Uncategorized 29 Jan 2022 00:17 CET

Brescia: «Nelle emergenze l’avvocatura ha sempre saputo recuperare i valori della propria tradizionale vocazione alla tutela dei diritti»

Fausto Pelizzari, presidente dell’Ordine degli Avvocati di Brescia

La relazione del presidente dell’Ordine degli avvocati di Brescia, Fausto Pelizzari, in occasione della cerimonia di inaugurazione dell’anno giudiziario 2022

Nonostante, nella cerimonia di inaugurazione di un anno fa, la conclusione dell’intervento dell’Avvocatura del nostro Distretto fosse nel segno della speranza, alimentata da un prudente ma incoraggiante ottimismo, anche in questa occasione, è inevitabile constatare il preoccupante persistere dell’emergenza sanitaria, mutevole ma sempre attuale ed aggressiva. E per di più, nuovamente riflettere, non solo sulle pesanti conseguenze per la salute di tutti noi, ma sulle ricadute, anche di ordine psicologico, che il perdurare del morbo comporta per ogni soggetto di qualsiasi di età.

Dunque, le osservazioni che erano state proposte lo scorso anno per manifestare lo stato di malessere dell’Avvocatura, preoccupata per l’inevitabile rallentamento dell’attività giudiziaria dovuto al rinvio di tante udienze ed allarmata per quello che è stato giustamente avvertito come un conseguente allentamento delle garanzie difensive, sono, purtroppo, sempre attuali. Tuttavia, le impreviste e perduranti difficoltà originate dall’epidemia sono state affrontate con senso di responsabilità e con un contributo costruttivo da parte dell’Avvocatura dell’intero Distretto, nonostante la ragionevole consapevolezza che il percorso per superare questi tempi così caotici e faticosi potrà essere ancora lungo ed incerto e la conseguente preoccupazione per le prospettive professionali, non soltanto della fascia più giovane degli iscritti. Ciò non di meno, è proprio nei momenti di emergenza che l’Avvocatura ha, storicamente, saputo recuperare ed ancora oggi sa riproporre, con orgoglio, i valori della sua tradizionale vocazione alla salvaguardia e tutela dei diritti dei cittadini nel suo riconosciuto ruolo di tramite tra gli stessi e le istituzioni.

Come ho avuto occasione di anticipare lo scorso anno, l’Ordine degli avvocati di Brescia ha sentito pressante la necessità di riflettere circa le conseguenze della pandemia sui diritti: e quindi, ha proposto, nell’inverno scorso, il ciclo di incontri dal titolo “Diritti affievoliti”: la giustizia, la sanità e la scuola, tre zone rosse colpite dalla pandemia, con la partecipazione di relatori di rilievo nazionale e particolare competenza. Questi incontri si sono ovviamente tenuti da remoto, ma sono stati partecipati ed hanno avuto un riscontro significativo anche in ragione della scelta, nuova per l’Ordine, di trasmissione da parte del sito del maggior quotidiano bresciano e le successive ripetute repliche sul principale canale televisivo locale. Si è trattato, infatti, di un’opportunità per approfondire ma, soprattutto, per tenere vivi, insieme alla cittadinanza, argomenti tanto delicati come, la cura, la formazione e la tutela dei cittadini, di solito erroneamente riservati al ristretto mondo degli operatori del settore.

L’imprevedibile e pesante limitazione dei diritti in questi campi tanto fondamentali della vita sociale, purtroppo, oggi persiste e preoccupa ognuno di noi. Il quotidiano, necessario e sempre più assillante aggiornamento circa la situazione sanitaria nazionale e, in particolare, il livello dei ricoveri ospedalieri, condizionano, di conseguenza, il diritto alla salute di tutti i cittadini che necessitano di cure e di interventi rapidi per altre gravi patologie, che vengono posticipati o addirittura annullati per dare precedenza alle attuali urgenze dei malati di covid-19.

Anche considerando il mondo della scuola, i contagi, sempre crescenti, stanno fortemente compromettendo il diritto allo studio “in presenza” che significa, soprattutto per i più giovani, una limitazione, non solo della forma più efficacie di apprendimento in classe, ma anche della fase tanto importante della socializzazione, con l’isolamento in casa per gli alunni spesso neppure in grado di poter partecipare alle lezioni per mancanza di strumenti adeguati o per problemi di connessione. Per quanto riguarda il mondo della giustizia, la proroga dello stato di emergenza, e quella più ampia fino a dicembre 2022 di alcune misure in ambito giudiziario, richiedono attenzione e rigore. Occorre vigilare perché l’efficientismo non sia un mezzo per indebolire le garanzie, ma, contemporaneamente, è necessario saper consolidare le migliori misure introdotte che hanno consentito di semplificare lo svolgimento di alcuni incombenti, come, per esempio, nel processo penale, le notificazioni ed i depositi a mezzo PEC, oppure la sperimentazione, in corso anche a Brescia in questi mesi, per la consultazione e ricezione delle copie “on-line” del fascicolo a seguito della notifica dell’avviso di conclusione delle indagini preliminari da parte della Procura della Repubblica.

Anche nei giudizi civili, le misure adottate nello stato di emergenza possono rappresentare l’occasione per rendere il processo migliore e più spedito, così da aumentarne l’efficienza. Sicuramente, la trattazione scritta ha, in parte, colto tale obiettivo, ma il sistema è efficiente se e quando tutela davvero i diritti soggettivi. Non si deve dimenticare che il processo civile vede nell’oralità della sua trattazione uno dei maggiori principi ispiratori, in quanto permette un immediato confronto tra le tesi sostenute dalle parti.

L’attuazione di questo presupposto richiede, peraltro, che tutti i protagonisti siano posti nella condizione di potervi accedere; le risorse messe a disposizione dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza possono rappresentare la condizione per realizzare anche i principi di immediatezza e soprattutto concentrazione. Ma, una giustizia nella quale il Giudice non assume direttamente le testimonianze e definisce il giudizio a distanza di anni, diventa, a sua volta, una parvenza di giustizia; e il fatto che tutto questo sia divenuto inevitabile non lo rende meno contrario allo spirito della legge. In ogni caso, è necessario, dunque, cogliere e coltivare le nuove opportunità.

Quest’ultimo anno ha ulteriormente valorizzato l’interconnessione come elemento caratterizzante la nostra epoca, ma, ha anche segnalato i limiti e le dimensioni contenute delle nostre conoscenze e del nostro agire e, dunque, la necessità di un nuovo, più costruttivo, rapporto con i nuovi mezzi tecnologici di comunicazione nel mondo giudiziario e con quelli che potrebbero del tutto rivoluzionarlo. A causa della pandemia, infatti, la produzione normativa già cospicua ha registrato un intervento massiccio con norme che vengono adottate da varie Autorità regionali, nazionali ed europee che richiedono non solo un’analisi nella loro rispettiva interrelazione, ma anche una verifica di legittimità e legalità nel rapporto con le fonti costituzionali. Dunque è doveroso da un lato, evitare che i cittadini si sentano sopraffatti dallo smarrimento, e dall’altro, come in tutte le situazioni di novità e di necessario riassestamento dei poteri che ne deriva, è necessario che chiunque possa comprendere quali opportunità e quali rischi si propongano nella società nelle quale vive e tesse le proprie relazioni. Si avverte il rischio che l’esito di un processo di grave cambiamento possa essere caratterizzato non da una democratica condivisione di risorse ed opportunità, ma da un accentramento delle stesse a favore di pochi.

In questo divenire, e pensando in particolare alle future generazioni di professionisti, va riconosciuto all’Avvocatura un ruolo libero, fondamentale e determinante: non solo, di evidenziare ad ogni soggetto le conseguenze che potrebbero derivargli da una situazione che lo veda coinvolto o da un’azione che intende intraprendere, ma, anche, di offrire il corretto inquadramento rispetto ai principi ed ai valori ai quali il nostro Stato si informa. L’accesso alla giustizia da parte dei singoli sta dunque conoscendo un visibile e dichiarato cambiamento. Da questo punto di vista prendiamo atto delle risorse investite nell’Ufficio del Processo ed auspichiamo che la Magistratura sappia adeguatamente coinvolgere nella fase organizzativa le risorse umane che vengono messe a sua disposizione.

In tale quadro, è noto che da più parti si invoca l’introduzione di meccanismi automatici di risoluzione delle controversie: sistemi affidati alla cosiddetta “intelligenza artificiale”. Gli strumenti di raccolta dei dati, di analisi ed elaborazione degli stessi, costituiscono una componente basilare della nostra società e la tecnologia dell’informazione rappresenta parte integrante delle modalità di gestione dei rapporti sociali; ma in tale prospettiva, è necessaria la presenza di figure professionali che siano in grado di bilanciare, con la propria esperienza, le carenze dovute all’inadeguatezza dei sistemi di regolazione informatici, ribadendo, quindi, il ruolo fondamentale della figura dell’avvocato quale presidio e garanzia essenziale dello Stato di Diritto.

In questo nuovo mondo, i programmi informatici potranno trasmettere la certezza dell’affermazione di una regola, ma nel concreto, renderanno estremamente difficoltoso per il cittadino agire fuori da un certo schema: è qui, dunque, che l’avvocato, più di ogni altro, potrà e dovrà svolgere un ruolo fondamentale per far sì che ogni soggetto interessato non si senta irretito in un sistema che automaticamente lo induca ad adottare comportamenti forzati anche per il timore del costo economico, ma nel quale possa, invece, agire nella direzione più opportuna, dopo aver attentamente valutato le diverse componenti del caso.

Un’ultima riflessione, infine. Il 24 gennaio 2022 si celebra l’annuale Giornata dell’Avvocato in pericolo, dedicata quest’anno ai legali della Colombia. L’Ordine degli avvocati di Brescia parteciperà all’iniziativa ed ha contribuito alla realizzazione, quale membro dell’O.I.A.D. (Organizzazione Mondiale che si occupa degli avvocati in pericolo) sin dalla sua costituzione, e quest’anno presieduta da un avvocato italiano, perché il diritto fondamentale di difesa, come quello di una libera giurisdizione, vengano tutelati in ogni paese dove risultano sistematicamente ridimensionati, purtroppo, anche in Europa, o, addirittura, azzerati, come, tra i tanti, le Filippine, in cui negli ultimi anni sono stati uccisi più di 60 avvocati difensori dei diritti umani.

