Commenti 5 Aug 2021 18:40 CEST

Caro Intrieri, piano con l’ansia riformista: in gioco ci sono i diritti

Marco Siragusa, presidente della Camera penale di Trapani, replica all’intervento di Cataldo Intrieri che sul Dubbio ha spiegato perché “difende” la Riforma Cartabia

Cataldo Intrieri, sulle pagine di questo giornale, ha espresso il suo giudizio sulla Riforma penale, invitando l’Avvocatura penalista ad essere liberale, dunque riformista e rivoluzionaria. La Riforma Cartabia/Bonafede, – ché l’impronta dell’ex guardasigilli rimane forte nella delega che il governo si è assegnata e che è stata ratificata dal Parlamento (a proposito: tutto regolare dal punto di vista costituzionale?) – andrebbe letta nel suo complesso, senza limitarsi al tema della improcedibilità/prescrizione, per non cedere ai “risvolti pavloviani prevalgono oscura tutto”, come scrive Cataldo Intrieri.

Dico subito che la riflessione non mi convince e rimango assai perplesso sulla tenuta costituzionale di un istituto processuale (?) quale la improcedibilità che “concorre” e si affianca ad un istituto sostanziale quale la prescrizione; dubbi che, nell’intervista di Simona Musco su questo giornale, ricorda Domenico Pulitanò, come prima di lui avevano già fatto Paolo Ferrua e Giorgio Spangher. La questione, se affrontata con piglio esclusivamente politico e visione “riformista”, rischia dunque di far perdere la bussola sui temi dei quali – e con i quali – saremo costretti a confrontarci. Primo fra tutti il diritto e il rapporto tra il diritto sostanziale e quello processuale.

Qui il punto non è di “fallacia cognitiva della “rappresentatività”, cioè di aver elevato il particolare a simbolo del tutto, ma è un altro. Ecco qual è a mio modo di vedere: in che modo poniamo il rapporto tra norme processuali e sostanziali? O, detto altrimenti, siamo sicuri che la soluzione dei problemi del diritto sostanziale “passi” per l’utilizzo – questo sì improprio – delle norme processuali? Com’è noto la questione non è nuova. Già nel 1991, il codice di procedura penale venne impropriamente utilizzato come strumento di general prevenzione, sovrapponendo le norme del procedere a quelle del fatto tipico in un cortocircuito di sistema che ha prodotto enormi guasti.Sin da allora, è l’organo che procede – il Pm – a decidere su quale binario avverrà l’accertamento del fatto, così che anche un delitto comune (la corruzione, per esempio) può “scartare” sul binario del processo speciale e meno garantista per la semplice contestazione “forzata” di un’aggravante da articolo 7.

In questi casi, chi ripaga il diritto del cittadino di essere giudicato secondo le regole ordinarie e garantiste del processo ordinario? La Riforma Cartabia/Bonafede replica il medesimo errore e lo rafforza fino ad elevarlo sul piano della discrezionalità: sarà il magistrato inquirente a stabilire quale “tempo” occorre al processo e sarà il suo collega, magistrato giudicante, a dare al processo un tempo “supplementare” con una semplice ordinanza. E non mi si venga a dire che l’ordinanza andrà motivata, ché siamo abituati a leggere ordinanze, ad esempio in materia di sospensione dei termini di custodia cautelare, “normoriproducenti”; provvedimenti che sono vuoti simulacri motivazionali, utili a bloccare discrezionalmente il tempo.

Insomma, andiamoci cauti con l’ansia riformista, tanto più se è alimentata da un compromesso al ribasso, al quale non sono estranei piccoli “ricatti” del “mercato della politica”. In gioco ci sono diritti dei cittadini. Di tutti noi.

Marco Siragusa, presidente Camera penale Trapani

Avvocatura 5 Aug 2021 17:26 CEST

Certo, i tribunali non sono bar. Ma perché dire no al green pass?

DILLO AL DUBBIO. L’avvocato Supino replica ai presidenti dei Coa di Roma, Milano e Napoli intervenuti sul Dubbio sul problema del libero accesso ai tribunali

Cara redazione,

sono ben lieto che illustri avvocati Presidenti dei COA di Tribunali importanti abbiano avuto modo di intervenire a seguito dell’articolo Del Dubbio sul problema del libero accesso nei Tribunali senza Green Pass e senza tampone.

