Viviamo un momento di incredibili cambiamenti e trasformazioni, tanto veloci quanto importanti e significativi. In pochi anni, dopo decenni di pace e stabilità globale, non solo politica ma anche economica, ci siamo ritrovati un contesto mondiale totalmente diverso da quello a cui ci eravamo abituati e che ritenevamo essere un ordine immutabile.
Nel giro di qualche anno la nostra società, così come l‘intero mondo, si è ritrovata ad affrontare problemi inimmaginabili: l’emergenza sanitaria, per una pandemia che sembrava non potesse più riguardare le società evolute, ha visto crollare, in un batter d’occhio, tutte quelle che erano le nostre certezze sul futuro della nostra salute. Da quel momento si sono succeduti una serie di accadimenti, come detto, fino a poco prima inimmaginabili, solo apparentemente tra loro scollegati, ma tuttavia accomunati da un unico filo conduttore di un mondo in continua metamorfosi.
È iniziata la vera rivoluzione digitale, fino a qualche anno fa solo all’inizio e che oggi si manifesta come inarrestabile. È iniziata una nuova era in cui la corsa all’accaparramento delle risorse energetiche ed all’occupazione, anche con la forza delle armi dei territori che le possiedono, è diventato il leitmotiv della geopolitica globale, segnata da una profonda instabilità, caratterizzata dalla competizione strategica tra potenze nazionali e da aspri conflitti regionali.
Ci ritroviamo in un’epoca in cui la corsa agli armamenti anche nucleari, il terrorismo contro vittime innocenti, la forza delle armi sono quotidiane realtà. Il quadro geopolitico che si presenta dinanzi è di una complessità senza precedenti e anche il nostro Paese, come noto, è chiamato ad un imponente impegno operativo che non può non avere ricadute dirette e significative anche sull’esercizio della giurisdizione.
Eravamo abituati a non immaginare la guerra come lo strumento per la soluzione delle crisi tra i Paesi; avevamo dimenticato, dopo l’attentato alle torri gemelle di New York, il senso di sgomento luttuoso per gli attacchi terroristici; non immaginavamo di dovere più assistere nel mondo alle invasioni dei territori dei popoli, ai bombardamenti contro obiettivi anche civili, come ospedali e scuole. Ci eravamo abituati ad un diritto internazionale che regolava i rapporti tra gli Stati e che sembrava l’argine insuperabile alle prepotenze. Ci siamo risvegliati in un contesto profondamente mutato ed in continua evoluzione (o forse è meglio dire, involuzione) in cui tristemente abbiamo dovuto constatare che il diritto internazionale altro non è che un paravento, che serve fino a quando interessa, fino a quando il più forte, militarmente o economicamente, ha vantaggio ad imporlo perché lo ritiene utile, ma che poi viene brutalmente violato quando non fa più comodo.
Abbiamo registrato come il rispetto per l’ambiente, per l’ecologia, per la natura, per il risparmio delle risorse naturali e, purtroppo, anche il rispetto della persona umana, dei diritti fondamentali, della solidarietà non sono i valori che oggi ispirano i governi. Credo che in questo nuovo contesto mondiale, anzi, in questo nuovo disordine mondiale, il ruolo di noi avvocati, in tutto il mondo, oggi sia più importate che mai. In un contesto in cui la democrazia e le sue regole, la sovranità degli Stati, la libertà delle persone sono messi in discussione, in cui i negoziati e la diplomazia non riescono a smuovere le posizioni dei belligeranti, in cui la politica è solo alla ricerca del consenso anche al costo di sacrificare le regole che governano le società democratiche, il compito di noi avvocati, in tutto il mondo, di garanti dei principi fondamentali, di garanti dei diritti di tutti, della persona umana, della democrazia e della libertà, assume una importanza senza precedenti.
Perché noi avvocati, in tutto il mondo, con le diverse leggi, le diverse Costituzioni dei singoli Paesi, le diverse regole sociali, i diversi costumi, le diverse religioni e persino le diverse regole etiche, noi avvocati svolgiamo lo stesso ruolo, di unici difensori dei diritti, della democrazia, dei più deboli, degli ultimi, delle persone indifese, di tutti. E più il futuro è incerto, più importante e delicato è il compito che noi avvocati dobbiamo svolgere, quali tutori dei diritti fondamentali.