Occorre però, se si vuole sfruttare al meglio l’interconnessione, dotarsi anche degli strumenti adeguati per essere preparati a questa nuova dimensione.Ecco la ragione di un forte investimento, anche economico, dell’Ordine di Brescia, in tema di formazione ed in particolare mediante articolati corsi di lingua inglese volti ad agevolare l’internazionalizzazione dell’avvocato che sempre più frequentemente deve essere in grado di confrontarsi con soggetti ma, anche, con fonti giuridiche ed ordinamenti stranieri. Non dimenticando, tuttavia, che i temi a noi più cari si alimentano, curano e tutelano anche grazie ad una adeguata formazione culturale della cittadinanza, cioè la comunità in cui viviamo, intesa come nostro interlocutore e compagno di viaggio.

Con un’ulteriore novità quest’anno: non solo un evento pensato per la collettività, ma anche attraverso un linguaggio particolare. Il 10 febbraio 2022 si terrà per iniziativa dell’Ordine degli Avvocati, unitamente al Centro Teatrale Bresciano, aperto alla cittadinanza e con la presenza dell’autore, lo spettacolo “Clitemnestra” di Luciano Violante: un testo scritto proprio durante il lockdown e che, attraverso la voce poetica di una donna riflette e, ci auguriamo, farà riflettere noi avvocati, tutti gli operatori del diritto e, soprattutto, i nostri concittadini sui temi, sempre tanto attuali, del riscatto, della vendetta e della pena ma, aggiungo, anche della pietà.

Uncategorized 29 Jan 2022 00:07 CET

Cagliari: «Le difficoltà della pandemia non diventino, solo per la giustizia, motivo di uno stato di emergenza permanente»

Matteo Pinna, presidente dell’Ordine degli Avvocati di Cagliari

La relazione del presidente dell’Ordine degli avvocati di Cagliari, Matteo Pinna, in occasione della cerimonia di inaugurazione dell’anno giudiziario 2022

Signora Presidente,

Signora Avvocato Generale,

Signora Rappresentante del Consiglio Superiore della Magistratura,

Signor Rappresentante del Ministro,

Autorità intervenute,

L’inaugurazione dell’anno giudiziario è, tradizionalmente, un momento di bilanci. La tempesta che ancora attraversiamo ci impone, per non perdere la rotta, di guardare anche avanti, con la massima lucidità possibile: siamo tutti consapevoli che l’emergenza – fattore di crisi e insieme di opportunità – ha generato un contesto nel quale è in gioco la giustizia del futuro, e con essa una parte importante della crescita civile ed economica del nostro paese. L’efficacia delle risposte che sapremo dare – a tutti i livelli: politici e istituzionali, normativi, giudiziari e amministrativi, centrali e territoriali – sarà direttamente proporzionale all’onestà e alla profondità delle domande.

Sul fronte dell’attività giudiziaria, anche nel nostro distretto l’emergenza ha significato innanzitutto adattamento e riprogrammazione del nostro lavoro e delle nostre funzioni, in un bilanciamento non sempre facile tra salute individuale, salute collettiva, sicurezza e diritti di difesa. A complicare l’impegno, norme non sempre tempestive, chiare e coordinate tra loro, e probabilmente un’eccessiva responsabilizzazione degli organi territoriali, sulle cui spalle sono stati caricati compiti che avrebbero richiesto maggiore centralizzazione.

Molti errori sono stati commessi: alcuni erano forse inevitabili in una situazione così complicata, altri si potevano evitare. Ciò che certamente si doveva e si deve evitare – e che ha segnato, in questa come in altre sedi, uno dei punti di tensione in un quadro tutto sommato soddisfacente di collaborazione e di solidarietà tra ordini forensi e uffici giudiziari – è un approccio irragionevolmente rigido alle misure di cautela, come nel caso dell’accesso su prenotazione alle cancellerie, che da sistema di regolamentazione ordinata e razionale, su base volontaria, non deve diventare ingiustificata limitazione dei diritti. Come pure, più in generale, le difficoltà connesse alla pandemia e le esigenze di tutela della salute non devono diventare, solo per la giustizia e per i suoi servizi, motivo di uno stato di emergenza permanente o comunque protratto oltre le reali necessità.

È stato (con molte difficoltà, ma anche con significativi progressi, soprattutto sul fronte, più arretrato, del penale) un altro anno di accelerazione digitale e telematica. Un anno che ci ha aiutato a comprendere meglio ciò che occorre conservare e migliorare (la smaterializzazione e la remotizzazione degli atti, delle istanze, dei depositi) e ciò che occorre evitare (il sacrificio permanente, sull’onda delle contingenze, dei principi di oralità e immediatezza; la svalutazione o la marginalizzazione dell’udienza fisica come momento insostituibile del contraddittorio e garanzia primaria di giustizia della decisione; l’eccessiva cartolarizzazione dei giudizi di impugnazione, in particolare dell’appello).

È ancora lontana, ma resta un obiettivo primario, l’omogeneizzazione delle piattaforme digitali. I numeri tendenzialmente migliorano, come vediamo: non devono arretrare le garanzie e la qualità della giurisdizione. L’emergenza è anche tempo di risorse forse irripetibili e di grandi opportunità di riforma, delle quali bisognerà rendere conto in termini rapidi e stringenti. Queste opportunità si innestano, per le ragioni che ben conosciamo e che vanno oltre la cronaca recente – anche se nella cronaca recente trovano una rappresentazione particolarmente significativa – in una profonda crisi della giurisdizione: crisi di legittimazione, crisi di funzionalità, crisi di immagine.

Queste risorse straordinarie sono connesse, per natura e funzione, a parametri di efficienza procedurale e gestionale. Impongono tempi, numeri e risultati. Indicano traguardi, ma il percorso per arrivarci compete a noi, così come ci compete la costruzione – doverosa, non facoltativa – di un equilibrio tra efficienza e garanzie. E non c’è riforma che rispetti questo dovere se non quella che nasce – prima che dai numeri, dai coefficienti e dalle proiezioni – dalla consapevolezza delle questioni di fondo, a partire da quelle connesse alle disfunzioni dell’ordinamento giudiziario sulle quali, purtroppo, maggiore e più preoccupante è il ritardo, un ritardo che non possiamo più permetterci. L’avvocatura è pronta da tempo ad assumersi le sue responsabilità e a partecipare a questo percorso, a partire dai consigli giudiziari la cui organizzazione e le cui funzioni attuali sono in parte figlie di quel modello disfunzionale e insieme a quel modello devono essere ripensate.

I tempi e l’arretrato. Una giustizia che non risponde alle domande in tempi ragionevoli e soccombe sotto il peso dell’arretrato non è giustizia; ma nella nostra Costituzione il processo la cui durata ragionevole deve essere assicurata dalla legge non è qualunque processo, è il giusto processo. Efficienza, riorganizzazione e velocizzazione dell’attività giudiziaria sono quindi fondamentali, ma non lo è meno il modello di giurisdizione che si ha in mente. L’idea certamente virtuosa, su cui molto si sta puntando, dell’alleggerimento delle funzioni decisionali tramite gli uffici di staff in parte già sperimentati, non deve fare dimenticare che il fulcro della giurisdizione resta il giudice professionale, togato, selezionato con rigore e valutato con altrettanto rigore nella sua professionalità. Sarebbe sbagliato, anche nella stagione che si apre, pensare che a certi numeri del contenzioso si debba rispondere con l’aumento o con un inopportuno sovraccarico delle professionalità ausiliarie (ufficio del processo ma anche magistratura onoraria), senza aumentare, con risorse adeguate, il numero dei giudici togati: non è un caso se l’Italia, al netto delle gravi scoperture di organico, è ancora ventiduesima tra i ventisette paesi dell’Unione per numero di magistrati in proporzione alla popolazione.

Anche l’avvocatura, specularmente, deve riflettere e riflette sui suoi numeri, e con essi sulle ragioni della sua crisi, coltivando senza ambiguità autoassolutorie il rigore nell’accesso, nelle specializzazioni, nella formazione professionale e deontologica come unici strumenti di protezione del suo ruolo costituzionale e della sua funzione sociale. In questa prospettiva, la responsabilità maggiore è quella di accompagnare i giovani in un mondo profondamente diverso da quello nel quale siamo cresciuti, la cui complessità impone innanzitutto di coltivare l’idea della selezione come percorso professionalizzante, non come estemporanea esibizione nozionistica. Usciti dall’emergenza e dalle giuste misure protettive e compensative, occorrerà rimettere questo tema tra le priorità. Se si condivide questo quadro di insieme, si condividono le non poche ragioni di soddisfazione, ma anche le altrettanto serie ragioni di perplessità per i progetti di riforma, a cui in molti punti – e non solo per le contingenze della politica – sembra mancare un coraggio adeguato al momento e alla gravità dei problemi.

La delega sul processo penale segna, finalmente, l’abbandono del populismo punitivo come principale matrice della politica giudiziaria, ma di fatto paga a quella stagione un pesante tributo, di cui sono segni evidenti il compromesso già vigente su prescrizione e improcedibilità, l’accantonamento delle proposte più coraggiose in materia di alternative sanzionatorie, di giustizia riparativa e di ampliamento dei riti negoziali e degli strumenti deflativi, la rinuncia ad affrontare i temi cruciali del controllo giurisdizionale sull’ipertrofia investigativa e cautelare, una certa ambiguità in materia di selezione delle impugnazioni. Siamo ancora lontani dal risolvere le distorsioni del processo mediatico, e la cronaca recente dimostra, purtroppo, quanto poco risolutiva sia anche la tardiva attuazione della direttiva europea sulla presunzione di innocenza.