Non è per fare polemica ma vorrei precisare che non ho mai paragonato i Tribunali ai bar o ai ristoranti anche perché, come certamente è a conoscenza dei Presidenti dei COA di Milano e Roma, i Bar sono situati anche all’interno degli stessi Tribunali per cui è lecita la domanda che chiunque abbia accesso al Tribunale, senza Green Pass o tampone,  non avrebbe poi il diritto di entrare nel Bar per consumare qualsivoglia bevanda. Sono certo che a tali ingressi non vi è alcun controllo di alcun genere con la conseguenza che il virus potrebbe circolare liberamente in palese ed autorizzata violazione della norma sui Bar. Convengo quindi con le affermazioni del Presidente del COA di Napoli Antonio Tafuri che ha colto nel segno affermando che  «se vogliamo realizzare davvero lo stato di diritto, dovremmo essere pronti ad accettare anche nei Tribunali la richiesta del green pass  o tampone». Perché no? Con buona pace e tranquillità per tutti  e con la ripresa della fisiologica attività giudiziaria.

Con cordialità,

Avv. Vittorio Supino 

Avvocatura 2 Aug 2021 21:24 CEST

«Trasferimento dei beni già in sede di separazione: un traguardo storico»

La sentenza delle Sezioni Unite civili della Corte di Cassazione riconosce l’autonomia delle parti In sede di separazione consensuale e di accordo congiunto di divorzio. Il Cnf: «Ora via all’emendamento sulla negoziazione assistita»

In sede di separazione consensuale e di accordo congiunto di divorzio è possibile inserire, tra le clausole concordate dalle parti, patti di trasferimento della proprietà di beni mobili ed immobili dei beni patrimoniali, a favore di uno dei coniugi o dei figli, con effetto traslativo immediato. A stabilirlo sono i giudici delle Sezioni Unite civili della Corte di Cassazione che con sentenza depositata il 29 luglio 2021 si è pronunciata su un caso di divorzio su domanda congiunta dei coniugi.

Si tratta di una sentenza storica che, a risoluzione di una questione di particolare rilevanza, sancisce un principio di diritto tutt’altro che secondario: la libera espressione della volontà negoziale delle parti laddove questa è espressa nei limiti e secondo le forme di legge. A ragione del fatto che l’accordo raggiunto, si legge nella sentenza, se «inserito nel verbale di udienza redatto da un ausiliario del giudice e destinato a far fede di ciò che in esso è stato attestato assume forma di atto pubblico ai sensi e per gli effetti dell’art. 2699 del codice civile, e, ove implichi il trasferimento di diritti reali immobiliari, costituisce, dopo la sentenza di divorzio», ovvero dopo «l’omologazione che la rende efficace, valido titolo per la trascrizione ex art. 2657 del codice civile».

I vantaggi che ne derivano per il cittadino e per l’avvocato sono molteplici, come sottolinea la legale del foro di Pesaro Annunziata Cerboni Bajardi, membro del comitato esecutivo Ondif (Osservatorio nazionale sul diritto di famiglia). Dal punto di vista tecnico-giuridico, la sentenza «ha accolto in modo chiaro tutti i motivi individuati della difesa con i quali si è rilevata, in particolare, la violazione e falsa applicazione dell’art.1322 c.c. che consente alle parti di concludere pattuizioni atipiche meritevoli di tutela: su tali accordi, che hanno natura negoziale e che sono espressione dell’autonomia privata delle parti, il giudice della separazione o del divorzio non può esercitare alcun sindacato, fermo restando il rispetto dei limiti imposti dalla legge», spiega l’avvocata Cerboni Bajardi che ha presentato il ricorso, su incarico congiunto degli ex coniugi, con il fine di ottenere l’enunciazione di un principio di diritto.

