Giustizia 9 Apr 2021 12:14 CEST

Palamara, è il giorno del (rinvio a) giudizio chiesto da Cantone

Oggi può arrivare il rinvio a giudizio ma anche il clamoroso trasferimento del processo. Decisivi i presunti contatti con il pg di Messina Barbaro

È prevista per questa mattina la decisione del gup del Tribunale di Perugia, Piercarlo Frabotta, sulle eccezioni presentate dai difensori di Luca Palamara. Prima fra tutte, quella di incompetenza territoriale. Secondo la difesa dell’ex presidente dell’Associazione nazionale magistrati, rappresentata dagli avvocati romani Roberto Rampioni e Benedetto Marzocchi Buratti, il processo dovrebbe tenersi a Trapani, luogo dove sarebbe stata effettuata la prima dazione corruttiva, un soggiorno alle isole Egadi, da parte dell’imprenditore Fabrizio Centofanti.

Palamara, comunque, ha fatto sapere di essere pronto a rilasciare dichiarazioni prima della decisione del giudice sul rinvio o meno a giudizio. Secondo i pm umbri, Centofanti era un lobbista, un faccendiere, che aveva tutto l’interesse a coltivare il rapporto con Palamara, soprattutto quando quest’ultimo era componente togato del Csm. Una attività di fidelizzazione che sarebbe avvenuta “a prescindere dall’utilizzabilità di una determinata attività o un determinato atto” da parte di Palamara. “Il lobbista ha interesse a coltivare il rapporto con il pubblico ufficiale per poterlo sfruttare al momento opportuno”, aveva ricordato in udienza il procuratore di Perugia, Raffaele Cantone.

Palamara, ed è una delle accuse, avrebbe dato indicazioni a Centofanti sulle indagini nei suoi confronti condotte nel 2017 dalla Procura di Messina. All’ultima udienza, il 19 marzo scorso, Cantone aveva depositato un nuovo verbale di interrogatorio reso il 4 febbraio dall’avvocato Piero Amara, uno dei coimputati di Palamara in questo processo, già condannato per altre vicende corruttive da diverse Procure, e fra gli artefici del “Sistema Siracusa”, creato per aggiustare i processi e di cui facevano parte professionisti e magistrati, sul quale aveva indagato appunto l’ufficio inquirente di Messina. Il verbale, di 6 pagine, era quasi tutto omissato in quanto, come aveva detto Cantone, “non abbiamo alcun interesse a renderlo pubblico: ci sono fatti di rilevanza investigativa che attengono ad altre vicende”. L’unica pagina non omissata era quella che riguardava il procuratore generale di Messina, Vincenzo Barbaro, e i suoi rapporti con Palamara. Cantone aveva anche aggiunto che questo verbale faceva parte di “un procedimento penale del 2021 in cui Amara viene sentito come imputato”. Barbaro, interrogato l’ 11 marzo 2021 da Cantone, aveva chiarito i propri legami con Palamara, dichiarando senza mezzi termini di “considerare calunniose le dichiarazioni dell’avvocato Amara” e, soprattutto, di non aver incontrato Palamara dopo le riunioni di coordinamento con la Procura di Roma del 14 febbraio 2017 e del 15 marzo 2017. Alla domanda posta da Cantone “si è incontrato con Luca Palamara dopo le riunioni del 14 febbraio 2017 e del 15 marzo 2017”, Barbaro aveva infatti risposto stizzito “assolutamente no”, portando come testimoni anche due colleghi con i quali era ripartito per Messina dopo la prima riunione e rispondendo in maniera certa anche sulla seconda riunione.

Il Gico della Guardia di Finanza, che ha effettuato le indagini, nell’informativa del 19 febbraio 2021, depositata sempre da Cantone alla scorsa udienza, aveva inserito un capitolo intitolato “Riscontri investigativi” a proposito degli incontri tra Palamara e Centofanti successivi a quelli tra Barbaro e Palamara finalizzati, appunto, al passaggio delle “informazioni riservate sull’indagine” di Messina a favore di Centofanti. I finanzieri avevano ritenuto pienamente dimostrati, attraverso “l’attività di analisi orientata sul rilevamento dei positioning con localizzazione Gps dell’autoveicolo in uso al Centofanti” gli incontri di Palamara con Centofanti a Roma. Barbaro, comunque, non è indagato.