Nel civile, come nella settore della crisi di impresa, va salutato positivamente l’ulteriore e deciso ampliamento degli spazi di risoluzione alternativa e di composizione negoziata, con strumenti che rendano tali percorsi – dove il ruolo dell’avvocato è cruciale – efficaci, percorribili e convenienti. Negli interventi sul rito occorre evitare che una auspicabile velocizzazione e razionalizzazione della fase introduttiva del giudizio, con responsabilità ed impegno equamente distribuiti tra parti e giudice, si traduca in un aumento eccessivo e sproporzionato delle preclusioni e delle decadenze.

Ciò che deve ancora inquietarci è la drammatica situazione del carcere, della giurisdizione di sorveglianza e dell’esecuzione penale esterna. Mentre riforme scritte con le migliori energie e la migliore cultura giuridica e professionale sono rimaste nel cassetto per imperdonabili mancanze di coraggio politico, mentre il Parlamento ancora non ha dato corso ai moniti della Corte costituzionale, il sistema penitenziario resta la ferita più grande alla nostra civiltà giuridica.

Siamo tutti chiamati, ognuno nel suo ruolo, a una stagione di grandi responsabilità: abbiamo le competenze, le energie, e speriamo anche, finalmente, le risorse perché l’ottimismo non sia solo retorico e perché questo periodo di difficoltà e di sacrifici non sia stato vano. Anche in questi uffici giudiziari – per ciò che dipende, più che dalle norme, dalla cultura e dalle buone prassi – mi pare vada aumentando da tempo la consapevolezza che i nostri problemi sono in larga parte comuni e vanno affrontati insieme, senza riflessi corporativi, con trasparenza, capacità di ascolto e onestà intellettuale. È con questo spirito che, per l’anno giudiziario che oggi si inaugura, faccio a tutti noi i migliori auguri di buon lavoro.

 

Uncategorized 28 Jan 2022 23:57 CET

Caltanissetta: «Ci sono due Consigli giudiziari, ma ci è consentito di partecipare solo a uno»

Pierluigi Zoda, presidentedell’Ordine degli Avvocati di Caltanissetta

La relazione del presidente dell’Ordine degli avvocati di Caltanissetta, Pierluigi Zoda, in occasione della cerimonia di inaugurazione dell’anno giudiziario 2022

Signor Presidente della Corte di Appello

Signor Procuratore Generale

Autorità tutte civili, militari e religiose

Signori Magistrati, signori Avvocati

Signori Dirigenti e personale Amministrativo, Cittadini presenti on line

A Voi tutti rivolgo il saluto mio, del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Caltanissetta, del Consiglio dell’Ordine di Gela e di Enna, dell’avv. Maganuco nostro delegato OCF e dell’avv. Giuseppe Iacona – nostro Consigliere Tesoriere Nazionale, con cui ho condiviso il presente intervento. Ringrazio e saluto il dott. Marco Verzera per il CSM, ed il dott. Massimo Parisi direttore generale del personale e delle risorse del DAP.

Nei miei interventi svolti negli anni scorsi, ho sempre rimarcato l‘importanza di questo momento essenziale e sacro: il dialogo ed il confronto tra soggetti della giurisdizione. Accettare e rispettare le reciproche diverse ed imprescindibili funzioni ed ascoltare rilievi, osservazioni e critiche è l’unico sicuro momento essenziale per valutare il reale stato della Giustizia, ma soprattutto per migliorare la qualità – rendere più efficiente – il Servizio per il cittadino. È doloroso constatare che tale valore, che poi è il fondamento di ogni azione – non sia però una verità condivisa, né dalla gran parte della Magistratura, né dall’attuale Governo, ovviamente per ragioni diverse.

Qui a Caltanissetta nonostante la norma di legge esistono 2 Consigli Giudiziari. Con un nuovo regolamento approvato a maggioranza dal Consiglio Giudiziario, nell’esercizio dei propri poteri di autonormazione, si è stabilito e deciso di rimanere su posizioni antistoriche, consentendo la partecipazione degli Avvocati e dell’Accademia solo ad uno dei due Consessi. Noi Avvocati – pur idonei a vestire i panni dei Giudici Onorari e a sgravare il carico di lavoro dei togati, pur vivendo quotidianamente il “Palazzo” in ogni momento in cui si crea “Giustizia”, e quindi pur essendo la fonte privilegiata di ogni informazione utile per ogni “concreta” valutazione, ebbene allo stato non abbiamo neanche un semplice “diritto di parola”, siamo costretti ad allontanarci dall’aula quando si discute del singolo Magistrato, non dovendo neanche conoscere gli argomenti posti all’Ordine del Giorno. Questo a dispetto di quanto la Commissione Luciani (a cui partecipano tanti magistrati e membri autorevoli ed ex membri del CSM) aveva già elaborato, e contro le interpretazioni date alla norma e le esperienze assolutamente positive svolte nella maggioranza delle Corti di Appello italiane, cito solo per tutte Milano, Brescia, Venezia, Trieste, Salerno, Catania ecc.

Devo dare atto che i vertici della Magistratura Distrettuale Requirente e Giudicante, con cui siamo sempre in contatto e che ci ascoltano praticamente su tutti gli aspetti salienti dell’Organizzazione del Servizio, in più occasioni hanno dichiarato di non condividere appieno tale impostazione, ma il documento votato all’unanimità dalla locale ANM sull’argomento ha chiuso ogni approfondimento. Sulla valutazione di professionalità dei magistrati sottolineo non può sussistere alcun tipo di scontro, poiché se è vero che Magistratura ed Avvocatura collaborano ontologicamente e costantemente nell’applicare il “diritto” al caso concreto, allora non è possibile accettare l’esclusione di una voce quando occorre valutare semplici condotte. Sul punto confidiamo che la Politica intervenga, evitando queste anacronistiche chiusure, anche se ahimè temiamo che la riforma dell’Ordinamento Giudiziario sarà l’ennesima occasione persa, perché il Sistema ha bisogno di cambiamenti radicali per riconquistare slancio e credibilità ….

Occorre costruire un nuovo modello di Giurisdizione, ma dobbiamo partire da una vera riforma dell’Ordinamento Giudiziario, riportando la Magistratura ad essere credibile ed indipendente, estranea, quindi, all’esercizio di ogni potere esecutivo o legislativo, dimostrando nei fatti, in concreto ed in ogni momento quello che un Magistrato deve essere: un giudice, una persona che garantisca ascolto, lucidità, equilibrio ed autonomia di giudizio e che si accosti al dato reale con approccio critico, con un sano “dubbio”.

Crediamo vada ripristinato quanto prima il prestigio che la Magistratura merita, e ciò per il bene dello Stato di diritto. E lo crediamo specie per rispetto dell’impegno quotidiano dei tanti magistrati che ogni giorno lavorano nei Palazzi ed ivi si confrontano con gli Avvocati, nella dialettica del processo. Per restituire credibilità alla Magistratura occorre pubblicità e trasparenza nelle valutazioni di professionalità e nei conferimenti degli incarichi semidirettivi e direttivi, ed evitare commistioni tra poteri dello Stato con il distacco di tanti magistrati al Ministero della Giustizia. Il Sistema di voto del Prossimo CSM è un falso problema e non ci appassiona più di tanto, poiché il vero vulnus da risolvere è che la carriera di un Giudice non può dipendere dal parere di un Pubblico Ministero lo abbiamo detto più volte: la separazione delle carriere è riforma quanto mai necessaria e non più rinviabile, garantirebbe autentica parità tra accusa e difesa ed un processo equo e giusto. Se il confronto dell’Avvocatura con una parte della Magistratura è percorso accidentato e che giustifica e giustificherà il ricorso a leggi di iniziativa popolare, con la Politica il confronto – nonostante i buoni propositi – è stato solo apparente.

Abbiamo accettato che a causa della Pandemia si sia preferito affievolire ogni garanzia per non bloccare il Servizio Giustizia, ma questa scelta a nostro parere, doveva essere solo una parentesi da dimenticare, insieme alla quasi totalità di tutte le misure adottate e sperimentate. Non pare purtroppo cosi, perché il decreto Milleproroghe ha esteso per tutto l’anno 2022, ben oltre la fine dello stato d’emergenza (fissato al 31 marzo prossimo), il ricorso alle camere di consiglio da remoto nel processo penale, cosi come da desiderata di una parte di ANM. Questo è l’ennesimo attacco alle garanzie ed alle prerogative difensive, perpetrato strumentalizzando la pandemia, ed individuando un termine di proroga privo di qualsiasi collegamento con l’emergenza sanitaria.

Devo dare atto che la maggior parte dei magistrati ha disatteso nel passato la norma (già contenuta nel decreto Ristori e Ristori bis) convinti – loro per primi – che in una camera di consiglio composta da tre giudici fisicamente lontani tra loro, non si possano compiutamente consultare e condividere insieme atti e fascicoli, né tantomeno può affermarsi che tali misure aggiungano efficienza al processo o qualità alla decisione.

Le istituzioni europee chiedono all’Italia di limitare i tempi per la celebrazione dei processi, ma non certo di limitare le garanzie. Smaterializzare la camera di consiglio non serve a rendere più rapido il processo, ma semplicemente a renderlo meno equo. Anche la modalità esclusiva di deposito degli atti tramite portale telematico è stata prorogata ben oltre il periodo di emergenza, e ciò a prescindere dalle tante critiche e dai problemi sorti e rilevati dagli avvocati, trascurando che lo stesso ministro Cartabia aveva indicato ed auspicato la necessità di un regime transitorio. Chiediamo, pertanto, alle forze parlamentari – sempre che si vogliano continuare a garantire i principi del giusto processo – in sede di conversione del decreto (28 febbraio) di limitare il ricorso alle norme emergenziali del processo al generale termine del 31 marzo 2022 previsto per l’emergenza nazionale.

Certo, Noi tutori delle Garanzie dobbiamo fare i conti con l’Europa… il problema dei tempi dei processi è divenuto un nuovo paradigma con cui dobbiamo fare i conti. I dati odierni evidenziano una naturale e stretta compenetrazione intercorrente tra giustizia ed economia: qualsiasi progetto di investimento, per essere reputato credibile, deve potersi innestare in un’economia non rallentata da un eventuale procedimento giudiziario. Le prospettive di rilancio del nostro Paese sono fortemente condizionate dall’approvazione di riforme e investimenti efficaci nel settore della giustizia.

