Giustizia 12 Apr 2021 20:27 CEST

Macché processo, resta la condanna “sociale” imposta dal dio-pm…

L’intervento di Giorgio Spangher, professore emerito di Diritto penale alla Sapienza, a proposito della direttiva Ue sulla presunzione d’innocenza che vieta gli abusi mediatici delle procure

È inevitabile che, in un meccanismo delicato e sofisticato come il processo penale italiano, reso ulteriormente complesso da un sistema di diritto penale stratificatosi nel tempo che è chiamato a integrarlo in molti dei presupposti di alcuni suoi istituti e percorsi, lo spostamento di alcuni “mattoncini” dell’edificio determinino squilibri e scompensi. Il tutto, naturalmente, è amplificato dalle dinamiche che tutto ciò può determinare sui poteri delle parti e dei soggetti processuali che le varie previsioni sono chiamate ad applicare, con ulteriori ricadute di sistema.

Il potere, perché di potere si tratta, dentro il processo non è infinito: la dilatazione dei poteri di una parte restringe e ridimensiona quelli dell’altra, nel nuovo equilibrio che si determina. Sono state più volte scandagliate le implicazioni di sistema delle sentenze del 1992 e 1994 della Corte costituzionale e le implicazioni della riforma costituzionale dell’articolo 111 della Costituzione e della legge n. 63 del 2001. Sono state a più riprese valutate le ricadute dell’evoluzione giurisprudenziale nella dinamica dei rapporti tra indagini preliminari e dibattimento. Si sono già affrontate le tematiche della dinamica dei rapporti tra pubblici ministeri e giudici delle indagini preliminari nella considerazione degli esiti delle richieste degli uni e della determinazione degli altri, anche a prescindere da possibili patologie, in linea astratta irrilevanti. Sono già state considerate, pur nell’alterato equilibrio, i rapporti tra indagini “preliminari”, esercizio dell’azione penale, controllo-filtro dell’udienza preliminare e dibattimento. Sono già state a più riprese evidenziate le espansioni mediatiche delle indagini preliminari, non corrette dalla natura dell’iscrizione nel registro di reato della notizia criminosa del soggetto indagato e dell’informazione di garanzia, nonché della misura cautelare e del successivo interrogatorio, tutti connotati dall’indicazione di garanzia che li caratterizza. Si sono a più riprese richiamate le previsioni costituzionali in tema di presunzione di non colpevolezza fino alla sentenza irrevocabile.

In questo contesto, alcuni recenti episodi, anche clamorosi, hanno evidenziato ulteriori risvolti del rapporto tra indagini preliminari, esercizio dell’azione penale in relazione alla fase e alle fasi del giudizio. Non si tratta di considerazioni inedite ma che, pur tuttavia, nella misura in cui trascendono da riflessioni astratte meritano di essere considerate, anche nella loro prospettazione dogmatica e di sistema. Ora, controllata o no che sia da un giudice, richiesto di un provvedimento (proroga delle indagini, misura cautelare, intercettazione), il pubblico ministero sviluppa per un tempo alquanto ampio con pienezza di poteri di indagine, unitamente alla polizia giudiziaria il fondamento dell’ipotesi investigativa da lui formulata, la consolida con l’attività probatoria irripetibile o dotata comunque di una “resistenza” e la cristallizza dapprima in una preimputazione (art. 415 bis c.p.p.) e poi nell’imputazione (art. 416 c.p.p.).Si tratta di un fatto di rilevanza giuridica, in quanto prospettata da un organo avente ruolo e status significativo connesso al suo ruolo, che – prescindendo da altri elementi – è considerato muoversi nella dimensione della parte, ma pur sempre connotato, nella sua configurazione istituzionale, come organo condizionato dal principio di legalità, dal rispetto delle leggi che lo riguardano, ancorché nell’interpretazione che del suo egli intenda essere destinatario. È indubitabile che l’orizzonte nel quale si sviluppa questa attività nella prospettiva di chi la compie abbia precisi significati e fondamenti e che questa prospettazione sia destinata ad incidere nel convincimento di quanti ne vengano a conoscenza. Si consideri che la prospettazione accusatoria è supportata – come detto – dalla raccolta di materiale probatorio di supporto, selezionato e coordinato in quella prospettiva.

Questi elementi potranno essere certamente superati, modificati, attenuati o esclusi nei successivi sviluppi processuali dibattimentali, dalle decisione intermedie e da quelle definitive, ma non potranno essere cancellati o obliterati, essendosi medio tempore stratificati e comunque essendo escluso il loro assoluto superamento. Peraltro, sino a questi momenti la loro presenza giuridica processuale, nei riferiti termini, permane. Quanto detto consente di capire meglio alcuni scontri in atto tra Procura della Repubblica e organi giudicanti, soltanto silenziati nel reciproco formale riconoscimento delle rispettive funzioni.È sempre successo che, a fronte di un esito processuale non in linea con l’ipotesi accusatoria, la Procura abbia evidenziato, ricorrendo le condizioni (prescrizione del reato oppure operatività dell’art. 530, comma 2, c.p.p.), che l’ipotesi accusatoria non era stata smentita. Restava sullo sfondo il dato “storico” della vicenda processuale (si pensi al processo Andreotti, in via esemplificativa). L’accentuarsi delle ipotesi di contrapposti esiti processuali ha rafforzato alcune questioni del ruolo delle indagini preliminari rimaste sotto traccia.Se in termini, un po’ brutali, a fronte di un pieno proscioglimento in primo grado per non aver commesso il fatto, si è affermato che – essendo passato un arco temporale molto lungo – comunque l’imputato era stato “sfregiato”, in termini più meditati si è parlato, anche con riferimento a risultati delle indagini ancora in corso, di diffusione di atti parziali selezionati, di investigazione preliminare della polizia giudiziaria e del pubblico ministero, non ancora sottoposti a verifica dibattimentale, alla distinzione tra “verità storicizzata” e “verità processuale” in qualche modo attribuendo alla prima una sorta di “primazia” o comunque di un dato che va accreditato come “verità”, a prescindere dal futuro processo che, governato da sue regole, le seleziona in funzione dell’accertamento della sola responsabilità penale.