 

Commenti 4 Apr 2021 15:40 CEST

Gratteri, il “procuratore delle Calabrie” che rischia di veder finire il suo mito

Se Gratteri puntasse alla procura di Milano lo stesso arco di forze che hanno creato e diffuso il suo “mito” non avrebbero scrupoli a distruggerlo

Giuliano Ferrara ha sparato sulla prima pagina de Il Foglio un deciso ‘ j’accuse’ contro il dottor Nicola Gratteri ‘ colpevole’, a suo dire, di avere scritto la prefazione al libro ‘ Strage di Stato’ dal contenuto delirante sino al punto da negare l’epidemia in corso, definire i vaccini ‘ acqua di fogna’ e immaginare un complotto dei ‘ perfidi giudei’ che userebbero il virus per dominare sull’umanità.

Il confronto in atto è importante.

Perché da sempre il dottor Gratteri ha goduto di uno straordinario favore e di una eccellente “generosità” da parte della “grande stampa” che, aldilà dei possibili meriti del procuratore di Catanzaro, ha letteralmente creato il “fenomeno”, a volte, spacciando dei semplici rapporti redatti dagli ufficiali di polizia giudiziaria per sentenze definitive.

Soprattutto alcuni canali televisivi hanno diffuso dei semplici teoremi come fossero delle battaglie campali conto la ’ ndrangheta. Ogni volta data come sbaragliata e vinta.

Tutto ciò per poter creare il “personaggio” a prescindere dai risultati realmente ottenuti sul campo.

Chi difende il procuratore di Catanzaro tende a dire che in verità la prefazione è costituita solo da “due paginette” scritte di getto e sorvolando sul contenuto. Un atto di generosità per fare un favore ad un collega e amico magistrato, il giudice Giorgianni, che è uno dei due autori del libro.

Noi ci crediamo.

Anzi ne siamo più che convinti dal momento che, in Calabria, con la stessa superficiale leggerezza migliaia di vite umane sono state spezzate da mandati di cattura successivamente annullati dai giudici. Però non fanno notizia.

Senza alcuna rivendicazione di primogenitura, prendiamo atto, dopo aver denunciato per oltre trent’anni la “mattanza legale” che avviene in Calabria, che pochissimi se ne sono accorti. Perché?

Certamente per i nostri seri limiti. Ma soprattutto perché della Calabria e, soprattutto dei calabresi, non gliene fotte niente a nessuno. La Regione è una terra “appaltata “a generali e super poliziotti, prefetti e commissari straordinari oltre che alla ’ ndrangheta e al peggiore surrogato della “politica” selezionato rigorosamente da “Roma” in base a criteri di subalternità, inconsistenza e fedeltà.

Ora Gratteri, definito da Ferrara “procuratore delle Calabrie”, quasi a voler sottolineare i suoi metodi che riportano la regione al peggiore regime borbonico, punta alla procura di Milano.

Dice un vecchio adagio “non ultra crepidam’ . “Non oltre la toma”.

Da vecchio lettore di Ferrara, sono convinto che la sua sia una battaglia di civiltà destinata a infrangersi contro il muro di silenzio alzato dalla grande stampa, dalla tv e dai poteri dello Stato.

La musica potrebbe cambiare se Gratteri si mettesse veramente strane idee in testa su Milano. ( Forse spinto dalla volontà di non essere più in Calabria nel momento in cui “Rinascita Scott” arriverà in Cassazione.) Comprenda, il procuratore di Catanzaro che ciò che si ritiene giusto, legittimo e accettabile nei confronti dei calabresi, non potrebbe essere oggi tollerato nel cuore economico ( e non solo) del Paese.

Sono convinto che qualora dovesse insistere, lo stesso arco di forze che hanno creato e diffuso il “mito” e la leggenda e solo perché hanno trovato comodo affidare “le Calabrie” a un viceré, non avrebbero scrupoli a distruggerlo con la stessa determinazione con cui l’hanno costruito.