In questo quadro si spiegano e, lasciatemelo dire, giustificano le due riforme dei processi varate per la conferma dei fondi europei del Recovery, approvate velocemente con voto di fiducia e l’aver ignorato – quasi del tutto – la proposta dell’Avvocatura, che aveva cercato invano di cambiare l’approccio, riportando al centro del servizio giustizia la persona con il suo bisogno di tutela, semplificando e facilitando l’accesso del cittadino al Servizio. Il nuovo paradigma ed il nuovo concetto di “efficienza” che l’Europa ci ha posto, ha determinato la nascita delle due riforme del processo penale e civile. Cercherò di essere sintetico.

In relazione alla riforma dell’ordinamento penale, che contiene anche la riforma del meccanismo della prescrizione, l’Avvocatura pur plaudendo all’obiettivo dichiarato di rendere più rapido ed efficiente il procedimento penale, riducendo del 25% la durata media del processo entro i prossimi cinque anni, dovrà vigilare e collaborare tra l’altro – come accaduto per il processo civile – sul corretto avvio del «processo penale telematico». Si è già al lavoro per i decreti attuativi, che chiariranno e fisseranno molti aspetti fondamentali su cui l’Avvocatura deve vegliare, in particolare in tema di impugnazioni dove il Giudizio di appello rischia di trasformarsi da giudizio sul fatto, a giudizio sull’atto a critica vincolata. Così la pensa il Presidente della Commissione – il presidente Canzio – che si occuperà dei relativi decreti attuativi.

Bisogna intervenire sui tempi morti, per esempio sugli anni che trascorrono per trasferire un fascicolo dal Gip al dibattimento, ma non sulle garanzie. lo abbiamo detto più volte, “efficienza” deve significare OTTIMIZZARE LE RISORSE e non può significare travolgere o minare il campo dei diritti fondamentali, limitando le garanzie della difesa dell’imputato. Gli Avvocati sul punto non faranno passi indietro.

LA RIFORMA CIVILE era la riforma forse più attesa, puntando a ridurre del 40% i tempi del giudizio civile. La legge delega è molto complessa e comprende una serie di modifiche al rito civile, ma anche la creazione del nuovo tribunale della Famiglia, in cui confluirà il Tribunale dei Minori. Anche in questo caso dovranno essere approvati i decreti attuativi, ma fermo restando che l’Avvocatura farà la Sua parte…  la riduzione dei tempi del processo promessa dipenderebbe – soprattutto – dal Nuovo Ufficio del Processo che avrebbe compiti di supporto ai magistrati, come, tra le altre, le attività preparatorie per l’esercizio della funzione giurisdizionale quali lo studio dei fascicoli, l’approfondimento giurisprudenziale e dottrinale, la selezione dei presupposti di mediabilità della lite, la predisposizione di bozze di provvedimenti, il supporto nella verbalizzazione ecc.

L’Avvocatura, così come la maggior parte della Magistratura, è assolutamente pessimista sulla possibilità di raggiungere l’obiettivo di ridurre i tempi di definizione dei processi secondo le percentuali stabilite. Le perplessità sono numerose a cominciare dalle modalità di selezione delle nuove giovani leve – laureati in giurisprudenza, economia, e scienze politiche – prive di esperienza (anche se qualche avvocato risulta vincitore del concorso), che avrebbero semplicemente risposto in occasione dell’esame svolto a 40 quesiti a risposta multipla, sul diritto pubblico, ordinamento giudiziario e lingua inglese, materie del tutto avulse dalla realtà con la quale verranno a confrontarsi. Chi, come, e con quali tempi formerà tali giovani leve? Chi ha la formazione per garantire – a sua volta – una formazione adeguata alle stesse?

L’ufficio del magistrato finirà più per trasformarsi in un centro di formazione di figure che potranno certo poi spendere la formazione acquisita nella partecipazione in futuri concorsi, dimenticando che l’obiettivo previsto è da raggiungere adesso. Come si può anche solo ipotizzare di rendere autonomo un soggetto che si appresta ad approcciarsi ad una dimensione casistica del diritto, nei suoi risvolti pratici quindi, partendo da una formazione prettamente teorica? Basti pensare che il MOT per certificare il passaggio da una dimensione teorica ad una maggiormente pratica, prima di assumere le funzioni dell’Ufficio di destinazione, deve svolgere 2 anni di tirocinio. Il progetto a nostro avviso più che ambizioso è manifestamente velleitario ed errato. Tali assunzioni sono – oggettivamente – una forma di caporalato giudiziario che non avrà i risultati sperati, se non quello di costringere i Magistrati a perdere ulteriormente tempo per formare tali giovani, abbassando la qualità dello studio e delle decisioni, che dovranno essere necessariamente più numerose per smaltire l’arretrato, …costi quel che costi.

Noi temiamo che, proprio per la presenza di tali giovani cosi reclutati, venga incoraggiata e rafforzata una propensione della nostra giurisprudenza a confezionare in senso “compilativo” le sentenze. Temiamo altresì che questo personale precario, e non esattamente qualificato, quando scriverà insieme al Giudice una minuta di sentenza andrà a ripercorrere pedissequamente i precedenti giurisprudenziali con una semplicisticasignoria del precedente” che ha la nostra totale contrarietà, all’interno di un sistema come il nostro che rimane di civil law.

L’Ufficio del Processo porterà inevitabilmente un nuovo modo di concepire la ricerca giurisprudenziale, in termini di vera e propria giurimetria, magari sfruttando i sempre più diffusi strumenti di giustizia c.d. “predittiva” – con algoritmi e formule, con l’appiattimento di ogni decisione che perderà inevitabilmente ogni spessore e qualità. In passato, trent’anni orsono circa, per eliminare l’arretrato si crearono le Sezioni stralcio, con avvocati con oltre venti anni di esperienza, che eliminarono tutto l’arretrato in alcuni Tribunali prima – addirittura – del termine previsto. A nostro avviso bisognava rispondere all’Europa indirizzando i necessari investimenti in strutture, adeguando il numero di magistrati e del personale amministrativo. Affrontando i veri problemi si sarebbero rispettate le promesse.

Siamo convinti che sia stato sbagliato riprendere lo schema (già bocciato da tutti) del processo societario, contrarre unicamente i termini della difesa evitando di sanzionare i ritardi dei magistrati, i quali – anzi – con la sentenza a verbale potranno sistematicamente ritardare di 30 gg il deposito della motivazione, allontanare le parti dal Giudice che avrà il fascicolo e vedrà le parti più avanti dall’inizio della controversia, consentire di tentare una conciliazione  in ogni momento, prevedere ammende per le impugnazioni, rendere obbligatorie le ADR in ulteriori materie o ancor peggio, come detto, aver assunto personale ancora da “formare” nell’Ufficio del Processo. È giusto pensare di supportare il lavoro del giudice, ma rendere “giustizia” è un’attività che richiede tempo, ascolto, studio e abnegazione, con un “convincimento” che deve formarsi con il diretto studio del fascicolo da parte del Giudice, senza alcuna mediazione.

In conclusione sul punto, l’Avvocatura non è stata ascoltata e le perplessità e critiche sulle riforme sono numerose, le stesse non renderanno più rapido il processo, né tantomeno alzeranno la qualità del Servizio reso e delle decisioni. Speriamo di sbagliarci. Mi accingo a concludere. Sappiamo dei tanti mali che affliggono la giustizia, e non solo i processi, ma penso alla edilizia giudiziaria od alle carceri, ridotte in stato infame, ed ogni anno questa cerimonia contiene una litania di tali mali. È stata istituita una Commissione interministeriale per la giustizia del Sud, che quindi ci riguarda da vicino. A parte la tristezza della considerazione che evidentemente l’amministrazione della giustizia non è eguale nel nostro Paese, con disappunto rileviamo che della Commissione non sia stata chiamata a far parte la Avvocatura Istituzionale. Eppure ne avrebbe avuto ben titolo, per la conoscenza indubbia dello Stato delle cose, ma forse avrebbe costituito una voce critica, aspra, e scomoda, tanto da farne a meno

L’Avvocatura chiede di essere ascoltata ed è pronta a contribuire a costruire un modello di giurisdizione che risponda pienamente al principio di uguaglianza ed ai doveri di solidarietà, manifestazione e rappresentazione dello Stato di diritto, così come disegnato dalla nostra Costituzione. Noi siamo i custodi dei diritti fondamentali e delle libertà di tutti, e siamo le sentinelle che credono che la delicata Funzione di cui abbiamo parlato non è un Servizio solo per le imprese ma anche per il cittadino, che celerità non può significare sommarietà, e che occorre una riforma dell’Ordinamento Giudiziario perché quanto accaduto in settimana per i vertici della Cassazione ci scandalizza ancora e scredita l’intero sistema: il Palazzo va aperto e l’accesso alla Giustizia semplificato e favorito e non certo con filtri o ammende, la tecnologia è solo un utile strumento e non il fine per rendere la Giustizia remota.

Mi si consenta in ultimo un ricordo commosso degli Avvocati Giovanni Lo Porto, già nostro Presidente, e Giuseppe Mancuso, che è stato anche Sindaco, molto amato, di Caltanissetta. Hanno partecipato con passione, lealtà e serietà – quella che dovrebbe animare ogni avvocato -, all’esercizio della giurisdizione dal dopoguerra ai nostri giorni. Due caratteri diametralmente opposti, due differenti alte professionalità e due differenti modi di dare lustro al bene comune della classe forense. Nei loro Studi è passata la vita vera, fatta anche di miserie, ma loro hanno provato a riparare ai torti subiti da chi li ha chiamati in difesa con generosità e la consapevolezza che gli uomini, tutti, “se non son gigli sono pur sempre figli vittime di questo mondo”. Il loro esempio ci sarà da sprone.

Buon lavoro a tutti.