In questo momento storico, il ruolo dell’Avvocatura in tutto il mondo è più importante che mai. Siamo chiamati a essere custodi della legalità, interpreti dei cambiamenti, mediatori dei conflitti, difensori dei più deboli. Siamo chiamati a difendere i diritti fondamentali. Siamo persino chiamati a tutelare gli avvocati che subiscono gravissime conseguenze e ripercussioni per il sol fatto di esercitare la loro professione in difesa dei diritti umani. Il Consiglio Nazionale Forense sostiene nostre coraggiose colleghe e colleghi, che assumono il ruolo di osservatori internazionali nei processi che nei Paesi a democrazia compressa vengono svolti contro gli avvocati che difendono chi invoca la libertà.
Anche nel nostro Paese, già prima dell’emergenza pandemica del 2020, avevamo iniziato a registrare un arretramento della tutela dei diritti, un abbassamento del livello di efficacia ed effettività della giustizia quale funzione fondamentale dello Stato di diritto per l’affermazione dei principi primari di uguaglianza, del giusto processo per come lo pretende la nostra Costituzione, della tutela del diritto di difesa riconosciuto e conclamato dall’art. 24 della Costituzione.
Negli anni passati, gli anni della pandemia, abbiamo registrato gravissimi arretramenti della giustizia in materia di tutela dei diritti, talmente gravi da farci gridare ad un arretramento nel nostro Paese della civiltà giuridica. Arretramenti che nel contesto emergenziale sanitario potevano trovare giustificazione; violazioni del principio del Giusto processo che in quel contesto emergenziale abbiamo accettato, ma che oggi non siamo più disposti a subire e sopportare.
Oggi sempre più spesso si sente parlare, anche da parte degli addetti ai lavori, di “servizio giustizia”, ponendola sullo stesso piano dei servizi alla collettività, dimenticando che la Giustizia non è un “servizio” ma una funzione fondamentale attraverso cui lo Stato di diritto viene riaffermato e garantito in tutte le sue espressioni, attraverso cui si realizza il principio di uguaglianza dei cittadini e quindi i principi fondanti della democrazia, da cui nasce la libertà.
Siamo costretti a ricordare che la giustizia non è un costo, ma un investimento; non è un ostacolo, ma una garanzia; è il fondamento della convivenza sociale e civile. Il nostro diritto processuale, sia civile che penale, rivolto a garantire lo svolgimento del processo nel rispetto della difesa tecnica, quale caposaldo di giustizia, di uguaglianza, di libertà, è stato consapevolmente stravolto da scelte, che non possiamo che definire scellerate, che hanno trasformato il processo italiano in una colossale manifestazione di ingiustizia.
Nel rito civile è stata introdotta una forma di svolgimento del processo, la “trattazione scritta”, che è la palese e manifesta negazione del processo, una pantomima che ha costruito il paradosso di un “processo senza il processo”, di “un contraddittorio senza contraddittori”, di un “dibattimento senza alcuno che dibatte”. Il Giudice è diventato una realtà invisibile, intangibile. L’abuso – perché di questo si tratta, non mi stancherò mai di dirlo – che viene scientemente fatto della trattazione scritta nel processo civile quale forma di svolgimento dell’attività giudiziaria, ma anche nel processo penale in grado di appello, colpisce il contradditorio ed il diritto di difesa nella sua essenza più profonda. Non siamo più disponibili a vedere mortificato il processo, nel quale i diritti dei cittadini da noi assistiti, dovrebbe trovare la più completa, totale e adeguata tutela.
L’Avvocatura chiede a gran voce l’abrogazione della “trattazione scritta” come forma ordinaria di trattazione del processo, che ci ha allontanato dai Palazzi di Giustizia e non consente alle parti che vogliono assistere alla trattazione del loro processo, ove si argomenta dei loro diritti, di avere contezza di come la causa si svolge, di come il Giudice esamina e conosce i fascicoli di causa. L’avvocatura italiana l’ha chiesto a gran voce al Congresso di Torino dello scorso ottobre ed oggi lo ribadisce in questa occasione ufficiale.
I cittadini e gli avvocati hanno diritto di discutere di persona con il Giudice e non di farlo attraverso atti inviati per mezzo di un portale. Il processo ha perduto la sua essenza di luogo della giurisdizione ove si amministra la giustizia, per trasformarsi in una sorta di procedimento amministrativo. E ciò, cosa forse ancora più allarmante, si verifica anche nel processo penale, ove ha preso piede la perdita del principio di oralità, per cui in grado di appello o in Cassazione la trattazione in presenza del processo è diventata una rarità. La trattazione scritta ha ridotto gli spazi della difesa, ha compresso il contraddittorio, ha trasformato il processo penale di appello in un adempimento burocratico. Noi avvocati vogliamo un processo vero, pretendiamo per i nostri assistiti un processo Giusto, e non un burocratico procedimento amministrativo.