 

Intervista 3 Apr 2021 15:01 CEST

Nello Rossi: «I processi vanno fatti in presenza, io magistrato sto coi penalisti»

Per l’ex magistrato Nello Rossi «va preservato intatto è il nucleo centrale del processo, che deve continuare ad avere le caratteristiche dell’oralità»

«Se nella fase della pandemia è stato necessario ricorrere alle udienze a distanza, tale eventualità rimanga una parentesi resasi necessaria nei mesi della pandemia ma, terminata l’emergenza, rappresenti solo un ricordo». A parlare così al Dubbio è il dottor Nello Rossi, già magistrato, direttore della rivista Questione giustizia. «Nell’ambito della giurisdizione prosegue – c’è bisogno di digitalizzare tutto ciò che è possibile e legittimo informatizzare: mi riferisco alle attività a valle e a monte dei procedimenti. Tuttavia, quello che va preservato intatto è il nucleo centrale del processo, che deve continuare ad avere le caratteristiche dell’oralità, dell’immediatezza, deve lasciare spazio alle repliche, al contraddittorio». Una piena convergenza dunque con quanto da sempre ribadisce l’avvocatura.

Diverso è per il processo civile: «Anche in quest’ambito vi sono esigenze di oralità: penso ad esempio al processo del lavoro oppure ai giudizi sulla posizione dei migranti. È però evidente che nei processi più sofisticati e tecnici uno scambio di memorie può essere molto utile e quasi esaustivo». Tuttavia quello dell’informatizzazione resta un problema ma su questo Rossi è ottimista: «Nel Recovery Plan, per quanto concerne il settore della giustizia, non solo vengono garantiti nuovi investimenti e nuove assunzioni ma c’è anche la promessa di assumere nuove professionalità per immettere informatici, tecnici, ingegneri, figure diverse da quelle tradizionali che daranno un impulso alla digitalizzazione e alla complessiva innovazione del sistema giustizia».

La presenza degli avvocati negli uffici giudiziari

Un altro tema di attualità che interessa il mondo dell’avvocatura è senza dubbio quello della presenza degli avvocati nei Consigli giudiziari. L’analisi di Rossi prende in considerazione tre elementi: «Partiamo dal fatto che a mio parere, come detto più volte, le valutazioni di professionalità possono essere rese migliori e più fedeli a due condizioni. La prima: responsabilizzando maggiormente i dirigenti degli uffici che scrivono il primo rapporto sul magistrato. La seconda: rendendo effettivo il diritto di Tribuna degli avvocati nei Consigli giudiziari. Si badi bene che tale diritto deve essere considerato come ‘ diritto di parlare alla Tribuna’, cioè di partecipare attivamente alla discussione, non un semplice ‘ diritto di stare in Tribuna’, presenziando silenziosamente ai lavori». La questione si fa più complessa per quanto concerne il voto: «La questione non è all’ordine del giorno e una scelta di questo genere susciterebbe molte preoccupazioni. Ne indico due: i pubblici ministeri potrebbero trovarsi a dover essere giudicati da loro contraddittori; oppure un avvocato potrebbe, quale captatio benevolentiae, assumere un atteggiamento di piaggeria nei confronti di un magistrato. Al di là di questo ritengo importante valorizzare l’apporto di conoscenza degli avvocati».

A proposito di avvocati, c’è stato apprezzamento per l’ordine del giorno accolto dal governo in merito alla necessità dell’autorizzazione del gip per l’acquisizione dei tabulati telefonici. Su questo punto Rossi mostra delle perplessità: «Mi auguro che se introdotta, questa modalità procedurale non si traduca in un appesantimento della fase delle indagini. Spesso si può avere la necessità di acquisire un tabulato ad horas per lo sviluppo stesso delle indagini. Le faccio un esempio: immagini un’inchiesta su un traffico di stupefacenti durante la quale emerge il cellulare di un soggetto indagato. In quel caso avere immediatamente il tabulato di quella persona può aiutare a individuare la rete dei suoi contatti. Quindi auspico che rimanga l’opportunità di acquisire con la massima tempestività possibile i tabulati su iniziativa del solo pubblico ministero, prevedendo semmai una convalida da parte del gip».