Uncategorized 28 Jan 2022 23:31 CET

Campobasso: «Nella riforma c’è una probabile riduzione delle garanzie di difesa»

Giuseppe De Rubertis, presidente dell’Ordine degli Avvocati di Campobasso

La relazione del presidente dell’Ordine degli avvocati di Campobasso, Giuseppe De Rubertis, in occasione della cerimonia di inaugurazione dell’anno giudiziario 2022

Signora Presidente della Corte di Appello,

Signor Procuratore Generale,

Signori rappresentanti del Ministero della Giustizia e del Consiglio Superiore della Magistratura, anche nella mia qualità di Presidente dell’Ordine Distrettuale, porgo a tutti, Magistrati, Avvocati e personale di Cancelleria -s ia pure anche quest’anno, come per il 2021, fisicamente non presenti in questa Sede- il saluto degli Ordini degli Avvocati di Campobasso, Isernia e Larino.

Nella parte conclusiva della mia relazione per l’inaugurazione dell’Anno Giudiziario 2021, scrissi che la irrinunciabile informatizzazione ed innovazione organizzativa del sistema giudiziario, ai fini di un suo non più rinviabile e definitivo efficientamento, non avrebbe potuto seriamente realizzarsi se non attraverso importanti investimenti, sia in termini di aumento del personale, di Magistratura e di Cancelleria, sia nell’ottica dell’aggiornamento degli strumenti informatici a ciò indispensabili, sia nell’edilizia giudiziaria, e che, a tal fine, molto sarebbe dipeso dalle scelte che il Governo avrebbe dovuto operare, nell’immediato futuro, attraverso l’impiego delle risorse derivanti dal Recovery Fund, a sostegno delle istituzioni, della società e dell’economia.

Ebbene, nel corso dell’anno 2021, il varato Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza ha previsto,  come da noi auspicato, rilevanti e specifiche misure, che oramai tutti ben conosciamo, di intervento sul sistema giudiziario. Mi riferisco, nello specifico, alla previsione delle riforme volte ad accelerare lo svolgimento dei processi e agli specifici stanziamenti per la digitalizzazione dei procedimenti giudiziari, per la gestione del carico pregresso delle cause, civili e penali, e per l’efficientamento degli uffici giudiziari. A tal proposito, però, mi corre obbligo subito rimarcare come sulle riforme della Giustizia, civile e  penale, per come contenute nelle leggi delega, rispettivamente, n.206/2021 e n.134/2021, l’Avvocatura si è espressa in termini molto critici. Ed infatti, come rimarcato, in più occasioni, dai rappresentanti istituzionali dell’Avvocatura e, in particolare, dalla Presidente del Cnf, il rischio che si intravede è quello della probabile riduzione delle garanzie di difesa per i cittadini che chiedono giustizia.

Sul testo di riforma del processo civile, infatti, il governo è intervenuto principalmente con modifiche al codice di rito, configurando un regime di preclusioni per i difensori e introducendo “filtri” che, di fatto, limitano il diritto di accesso alla Giustizia dei cittadini. Trattasi di un rischio che l’Avvocatura ha denunciato sin da subito: in altri termini, non si può ritenere che l’auspicabile raggiungimento della riduzione dei tempi dei procedimenti civili, ai fini del rispetto, da parte del Governo, dell’impegno assunto con l’Europa e dell’accesso ai fondi comunitari, possa essere realizzato con sacrificio dei diritti costituzionali degli individui.

Per contro, è pure da dire che, nel penale, con la modifica dell’originario disegno di legge Bonafede in materia di prescrizione, pur mantenendo la previsione della cessazione della decorrenza del termine di prescrizione del reato dopo la pronuncia della sentenza di primo grado, ma, nel contempo, introducendo il nuovo “meccanismo” dell’improcedibilità, si è ristabilito un corretto equilibrio tra le garanzie degli imputati e il diritto, sancito dalla Costituzione, a un tempo ragionevole del processo.

Ed anche con il rafforzamento dell’Ufficio per il Processo, che rappresenta il comune denominatore delle proposte del P.N.R.R. in materia di giustizia, sia nella prima stesura del precedente esecutivo che in quella, poi, effettivamente varata, ad avviso degli Avvocati, il Governo potrà raggiungere solo in parte l’obiettivo di garantire la ragionevole durata del processo, attraverso l’innovazione dei modelli organizzativi ed assicurando un più efficiente e consapevole impiego delle tecnologie all’interno delle strutture e degli Uffici giudiziari. L’Istituto, infatti, pone seri problemi di formazione e di corretto impiego dei nuovi assunti, resi ancora più complicati dalla natura a tempo determinato delle assunzioni e dalle incerte prospettive di stabilizzazione. In sostanza, trattasi di una misura temporanea che potrebbe non essere sufficiente al raggiungimento dell’ambizioso risultato previsto dal Governo di riduzione della durata dei processi, nel prossimo quinquennio, nella misura del 40% per quelli civili e del 25% per quelli penali.

Mentre, per converso e come già detto, la razionalizzazione e l’efficientamento degli Uffici giudiziari non devono puntare solo ad obiettivi quantitativi, quali l’abbattimento dell’arretrato e la riduzione dei tempi del processo, ma anche e soprattutto alla realizzazione di una giurisdizione meglio capace di tutelare i diritti in un’ottica di promozione dell’uguaglianza effettiva. Comunque sia, ci attende ora la stagione, che sarà necessariamente breve, tanto che dovrà concludersi entro fine anno, dei Decreti delegati di attuazione e su questo noi auspichiamo che il Governo, rispetto al passato, tenga maggiormente conto della voce dell’Avvocatura quale componente importante della giurisdizione.

A livello locale, nell’anno appena trascorso, abbiamo proseguito nella gestione dell’emergenza pandemica, raggiungendo, nonostante le inevitabili difficoltà, risultati che, anche se paragonati a quelli di altre realtà a noi vicine, possono senz’altro essere definiti soddisfacenti e che hanno permesso di rendere un’adeguata risposta alla domanda di giustizia proveniente dal territorio. Ciò è stato reso possibile grazie alla costante e proficua interlocuzione tra i Capi degli Uffici giudiziari, che ancora una volta intendo ringraziare, e le rappresentanze dell’Avvocatura, il tutto nel solco di rapporti di reciproca stima e considerazione, che da sempre connotano il nostro Distretto e che è nostro precipuo impegno mantenere anche nel futuro. Ed infatti, quanto alla Corte di Appello, come evidenziato dalla Presidente nella propria relazione, nel settore civile, il ricorso alla trattazione scritta dei procedimenti ha consentito il normale svolgimento delle udienze, senza rallentamenti e senza particolari problemi.

Mentre, nel settore del lavoro e della previdenza, si è assicurata, per la gran parte delle controversie, la durata biennale del secondo grado del giudizio, così come nel settore penale, ove la durata media dei procedimenti è stata, addirittura, inferiore al predetto termine biennale. Pure i Tribunali di Campobasso, Isernia e Larino hanno raggiunto, nel corso dell’anno 2021, risultati senz’altro apprezzabili. Il primo di essi, in particolare, come è noto, dispone di un organico di soli 11 Giudici, compresi il Presidente del Tribunale e il Presidente di Sezione, aumentato di un posto a seguito del D.M. del 15.09.2020, quest’ultimo peraltro non ancora coperto e, quindi, di un organico di per sé inadeguato, trattandosi di un Tribunale distrettuale. Ciò non di meno, come si evince dalle informazioni sull’analisi organizzativa dell’Ufficio e sulle criticità e pendenze oggetto degli obiettivi del P.N.R.R., recentemente diffuse dal Presidente del Tribunale, ad onta delle difficoltà in cui i singoli Magistrati sono chiamati ad operare, lo stesso Tribunale risulta l’Ufficio con i migliori risultati nel Distretto, e in ambito civile e in ambito penale, sia rispetto al Disposition Time, ovvero al tempo medio di definizione dei procedimenti, sia alla quota di arretrato sulle pendenze.

Eppure, preoccupa il fatto che lo stesso Tribunale, già condizionato dalla predetta inadeguatezza dell’organico, ha dovuto registrare, dalla seconda metà dell’anno 2021, l’assenza di nn.2 Giudici  della Sezione civile, in astensione obbligatoria per gestazione, mentre, a breve, verrà a perdere l’apporto di altro Giudice della Sezione penale, per trasferimento ad altra sede. Nè, è prevedibile che le predette criticità potranno essere ovviate mediante l’immissione in servizio, peraltro imminente, dei nuovi addetti all’Ufficio per il Processo.

Ed, invero, secondo una anch’essa recente relazione del Presidente della Sezione civile del Tribunale, una serie concomitante di variabili, tra cui la non domata pandemia da Covid-19, le rilevanti novità che, nei vari settori del processo civile, verranno introdotte in conseguenza dei Decreti attuativi della legge delega n. 206/2021, la mancanza di sufficiente chiarezza circa la collocazione, l’inquadramento e la natura degli addetti all’Ufficio per il Processo e, non da ultimo, le richiamate assenze per maternità dei nn. 2 Giudici addetti alla Sezione, non solo, non permette l’elaborazione di puntuali previsioni sulla gestione degli affari civili per l’anno 2022, ma, piuttosto, induce a ritenere che, nello stesso anno, vi sarà una rilevante flessione, sia quantitativa che qualitativa, nella produttività della Sezione, soprattutto nel settore del contenzioso civile ordinario e, in misura minore, anche nel settore lavoro e nei ruoli speciali.

Sarà, prevedibilmente, anche il 2022 un anno difficile, nel corso del quale, ne siamo consci, dovremo ancora fare i conti con l’emergenza sanitaria e con tutto quello che di negativo essa comporta. Ma, nonostante ciò, abbiamo il dovere di rifuggire dalla tentazione di cedere a facili pessimismi, anche perché ci sono ben chiari la dimensione del nostro ruolo e delle nostre  responsabilità, nonché i valori di uguaglianza, libertà e solidarietà che siamo chiamati a difendere, sicché rimaniamo convinti che lo sforzo congiunto di tutti, Magistrati, Avvocati e operatori del diritto, permetterà di realizzare l’efficienza della giurisdizione, quale strumento di garanzia e di equilibrio nell’ottica della risoluzione dei conflitti.