«La mia battaglia è stata principalmente diretta ad affermare l’autonomia delle parti nell’individuazione e nell’immediato perfezionamento di accordi familiari diretti a stabilire nuovi assetti ed equilibri a tutela di tutti i soggetti ed in particolare di quelli più deboli dal punto di vista patrimoniale ed economico», ribadisce la legale, il cui risultato professionale arriva dopo anni di «duro impegno» a beneficio di tutti gli avvocati familiaristi. «Il differimento nel tempo del trasferimento definitivo dei beni con rinvio all’atto notarile, infatti, oltre a comportare un esborso per la stipulazione di tale ultimo atto, rischia di vanificare il delicato lavoro che normalmente viene svolto per raggiungere gli accordi di composizione del conflitto familiare, in considerazione di eventuali ripensamenti o eventi sopravvenuti», spiega ancora l’avvocata Cerboni Bajardi. Che sottolinea infine «l’importanza che tali accordi siano corredati di completa documentazione e redatti senza tralasciare alcun dettaglio tecnico: sarebbe in questo senso utile la predisposizione di protocolli da parte degli Uffici Giudiziari di intesa con i locali Consigli dell’Ordine degli avvocati».

Ma i motivi di soddisfazione per l’avvocatura non finiscono qui. Per il Consiglio Nazionale Forense questa sentenza rappresenta infatti un «traguardo storico» perché introduce alla possibilità di ottenere un risultato analogo rispetto alla negoziazione assistita nell’ambito della riforma del processo civile. Si tratta di un aspetto previsto in origine nella relazione della Commissione Luiso, poi eliminato nell’emendamento del governo. Ma, come spiega la consigliera del Cnf Daniela Giraudo, la decisione dei giudici di Cassazione rafforza la convinzione della massima istituzione forense di riproporre la questione con rinnovato vigore quando verranno nuovamente discussi gli emendamenti. «Poter gestire questi aspetti in occasione della separazione e ancor di più del divorzio ha grande importanza», sottolinea Giraudo. Sia per ridurre il ricorso al Tribunale, quando possibile, ma soprattutto «nell’interesse del cittadino». Nei cui confronti, conclude Giraudo, l’avvocato assume un’ulteriore responsabilità con la consapevolezza, una volta di più, dell’importanza fondamentale nell’ambito della professione forense di una preparazione sorretta da un’adeguata formazione.

Intervista 30 Jul 2021 17:51 CEST

Bazoli: «È la migliore delle riforme possibili…»

Il capogruppo del Pd in commissione giustizia difende la riforma Cartabia: “E’ un compromesso, certo, ma è coraggiosa e innovativa”

Per l’onorevole Alfredo Bazoli, capogruppo Pd in commissione Giustizia alla Camera, « se noi giudichiamo la riforma della giustizia solo dal punto di vista dell’accordo sulla prescrizione commettiamo un grande errore di valutazione. Questa riforma è molto altro e molto di più».

Era il miglior compromesso possibile quello a cui si è giunti?

Nelle condizioni date, evidentemente sì. Era l’unico e migliore possibile. Comunque va accolto positivamente il fatto che la riforma Cartabia è stata finalmente approvata, con alcune modifiche ma senza stravolgimenti. Dopo essere riusciti a scongiurare lo scellerato rinvio sine die che volevano Forza Italia e Lega, è stato confermato l’impianto di una riforma coraggiosa e innovativa, che può consentire una rilevante contrazione dei tempi dei processi, nella salvaguardia delle garanzie. Con la rilevante novità, richiesta e ottenuta dal Partito Democratico, di una norma transitoria che consentirà agli uffici giudiziari di adeguarsi alle nuove disposizioni, in attesa che la riforma e l’ingresso di nuovo personale producano i loro effetti.

Tuttavia dall’Accademia stanno sostenendo che il diritto si sia snaturato sull’altare del compromesso politico, se solo pensiamo a tutti i binari creati per tipo di reato. Che ne pensa?

Sono parzialmente d’accordo ma il discorso è complesso. Se vogliamo discutere solo di prescrizione, capisco che l’accordo raggiunto possa far alzare il sopracciglio ai giuristi. Anche io sono d’accordo, ad esempio, sul fatto che ogni imputato abbia diritto ad un processo di ragionevole durata. Dopo di che si è scelto di prevedere questi doppi, tripli binari chiaramente frutto di un compromesso politico. Imprescrittibili rimangono solo i reati puniti con l’ergastolo, per altri – come associazione di stampo mafioso, terrorismo, violenza sessuale – non c’è limite al numero di proroghe che però dovranno essere motivate dal giudice, quindi non si tratta di una discrezionalità pura. Tuttavia se noi giudichiamo questa riforma solo dal punto di vista dell’accordo sulla prescrizione commettiamo un grande errore di valutazione. Questa riforma è molto altro e molto di più: mi verrebbe da dire che le altre questioni sono molto più rilevanti.