Bene il rafforzamento del rispetto della presunzione di innocenza

Rossi invece accoglie positivamente il recepimento della direttiva europea che rafforza il rispetto della presunzione di innocenza: «Giusto ribadire il concetto», ci dice ancora il direttore di Questione giustizia, che ci partecipa la sua personale esperienza come procuratore aggiunto a Roma per 8 anni: «Io, come tanti altri colleghi, ho partecipato a conferenze stampa, che ritengo siano fondamentali in presenza di misure cautelari, per spiegare le ragioni di tali provvedimenti. Gli arresti segreti e immotivati si fanno solo nelle dittature. Naturalmente io, al pari di altri colleghi, non ho mai presentato i risultati raggiunti come una verità assoluta. Innanzitutto rappresentano risultati di una indagine di parte e, anche quando i fatti fossero evidenti, la loro lettura giuridica da parte del giudice potrebbe essere completamente diversa». Sul ruolo del pm, la cui comunicazione dovrà seguire nuove regole data la direttiva Ue, ci precisa: «È evidente che il pm alla fine delle indagini abbia una storia da narrare, mentre il processo, che verrà dopo, è oggi molto frammentario. Questo complica anche l’operato della stampa che spesso si trova a raccontare solo le indagini e non gli sviluppi del processo. Probabilmente processi più rapidi e scadenzati potrebbero offrire la possibilità di una narrazione altrettanto compiuta». Spesso però il racconto è chiaramente colpevolista da parte dei magistrati requirenti: «È sempre importante fare un richiamo alla presunzione di non colpevolezza e dare ragione della parzialità dei risultati raggiunti che sono elementi di prova da sottoporre al vaglio del dibattimento. Chi, tra i pubblici ministeri, non lo fa, e c’è qualcuno che non lo fa, sbaglia. Però mi lasci dire che la stragrande maggioranza dei magistrati rispetta questa regola aurea, senza rappresentare il proprio lavoro come una verità assoluta o parte di una crociata diretta a debellare fenomeni criminali. Abbiamo un sistema penale improntato al rispetto delle garanzie: osserviamo le regole per lavorare al meglio nell’interesse della giustizia».

D’accordo con la Cartabia: combattere le degenerazioni, preservando il pluralismo della magistratura

Ultimo punto che affrontiamo è quello delle correnti: la ministra Cartabia ha detto che bisogna combattere le degenerazioni, preservando il pluralismo: «Condivido il pensiero della signora Ministro. Le correnti non sono state né sono solo brutali macchine di potere descritte nell’attuale vulgata. Pensi al vasto panorama delle riviste della magistratura: rappresentano un mondo di pensieri e di proposte che sono un riflesso del pluralismo culturale del mondo dei giudici. Perché dovremmo perdere questa enorme ricchezza? Che ci siano state delle degenerazioni, che si debba andare a fondo è innegabile ma non si può rinunciare alla fertilità delle idee e del confronto. I laudatores temporis acti che credono che ci sia stata un’età dell’oro dovrebbero ricordare che anche nel passato i conflitti tra le correnti erano molto aspri e le critiche nei loro confronti non meno dure di quelle attuali».

 

Commenti 3 Apr 2021 14:30 CEST

Una sfida a Conte: sul caso Del Turco i suoi 5 stelle abbandonino il populismo

Giovedì prossimo riunione dell’Ufficio di Presidenza del Senato per decidere sulla vicenda del vitalizio di Ottaviano Del Turco

Se all’ex presidente del Consiglio, professore, avvocato ma soprattutto capo esordiente di un “suo”, “nuovo”, “rifondato”, “rigenerato” Movimento 5 Stelle, o quante ne risulteranno alla fine di questo processo evolutivo, chiamiamolo così, non dispiace, o addirittura non si offende, come spero non accada, vorrei chiedere una prova dei suoi buoni propositi, pur limitati – ho paura – da quel “senza rinnegare il passato” che ha inserito nel lungo discorso di debutto. Una formula, quest’ultima, che somiglia tanto a quel che lo stesso Conte e altri, come il nuovo segretario del Pd Enrico Letta, rimproverano all’europeismo praticato da qualche tempo da Matteo Salvini senza rinnegare – pure lui – il passato con parole, incontri internazionali e quant’altro, alla faccia pure del suo amico, compagno di partito e ministro Giancarlo Giorgetti.