Ringrazio tutti per l’attenzione e formulo i miei migliori auguri per un proficuo anno giudiziario 2022.

Uncategorized 28 Jan 2022 23:23 CET

Catania: «L’avvocatura si è dimostrata coessenziale all’esercizio della giurisdizione»

Rosario Pizzino, presidente dell’Ordine degli Avvocati di Catania

La relazione del presidente dell’Ordine degli avvocati di Catania, Rosario Pizzino, in occasione della cerimonia di inaugurazione dell’anno giudiziario 2022

Ecc.mo Signor Presidente, Ecc.mo Signor Procuratore Generale, Ill.me Autorità tutte,Colleghe e Colleghi;

Porto a questa Assemblea, ed a tutti coloro che ci seguono da remoto, il saluto del Consiglio dell’Ordine distrettuale di Catania, dei Consigli di Siracusa, Ragusa e Caltagirone, con i rispettivi Presidenti Avv. Carmelo Greco, Avv. Emanuela Tumino, Avv. Giovanni Russo, e dell’Avv. Francesco Favi, nuovo componente distrettuale del CNF, oggi assente per altro impegno istituzionale.

Mi sia consentito, in apertura, rinnovare a S.E., Dott. Filippo Pennisi, il cordiale “benvenuto” dell’Avvocatura del Distretto etneo ed i sensi della nostra stima, nella certezza che la sua autorevole figura costituirà per noi, come da tradizione nel Distretto, un punto di riferimento sicuro. Al contempo, rivolgo un dovuto ringraziamento alla Dott.ssa Domenica Motta che in quest’ultimo anno, esercitando le funzioni presidenziali, ha condiviso con il Distretto uno dei periodi più acuti dell’emergenza pandemica. Da lei, da tutti i vertici degli Uffici Giudiziari e dai Dirigenti amministrativi, i Consigli dell’Ordine hanno ricevuto attenzione nelle interlocuzioni istituzionali, e proficua collaborazione per fronteggiare le criticità via via imposte dalla situazione sanitaria.

In questi frangenti, l’Avvocatura ha dimostrato, ancora una volta, di essere soggetto coessenziale all’esercizio della giurisdizione e meritevole di quel rilievo costituzionale cui ambisce: la sua responsabilità e collaborazione hanno contribuito alla tenuta del “sistema” ed all’amministrazione della giustizia. Così come i Consigli degli Ordini, in questo difficile periodo, hanno confermato il loro ruolo fondamentale, quali interlocutori nella dialettica regolamentare, e quali enti esponenziali di tutti gli Avvocati che ad essi rivolgono istanze, segnalano disfunzioni e richiedono rimedi.

Dopo il periodo feriale 2021 si prospettava la possibilità di un graduale ritorno all’ordinaria funzionalità del Palazzo, ma l’inattesa risalita della curva pandemica ci ha bruscamente riportati al mantenimento delle misure emergenziali. Ed in questo contesto sappiamo quanto la giurisdizione sia stata sacrificata, e quanto, siano state compresse le libertà costituzionalmente garantite (diritto allo studio, al lavoro), necessità, tuttavia, che l’Avvocatura ha condiviso senza esitazione. Il nostro sguardo, però, è sempre rivolto alla ripresa dell’ordinaria funzionalità del Palazzo ed alla riappropriazione della nostra funzione, pur nella consapevolezza che alcune delle nuove prassi emergenziali stiano dimostrando utili potenzialità che, nel futuro, potranno consolidarsi e perfezionarsi. L’efficienza della giustizia ha costituito una delle principali raccomandazioni che l’Unione Europea ha rivolto all’Italia, subordinando all’ottenimento di detto obiettivo l’erogazione di una parte dei fondi del Recovery Plan.

Nelle azioni governative connesse al Piano di Rinascita e Resilienza è previsto, come sappiamo, l’impegno di ridurre i tempi del processo civile (40%) e del processo penale (25%). In questa direzione, la riforma Cartabia, oltre che la riscrittura delle norme processuali, ha individuato nuovi modelli di organizzazione del lavoro del Giudice e degli uffici giudiziari. Il rapporto tra efficienza e ragionevole durata del processo è strettamente connesso: senza l’una, non è raggiungibile l’altra, e tutti siamo chiamati a fare la nostra parte. Nella relazione della Ministra al Parlamento sull’amministrazione della giustizia per il 2022, ho colto pragmaticità, concretezza ed operatività, buona cornice per l’avvio delle importanti trasformazioni che ci attendono. Siamo proiettati verso un contesto di ammodernamento ed innovazione tecnologica, rispetto al quale tutti i soggetti della giurisdizione dovranno avere la capacità di formarsi ed adeguarsi.

La “centralità” che la Ministra ha attribuito al “fattore organizzativo”, fa ben sperare perché, oggi più che mai, sono necessari investimenti su personale e risorse: le precedenti riforme “a costo zero”, infatti, non hanno dato risultati; così come il rilievo che sempre la Ministra ha assegnato alla “cultura del dato”, per il monitoraggio di 33ogni aspetto e fase procedurale per l’efficienza del servizio giustizia, non può far dimenticare la necessità di una profonda implementazione e sviluppo del processo telematico, in una visione informatica ancora più moderna; e l’affermazione secondo cui “i processi irragionevolmente lunghi rappresentano un vulnus per tutti”, siamo certi che orienterà sempre più l’azione del Ministero e della giurisdizione verso principi di tutela della “persona” e di rispetto dei valori costituzionali.

Tra le innovazioni, l’Ufficio per il Processo – benché i suoi contorni non siano ancora ben definiti e benché siamo in attesa di chiare indicazioni sulle incompatibilità in relazione alle posizioni degli Avvocati che vi hanno aderito – è già realtà e dovrebbe comportare profonde trasformazioni ,nelle modalità lavorative dei Magistrati, volte all’accelerazione dei tempi processuali e ad una maggiore efficienza della macchina giudiziaria. La sfida è impegnativa.

La Ministra ha pure riferito che “il lavoro di squadra … non solo incrementa l’efficienza della giustizia … ma ne favorisce la qualità”: su questo noi Avvocati siamo fiduciosi ma saremo, anche, attenti osservatori perché la maggiore efficienza del processo non può perseguirsi a scapito della qualità delle decisioni o dei diritti della difesa. I dati nazionali sulle pendenze e nuove iscrizioni diffusi ieri dal primo Presidente della Corte di Cassazione giustificano il nostro timore. La pandemia ha amplificato le croniche criticità dell’apparato logistico che sostiene la giustizia. A Catania soprattutto, ma anche nel Distretto, queste criticità hanno nomi ben precisi: strutture inadeguate e vetuste, alcune ai limiti dell’agibilità e carenze di organico tra Magistrati e personale amministrativo. Tutto ciò limita il ruolo dell’Avvocato, la dignità ed il decoro della professione, la funzione difensiva e la tutela della persona.

Nell’intervento dello scorso anno, evidenziavo come, in attesa della nuova cittadella giudiziaria, l’emergenza imponesse l’adozione di un piano straordinario per agevolare la locazione di immobili da destinare ad Uffici Giudiziari e per avviare la manutenzione straordinaria di quelli in corso di utilizzazione. Rinnovo questo appello, Signor Rappresentante della Ministra, perché i risultati non sono stati quelli attesi.

Con tali auspici, Vi ringrazio per l’attenzione ed auguro buon anno giudiziario.

Uncategorized 28 Jan 2022 23:08 CET

Catanzaro: «Servono riforme che rispondano alla domanda di giustizia»

Antonello Talerico, presidente dell’Ordine degli Avvocati di Catanzaro

La relazione del presidente dell’Ordine degli avvocati di Catanzaro, Antonello Talerico, in occasione della cerimonia di inaugurazione dell’anno giudiziario 2022

Saluto innanzitutto a nome dell’Avvocatura dell’intero Distretto, che mi onoro di rappresentare, il Presidente della Corte di Appello dott. Introcaso ( che ringrazio pubblicamente per quanto fatto in questi anni per il nostro Distretto, tra i più grandi e importanti d’Italia e, dove negli anni  ’60 venne celebrato il primo processo contro la ndrangheta e che continua ad essere una delle sedi più difficili per numero e tipologie di affari e crimini da gestire), il Procuratore Generale dott. Lucantonio, il Procuratore della Repubblica dott. Gratteri, il Presidente del Tribunale di Catanzaro dott. Palermo, il rappresentante del CSM e del Ministero della Giustizia, a quest’ultimi due rappresentanti chiedo di ricordare nelle relazioni future anche l’Avvocatura che certamente nel sistema Giustizia ha un ruolo centrale, ma che spesso non viene neanche citata.

Saluto i Colleghi Presidenti degli Ordini del Distretto di Catanzaro. Saluto il Presidente della Camera Penale di Catanzaro, Avv. Valerio Murgano. Saluto l’Avvocatura distrettuale dello Stato e tutte le autorità politiche, civili, religiose e militari intervenute.

Come ogni anno siamo costretti a registrare le difficoltà del sistema giudiziario, anche per l’incapacità di riformare in maniera organica un apparato che oramai è collassato da tempo, anche tenuto conto della recente relazione sullo stato della Giustizia resa in Parlamento dal ministro della Giustizia. Del resto, non abbiamo mai avuto un vero progetto di riforma del processo penale e di quello civile nella loro globalità, anche in considerazione dell’avvicendarsi delle varie maggioranze parlamentari che hanno cancellato spesso parte del lavoro del Governo precedente ed adottato soluzioni disorganiche e disancorate dalle vere esigenze organizzative, salvo complicare l’accesso alla Giustizia.