Il dato si ricollega all’atteggiamento conseguente comunque all’accertamento e alla prospettazione di un soggetto facente parte, per quanto in una prospettiva unilaterale, pur sempre, dell’autorità giudiziaria.Ancora, da ultimo, si è riconosciuto, con qualche accento critico, che con la chiusura delle indagini, ma si direbbe ancor prima durante il loro svolgimento, il p.m. “abbia una storia da narrare” in termini compiuti, e che il processo su questa tela tracciata dall’accusa abbia una cadenza frammentata sino alla sintesi decisoria che comunque non potrà rimuovere e cancellare quella narrazione. Tutto ciò ha indotto e induce ad affermare la presenza di una forte “presunzione sociale della colpevolezza e della responsabilità” durante una lunga parte dello scorrere processuale, che se vede alcune Procure contestare, come detto, con sempre più forza e atteggiamento dialettico, gli esiti alternativi del giudizio, superando quegli atteggiamenti cui si è fatto cenno, vede altri trincerandosi dietro la solidità delle proprie posizioni, coperte dalla ritenuta neutralità dell’obbligatorietà dell’azione penale, e altri ancora soddisfatti del loro lavoro, e altri imputare a vario titolo e ragione la diversa valutazione alla quale il processo è pervenuto.

Al di là delle tensioni negli uffici giudiziari e la difficoltà per la società di comprendere i contrastanti esiti della singola vicenda giudiziaria e dello sconcerto della divaricazione di organi chiamati ad applicare la legge, resta comunque non rimossa la sedimentazione del narrato accusatorio, di una possibile verità storicizzata e di una presunzione sociale di colpevolezza.

Avvocatura 12 Apr 2021 17:42 CEST

Misure a favore degli avvocati, ecco gli emendamenti chiesti dal Cnf

Le proposte di emendamento al decreto Sostegni della presidente del Cnf Masi

Con la presentazione degli emendamenti al Decreto Legge Sostegni (D.L. 41/2021), si è aperta una finestra di opportunità per inserire misure di interesse per il mondo dei professionisti. Ieri sono scaduti i termini per il deposito degli emendamenti presso le commissioni riunite 5ª (Bilancio) e 6ª (Finanze e tesoro) del Senato, e spetterà di fatto ai 2 relatori, ossia il senatore Manca (per la 5ª commissione), e la senatrice Toffanin (per la 6ª commissione), decidere quali proporre ai propri colleghi, in vista del voto delle 2 commissioni, che avverrà in sede unica e referente, presumibilmente nei prossimi giorni, visto che il decreto legge scade il 21 maggio 2021, e che ci deve essere un passaggio in aula in Senato, e poi altre due letture, prima alla Camera dei Deputati, ed una seconda, di pura ratifica, di nuovo al Senato.

 

Non è quindi un caso che ieri la presidenza del Cnf abbia inviato ai membri delle due commissioni del Senato la proposta di 3 emendamenti. Questo contributo del Cnf ai lavori parlamentari è stato spiegato ieri da un comunicato stampa, in cui la presidente facente funzioni del Cnf, Avvocata Maria Masi ha dichiarato: “Non è più prorogabile l’adozione di misure a sostegno delle avvocate e degli avvocati italiani, professionisti che hanno continuato a svolgere il proprio lavoro nelle condizioni consentite, non di rado mettendo a rischio la propria salute e la propria sicurezza personale per continuare a garantire il diritto di difesa di ogni persona. Per questo abbiamo chiesto in Senato la presentazione e l’approvazione di alcuni emendamenti che alleggerirebbero la pressione fiscale sugli avvocati, considerato che le vicende di carattere eccezionale ed emergenziale continueranno a incidere in maniera rilevante anche sul periodo d’imposta 2021”.

 

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Gli emendamenti proposti dal Cnf riguardano la disapplicazione, per quest’anno, degli Isa, gli Indici Sintetici di Affidabilità fiscale; la compensazione dei debiti fiscali con i crediti per spese, diritti e onorari spettanti agli avvocati ammessi al patrocinio a spese dello Stato, senza alcun limite di carattere finanziario e temporale; l’estensione di un ulteriore mese, fino al 30 giugno, della disapplicazione della ritenuta d’acconto per i contribuenti, senza dipendenti, e con ricavi non superiori a 400.000 euro nel periodo di imposta 2019 e la sospensione dei versamenti da autoliquidazione che scadono nei mesi di aprile, maggio e giugno 2021.Si tratta di proposte analoghe a quelle presentate dai Consigli nazionali di altre professioni, come ammette la senatrice Fiammetta Modena, di Forza Italia, componente delle commissioni Bilancio e Giustizia.

 

La sen. Modena non ha nascosto a Il Dubbio il suo ottimismo relativamente alla possibilità che questi emendamenti siano approvati, e ritiene ragionevole che la misura della compensazione tra imposte e compensi derivanti dal patrocino a spese dello Stato possa essere recepita, tanto più che vi è stato un precedente con la legge di bilancio per il 2016. Gli emendamenti proposti dal Cnf potrebbero trasformarsi in artt. 6-bis, 6-ter, 6-quater, del D.L. 41/2021.Il primo emendamento (art. 6-bis) è intitolato “Compensazione dei debiti fiscali con i crediti sorti ai sensi degli articoli 82 e seguenti del decreto del Presidente della Repubblica 30 maggio 2002, n. 115”, e prevede l’emanazione di un DM dell’Economia con le modalità con cui permettere, durante l’emergenza epidemiologica da Covid-19, la compensazione, prevista dall’art. 1, comma 778, della legge 208/2015 (in quel caso nel limite di un budget annuo di 10 milioni di euro), in deroga a quanto previsto dagli artt. 4 e 5 del DM Economia 15 luglio 2016, e senza alcun limite di carattere finanziario e temporale.

 

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Il secondo emendamento (art. 6-ter) è intitolato “Disapplicazione degli Indici sintetici di affidabilità fiscale”, stabilisce semplicemente che per il periodo di imposta 2021 non si applicano ai professionisti iscritti in Albi, elenchi e registri gli ISA, previsti dall’art. 9-bis del D.L. 50/2017, convertito dalla legge 96/2017.Il terzo emendamento (art. 6-quater) è quello più lungo, e ha per titolo “Misure fiscali e altre agevolazioni a sostegno dei professionisti”.