Chiediamo alla politica oggi presente, al Ministro della Giustizia, ai parlamentari presenti, ma anche alla magistratura nella sua massima espressione del Presidente della Corte di Cassazione, di sostenere la richiesta dell’Avvocatura di abrogare la trattazione scritta e con essa tutte le norme che impediscono il libero accesso alla giustizia, in palese violazione dell’art. 24 della Costituzione, e che di fatto si traduce pure in una plateale violazione del 2° comma dell’art. 3 della stessa Costituzione, che dispone che “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese.”
Anche nel processo amministrativo abbiamo registrato la tendenza alla standardizzazione degli atti processuali, attraverso la creazione della consolle dell’avvocato gestita dagli uffici amministrativi, attraverso il tentativo di creare schemi composizione del ricorso con format editabili, come se si trattasse del rilascio di una certificazione; inoltre, è stato introdotto un sistema di meccanismo “bloccante”, che impedisce il perfezionamento del deposito del ricorso amministrativo in assenza della completa compilazione di tutti i campi o di erronea compilazione degli stessi, sistema che presenta notevoli criticità sotto il profilo dell’effettività della tutela giurisdizionale e dell’aumento degli oneri sull’esercizio della professione forense. In numerose fattispecie concrete, infatti, non tutti i dati sono immediatamente disponibili o oggettivamente ricavabili. In tali casi, il sistema informatico finisce per sostituirsi al giudice nella valutazione di ammissibilità del deposito, con il rischio di determinare decadenze processuali meramente formali.
Abbiamo già chiesto, in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario al Consiglio di Stato, e lo ribadiamo in questa sede, l’eliminazione del sistema dell’errore bloccante e di consentire sempre il deposito nei termini, rimettendo al Giudice od alla cancelleria la valutazione sull’eventuale necessità di integrazioni o chiarimenti.
Nella giustizia tributaria attendiamo di verificare gli effetti positivi della professionalizzazione della magistratura, non dimenticando tuttavia la palese stortura in atto per cui i giudici già in servizio prima della riforma sono regolati dal sistema previgente, mentre i nuovi avranno regole di ingaggio diverse, realizzandosi in tale modo all’interno della stessa magistratura tributaria una palese anomalia che non potrà che danneggiare la giustizia tributaria.
E poi c’è l’intelligenza artificiale, che è già entrata con prepotenza nella nostra vita quotidiana. Dobbiamo guardare con fiducia a questo straordinario strumento che la scienza e la tecnologia hanno messo a disposizione del genere umano. Come tutte le grandi invenzioni, come tutte le grandi innovazioni essa ci impensierisce, ci desta curiosità ma anche timore, perché ancora non riusciamo a comprendere quanto e come inciderà nella nostra vita. Però dobbiamo guardare a questo fenomeno scientifico con la fiducia che qualunque innovazione merita, con predisposizione positiva. Dovremo però essere capaci di governare l’intelligenza artificiale, di utilizzarla per rendere noi avvocati ed il nostro lavoro, quali portatori di giustizia sociale, quali tutori dei diritti fondamentali, sempre più protagonisti e garanti con la nostra opera dei principi di democrazia e di libertà.
Per questo occorre che l’avvocatura, nel suo complesso, ma anche singolarmente tutti noi avvocati, tenga conto della trasformazione della società. Il Consiglio Nazionale Forense ha pubblicato una gara europea per dotare l’Avvocatura italiana di un proprio sistema di intelligenza artificiale. Stiamo andando avanti nonostante l’ostruzionismo delle società che oggi hanno già avviato portali di AI, perché quello degli Avvocati è considerato un mercato da conquistare. Andremo avanti nonostante l’ostruzionismo dei poteri forti, che già hanno smosso i portatori dei loro interessi. In questo complesso contesto dobbiamo tenere conto della trasformazione della società.
Non possiamo ignorare il cambiamento che la nostra professione sta vivendo. Dopo decenni di crescita esponenziale, iperbolica, del numero degli avvocati, determinata sia dalla circostanza che lo sbocco nelle professioni intellettuali ed in particolare in quella forense era considerato sia un percorso di appagamento delle ambizioni dei giovani, che in tal modo si collocavano nella fascia medio alta dei professionisti, ma anche – dobbiamo dirlo – l’unica strada, terminato il percorso di studi universitari, per immettersi nel mondo del lavoro, oggi assistiamo ad una preoccupante inversione di tendenza, che ha origine già nella considerevole riduzione del numero degli studenti delle facoltà di giurisprudenza di tutta Italia. Riduzione che ha provocato un vero e proprio collasso del numero dei laureati in giurisprudenza e, conseguentemente del numero dei tirocinanti e dei candidati agli esami di abilitazione.