Abbiamo ancora tanti processi per gravi reati che vengono definiti anche a distanza di anni rispetto all’epoca della presunta commissione del fatto-reato e, quindi lo Stato giunge ad applicare una sanzione in ritardo e spesso quando l’imputato magari si è già da tempo affrancato dal suo mondo criminale e la sanzione punitiva rischierebbe di non soddisfare più neanche la stessa vittima del reato, piuttosto si rischierebbe con la carcerazione tardiva di reinserire il condannato nuovamente nel circuito criminale. Sia ben chiaro che riteniamo giusto che un imputato colpevole venga condannato anche nel più breve tempo possibile. Ma è anche giusto che un imputato innocente venga processato ed assolto nel più breve tempo possibile, poiché in quei lunghi anni di durata del processo vengono distrutte le vite di molte persone, non solo quella dell’imputato, ma anche quelle dei propri familiari e di tutti coloro che sono a diverso titolo coinvolti, anche emotivamente, nella vicenda endoprocessuale.

Del resto, il 40% circa delle sentenze di condanna di primo grado, vengono poi riformate nel giudizio di appello, così ben comprendendosi come un processo per una persona innocente possa tradursi in un vero proprio calvario, anche per l’isolamento sociale e mediatico che spesso compromette anche gli affetti e la propria carriera lavorativa o politica. Occorrono riforme che consentano di avere una giusta punizione dei colpevoli ed il risarcimento delle vittime o dei familiari nel più breve tempo possibile. Un processo penale che intervenga in tempo utile e, qui penso ad esempio ai reati che si consumano anche nelle strette mura familiari, ai reati contro la persona in generale, la cui impunità costituisce un vero e proprio crimine contro l’umanità e un totale fallimento della del sistema giustizia che abbandona proprio i soggetti più deboli ed indifesi.

Siamo abituati oramai alle riforme del processo fondate e generate da compromessi politici per gli equilibri di coalizione o di partito, anziché a riforme organiche in risposta alle effettive esigenze della domanda di giustizia. Avremmo dovuto abrogare molte ipotesi di reato, ed invece ci siamo ritrovati dinnanzi ad un coacervo di nuovi reati costituenti duplicati di fattispecie già esistenti, ed un disordinato inasprimento delle pene che, però, spesso non trovano applicazione proprio per la lentezza del processo e, per la inevitabile prescrizione del reato (il cui termine per buona parte spesso decorre quando ancora sono in corso le indagini preliminari). Ciò è avvenuto perché ci siamo concentrati più sulla astratta applicazione della pena e sulla pressione mediatica delle orde populiste in preda all’istinto e, non già sulla finalità reale del processo che è quella di rendere Giustizia, con ciò eludendo la stessa funzione giurisdizionale. Del resto, il 90% dei giudizi viene trattato in dibattimento (solo il 10% circa con i riti alternativi), ciò rende impossibile la trattazione tempestiva di tutti i processi.

Ecco perché dovremmo ipotizzare una estensione dei reati oblabili (in particolare per tutti quei reati di scarsa offensività), ed introdurre nuovi strumenti di negoziazione della pena e nuove forme e modalità di risarcimento del danno in favore delle vittime o dei loro familiari. Queste disfunzioni sempre più gravi del sistema processuale ed il senso di frustrazione del cittadino hanno trasformato quella che era una semplice sete di giustizia in una pericolosa fame di giustizialismo. Dinnanzi a ciò la magistratura deve anche sopportare l’ulteriore peso mediatico di dover dirimere lo scontro e la rabbia sociale, a volte anche giustificata, in quanto la percezione del cittadino è quella oramai di un sistema di giustizia incapace o corrotto. In Calabria occorre, ancora, procedere allo smantellamento degli apparati deviati, di quelli collusi e di quelli che con la’ ndrangheta fanno affari. Occorre ripulire gli apparati politici e gli ambienti più a rischio infiltrazioni come in ambito sanitario ed in quello degli appalti, senza però dover sacrificare qualche innocente. Anche la recente riforma del processo civile non ha consegnato soluzioni deflattive e migliorative del sistema.

Anche sulle ADR e, quindi sui sistemi alternativi di definizione del contenzioso la riforma è un vero disastro. Non si determinano le condizioni per agevolare e favorire le procedure arbitrali e addirittura con la negoziazione assistita si consente di disciplinare i rapporti con la prole, ma non si consente, con lo stesso documento e con lo stesso professionista, di disciplinare le sorti degli immobili. Il timore è che per ridurre l’arretrato si possa sconfinare nella giustizia sommaria. Non vorremmo, poi, che l’Ufficio del processo si traducesse in una sorta di sezione stralcio mascherata, con tanti e troppi nuovi precari e poche stabilizzazioni. Resta però ancora che la durata media di un processo civile in Calabria supera la durata media nazionale ed allontana sempre più il cittadino dal sistema Giustizia, non solo per l’incertezza sulla durata del processo, ma anche sull’esito del giudizio, anche per un potere sempre più affievolito della funzione nomofilattica della Cassazione. Tale è la durata del processo civile che per il cittadino diventa indifferente financo una eventuale vittoria, per la difficoltà (se non impossibilità) a distanza di anni di dare esecuzione alla sentenza per la perenzione dei beni oggetto di interesse o ad esempio per l’incapienza patrimoniale del debitore che medio tempore si sarà spogliato di ogni bene. A volte paradossalmente sono le stesse parti originarie del processo a venir meno a distanza di anni.

TRIBUNALE DISTRETTUALE DI CATANZARO

Un breve cenno deve essere fatto alla situazione in cui versa il Tribunale distrettuale di Catanzaro, che opera oramai in una situazione emergenziale perenne e, che rischia di implodere per come dichiarato dal Presidente del Tribunale di Catanzaro dinnanzi la Commissione Antimafia. Sennonché, allo stato la scopertura è di ben 11 magistrati togati e, quindi sono solo 41 i magistrati su 52 ad essere effettivamente in servizio, numeri questi comunque del tutto inadeguati rispetto ai flussi ed ai carichi di lavoro ed alla natura e qualità degli affari.

Pertanto, in ragione di tale deficit di risorse i carichi di lavoro sono oggettivamente tali da mettere in crisi l’organizzazione dell’intero Ufficio, specie alla luce di alcuni maxi processi  che hanno inflazionato le attività dell’Ufficio Gip-Gup, del Riesame e delle misure di prevenzione, con il serio rischio di incorrere in una involontaria quanto pericolosa giustizia sommaria e/o affetta da gravi errori. Altra condizione che concorre a tale quadro è l’avvicendamento ciclico dei giudici, ciò in quanto molti magistrati applicati presso il Tribunale catanzarese sono per lo più di prima nomina, pertanto spesso una volta maturato il periodo minimo di attività in sede, avanzano istanza di trasferimento per avvicinarsi alle città di provenienza o a sedi lavorative meno disagiate. A ciò sono conseguiti lunghi periodi di vacatio delle postazioni dei magistrati trasferiti che incidono sull’aumento dell’arretrato e sulla difficoltà di evadere le sempre più numerose domande di giustizia. Addirittura un magistrato formalmente presente in pianta organica dal 2018 non si è mai insediato presso il Tribunale di Catanzaro, ed il CSM soltanto a distanza di tre lunghi anni ha ritenuto di prenderne atto.

Nel giugno del 2021 il CSM ha, di poi, trasferito ad altra sede (Milano) il Presidente della Sezione Riesame, Appelli e Misure di Prevenzione, lasciando colpevolmente vacante una delle postazioni più delicate ed importanti per l’evasione delle istanze di riesame delle misure cautelari personali, costituenti un carico lavorativo che pesa come un macigno per il Tribunale di Catanzaro in ragione delle numerose misure cautelari richieste specie negli ultimi due anni per alcune importanti operazioni della DDA. Ecco perché il mancato intervento e la scarsa considerazione e valutazione delle gravi condizioni organiche del Tribunale di Catanzaro, da parte del CSM, rischiano di paralizzare la produttività di uno dei Tribunali più importanti del meridione e, con ciò mettendo in crisi tutto l’indotto giudiziario (dal cittadino, alle imprese, agli studi legali che devono attendere tempi biblici per la definizione dei giudizi).

La situazione è destinata ad aggravarsi ulteriormente i probabili nuovi trasferimenti a seguito di un recente bando, con ciò la scopertura rischia di salire a ben 20 magistrati su 52 previsti in organico. In tale quadro entrambi i settori civili e penali ne hanno risentito, si sono così ridotti i magistrati giudicanti applicati presso le sezioni civili trasferiti “d’urgenza” per la necessità di coprire le postazioni rimaste vacanti presso la sezione Gip-Gup ed al Riesame. Ciò come era inevitabile ha determinato un gravissimo e diffuso rallentamento  delle attività processuali e la stessa produttività  del Tribunale distrettuale, con processi anche nel civile che oramai vengono rinviati più volte a distanza di due o tre anni anche per la sola precisazione delle conclusioni (con una durata media del primo grado superiore anche ad anni 8 solo). Del resto, a fine giugno 2021 nel settore separazioni e divorzi erano ben 4593 i giudizi pendenti; ben 3228 erano i giudizi pendenti nel settore lavoro e previdenza (ove per lungo periodo sono stati in servizio soltanto due magistrati togati, con una durata media dei giudizi di primo grado ben oltre gli anni 4), 2587 giudizi in materia di protezione internazionale e ben 4720 giudizi pendenti presso le esecuzioni mobiliari (altro settore che rischia di mettere in crisi l’economia di un intero territorio per le lungaggini processuali preordinate al recupero dei crediti).

I numeri della Corte di Appello di Catanzaro pur evidenziando una carenza organica perenne, confermano una importante produttività ed una capacità di smaltimento dell’arretrato che consegnano un trend positivo, superiore ai dati medi nazionali. Detto ciò, dobbiamo ancora una volta denunciare lo stato tragico delle carceri che necessita di una riforma organica, specialmente in tema di carcerazione preventiva, che in uno Stato di Diritto va limitata a casi eccezionali. Ciò in ragione dei numerosissimi errori giudiziari che annualmente conducono ingiustamente in carcere, ancora, troppe persone innocenti. Di poi occorre ribadire la necessità di avere un’Avvocatura libera ed indipendente, in quanto troppo spesso oggetto di persecuzione, anche mediatica, in quanto professione che si svolge sul crinale difficile della vicinanza umana all’uomo in errore. Una indipendenza che va rafforzata essendo la faccia speculare della presunzione di non colpevolezza, evidenziandosi, così, il ruolo fondamentale per l’esercizio del diritto di difesa.