Politica 9 Apr 2021 19:53 CEST

Morra e i giornali lanciano la crociata contro i “furbetti” del vaccino

Il presidente dell’antimafia chiede l’elenco dei vaccinati, quelli che in un modo o nell’altro sono riusciti ad aggirare la fila e anticipare la somministrazione

L’ultima versione dell’untore 2.0 sono “i furbetti”, cioè tutti quelli che in un modo o nell’altro sono riusciti ad aggirare la fila e anticipare la vaccinazione. Sbattuti in prima pagina. Colpiti da avviso di garanzia, come è successo a Biella. Il presidente dell’Antimafia Nicola Morra vuole addirittura l’elenco dei vaccinati nelle Regioni dove la voce “Altri”, quella nella quale si anniderebbero i paraventi di turno, è più folta. Non è una novità assoluta. Un tempo, nelle guerre vere, campagne del genere prendevano di mira “gli speculatori” e “i sabotatori”.

In questa pandemia l’ingrata parte è toccata ai giovinastri festaioli, poi agli incauti “negazionisti” spesso colpevoli di non tenere alta la mascherina in un viale semideserto.Sia chiaro: “i furbetti” ci sono davvero, in tutto il mondo e in Italia, come da tradizione, forse più che altrove. Il presidente Draghi ha fatto benissimo a denunciarne l’esistenza e fa anche meglio a cercare di rimettere in ordine un piano vaccinazione caotico e dunque esposto a ogni “furbata”. Ma la faccenda va vista nelle sue reali dimensioni e nella sua parabola, per evitare la solita campagna persecutoria, l’ennesima versione del “dagli all’untore”. I succitati “Altri” sono in effetti tanti: 2 mln e 300mila vaccinati che non rientrano nelle categorie considerate prioritarie nella vaccinazione. Ma in questa massa rientrano anche quelli che pur non essendo over 80 dovevano essere vaccinati appena possibile comunque, come gli over 70 e le persone particolarmente fragili. È anche vero che alcune Regioni hanno considerato in modo a dir poco molto estensivo i cosiddetti “servizi essenziali”, ma questa è una responsabilità delle Regioni non di chi, facendo parte di quelle categorie, si è legittimamente vaccinato.

Ma soprattutto all’origine del caos, con relativi abusi a volte consapevoli ma spesso no, c’è l’errore commesso all’inizio su AstraZeneca. Conviene ricordare che in un primo momento il vaccino era stato vietato agli over 55: insomma era a disposizione solo di quelle fasce d’età più giovani che figurano oggi escluse da quelle alle quali “lo si consiglia”, secondo la grottesca formula in voga da qualche giorno, cioè agli over 65. Ci sono volute settimane prima che il Consiglio superiore di Sanità e il ministero della Salute alzassero il limite d’età ma solo fino ai 65 anni, dunque ancora con esclusione delle fasce di età più a rischio. Infine, l’8 marzo scorso, più o meno un mese fa, è arrivata la circolare che permetteva a tutti di vaccinarsi con AstraZeneca.Il problema è che l’Italia, avendo l’Unione europea comprato soprattutto quei vaccini in nome del risparmio, si è trovata con una quantità di fiale, pur se inferiore alle attese, che non potevano essere usate per mettere al riparo chi ne aveva più bisogno. Il limite di età ha anche impedito di impostare il piano vaccinale come logica avrebbe comandato, cioè dando la priorità alle fasce d’età più a rischio, alle persone più fragili e certo anche ai servizi essenziali, intesi però con qualche rigore e non estensivamente, limitati cioè ai soggetti effettivamente a rischio.

Non essendo possibile affidarsi alla logica, e anzi al semplice buon senso, la vaccinazione ha dovuto puntare sulle “categorie più a rischio”, formula opaca sia perché non indicava con chiarezza rigida di quali categorie si trattasse ma soprattutto perché non operava distinzioni all’interno delle medesime categorie. Compito peraltro tutt’altro che semplice, la casistica essendo in questi casi spesso individuale. Draghi ha citato nella sua conferenza stampa gli psicologi solo per sentirsi rispondere da un furioso presidente dell’Ordine David Lazzari che gli psicologi non stanno affatto chiusi nei loro studi ma operano spesso a stretto contatto con le persone e dunque andavano considerati effettivamente “categoria a rischio”.

Non significa che il caos istituzionale italiano non ci abbia messo del suo. La follia del Titolo V della Costituzione, la peggior riforma costituzionale che si potesse immaginare in termini di efficienza e operatività, ha ovviamente colpito. Ogni Regione si è mossa in disordine sparso. Le pressioni della categorie ci sono state eccome. Ma a spalancare i cancelli è stato quell’errore iniziale. Forse era inevitabile. Non si tratta di sostituire un capro espiatorio con un altro. Correggere le storture derivate da quell’errore è davvero fondamentale e urgente. Però evitando di inventarsi qualche colpevole da additare al pubblico ludibrio o alle corti di giustizia.

Avvocatura 8 Apr 2021 18:59 CEST

Addio alla flat tax per le partite Iva? No del Cnf. E l’Aiga: «Assurdo, si va in piazza»

L’ipotesi di eliminare (anche per i professionisti) l’aliquota unica del 15% avanzata alla Camera dal direttore delle Finanze. «Eppure il regime forfettario ha funzionato», obietta Pardi, coordinatore della commissione Diritto tributario dell’istituzione forense. De Angelis, presidente dei giovani avvocati: «Com’è possibile pensare di aumentare le tasse in un momento così difficile? Siamo pronti a mobilitarci con gli altri autonomi»

Il sospetto che la stagione dei “sostegni” stia per terminare, e che una nuova stagione di “prelievi” stia per cominciare sorge spontaneo guardando il video registrato il 26 marzo scorso presso la commissione Finanze della Camera dei Deputati, nell’ambito dell’indagine conoscitiva sulla riforma dell’Irpef e di altri aspetti del sistema tributario italiano.

