Lunedì 30 Marzo 2026

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«Batterci ancora per la giustizia, dovere di noi avvocati»

A Brescia i dibattiti di “Esperienze a confronto”: il mondo forense si ritrova dopo il referendum

30 Marzo 2026, 20:05

20:13

«Batterci ancora per i diritti, dovere di noi avvocati»

Venerdì 27 marzo. Siamo a Brescia, nel pieno della seconda giornata di “Esperienze a confronto”, il consueto appuntamento in cui Consiglio nazionale forense e Ordini territoriali si ritrovano per condividere le strade dell’avvocatura. Insieme con la vicepresidente nazionale Patrizia Corona, il consigliere Cnf Mario Napoli è chiamato a introdurre la prima delle sessioni, dedicata a “La deontologia forense oggi, tra storia e futuro. Il governo della sfida tecnologica nel permanere di una identità etica”. E naturalmente la relazione di Napoli cade sull’algoritmo, sulle insidie della tecnologia.

«A volte sembra che i rischi non bastino a convincerci che l’avvocatura deve farsi carico dell’intero sistema giustizia. Ma dobbiamo ricordarci di cosa disse Piero Calandrei», spiega il consigliere nazionale di Torino, «a uno studente di un liceo milanese. Raccontò la storia di due rematori che sono su una galera: uno dice “mi sa che stavolta si va a picco”, e l’altro risponde “cosa importa, mica è la barca?”». Il paradosso conquista subito le centinaia di avvocati accorse a Brescia da ogni Foro d’Italia. Sarà ripreso, nell’intervento conclusivo, da Vittorio Minervini, vicepresidente della Fondazione dell’avvocatura italiana e, come consigliere Cnf del distretto di Brescia, padrone di casa al pari dal presidente del Coa, Giovanni Rocchi: «Ecco, se vogliamo resare nella citazione di Calamandrei evocata da Mario Napoli, possiamo dire che, in quella barca, oggi ci troviamo in una tempesta perfetta. Generata da noi, o da altri, poco importa. Una cosa è certa», nota Minervini, «dobbiamo remare senza preoccuparci di chi sia il proprietario, perché a bordo ci sono coloro che noi avvocati siamo tenuti a tutelare».

Non è un caso che la due giorni di Brescia si concluda con un riferimento, seppur implicito, al dibattito scatenato nel paese dal referendum costituzionale. Non è un caso che nella grande sala dell’Auditorium San Barnaba, in una primaverile mattina di fine marzo, l’avvocatura guardi anche alle scorie lasciate dalla battaglia sulla separazione delle carriere. E nel rispondere agli interrogativi, non è un caso neppure che il mondo forense sia concorde su un punto: non si può abbandonare la nave, a prescindere dall’esito del voto. Bisogna continuare a impegnarsi nell’interesse della giustizia, e quindi dei cittadini.

Nella due giorni di “Esperienze a confronto”, questo filo del rapporto fra la vita “interna” del mondo forense e il ruolo degli avvocati nella democrazia non si perde mai. È anzi visibilissimo già dal focus sulla deontologia: la vicepresidente Cnf Corona esorta i Consigli dell’Ordine a «ritrovare il loro ruolo di faro disciplinare: è una funzione a cui non si può abdicare». Anche considerato che nella “giustizia interna”, gli avvocati «devono sempre trovare l’equilibrio tra il rigore e la ragionevolezza», come nel caso delle «norme sulla prescrizione, che entreranno in vigore nel momento in cui sarà approvata la riforma dell’ordinamento forense: non possiamo sorvolare al nostro interno su quei princìpi per i quali ci battiamo nell’ambito della giustizia penale», avverte Corona. Ma allo stesso modo «dobbiamo impegnarci a scegliere colleghi irreprensibili per i Consigli distrettuali di disciplina», sempre in nome della coerenza che la comunità forense deve saper mantenere fra le battaglie per i diritti e la vita istituzionale interna.

Si è detto di come l’armonia evocata da Corona sia risuonata nel successivo intervento del consigliere Napoli, in particolare a proposito dell’intelligenza artificiale nella giustizia. Il rischio, per Napoli, è nell’«appiattirsi sul passato, con la logica del precedente caratteristica dell’algoritmo, un errore che può mortificare anche il nostro ruolo di crescita sociale». Il contributo dell’avvocatura al progresso della vita democratica non può essere sopraffatto dalla tecnologia. Che impone sfide molto particolari, come ricorda il presidente del Coa di Cagliari Matteo Pinna, anche a proposito dei «problemi relativi alla riservatezza che possono nascere dalla condivisione dei dati in modo da sfuggire alla nostra consapevolezza».

Legiferare in ambito deontologico, mantenere fermo il valore dell’etica professionale, è lo snodo su cui insiste anche il consigliere nazionale Alessandro Patelli: «Dobbiamo saper mantenere l’equilibrio fra la tipizzazione degli illeciti disciplinari e la capacità di essere esempio di correttezza anche quando un singolo comportamento fatica ad inquadrarsi nelle fattispecie già previste». Se l’avvocatura non può sottrarsi a un protagonismo pubblico sui grandi problemi della giustizia, è altrettanto vero che non può trascurare i meccanismi che regolano il funzionamento interno degli Ordini.

Nella mattinata di venerdì, “Esperienze a confronto” ha declinato la questione con il secondo focus, dedicato a “Il Consiglio dell’Ordine e le sue realtà strumentali, fondazioni, associazioni, società”. I consiglieri Cnf Giovanni Berti Arnoaldi e Francesco Favi hanno mantenuto un filo conduttore fra le vicende provenienti dai diversi Fori. «Anche qui la storia, per così dire, è venuta dopo, dopo la legge professionale del 2012», osserva Berti, che cita l’intervento pronunciato un attimo prima dal presidente dell’Ordine di Perugia Carlo Orlando. «Gli organismi di mediazione, come quelli per la Composizione della crisi, ci consentono di esternalizzare alcune funzioni dal perimetro delle istituzioni, e di accedere così a una flessibilità operativa maggiore rispetto a quella propria dell’istituzione forense».

E qui la sessione si arricchisce delle esperienze più diverse, riportate dai rappresentanti degli Ordini di Velletri, L’Aquila, Lecco, da testimonianze sorprendenti, come nel caso della consigliera di Pordenone Sara Lena che, a proposito di esperienze da mettere a disposizione dell’intera comunità forense, racconta del «bilancio del nostro Organismo di Mediazione, che ha raggiunto i 700mila euro». Ma le Fondazioni servono anche a promuovere «i valori dell’avvocatura», come racconta Enrico Maggiora, presidente della Fondazione Croce, fiore all’occhiello del Coa di Torino e dell’intera vita culturale forense: «Il Palazzo Capris, che abbiamo acquistato come nostra sede, è diventato la vera casa degli avvocati a Torino, un luogo solo nostro, diverso dal Tribunale», spiega Maggiora, «in modo che il valore dell’indipendenza possa trovare una realizzazione anche fisica».

Un valore analogo hanno iniziative come quelle dell’instancabile presidente del Coa di Taranto Vincenzo De Maggio, inventore di “Scacco d’atto” e di “Dire e contraddire”. Mantenere rigore e vitalità interna come strumenti per custodire i principi della democrazia. «Anche nelle carceri», come ricorderà Minervini nelle conclusioni. Una sfida che l’avvocatura non può declinare neppure dopo il referendum.