Fino all’anno 2020 si registrava un costante aumento del numero degli avvocati, giungendo a contarsi nell’anno 2018 quasi 28.000 partecipanti agli esami di abilitazione. Oggi il numero di aspiranti avvocati si è ridotto ad un terzo, e nella sessione d’esami svoltasi lo scorso anno abbiamo avuto poco più di 10.000 candidati, con un media del 46% di giovani che hanno superato gli esami di abilitazione. Questo trend negativo che si registra anche nel numero dei partecipanti al concorso per l’accesso in magistratura ed alla carriera notarile.
Secondo i dati del rapporto sull’avvocatura che Cassa forense ci mette a disposizione ogni anno e che ringrazio, emerge che nell’anno 2024, tra nuove iscrizioni e cancellazioni c’è stato un saldo negativo di – 2403 avvocati. Abbiamo avuto 8175 cancellazioni e 5772 iscrizioni. Il trend negativo di 2400 iscritti agli albi non è in sé un dato allarmante, ma lo diviene se si considera che il numero delle cancellazioni riguarda principalmente le colleghe ed i giovani. Segnali, quindi, a cui dobbiamo prestare la massima attenzione per analizzarne le cause e prevenirne l’aggravamento, insieme all’altro dato, che continua a registrare una differenza di reddito medio tra avvocati e avvocate pari al 50%, un gender gap che noi avvocati, custodi dei diritti, contraddittori delle disuguaglianze non possiamo più tollerare. Abbiamo formulato proposte di intervento normativo, che vengono labialmente apprezzate ma poi platealmente ignorate. Ritorniamo a chiederlo alla politica, ritorniamo a chiedere attenzione per un problema che trova il suo fondamento nei principi di parità e di uguaglianza.
È indubbio che sia giunto il momento di una riconsiderazione del modo di esercitare la nostra professione. Non si tratta di mettere in discussione la professione di avvocato, perché fino a quando esisteranno i diritti, speriamo sempre perché solo la dittatura potrebbe privarcene, gli avvocati saranno elemento fondamentale della nostra società fondata sullo Stato di Diritto. Quello che dobbiamo riconsiderare, è il modo di esercitare la professione. Oggi, secondo i dati di Cassa forense, la maggior parte degli studi professionali ha una “organizzazione artigianale”.
Anagraficamente l’avvocatura, come media complessiva, è invecchiata. Tra le fasce più giovani c’è una considerevole prevalenza di colleghe rispetto ai colleghi. Nella fascia che va dai 34 ai 54 la prevalenza degli iscritti è di genere femminile. Il genere maschile prevale tra i più vecchi (o i meno giovani) da 55 a 65 anni. Proprio per la consapevolezza di vivere un’epoca di grandi cambiamenti, dando attuazione alla delibera dei congressi di Lecce e della sessione ulteriore del congresso di Roma del 2023, abbiamo redatto il testo di una nuova legge forense, che guarda al futuro, immaginata per renderci professionisti al passo con i tempi, al servizio dei nostri assistiti, del Paese, della Giustizia.
La nostra proposta di riforma della legge forense è stata approvata, sotto forma di legge delega dal Governo tra agosto e settembre dello scorso anno, e dobbiamo dare atto al Governo ed al Ministro della Giustizia di avere raccolto la richiesta dell’Avvocatura di un intervento urgente. Oggi, tuttavia, il testo del disegno di legge delega è ancora in commissione giustizia alla camera dei deputati per volontà di qualche parlamentare e di qualcuno che per interessi propri ne ha rallentato il percorso.
Questo ritardo ci ha costretto a chiedere al Ministro della Giustizia l’estrapolazione dal testo di riforma forense del sistema di abilitazione alla professione e l’anticipazione della sua entrata in vigore, al fine di dare ai nostri praticanti, che oggi si chiamano tirocinanti ed alle scuole forensi, con congruo anticipo, chiare indicazioni sul sistema d’esame della sessione 2026; ringraziamo il Ministro delle Giustizia per la sensibilità dimostrata anche su questo tema alle richieste dell’Avvocatura nel prendere in considerazione questa ipotesi.