Ascoltando il primo intervento, quello della direttrice del dipartimento delle Finanze del Mef, Fabrizia Lapecorella, si apprende che primaria funzione del sistema fiscale è quella ridistributiva, che dipende dalla progressività delle imposte e dall’aliquota media, e che la performance dell’Italia su questo fronte è inferiore a quella di altri paesi. Dopo aver richiamato la possibilità che un aumento delle aliquote potrebbe determinare in effetti una minore disponibilità a lavorare, in particolare per le donne, e illustrate le scelte relativamente all’impostazione del sistema fiscale, quale l’assoggettamento di tutte le fonti di reddito a un unico sistema di aliquote, oppure la previsione di tassazioni diverse a seconda del tipo di reddito, come è attualmente, Lapecorella ha evidenziato come diversi sistemi fiscali agevolativi, come la cedolare secca del 20%, pur essendo utili per far emergere attività sommerse, abbiano un modesto impatto sul gettito, essendo i guadagni derivanti dall’emersione del nero compensati dal minor gettito proveniente dai contribuenti più ricchi, a cui si sarebbero potuto applicare aliquote più alte.

Si arriva così al minuto 26.30 del video, in cui la direttrice del dipartimento Finanze del ministero dell’Economia affronta il tema dei regimi forfettari, ossia la cosiddetta flat tax per le partite Iva (inclusi i professionisti), cominciando con il segnalare che nel 2018 circa un milione di contribuenti ne ha usufruito, per un reddito di 10 miliardi di euro, che ha determinato un gettito Irpef di circa un miliardo, e concludendo che tale regime è sostanzialmente iniquo, pur dovendone essere riconosciuta l’utilità sul piano della semplificazione degli adempimenti. Lapecorella suggerisce di limitare tale regime agevolato solo a coloro che iniziano un’attività, o che hanno redditi modesti, applicandovi però l’aliquota Irpef base, ossia il 23%, e non più l’attuale aliquota del 15% (minuto 29 del video). La dichiarazione della responsabile del dipartimento Finanze non è passata inosservata: per Antonio De Angelis, presidente dell’Aiga (Associazione italiana giovani avvocati) è «assurdo pensare di aumentare le tasse in un momento come questo», visto che, aggiunge, «il regime forfettario ha consentito a molte partite Iva, e in particolare ai più giovani, di sopravvivere in un momento così difficile». Per questa ragione, il presidente dell’Aiga è pronto a «scendere in piazza, coinvolgendo tutte le piccole partite iva, fortemente pregiudicate da una simile previsione», qualora l’idea del Mef dovesse diventare realtà.

Anche per il Cnf il regime forfettario non dovrebbe essere toccato, come sottolinea Arturo Pardi, coordinatore della commissione Diritto tributario dell’istituzione forense: «Questo regime forfettario ha funzionato, e quindi dovrebbe essere mantenuto, e anzi, con la riforma sarebbe opportuno ridurre le aliquote Irpef medio-alte, compensando eventualmente tale riduzione con uno sfoltimento di detrazioni e deduzioni. Nuovo gettito potrebbe essere poi ottenuto sia mediante un approccio più flessibile da parte del fisco nei confronti dei contribuenti, sia coordinando meglio la normativa tributaria con quella penale relativa ai reati fiscali, mediante meccanismi di incentivazione che possano stimolare il pagamento anche parziale e rateizzato di quanto contestato dall’autorità fiscale».

Intervista 7 Apr 2021 21:55 CEST

«Ai giornalisti dico, libertà di stampa non è libertà di gogna»

Caso intercettazioni a Trapani, parla il costituzionalista Giovanni Guzzetta, Ordinario di Istituzioni di Diritto Pubblico all’Università di Roma Tor Vergata

Riflettendo con il costituzionalista Giovanni Guzzetta, Ordinario di Istituzioni di Diritto Pubblico presso l’Università di Roma Tor Vergata, potremmo dire che la mia libertà di stampa finisce dove inizia la tua dignità di indagato. Lo spunto ci viene ancora dallo scandalo dei giornalisti intercettati dalla Procura di Trapani.

Tanto scandalo, giustamente, per i giornalisti intercettati. Nulla quando ad esserlo sono gli avvocati che discutono con i loro assistiti.

In Italia siamo abituati a fare discorsi molto ideologici. La questione in realtà è molto complessa e delicata in quanto non esistono diritti e pretese da tutelare in modo assoluto. Tutta la giurisprudenza, sia quella interna – Cassazione e Corte Costituzionale – , che quella sovranazionale  – Cedu e Corte di Giustizia – , sottolinea sempre il fatto che in queste materie è necessario un bilanciamento tra interessi.

Quali sono gli interessi in gioco?

C’è quello del giornalista al diritto di cronaca; quello dello Stato alla repressione dei reati, soprattutto di quelli gravi da cui deriva un forte interesse pubblico al loro contrasto; poi quello soggettivo alla riservatezza sia di coloro che sono interessati dall’attività giornalistica sia degli avvocati. Pertanto stracciarci le vesti in astratto rappresenta un esercizio ideologico.

In concreto, invece, cosa possiamo dire?

Spero che questa vicenda, i cui dettagli non sono ancora totalmente chiariti tanto è vero che è in corso un’ispezione da parte del Ministero della Giustizia,  possa costituire l’occasione per una riflessione meglio articolata più che per una reazione corporativa.

Professore mi aiuti a capire: l’articolo 103 quinto comma del cpp vieta l’intercettazione tra avvocato e cliente. Non esiste una norma così chiara per i giornalisti.

Per i giornalisti non esiste una disposizione in tal senso, per gli avvocati sì. Tuttavia la Cassazione ha messo in evidenza come anche nelle conversazioni tra avvocati e assistiti ciò che si tutela è il rapporto professionale con il cliente: in questo caso la registrazione dell’intercettazione andrebbe interrotta.  Mentre se i due discutono di qualcosa che esce dal perimetro di quel rapporto  e  quindi l’avvocato non sta svolgendo più il suo ruolo l’intercettazione sarebbe lecita. La stessa cosa vale per i giornalisti: pur non essendoci una disposizione specifica, esiste però una disciplina della tutela della fonte, ribadita da una sentenza della Cedu del 6 ottobre 2020 ‘Jecker contro Svizzera’. La Corte ha ribadito la fondamentale necessità di tutelare le fonti ma ha anche precisato che persino in quel caso, se sussistono degli interessi pubblici straordinariamente importanti e purché sia motivato, il divieto posto a tutela della segretezza della fonte può essere superato.

Quindi il discorso è molto articolato.