Quali?

Altri aspetti molto importanti sono rappresentati dal controllo sulla durata delle indagini preliminari e dalla modifica della regola di giudizio per il pubblico ministero e il gup che andrà a ridurre quella differenza così marcata che c’è nel nostro ordinamento, rispetto agli altri con cui ci confrontiamo, relativamente alla percentuale di proscioglimenti. Potremmo così evitare quei rinvii a giudizio che spesso hanno solo carattere esplorativo e che si concludono quindi con un nulla di fatto.

Il suo partito cosa avrebbe voluto che invece non è stato contemplato?

Dal mio punto di vista considero molto più grave che sull’altare del compromesso siano state sacrificate le misure previste dalla Commissione Lattanzi sugli incentivi ai riti alternativi. Noi abbiamo insistito molto fino all’ultimo su questo punto, per ampliare la messa alla prova e ottenere il ripristino dell’archiviazione meritata, strumenti deflattivi utilissimi nell’ottica generale della riforma. Però su questo ci siamo scontrati contro il muro della Lega.

Come completare ora la riforma della giustizia?

Dobbiamo assolutamente concludere l’iter della riforma del Csm e dell’ordinamento giudiziario. E poi riprendere in mano i lavori degli Stati Generali dell’Esecuzione penale per una riforma strutturale del sistema penitenziario.

Commenti 28 Jul 2021 17:52 CEST

Garantire le pari opportunità: la missione politica dell’avvocatura

I comitati istituiti presso tutti gli Ordini territoriali hanno ottenuto al congresso forense, con un documento sottoscritto da 260 delegati, l’impegno dell’Ocf a battersi per il principio di parità

*Tatiana Biagioni, presidente Cpo dell’Ordine degli avvocati di Milano 

Un passo avanti decisivo per il futuro. Sulle pari opportunità e sull’urgenza, quindi, di dare più centralità a tali temi nell’Ocf e nei rapporti tra l’Organismo e i Comitati Pari opportunità (Cpo) dei Coa, i delegati della sessione ulteriore del congresso nazionale forense di Roma hanno accolto, anche se solo come raccomandazione congressuale, una mozione sottoscritta da oltre 260 avvocate e avvocati. Il messaggio è chiaro: l’organismo politico della nostra avvocatura, cioè l’Ocf, deve essere al passo con i cambiamenti culturali e sociali in atto, oltre che con la normativa nazionale e sovranazionale e, non ultimo, con l’agenda Onu 30. Temi che non possono essere i grandi assenti nel dibattito politico-forense.

Ma facciamo un passo indietro: la mozione stabiliva che fra gli scopi dell’azione politica di Ocf venisse inserita la tutela delle pari opportunità e del principio di eguaglianza sostanziale, oltre a prevedere un dialogo con i Comitati in ordine ai deliberati che verranno assunti. La mozione è stata posta all’attenzione dell’ufficio di presidenza e della commissione di verifica con ben 267 firme di delegati e presidenti Coa di tutti gli Ordini d’Italia (il minimo previsto era 50), a riprova di come la tematica sia finalmente nostro patrimonio comune. La mozione, presentata dai Cpo, oltre ad ampliare gli scopi di Ocf voleva costruire, attraverso il dialogo dei Comitati con l’Organismo, un impulso all’applicazione dei principi delle pari opportunità; un confronto che è il manifesto di un nuovo impegno per una avvocatura sempre più rispettosa delle diversità. L’avvocatura, infatti, grazie al supporto dei Cpo può e deve continuare a lavorare con professionalità e competenza per promuovere le pari opportunità al suo interno e al momento stesso contribuire alla crescita dell’Italia in relazione a questi temi, quindi veicolare l’attuazione di questi principi nel nostro paese ed essere da traino per un progresso culturale non più rinviabile. Abbiamo le competenze, la forza, la capacità di affrontare tali tematiche sia dal punto di vista professionale – anche nell’ottica della creazione di nuovi orizzonti lavorativi, pensiamo agli ambiti pluridisciplinari di applicazione del diritto antidiscriminatorio e dell’esercizio della corrispondente tutela – sia dal punto di vista politico e sociale, nella consapevolezza che l’avvocatura può e deve essere da esempio sia per le altre professioni, che per la società.

