carcere per adulti al primo segno di difficoltà, non rende la società più sicura. Crea solo persone più arrabbiate, più sole e più convinte che degli adulti e della legge non ci si possa più fidare.

«Io non ti credo più» dicono i ragazzi. E forse, leggendo i dati di questo rapporto, dovremmo smettere di credere anche noi alla favola della sicurezza fatta di manette e di tagli al sociale. La giustizia minorile sta perdendo la sua anima, e con lei stiamo perdendo una generazione di ragazzi che avremmo potuto salvare.