Certo e riguarda più soggetti. La disciplina delle intercettazioni nel nostro Paese è estremamente invasiva ed è stato fatta oggetto di numerose modifiche. La mia sensazione è che non abbiamo ancora raggiunto un equilibrio adeguato. Ci sono poi tutta una serie di problemi connessi, come l’utilizzazione dell’intercettazione per l’individuazione di reati diversi da quelli per la quale l’intercettazione era stata autorizzata.

Aggiungo un altro problema: la pubblicazione delle intercettazioni sulla stampa, spesso prive di valore probatorio, aiutano a costruire il ‘mostro’ da prima pagina.

Certamente la libertà di stampa è una delle più antiche e più importanti. Nello stesso tempo però essa non è assoluta e bisogna che accettiamo questo concetto. La libertà di stampa deve essere contemperata con altri interessi: il codice di procedura penale all’articolo 114 vieta la pubblicazione degli atti coperti da segreto.

C’è anche l’articolo 684 del codice penale “Pubblicazione arbitraria di atti di un procedimento penale”.

Esatto. Il problema è che le sanzioni sono molte blande. Non escludo che ci siano stati dei casi in cui l’ammenda sia stata pagata e la notizia comunque pubblicata. Forse dovremmo sviluppare una sensibilità maggiore nei confronti dei limiti alla libertà di stampa nel suo proprio interesse.

In che senso?

Se la libertà di stampa diventa libertà di gogna prima o poi la categoria dei giornalisti subirà una reazione da parte dell’opinione pubblica.

Su questo sono pessimista. E mi chiedo se siamo noi ad alimentare questo circo mediatico o è l’opinione pubblica che ci chiede di rafforzare un certo voyeurismo colpevolista.

Probabilmente entrambi i fattori alimentano il fenomeno. Attenzione però: non dimentichiamo un’altra componente del complicato puzzle, ossia i settori della magistratura in cerca di pubblicità.

Ultimamente è stato proprio il Ministro Cartabia a porre l’accento sul riserbo delle indagini preliminari per tutelare il principio di innocenza. Quindi il problema esiste ed è serio.

Il problema è talmente evidente che noi nei fatti viviamo costantemente una elusione del principio della presunzione di non colpevolezza. La sanzione penale non è l’unica che un soggetto possa subire: c’è anche quella reputazionale e sociale.

L’altro giorno l’ex magistrato Nello Rossi mi ha detto «ho partecipato a conferenze stampa, che ritengo siano fondamentali in presenza di misure cautelari, per spiegare le ragioni di tali provvedimenti».

Credo che la magistratura possa spiegare la propria attività attraverso gli atti, senza una interlocuzione diretta con l’opinione pubblica. I giornalisti poi hanno tutto il diritto e dovere di dare le informazioni nei limiti dell’ordinamento, spesso superati in mancanza di adeguate sanzioni e imputazioni di responsabilità.

Questo perché accade?

A causa di questa ideologia assolutizzata del diritto di cronaca che dal punto di vista costituzionale non è corretta. Questo diritto, come quello di manifestare il  pensiero, subisce dei limiti nell’ordinamento. Non esistono diritti assoluti se non in qualche rarissimo caso, come la libertà d’arte. I diritti incontrano dei limiti: il problema non è di stabilire questi ultimi ma di renderli cogenti nell’interesse di tutti, altrimenti si passa dall’ordinamento al far west.

Giustizia 5 Apr 2021 18:23 CEST

Intercettazioni, anche quattro avvocati tra le persone “spiate” dalla procura di Trapani

Polemiche dopo le intercettazioni a carico dei giornalisti nell’ambito dell’inchiesta sulle Ong che operano nel Mediterraneo. Ora la ministra Cartabia vuole vederci chiaro

Non solo i giornalisti, ma anche quattro avvocati, ascoltati dalle spie della procura di Trapani nello svolgimento della propria attività professionale. È quanto emerge dagli atti dell’inchiesta sulle ong, finita nella bufera a seguito dello scoop del quotidiano Domani sulle conversazioni di diversi giornalisti spiati dagli inquirenti mentre discutevano con le proprie fonti sui flussi migratori sulla rotta Libia-Italia.

Intercettazioni effettuate e trascritte nonostante giornalisti ed avvocati coinvolti non risultassero iscritti nel registro degli indagati. Le conversazioni sono state registrate nell’ambito di un’indagine avviata dalla procura siciliana nel 2016, con lo scopo di fare luce sull’attività delle ong attive in mare per soccorrere i naufraghi che cercavano di raggiungere le coste europee. Un’inchiesta, hanno evidenziato Maurizio Acerbo, segretario nazionale di Rifondazione Comunista e Stefano Galieni, responsabile immigrazione Prc-S.E, «partita su Servizio Centrale Operativo», alle dipendenze del ministero dell’Interno, allora guidato da Marco Minniti. Si tratta di circa 30mila pagine – 100 cd contenenti intercettazioni telefoni, 300 di ambientali – depositate con l’avviso di conclusione delle indagini che portarono al sequestro della nave Iuventa, della Ong tedesca Jugend Rettet, accusata di concordare i soccorsi con i trafficanti. I

cronisti, come la giornalista di inchiesta Nancy Porsia, ascoltata anche al telefono con la propria avvocata, Alessandra Ballerini, sarebbero stati ascoltati per mesi e agli atti dell’inchiesta risulta anche la trascrizione di brani di colloqui relativi alle indagini su Giulio Regeni, la cui famiglia è rappresentata sempre dall’avvocata Ballerini. Ma tra le persone intercettate dalla polizia giudiziaria ci sono anche quattro avvocati – oltre Ballerini si tratta di Michele Calantropo, Fulvio Vassallo Paleologo e Serena Romano -, ascoltati dagli uomini in divisa mentre discutevano con i propri clienti di strategie difensive. E ciò nonostante quanto previsto dall’articolo 103 del codice di procedura penale, che al comma 5 vieta l’intercettazione relativa a conversazioni o comunicazioni dei difensori. Secondo la norma, tali conversazioni sono inutilizzabili e il loro contenuto non può essere trascritto, neanche sommariamente. Ciononostante, però, in quelle 30mila pagine compare anche l’attività degli avvocati, spiata senza che alcuno dei professionisti risultasse indagato. Sul punto il procuratore reggente di Trapani Maurizio Agnello ha garantito che le telefonate non verranno utilizzate. «Sia io che le colleghe (le sostitute Brunella Sardoni e Giulia Mucaria, ndr) – siamo arrivati a Trapani due anni dopo che quelle intercettazioni erano state effettuate. Posso solo dire che non fanno parte dell’informativa sulla base della quale chiederemo il processo e che dunque non possono essere oggetto di alcun approfondimento giudiziario. Non conosco quelle intercettazioni che naturalmente abbiamo dovuto depositare ma che non useremo».