Proprio in questo momento – nel quale ingenti risorse dovranno essere gestite dal nostro paese anche per la promozione delle pari opportunità – l’avvocatura deve intervenire e vigilare affinché i progetti siano efficaci e garantiscano l’effettivo passo in avanti che da anni attendiamo. Le regole congressuali hanno convertito la mozione statutaria, non affrontabile in sede di sessione ulteriore, in una raccomandazione che comunque costituisce per i Comitati pari opportunità motivo di vanto e soddisfazione, in quanto impulso all’applicazione dei principi delle pari opportunità e al confronto – anche con le singole realtà territoriali – come manifesto di un nuovo impegno per una avvocatura in grado di dare voce concreta al nostro ruolo sociale, avviando un cammino che permetta quello sviluppo nel rispetto delle diversità non più rinviabile. Celebrato il congresso, si ricomincia a lavorare affinché si inserisca definitivamente nello statuto dell’Organismo congressuale forense la promozione della tutela e del rispetto del generale principio di parità e uguaglianza sostanziale.

L’obiettivo, è bene sottolinearlo, è sovraintendere non solo alle questioni legate al genere – che rimane la forma di discriminazione più radicata e diffusa se non altro perché riguarda la maggioranza della nostra popolazione (anche professionale!) – ma anche quelle legate agli altri fattori di rischio: età, giovani e anziani, disabilità (pensiamo alle barriere architettoniche ancora presenti nei nostri palazzi di giustizia che ne rendono difficile se non impossibile l’accesso), orientamento sessuale, appartenenza religiosa, razza ed etnia. L’Organismo congressuale forense conoscerà così attraverso i Cpo realtà territoriali che vivono situazioni estremamente diverse. Ciò permetterà di calibrare politiche attive con attenzione alle differenze presenti all’interno del territorio italiano. Allo stesso modo l’avvocatura, tramite i Comitati, guarderà al suo interno lavorando sul rispetto delle pari opportunità in relazione a tutti i fattori di rischio, costituendo esempio per la società, esempio per tutte le professioni, esempio per il mondo del lavoro, al fine di dare voce concreta al ruolo sociale che riveste.La strada è segnata!

Avvocatura 27 Jul 2021 17:20 CEST

L’avvocatura ricorda Lidia Poët, prima donna d’Italia iscritta all’Albo forense

Oggi la cerimonia di commemorazione a Torino promossa dal Consiglio dell’Ordine territoriale per ricordare l’avvocata piemontese che nel 1883 lottò con caparbietà per accedere alla professione

Quasi tutte le grandi conquiste passano per uno scandalo. Dove per scandalo s’intende lo sconcerto dell’opinione pubblica che sempre accompagna il progresso quando un avvenimento rompe gli schemi incrostati della società. Così fu per Lidia Poët, prima avvocata del Regno d’Italia iscritta all’Albo di Torino nel 1883. Quindi rimossa subito dopo per volontà della Corte d’Appello, e infine riammessa nel 1920 dopo una lunga battaglia.

Quella di Lidia Poët è una storia di straordinaria determinazione. Ma di una caparbietà che trae la sua forza dalla legge e dal diritto. A lei, avvocata piemontese di Traverse, il Consiglio dell’Ordine degli avvocati Torino dedica oggi un cippo commemorativo posizionato nei giardini del Palazzo di Giustizia. Si tratta di un «simbolo per le battaglie di genere» posto a «beneficio dei tanti cittadini che non conoscono questa storia», spiega la presidente dell’Ordine di Torino Simona Grabbi. Che ha portato a termine l’iniziativa del Coa con il favore dell’attuale amministrazione comunale, da «sempre – sottolinea Grabbi – molto sensibile al tema della parità di genere». Il cippo sarà scoperto oggi stesso alla presenza, tra gli altri, della sindaca di Torino, Chiara Appendino, e dei rappresentati dell’Ordine territoriale degli avvocati. A Poët sarà quindi intitolata l’area giochi all’interno dei giardini, per ricordare l’impegno che l’avvocata piemontese profuse nell’ambito del diritto minorile. «Ai colleghi che prestano giuramento – spiega Grabbi – ricordo sempre che questo Consiglio ha dato molte ragioni di orgoglio». «L’avvocato Fulvio Croce, che ha dato la vita in nome della professione, né è l’esempio più fulgido», aggiunge la presidente del Coa di Torino. «Ma questo Consiglio – sottolinea – ha avuto tante altre figure importanti, altre storie da raccontare». Proprio come quella di Lidia Poët, il cui ricordo è ancora oggi importante custodire.

