Giustizia 15 May 2022 20:51 CEST

Madri e figli colpiti due volte: il fenomeno invisibile della vittimizzazione secondaria nei Tribunali

Sono dati allarmanti quelli contenuti nel rapporto della Commissione Femmicidio presentato venerdì scorso in Senato. «Il 35 per cento delle separazioni giudiziali e dei procedimenti sui minorenni contiene violenza, ma essa viene negata nelle aule giudiziarie».

«Il 35 per cento delle separazioni giudiziali e dei procedimenti sui minorenni contiene violenza, ma essa viene negata nelle aule giudiziarie. È anche per questo che le donne non denunciano. Un marito violento non può essere un buon padre, deve passare questo principio. Possiamo cambiare la cultura imperante attraverso tanta formazione e credendo alle donne». A dirlo è la senatrice del Pd e presidente della Commissione Femminicidio Valeria Valente, che venerdì scorso ha presentato al Senato la relazione dal titolo “La vittimizzazione secondaria delle donne che subiscono violenza e dei loro figli nei procedimenti che disciplinano l’affidamento e la responsabilità genitoriale”.

Un documento importante, che ha richiesto due anni di lavoro e che ha restituito un quadro drammatico: madri e figli finiscono per essere vittime due volte, prima dei mariti/ padri violenti e poi delle aule giudiziarie. Il 34,7% delle cause giudiziali di separazione con affido presenta indicazioni di violenza domestica, così come il 34,1% dei procedimenti minorili sulla genitorialità. Fenomeni per lo più «invisibili» perché non riconosciuti dagli operatori nel corso dei processi. Dalla relazione emerge dunque un quadro chiaro di violenza negata e quindi di vittimizzazione secondaria delle donne che la subiscono e dei loro figli da parte delle istituzioni, che portano ad esiti anche gravi, come l’allontanamento dei figli dalle madri che hanno denunciato e/ o subito violenza e/ o l’affidamento dei figli ai padri maltrattanti.

«Una delle proposte avanzate dalla Commissione – ha sottolineato Valente – è di istituire una commissione di inchiesta interministeriale, che coinvolga i dicasteri della Giustizia, della Famiglia e della Sanità per capire come stanno i figli sottratti alle madri. Credo che lo dobbiamo a tutte quelle mamme che, pur avendo spesso denunciato violenza domestica, si sono viste sottrarre il figlio o la figlia con la forza, con provvedimenti spesso transitori e quindi non impugnabili, che però poi durano anni». All’evento hanno preso parte, tra gli altri, il presidente della Corte Costituzionale Giuliano Amato e la ministra della Giustizia Marta Cartabia. Secondo cui «non ci può essere spazio per teorie destituite di fondamento scientifico come la Pas» nei procedimenti di affido di minori nelle separazioni conflittuali, come ha anche «stabilito con una recente sentenza la Cassazione».

Cartabia ha sottolineato la necessità di un profondo cambiamento culturale e di formazione specifica per tutti gli operatori che si occupano di violenza di genere e minori. «Tra le situazioni più gravi ai miei occhi, puntualmente riportate nella relazione, vi è quello delle donne che, per il fatto di aver subito violenza, vengono considerate “cattive madri”, madri inadeguate. Madri che, oltre ad aver subito violenza, vengono allontanate anche dai figli che – in questa lettura – non sarebbero state in grado di proteggere. I 1500 casi esaminati da questo documento mostrano che non di rado le donne che denunciano e si separano dal compagno violento subiscono anche queste conseguenze. E i figli con loro. Occorre, anzitutto, dare un nome alle cose, e questa relazione lo fa, ad esempio quando scandisce con chiarezza che “la violenza assistita è da considerare anch’essa violenza sui minorenni”».

Ma il problema, ha evidenziato la ministra, dipende anche dalle condizioni in cui lavorano i giudici, spesso non facili «per il sovraccarico e per il moltiplicarsi di questi casi portati alla loro attenzione». Il presidente della Consulta ha invece posto l’accento sulla bigenitorialità, da non ritenere necessariamente «un ideale» : «Che accordo è quello fra due persone una delle quali continua ad esercitare violenza, sia pure non estrema, sull’altra? – ha sottolineato Amato – E perché la bigenitorialità è sempre meglio? Perché sempre? Perché anche quando il bambino ha paura del padre e non lo vuole vedere?».

Secondo il presidente della Consulta, occorre, nelle cause di separazione conflittuale con affido dei minori, «sfuggire al giudizio schiavo del “presentismo”», improntato al raggiungimento di un accordo ad ogni costo, e guardare anche agli elementi che possono gettare un’ombra sulla prognosi dei comportamenti futuri del genitore violento. Ma le norme non bastano, ha aggiunto: «Dobbiamo puntare sulla scuola che abbiamo ed è lì che in nostri ragazzi devono imparare a cogestire il mondo insieme alle donne e ad avere rapporti equilibrati con loro».

 

Politica 15 May 2022 19:28 CEST

La calma apparente del giovane Letta di fronte agli strappi del “radical” Conte

Il leader dem non teme un turno anticipato alle urne, avendo buone ragioni per sperare di uscirne comunque meglio del partito da cui il Pd fu sorpassato, anzi travolto nel 2018

Peccato per chi si è perduto lo spettacolo di Enrico Letta collegato con la “Piazza pulita” di Corrado Formigli, sulla 7, dopo l’intervista ultimativa di Giuseppe Conte contro nuovi aiuti militari italiani all’Ucraina, incompatibili – secondo lui – con l’impegno assunto e persino sollecitato da Draghi a Biden, nell’incontro alla Casa Bianca, per una trattativa finalmente con Putin propedeutica alla pace.