Il bubbone è però ormai scoppiato. E la ministra della Giustizia, Marta Cartabia, ora vuole vederci chiaro. È per questo motivo, dunque, che ha deciso di avviare accertamenti sulla procura di Trapani, scelta che potrebbe portare, in futuro, anche all’invio degli ispettori. Attualmente, però, si tratta di una verifica preliminare, successiva alle richieste avanzate dai parlamentari Nicola Fratoianni di Sinistra Italiana e Erasmo Palazzotto di Leu, che avevano annunciato la presentazione di interrogazioni sulla vicenda. E lo stesso aveva fatto il Pd, che ha chiesto chiarimenti attraverso un’interrogazione a firma di Stefano Ceccanti e altri 23 deputati dem, con la quale hanno chiesto un’ispezione alla procura di Trapani per verificare «lo scrupoloso rispetto di importanti principi costituzionali». Bazzecole, per Fratelli d’Italia, secondo cui l’inchiesta avvalorerebbe la tesi delle destre su accordi criminali tra volontari e trafficanti, tutti d’accordo per far arrivare in Italia migliaia di migranti. «Gli inquirenti siano lasciati liberi di svolgere il loro dovere senza alcun genere di intromissione e pressione eversiva», ha commentato il Questore della Camera e membro della commissione Affari Esteri Edmondo Cirielli, di Fratelli d’Italia. Che punta il dito contro Cartabia e il suo «attivismo»: «Invece di tutelare il lavoro investigativo dei magistrati e di condannare il modus operandi delle Ong, ha disposto accertamenti proprio sulle investigazioni della Procura di Trapani nel silenzio assordante del Csm», ha affermato. È invece «gravissimo quanto accaduto sulle intercettazioni dei giornalisti che si occupavano delle Ong», secondo il sottosegretario agli Esteri, Benedetto Della Vedova, di Più Europa. «L’inchiesta interna disposta dal ministro Cartabia è doverosa per una ragione molto precisa: abbiamo un sistema di garanzie e di diritti che non può essere messo in discussione. La libertà di stampa e l’uso delle fonti non possono essere messi in discussione». Mentre Riccardo Magi, deputato di +Europa Radicali, ha chiesto l’istituzione di una commissione parlamentare d’inchiesta sull’attuazione degli accordi Italia-Libia.

Secondo la ong umanitaria Mediterranea Saving Humans, «uno degli obiettivi delle diverse iniziative giudiziarie partite contro le attività umanitarie sembra essere quello di colpire chiunque sia impegnato, a vario titolo, nella ricerca della verità e nella pratica della solidarietà sulle violazioni dei diritti fondamentali in Libia e nel mar Mediterraneo». Un fatto non nuovo, dal momento che «anche negli atti dell’accusa, promossa dalla Procura della Repubblica di Ragusa, contro l’intervento di soccorso effettuato dalla nave Mare Jonio nel caso Maersk Etienne, vengono trascritte e utilizzate indebitamente intercettazioni telefoniche su utenze degli indagati di conversazioni telefoniche, professionali e confidenziali, con giornalisti e avvocati di fiducia», ha fatto sapere l’ong.

Esteri 5 Apr 2021 18:04 CEST

La lezione inglese di Boris Johnson: in due mesi “contagi zero”. E l’Italia di Draghi sta a guardare

La campagna di vaccinazione in Gran Bretagna sta funzionando alla grande: chi l’avrebbe mai detto che a 12 mesi di distanza il governo inglese sarebbe stato il primo ad aver quasi domato il virus

Appena un anno fa combatteva contro il Covid in un reparto di terapia intensiva di un ospedale londinese. Fisicamente malconcio e politicamente al lumicino, con la gran parte dei media e dell’opinione pubblica che chiedeva a gran voce la sua testa per la gestione sciagurata della pandemia. I boomaker, che difficilmente si sbagliano, prevedevano che entro gennaio avrebbe sloggioato da Downing street. Si sbagliavano.

Chi l’avrebbe mai detto che a 12 mesi di distanza il governo di Boris Johnson sarebbe stato il primo ad aver quasi domato il virus. Mentre l’’Europa di Draghi, Merkel, Macron, delle frugali e virtuose nazioni nordiche è sferzata dal morbo con centinaia di vittime quotidiane, la Gran Bretagna ieri registrava meno di dieci decessi. Circa tremila i contagi con un curva che nelle ultime settimane sta scendendo giù in picchiata. La campagna di vaccinazione con il siero AstraZeneca avviata lo scorso dicembre (primo Paese in Europa) sta dunque funzionando alla grande: oltre trenta milioni di britannici hanno già ricevuto la prima dose, cinque milioni anche la seconda. Sono tutti over 60, il che spiega la caduta verticale del numero di morti e l’ottimismo che finalmente aleggia oltremanica. E ora Johnson può tranquillamente annunciare riaperture progressive, allentare la vite delle zone rosse e ridare ossigeno all’economia. Una vittoria clamorosa per chi ha attraversato “l’ora più buia” tra il dileggio generale, sbeffeggiato dalle cancellerie europee e assediato in patria.

Proprio come il suo modello Winston Churchill, uno che ha vissuto di mirabili ascese e clamorose cadute, dato per finito decine di volte e poi eroico salvatore della patria, trionfatore nell’ostinata e solitaria resistenza alla Germania di Hitler.Se la storia è una trama di destini incrociati e di vite parallele, la parabola di Boris si intreccia indissolubilmente con quella del suo più nobile antenato politico. Con il quale, oltre al carattere testardo e al senso dell’umorismo, ha sempre pensato (o voluto pensare) di avere una specie di simbiosi politica come scriveva alcuni anni in The Churchill factor -How one man made history, la brillante biografia che ha consacrato proprio al suo mito. Le analogie tra i due personaggi in effetti non sono poche e quando Johnson scrive di Churchill sembra quasi che voglia ritrovare se stesso dietro lo specchio della Storia. Che per Boris non è solamente un accumulo deterministico di cause strutturali, ma può subire improvvisi ribaltamenti grazie alle intuizioni e all’agire di una singola personalità, convinto che alcuni individui dotati di un carisma superiore ne possano modificare il corso Navigando allegramente sulle contraddizioni, conservatore nelle idee «ma liberale nel sentire», edonista irascibile, ma attento ai problemi sociali, autarchico e cosmopolita, ipocondriaco e depresso ma con una forza leonina che lo fa rialzare in piedi ogni volta, anche lui giornalista in gioventù e scrittore ipertrofico. Una personalità ingombrante, affascinante e sgradevole con cui giunge a un’identificazione quasi morbosa.