Però in generale chiediamo di accelerare il percorso di approvazione della riforma forense. Chiediamo ai parlamentari presenti, buona parte dei quali avvocati e quindi ben consapevoli che l’avvocatura è garante dei principi di uguaglianza, della tutela dei diritti, dello Stato di diritto e quindi delle regole della democrazia, di indossare dentro le aule di Camera e Senato, simbolicamente, la nostra Toga e di imporre la definizione del percorso parlamentare della legge forense.
Passato il referendum non attenderemo più un solo giorno. Non siamo più disposti a vedere mortificato il nostro ruolo. Non vogliamo più assistere a norme, palesemente incostituzionali, come quella introdotta con l’ultima legge di bilancio che, modificando il Testo Unico in materia di versamenti e di riscossione, ha previsto il blocco dei pagamenti per i professionisti che hanno debiti con l’erario.
L’ho scritto in una lettera al Ministro dell’Economia e delle Finanze: i professionisti interessati, gli avvocati interessati non sono evasori, ma colleghi e colleghe che hanno difeso cittadini ammessi al patrocinio a spese dello Stato od alla difesa di ufficio, tra cui donne vittime di violenza prive di reddito e minori non accompagnati; avvocati che hanno svolto da lungo tempo il patrocinio senza ricevere il compenso loro spettante e, quindi, non hanno potuto pagare le tasse sulle somme che non hanno ricevuto. La disposizione introdotta con la legge di bilancio è incostituzionale, in quanto sperequativa nei confronti di tutti gli altri lavoratori, ai quali correttamente la retribuzione viene corrisposta anche nei casi di inadempienze nel pagamento delle imposte.
In conclusione desidero ringraziare gli avvocati italiani per il compito che svolgono nel nostro Paese di garante della nostra Costituzione e dei diritti fondamentali. Voglio ringraziare Cassa forense, l’Organismo congressuale forense, i colleghi dei 140 Consigli dell’Ordine di tutta Italia per il lavoro quotidiano, i colleghi delle Unioni Regionali, dei Consigli Distrettuali di Disciplina, dei Comitati Pari Opportunità, delle associazioni forensi.
Ringrazio anche i colleghi del Consiglio Nazionale Forense per l’instancabile lavoro che svolgiamo. Anche nell’anno 2025 si è confermato il dato consolidato che vede impugnati avanti il CNF circa un quarto delle oltre 1600 decisioni disciplinari rese annualmente dai 26 CDD dell’Avvocatura italiana all’esito di dibattimento. Al Consiglio Nazionale Forense sono pervenuti nel 2025 437 ricorsi aventi ad oggetto, nell’80 % dei casi, l’impugnazione di sanzioni ablative all’esercizio della professione.
Ne abbiamo trattato, ripeto nel 2025, 572, definendone 552, con una percentuale di accoglimento del 16% e di riforma parziale sulla dosimetria della sanzione del 19%. Circa il 10% delle sentenze del Consiglio Nazionale Forense viene impugnato innanzi le Sezioni Unite della Corte di Cassazione in sede di legittimità, e il 90% delle nostre sentenze viene confermato, con una percentuale di riforma (comprese intervenute prescrizioni dinnanzi la Corte di Cassazione) di 7 – 8 sentenze all’anno.
In questo mio intervento non ho affrontato, e non lo farò, il tema della riforma referendaria che ci porterà al referendum del 22 e 23 marzo. Non ne ho parlato perché il Consiglio Nazionale Forense, nel rispetto del ruolo istituzionale, ha deciso di non prendere posizione, lasciando ovviamente liberi i consiglieri di esprimere a titolo personale le proprie opinioni. Ciò, devo dirlo, a differenza del CSM, tra i cui compiti vi è quello di esprimere pareri sui temi della giurisdizione, e dei presidenti delle Corti di Appello, che in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario hanno approfonditamente espresso opinioni sulla riforma costituzionale. Chiedo soltanto agli avvocati di farci portatori, presso i nostri assistiti ed i nostri conoscenti, della illustrazione tecnica del contenuto della riforma referendaria, lasciando libero ciascuno di decidere senza i condizionamenti, le simpatie e le ideologie della politica.
L’anno giudiziario che oggi apriamo sarà impegnativo. Ma l’Avvocatura italiana ha sempre dimostrato, nei momenti più difficili, di sapersi mettere al servizio del Paese, con competenza e senso dello Stato. Con questo spirito dobbiamo affrontare le sfide che ci attendono: riformare ciò che non funziona, innovare ciò che può essere migliorato, difendere ciò che deve essere preservato. Perché senza avvocati liberi, competenti e indipendenti, non esiste giustizia; e senza giustizia, non esiste democrazia.