Sono rimasto persino ammirato di tanto gelo fuori stagione, specialmente ricordando nitidamente la reazione infastidita, a dir poco, di Letta junior a quello scambio di consegne a Palazzo Chigi nel 2014 col nuovo segretario del Pd Matteo Renzi. Che gli aveva preso il posto alla guida del governo dopo avergli augurato, assicurato e quant’altro una “serenità” che da allora è diventata una barzelletta, o una provocazione nel linguaggio politico italiano. Ne è consapevole lo stesso Renzi, che tuttavia si diverte ogni tanto a replicare col malcapitato di turno, come accadde in particolare con Giuseppe Conte quando ne interruppe l’esperienza a Palazzo Chigi dopo averlo salvato dalla crisi del primo governo a maggioranza gialloverde, nell’estate del 2019.

Pazientemente Enrico Letta ha reagito al veto posto da Conte contro altri aiuti militari all’Ucraina da parte italiana ricordandogli che certe cose si decidono insieme, non potendosi regalare a Putin la divisione fra gli europei, gli occidentali e nella maggioranza di governo da noi. Pertanto occorre aspettare ciò che Draghi riferirà la prossima settimana alle Camere, discuterne e magari anche votare, come l’ex presidente del Consiglio reclama. E aveva per giunta preteso prima ancora che Draghi incontrasse Biden, come se non avesse un mandato per un simile passaggio, o non ne avesse alcuno in generale sulla guerra in Ucraina.

Cose davvero dell’altro mondo, dette peraltro dal presidente di un partito, o movimento, rappresentato al governo addirittura dal ministro degli Esteri Luigi Di Maio. Che forse è il vero problema di Conte, essendo o apparendo i due sotto le cinque stelle più competitivi che collaborativi, a dir poco, senza dovere neppure scomodare i retroscenisti, tanto evidente e notoria è la natura problematica dei loro rapporti Nonostante l’intimazione a chiudere la partita delle armi all’Ucraina senza attendere o a prescindere da ciò che avrà pure il diritto di dire il presidente del Consiglio, il segretario del Pd ha espresso a Formigli ottimismo sui rapporti con Conte e sui suoi sviluppi parlamentari ed elettorali, considerando il voto amministrativo del 12 giugno e i pur non menzionati referendum sulla giustizia.

Di fronte ai quali piddini e pentastellati hanno fatto presto a ritrovarsi insieme sul fronte del no ad ogni cambiamento. Resta solo da capire, o da vedere, se tanta calma da parte di Letta alle prese con gli strappi continui che Conte opera o tenta da Draghi e, più in generale da un governo poco rispettoso, secondo lui, della “centralità” dei grillini in questa legislatura pur agli sgoccioli, ormai, derivi dalla poca affidabilità dell’ex presidente del Consiglio come uomo degli ultimatum, declassati dallo stesso Grillo ironicamente ma non troppo a penultimatum. O dalla speranza ben nascosta che, una volta tanto, Conte faccia sul serio e finisca per provocare una crisi. E con la crisi un turno anticipato delle urne che Enrico Letta non teme, avendo buone ragioni per sperare di uscirne comunque meglio del partito da cui il Pd fu sorpassato, anzi travolto nel 2018.

 

Commenti 15 May 2022 15:57 CEST

Il giustizialismo di chi non si guarda allo specchio

È di gran lunga la forma peggiore di giustizialismo, quella di chi scambia il reato con il peccato, il diritto con la morale, di chi confonde la giustizia penale con la giustizia sociale, il giusto processo con la vendetta pubblica organizzata

I fattori che portano i più a sposare una concezione punitivista della giustizia sono molteplici. Vari e di diversa natura, tutti contribuiscono alla formazione di una convinzione giustizialista.

Per citarne qualcuno, si potrebbe partire dalle paure, dai timori e dalle fobie covati irrazionalmente e rafforzati quotidianamente dall’allarmismo mediatico. In certi casi, invece, a incidere negativamente è la formazione politica che, a seconda dello schieramento, suggerisce l’utilizzo strumentale della spada penale nei confronti di questa o di quella categoria, consiglia la lotta a questo o quel nemico attraverso il braccio armato della legge. Oppure, più semplicemente, nella costante estemporaneità del quotidiano, l’assenza dei momenti o della volontà per approfondire, per interrogarsi su cosa sia una giustizia giusta, giocano un ruolo non secondario. Tra tutte queste ragioni, le quali appaiono talvolta addirittura comprensibili o comunque giustificabili, ce n’è una che, rendendo quasi impossibile il confronto, risulta particolarmente insopportabile.

È di gran lunga la forma peggiore di giustizialismo, quella gridata dai “puri” che puntano l’indice contro gli “impuri”; quella dei ricchi che ritengono che i poveri nascano criminali e quella dei poveri che si convincono che solo i ricchi possano delinquere; quella di chi scambia il reato con il peccato, il diritto con la morale, di chi confonde la giustizia penale con la giustizia sociale, il giusto processo con la vendetta pubblica organizzata. Si tratta della più arrogante e della più cieca delle convinzioni: riposa sulla supposta ed autoattribuita superiorità morale di chi considera e definisce ad alta voce il diritto penale “il diritto dei delinquenti”, a volersene distanziare, a sottolineare il divario che esisterebbe tra chi parla e chi ne viene travolto, di chi è convinto che servano leggi più dure, pene più aspre e maggiore severità, convinto che questa violenza lo proteggerà e che da essa non verrà mai colpito.

È questo il giustizialismo di chi non si guarda allo specchio, negando la sua umanità, o di chi ci si guarda troppo, dimenticandosi della sua fallibilità. È, in definitiva, l’opposto esatto del garantismo, che è certezza del dubbio, esercizio del limite e fiducia nell’uomo.

*Francesco D’Errico, presiente Extrema Ratio