Sempre in chiave polemica con il presente e il politically correct che così tanto detesta: «Oggi Churchill sarebbe considerato un sessista, imperialista e affarista, c’è da dubitare sul fatto che qualcuno potrebbe assegnare ad una personalità così singolare ed eccentrica un qualunque incarico pubblico». Anche Johnson è considerato dai suoi tanti detrattori come un politico sui generis, un demagogo umorale ed egocentrico, poco incline al ricamo diplomatico e sempre sull’orlo di commettere disastrose gaffe. Nel lungo negoziato per la Brexit si è dimostrato un autentico cagnaccio, inflessibile su ogni passaggio, sicuro che l’autarchia britannica avrebbe prima o poi dato i suoi frutti mentre tutti gli indicatori economici suggerivano il contrario. E ancora una volta sembra aver avuto ragione.

Avvocatura 1 Apr 2021 20:50 CEST

«Atti penali pure su carta», nel Dl Covid c’è la “deroga”

Vittoria degli avvocati: doppio binario se il portale telematico va in tilt. Cartabia ottiene anche la proroga al 31 luglio delle norme emergenziali per la giustizia

L’emergenza coronavirus continua e la giustizia si attrezza per contrastarla. Nel rispetto di avvocati, magistrati e, soprattutto, cittadini. Il decreto legge anti-covid, varato mercoledì dal Consiglio dei ministri, ha accolto le istanze del mondo forense sui depositi telematici degli atti penali.

È infatti previsto il cosiddetto “doppio binario”, vale a dire la possibilità di depositare una copia cartacea degli atti in caso di malfunzionamento del portale del processo penale telematico. Moltissimi gli inconvenienti tecnici denunciati di recente dai difensori, da Nord a Sud, terrorizzati da depositi non andati a buon fine con conseguenze negative sul prosieguo dei procedimenti. Ebbene, il decreto legge di due giorni fa ha plasmato una vera e propria giustizia d’emergenza.

La novità, assieme al deposito sia informatico che analogico degli atti penali autorizzato dall’autorità giudiziaria, riguarda anche la rimessione in termini. Possibilità consentita, come si evince dalle note diffuse da Palazzo Chigi, per ragioni eccezionali in caso di «malfunzionamento certificato del portale del processo penale telematico» e fino alla riattivazione dei sistemi. Anche in questo caso via Arenula ha preso in considerazione i rilievi espressi dall’avvocatura a seguito di incontri tenuti dalla ministra Marta Cartabia con i vertici di Cnf, Ocf e Unione Camere penali. La questione della rimessione in termini si presta però ad alcune riflessioni e interpretazioni sulla locuzione «malfunzionamento del portale»: come verrà provato e chi lo accerterà?

Una cosa è sicura. Il decreto del 31 marzo scorso copre un vuoto e dissolve alcune incertezze dei mesi passati, quando è partito il deposito telematico nel penale. Ora esiste la norma e viene garantita uniformità rispetto alle scorse settimane, quando, come ha potuto constatare il nostro giornale, alcuni uffici giudiziari hanno proceduto in ordine sparso per venire incontro ai penalisti che incappavano nei problemi di natura tecnica e che si trovavano così impossibilitati nel finalizzare i depositi telematici. Il provvedimento varato dal governo sulla giustizia ha inoltre riguardato la proroga al 31 luglio di alcune disposizioni «in materia di giustizia civile, penale, amministrativa, contabile e tributaria». Nel civile proseguono le udienze a trattazione scritta con la possibilità per gli avvocati di deposito informatico delle note autorizzate dal giudice. Il mancato invio telematico di queste note equivale ad assenza in udienza. Le aule dei tribunali quindi resteranno ancora semivuote.

L’obiettivo è consentire all’amministrazione della giustizia di continuare a garantire il servizio ed evitare che i procedimenti si blocchino del tutto, con inevitabili dilatazioni dei tempi e mortificazioni per cittadini e imprese. Il Consiglio dei ministri è intervenuto, con il decreto legge, anche sul prossimo concorso in magistratura e sulle assunzioni. Consentita la prova scritta. Le modalità operative saranno stabilite con un ulteriore decreto — in questo caso del ministro della Giustizia — entro trenta giorni dall’entrata in vigore del provvedimento anti-covid. Tra le novità annunciate, l’accesso dei candidati subordinato alla presentazione di un’autocertificazione con le condizioni previste dalla normativa per prevenire la diffusione del contagio da coronavirus. La prova scritta verterà sullo svolgimento di elaborati sintetici su due materie da individuare mediante sorteggio.L’efficienza della giustizia e la ripartenza dell’Italia passano attraverso il rafforzamento degli organici. Sono previste oltre quattromila assunzioni negli uffici giudiziari entro il prossimo settembre. La robusta manovra di reclutamento va nella direzione del Recovery plan della giustizia. Il nostro Paese punta ad essere attrattivo con tempi più certi e rapidi nella definizione dei giudizi. Obiettivi raggiungibili con più personale. Nello specifico verranno assunte 400 persone per andare a dirigere cancellerie e segreterie delle esecuzioni.

È previsto altresì un bando con procedure semplificate per 150 funzionari, riservati ai distretti dell’Italia settentrionale (tra questi Milano, Torino e Venezia) che registrano i vuoti maggiori rispetto alla media nazionale. La ministra della Giustizia ha voluto infine dare un segnale importante sulle norme volte ad accelerare il piano nazionale di vaccinazione. «L’intervento giuridico sull’obbligo vaccinale — ha commentato Marta Cartabia dopo l’approvazione del decreto legge anti-covid da parte del Consiglio dei ministri — è in linea con l’obiettivo di accelerare il completamento del piano di vaccinazione, priorità su cui l’intero esecutivo è concentrato. E in questa direzione va anche la norma sulla responsabilità sanitaria da somministrazione del vaccino anti-covid».

