Anche i detenuti in custodia cautelare potranno accedere ai risarcimenti previsti dall’art. 35 ter. dell’ordinamento penitenziario. Fino ad oggi, gli otto euro con cui lo Stato risarcisce ogni giorno trascorso in celle anguste, con spazio inferiore ai tre metri quadri per detenuto, erano riservati solo ai detenuti con condanna definitiva. Per tutti gli altri, cioè i detenuti in custodia cautelare, non era previsto alcun risarcimento. Oltre il danno, dunque, la beffa, visto che si tratta di soggetti innocenti ai sensi dell’art. 27 della Costituzione.
Con una decisione storica, la Prima sezione penale della Corte di Cassazione ha stabilito che, almeno nella sofferenza, i detenuti sono tutti uguali.
La pronuncia della Cassazione, la numero 2194/ 2017, nasce in seguito ad un quesito posto da un detenuto in custodia cautelare che era stato ristretto per diverso tempo in una cella sotto gli standard previsti dalla Cedu. La Corte di Strasburgo, infatti, ha ripetutamente condannato in questi anni gli Stati che “sottoponevano a trattamenti inumani o degradanti” i detenuti ristretti nello loro prigioni.
Uno dei parametri oggettivi per definire il trattamento inumano e degradante è stato proprio quello dello spazio a disposizione del detenuto. Tre metri quadri, appunto, la spazio libero minimo, esclusi gli arredi, che deve essere lasciato nella disponibilità del ristretto.
A tal riguardo non si può non citare la sentenza Torreggiani, dal nome del detenuto ristretto nel carcere di Busto Arsizio con cui la Cedu condannò l’Italia anni addietro per trattamenti inumani e degradanti, contrari a quanto stabilito dalla Convenzione dei diritti dell’uomo.
Sul punto è importante ricordare che il numero della popolazione carceraria è in costante aumento.
Finito l’effetto del provvedimento “svuota carceri” con cui si aumentava lo sconto del se- mestre ai definitivi, le prigioni italiane hanno nuovamente raggiunto livelli di guardia. In molti istituti penitenziari, infatti, il sovraffollamento è ormai la regola.
Ed a nulla valgono le forme di protesta attuate in questi mesi da diversi esponenti Radicali finalizzate a riportate la “legalità” nelle carceri italiane.
Una delle cause del sovraffollamento è dovuta ai detenuti in custodia cautelare che rappresentano, dati del ministero della Giustizia, circa il 40% del totale. Molti dei quali, al termine del processo, vengono poi riconosciuti innocenti.
La recente riforma di questo istituto processuale penalistico, evidentemente, non ha prodotto gli effetti sperati. I magistrati continuano ad “abusare” della custodia cautelare, una sorta di “anticipazione” della pena a tutti gli effetti. Per quanto concerne le modalità di richiesta del rimedio risarcitorio, i giudici di piazza Cavour hanno precisato che la domanda andrà presentata al magistrato di sorveglianza.
Un compito nuovo, dunque, per la magistratura di sorveglianza che esercita la sua funzione solo per quanto riguarda le modalità di esecuzione della pena dei condannati definitivi.
Ultima annotazione. La maggiore difficoltà che stanno incontrando i magistrati di sorveglianza nell’erogazione del rimedio risarcitorio è legata alla ricostruzione del “percorso” carcerario del detenuto. In caso di trasferimento in altro carcere, o semplicemente in altra cella, è difficile per il detenuto provare di essere stato rinchiuso in un ambiente che non rispetta gli standard Cedu.