La sua vicenda inizia nel 1881. In quegli anni, inutile a dirsi, Poët è tra le prime donne a laurearsi in giurisprudenza all’Università di Torino con una tesi sulla condizione femminile in Italia e sul diritto di voto per le donne – «una tesi profetica», fa notare Grabbi. Per due anni svolge la pratica forense per abilitarsi alla professione, quindi supera con grande successo l’esame di procuratore legale. La sua richiesta di iscrizione all’Ordine, a quel punto, non avrebbe dovuto stupire nessuno: è conforme alla legge. Che non prevede nessun divieto esplicito per le donne di presentare domanda né di esercitare la professione.

Ma la cultura, quella con cui Poët deve fare i conti, è un altro affare. Il chiacchiericcio si rincorre nei corridoi dei tribunali sabaudi. Soprattutto quando, nel 1883, il Consiglio dell’Ordine degli avvocati accetta la sua iscrizione con otto voti a favore e quattro contrari. A mettersi di traverso, però, è l’allora Procuratore Generale del Re che decide di denunciare questa “anomalia” alla Corte d’Appello. Che quindi provvede a cancellarla dall’Ordine con questa motivazione: «L’avvocheria è un ufficio esercibile soltanto da maschi e nel quale non devono punto immischiarsi le femmine». E infatti, scrivono i giudici, «sarebbe disdicevole e brutto veder le donne discendere nella forense palestra, agitarsi in mezzo allo strepito dei pubblici giudizi, accalorarsi in discussioni che facilmente trasmodano, e nelle quali anche, loro malgrado, potrebbero esser tratte oltre ai limiti che al sesso più gentile si conviene di osservare: costrette talvolta a trattare ex professo argomenti dei quali le buone regole della vita civile interdicono agli stessi uomini di fare motto alla presenza di donne oneste».

Parole che avrebbero scoraggiato chiunque, ma non la tenace Poët che privata del “titolo” continua a svolgere la professione nello studio legale del fratello per i 37 anni successivi alla sua cancellazione dall’Albo. Per tutti gli anni, cioè, che servirono per arrivare alla svolta del 1919 con l’approvazione della legge Sacchi che autorizzava ufficialmente le donne ad entrare nei pubblici uffici. Così, quando nel 1920 Poët – ormai 65enne – può finalmente ripresentare la richiesta di iscrizione all’Ordine degli Avvocati e indossare la toga, quelle parole piene di pregiudizi dei giudici di Torino sembrano ormai lontane.

E lo sembrano ancora più oggi, sottolinea la consigliera del Cnf Daniela Giraudo, ma nondimeno ricordano a tutte le avvocate quale coraggio servì «all’indomita» Poët per non rassegnarsi al destino che gli altri le avevano cucito addosso. Per questo, spiega Giraudo, «sono particolarmente felice che la città di Torino abbia ritenuto di voler riconoscere questo tributo ad una figura molto cara all’Avvocatura piemontese e da sempre celebrata come luminoso esempio». «Ringrazio la Presidente Grabbi che, nonostante i tanti problemi di questi tempi, unitamente al suo Consiglio dell’Ordine è riuscita a farle conseguire questo importante riconoscimento che davvero è il giusto tributo ad una collega a cui tutte noi dobbiamo guardare con ammirazione e riconoscenza», aggiunge Giraudo. Che poi ricorda le parole di un suo collega, il consigliere del Cnf Mario Napoli, «che non ha mai mancato di portarla ad esempio nelle tante occasioni istituzionali della nostra Curia e di restituirne vivo e vivace lo spirito di assoluta modernità».