Avvocatura 1 Apr 2021 08:00 CEST

Esame da avvocato, sì unanime a Palazzo Madama: resta il rebus dei quesiti

Cnf e associazioni dei praticanti insistono con via Arenula affinché l’elaborazione delle “quaestiones” per il primo orale avvenga a Roma anziché in ciascuna singola commissione

La notizia è che grazie agli avvocati il Senato si scopre unanime: 231 voti favorevoli alla conversione del decreto sull’esame forense, nessuno — ed è il caso di ripetere nessuno — contrario e solo 2 astenuti. Sarà capitato altre quattro o cinque volte in tutta la legislatura. Ora il provvedimento d’urgenza, necessario per sostituire gli scritti con una prova orale, e derogare così alla legge del 2012, passa alla Camera, che però difficilmente potrà permettersi di emendarlo ancora.

Perché, va detto, alcune novità ci sono. Le modifiche sono state concordate tra il governo, il relatore Francesco Urraro e i gruppi parlamentari, ed è già nota quella principale: delle due primarie materie sostanziali, diritto civile e diritto penale, il candidato potrà inserire fra le 5 su cui sostenere il secondo orale anche quella che era stata oggetto della prima prova.

Lieve rettifica, assaporata con gusto agrodolce dai praticanti: «Avevamo chiesto l’eliminazione del vincolo della seconda prova in una materia sostanziale diversa da quella della prima», fa notare per esempio la presidente dell’Upa Claudia Majolo, che negli ultimi giorni è rimasta in contatto costante con i due sottosegretari Anna Macina e Francesco Paolo Sisto, oltre che con il consigliere Cnf Vincenzo Di Maggio, a sua volta consultato fin dall’inizio dal ministero.

I praticanti avrebbero preferito che chi ad esempio ha fatto tirocinio da civilista e chiede ovviamente di sostenere il colloquio preselettivo sul proprio terreno forte, non fosse stato costretto a inserire il penale fra le cinque materie del secondo orale. Invece dovrà farlo.

La differenza rispetto al testo emanato dal governo lo scorso 12 marzo è che fra le suddette cinque discipline, al secondo orale, il praticante potrà inserire anche la “propria” materia sostanziale: se è un civilista, il diritto civile, appunto.

Esame da avvocato 2020, le altre modifiche

C’è almeno un passaggio che gli aspiranti avvocati potranno considerare del tutto favorevole: la facoltà di chiedere un differimento della prima prova non solo per ragioni legate al covid ma anche in caso di «altri comprovati motivi di salute che impediscono al candidato» di presentarsi nella data prevista. Tutela rivendicata, in particolare, dalla vicepresidente della commissione Giustizia, la 5 stelle Elvira Evangelista. Un dettaglio potrà attenuare la tempistica impegnativa del primo colloquio (mezz’ora per ragionare e consultare la giurisprudenza e un’altra mezz’ora per argomentare): il cronometro partirà una volta finita la dettatura del quesito. Inoltre, ciascuna Corte d’appello estrarrà la lettera dell’alfabeto che stabilisce l’ordine di “convocazione” dei candidati.

Il resto dei ritocchi è routine tecnico- normativa. Tranne forse il chiarimento sulle modalità con cui il praticante dovrà comunicare la scelta della materia per il primo orale (le preciserà il decreto ministeriale “attuativo” atteso per i prossimi giorni) e la puntualizzazione sul componente della commissione demandato a presenziare in sede insieme con il candidato: sarà il segretario, mentre gli altri, presidente compreso, si collegheranno da remoto. Aspetto in realtà così inteso fin dall’inizio da parte di via Arenula, ma che ieri è stato esplicitato.

Il nodo dei quesiti

Resta un impianto rigoroso, sì. Ma resta pure il problema dell’omogeneità segnalato innanzitutto dal Consiglio nazionale forense: le famose quaestiones, cioè i problemi “pratico- applicativi” che i candidati dovranno risolvere nel primo colloquio. Secondo l’istituzione dell’avvocatura, andrebbero interamente predisposti a via Arenula. Al momento non è previsto che vada così: l’enunciazione dei quesiti, da chiudere in busta e da far estrarre a sorte a ciascun praticante, sarà compito di ciascuna singola subcommissione locale. Come ha fatto notare in audizione a Palazzo Madama il consigliere Cnf Vincenzo Di Maggio, «sarebbe meglio preparare un pacchetto omogeneo di quaestiones a Roma». Il ministero guidato da Marta Cartabia controbatte che elaborare in modo centralizzato un numero sufficiente di quesiti per 26mila candidati richiederebbe tempi troppo lunghi.

Si vedrà. Certo i praticanti, e per esempio la ricordata Upa, sono della stessa idea del Cnf: «La redazione dei quesiti ad opera della Commissione centrale con l’ausilio del Cnf» è anche la richiesta di Majolo. Che dice di voler proseguire nella «battaglia affinché l’esame sia il più equo e uniforme possibile: da Ancona a Venezia i quesiti dovranno essere i medesimi». Non manca molto: il ministero vorrebbe evitare che l’inizio del primo orale scivoli oltre metà maggio.

Le reazioni dei partiti

Tutto si può dire ma non che la politica abbia snobbato il dossier. Il sottosegretario Sisto parla di «sinergia positiva» in Parlamento e si augura che «il clima respirato in questi giorni si possa diffondere in tutta la restante parte della legislatura». Secondo il relatore Urraro l’impegno profuso è stato «straordinario» : d’altra parte, aggiunge, la professione forense «è l’unica costituzionalmente garantita». La 5 stelle Bruna Piarulli considera la disciplina emergenziale «necessaria per non dissipare gli enormi sforzi di 26mila aspiranti avvocati che, dopo un lungo percorso, hanno studiato per arrivare all’abilitazione».Andrea Ostellari, che della commissione Giustizia è presidente, assicura: «Credibilità e merito, nella professione forense come in tutti gli ambiti della vita, vinceranno sempre» e «questo esame dovrà garantire la preparazione: no ad avvocati di serie A e serie B».

Ieri la politica è stata unanime. Ma non è detto che la partita sulle regole del nuovo esame sia già chiusa.