La prova che chiedo a Conte è una direttiva, un consiglio, una raccomandazione, come preferisce lui, a chi parteciperà giovedì prossimo per conto del suo Movimento alla riunione dell’Ufficio di Presidenza del Senato, con tutte le maiuscole che gli spettano, sulla vicenda del vitalizio dell’ex parlamentare, ex ministro, ex sindacalista, ex segretario socialista Ottaviano Del Turco. Al quale, per quanto ammalato contemporaneamente di cancro, Parkinson e Alzheimer, praticamente in fin di vita, sono stati tolti i 5.500 e rotti euro percepiti prima dell’intervento punitivo perché condannato definitivamente a 3 anni e 11 mesi per “induzione indebita” come presidente della regione Abruzzo.

In quella veste Del Turco – è bene ricordarlo agli smemorati- incorse in un processo procuratogli dalle accuse ritorsive di un imprenditore della sanità privata che lui aveva danneggiato facendone controllare senza sconti, diciamo così, conti e rapporti da convenzioni con gli uffici regionali.

I millesettecento euro mensili di pensione che percepisce l’ex senatore per la sua attività sindacale, giustamente protetti da una legge dello Stato valida per tutti, anche i condannati e i detenuti, dovrebbero bastare, e forse pure avanzare, secondo le valutazioni già espresse dall’Ufficio di Presidenza del Senato prima di riconvocarsi, a far vivere con la necessaria e costosa assistenza gli ultimi mesi o anni che restano a Del Turco. Ma se c’è una legge che ne tutela la pensione da sindacalista perché a Del Turco è negata la pensione di ex parlamentare che si chiama vitalizio, peraltro già ridotta dai tagli apportati a tutti i trattamenti di quel tipo per rapportarli meglio ai contributi effettivamente versati? Gli è negata per una delibera congiunta, che ne porta i nomi, dei presidenti delle Camere della scorsa legislatura, Pietro Grasso e Laura Boldrini, emessa sulla spinta della campagna anti-casta condotta dai grillini, allora peraltro ancora in minoranza in Parlamento ma già scambiati per i vendicatori di tutte le ingiustizie e di tutti i privilegi, veri o presunti che fossero, o siano ancora.

Via, professore, avvocato, rifondatore del Movimento ancora di maggioranza relativa nel Parlamento eletto nel 2018, per quanto esso abbia perduto per strada un bel po’ di senatori e deputati, per non parlare dei punti perduti nelle varie elezioni di diverso livello svoltesi negli ultimi tre anni e dei sondaggi che spulciamo una settimana sì e l’altra pure sui vari giornali che li commissionano, dia un taglio a questa storia che francamente mi sembra coerente solo con una logica perversa, farcita di demagogia, populismo e – diciamolo pure – cattiveria. Alla quale è doveroso opporsi per un minimo sentimento di “pietà” o “umanità” non a torto invocate in questi giorni da chi sta cercando di difendere la dignità di un uomo, prima ancora di un ex parlamentare, ex ministro, ex sindacalista, ex politico, e padre – non dimentichiamo neppure questo – di un figlio incaricato dall’autorità giudiziaria di amministrarne, cioè tutelarne, diritti e interessi.

Cerchi, professore, almeno lei, di non avere imbarazzo, diciamo così, a guardarsi nello specchio pensando a ciò che si è fatto e si vorrebbe continuare a fare contro l’inerme Del Turco. E torni a ripetere ai suoi compagni ormai di Movimento, anche se non mi pare che vi sia ancora iscritto, visto che lo sta rifondando, il danno che procurano anche a chi le pronuncia le parole che ha definito “aggressive”. E anche certi gesti che le accompagnano, come quelle forbici gigantesche pur di carta sventolate davanti al Parlamento. O certe gazzarre in aula.

Qui se c’è qualcosa da tagliare davvero è – creda a me, professore – la giustizia amministrata dai politici. I quali, come ha giustamente osservato l’ex guardasigilli Claudio Martelli, riescono a fare più danni, materiali e morali, dei peggiori magistrati.