Concludo. Il sistema Giustizia, a parte la necessità di una vera ed organica Riforma, si regge oggi grazie a quei Magistrati che hanno amato e temuto il potere terribile e formidabile di entrare nella vita delle persone fatalmente legato all’esercizio della funzione giurisdizionaleE, quindi una Giustizia è ancora possibile per opera di quei Magistrati che hanno cercato di usare quel potere con sapienza, con equilibrio, ma soprattutto con rispetto, avendo ben presente la possibilità che quel potere deve essere usato per rendere Giustizia, per ripristinare la legalità, per dare ragione a chi ha subito un torto.

Poi ci sono però anche quei magistrati che con l’esercizio della giurisdizione poco c’entrano, sono coloro che hanno bisogno degli sponsor, anche per sfuggire a qualche procedimento disciplinare o per fare carriera attraverso cariche di rappresentanza o in qualche Ufficio, quelli che determinano il discredito della intera categoria, la rottura forse irreparabile del rapporto fiduciario con quel popolo in nome del quale viene amministrata la Giustizia e, che sono frutto di spregiudicatezza, insensibilità e della insaziabile ed incomprensibile sete di potere.

Ho voluto concludere il mio intervento citando in parte alcune considerazioni pubbliche  di un magistrato che esercita proprio presso la Corte di Appello di Catanzaro e, che ha avuto quel coraggio che consente ad un Magistrato di fare la differenza, senza limitarsi ad esercitare semplicemente un potere, con l’ambizione di rendere Giustizia e non solo di amministrarla, magari con quel grado di umanità che manca alla società e che manca spesso anche nelle Aule di Giustizia.

Del resto, come scriveva il filosofo Gaetano Filangeri, “la Giustizia mette paura ai colpevoli e lascia andare sicuri gli innocenti”.

Uncategorized 28 Jan 2022 22:53 CET

Firenze: «Bene le iniziative che la Ministra ha annunciato per le carceri»

Giampiero Cassi, presidente dell’Ordine degli Avvocati di Firenze

La relazione del presidente dell’Ordine degli avvocati di Firenze, Giampiero Cassi, in occasione della cerimonia di inaugurazione dell’anno giudiziario 2022

A nome del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Firenze porgo i più rispettosi saluti al Presidente della Corte d’Appello, al Procuratore Generale, al V. Presidente del Consiglio Superiore della Magistratura, al rappresentante del Ministro della Giustizia, a tutti i Capi e Dirigenti degli Uffici Giudiziari, ai Magistrati Togati ed Onorari del Distretto, a tutto il personale di cancelleria e amministrativo, all’Avvocato Distrettuale dello Stato.

Un sincero ossequio a tutte le Autorità civili, militari, accademiche e religiose nonché ai Consiglieri del CNF, ai Colleghi Delegati di Cassa Forense, ai Colleghi componenti dell’Organismo Congressuale Forense, al Presidente dell’Unione Distrettuale degli Ordini degli Avvocati della Toscana, ai Presidenti degli altri Ordini degli Avvocati, ai Presidenti e/o rappresentanti degli altri Ordini professionali, ai Colleghi tutti ed al personale dell’Ordine, che assistono a questa cerimonia collegati in diretta streaming.

In primo luogo, desidero esprimere apprezzamento per le iniziative che il Ministro della Giustizia ha dichiarato di voler assumere per migliorare il livello di vita nelle carceri. La linea dell’Avvocatura rispetto a questo argomento è molto chiara: dobbiamo stare dalla parte delle persone. Non può esistere un carcere rieducativo se non si parte da questo concetto e se non si assicurano tutte le condizioni per garantire il rispetto della persona e della dignità umana anche a coloro che, per vicissitudini della propria vita, si trovano a dover scontare una pena. Abbiamo, quindi, letto con grande piacere nei giorni scorsi la notizia, estremamente importante, annunciata dal Ministro Cartabia e cioè che saranno messi a disposizione cospicui fondi (11 milioni di euro) per intervenire su Sollicciano, la cui struttura denuncia criticità così evidenti da creare problemi di quotidiana natura per i detenuti ed anche per coloro che vi lavorano.

Se è vero, come è vero, che, in materia, l’unico dato certo e indissolubile nel nostro patrimonio di giuristi è quello indicato nell’art. 27 della Costituzione e cioè che le pene devono tendere alla rieducazione del condannato, non può davvero pensarsi che tale principio possa essere ben applicato in situazioni nelle quali diventa disagevole perfino effettuare una normale attività umana, per cui siamo lieti che il Ministro della Giustizia abbia deciso di intervenire. Le note positive, tuttavia, finiscono qui.

Il 2021, al pari del 2020, è stato nuovamente un anno alquanto problematico per il perdurare della pandemia e, se da un lato sento il dovere di ringraziare il Presidente della Corte d’Appello di Firenze nonché tutti i Capi degli Uffici Giudiziari di Firenze e del Distretto, per la costante interlocuzione che essi hanno sempre avuto con le istituzioni forensi, grazie alla quale alcune delle criticità sono state risolte e si è potuto anche realizzare iniziative utili per gli avvocati, come il servizio della chiamata in udienza via telegram, reso possibile pure dal contributo di Cassa Forense, che ha reso più agevole e più sicura la partecipazione in presenza alle udienze, dall’altro lato, non posso non rilevare che, in alcuni casi, non vi è stata analoga collaborazione da parte di alcuni addetti agli Uffici, che hanno applicato in modo troppo rigido le disposizioni emergenziali in tema di accessi e di orari.

Dispiace dirlo, ma vi è la sgradevole sensazione che qualcuno non si dolga del fatto che questa situazione abbia allontanato gli avvocati dalla aule di giustizia, così come vi è stato, per noi avvocati toscani, un senso di solitudine (ma sia chiaro che non mi rivolgo ai vertici della Corte d’Appello che, anzi, ringrazio per l’attenzione che nella vicenda hanno avuto verso l’Ordine forense) allorché nella scorsa primavera per la questione vaccini che aveva interessato tutto il comparto giustizia e che era stato frutto di una decisione del tutto giusta e legittima sulla base delle disposizioni in vigore a quel momento, assunta peraltro non su istanza dell’avvocatura, è stata imbastita una campagna mediatica, anche a livello nazionale, che è durata alcuni mesi e che è stata rivolta, in pratica, solo contro gli avvocati, enfatizzando la falsa notizia che ciò avesse comportato la sottrazione dei vaccini agli anziani e alle persone fragili, senza che nessuno abbia ritenuto di intervenire per aiutare l’avvocatura a ristabilire la verità dei fatti.

L’allontanamento degli avvocati dalle aule di giustizia civili e penali trova proseliti, anche a livello governativo e ministeriale, perché è obiettivamente incomprensibile il motivo per il quale, nonostante che il D.L. n. 221/2021 del 24 Dicembre 2021 abbia prorogato lo stato di emergenza fino al 31 Marzo 2022, con il successivo D.L. n. 228/2021 del 30 Dicembre 2021, il cosiddetto decreto mille proroghe, sia stato disposto che per i processi civili e penali le disposizioni emergenziali varranno fino al 31 Dicembre 2022. Prescindendo da ogni valutazione circa la legittimità, o meno, di un simile provvedimento che, a fronte di uno stato di emergenza che per tutto il paese scadrà in data 31 Marzo 2022, prevede per la giustizia civile e penale una proroga molto più lunga, lo stesso evidenzia, comunque, quale sia la tendenza, tanto più che per la giustizia amministrativa e tributaria dallo stesso decreto mille proroghe è stata disposta la proroga della trattazione a distanza delle udienze solo fino al 31 Marzo 2022, differenziazione questa che lascia presagire che tale proroga diversificata costituisca il prologo di un’ennesima modifica legislativa volta a portare a regime alcune delle disposizioni emergenziali in questione.

Ed infatti nella Legge n. 206/2021, che ha attribuito al Governo la delega per la riforma del processo civile, è già prevista la possibilità che in determinati casi le udienze possano essere trattate con collegamenti audiovisivi a distanza o mediante il deposito di note scritte, il che, fermo restando che sarebbe comunque prima necessario un adeguato potenziamento delle infrastrutture telematiche, per alcune tipologie di udienze potrà risultare anche utile, ma  non può diventare la regola come, di fatto, è invece avvenuto, per lo meno nel giudizio civile, in questo periodo emergenziale, anche nei lassi di tempo in cui la situazione sanitaria si era notevolmente alleggerita ed era possibile esercitare senza troppi problemi ogni altro tipo di attività.

Tuttavia, il problema più grave è quello consistente nel fatto che, con le riforme dei processi oramai in fase di attuazione, si è voluto ancora una volta privilegiare il concetto che la loro durata dipende dal rito e che, quindi, lo strumento principale per ridurre tale durata è incidere sul rito stesso, con il rischio che possano essere imposte ulteriori decadenze e preclusioni. Il legislatore ha, dunque, ignorato i rilievi dell’Avvocatura – che questa volta, finalmente, anche tramite il Congresso Nazionale del Luglio scorso, ha fatto sentire unita la sua voce, rilevando, una volta di più, che una delle più importanti cause del problema era la carenza degli organici dei Giudici Togati e del personale di cancelleria – ed ha proseguito diritto sulla sua strada, adducendo la motivazione che la riduzione della durata dei processi è la condizione che l’Europa ha posto per l’erogazione dei fondi del Recovery Fund e che tale riduzione poteva essere ottenuta solo imponendo tempi stretti ai processi nonché con il reclutamento, peraltro, temporaneo e in due tranches, di un consistente numero di addetti all’Ufficio del Processo.

Sappiamo che potrebbe esserci obiettato che all’incremento del numero dei magistrati togati osta anche la scarsa preparazione dei candidati, di cui si è avuta evidenza con l’esito dell’ultimo concorso, problema questo che, peraltro, almeno in parte potrebbe essere superato se venisse data attuazione a quanto previsto dal terzo comma dell’art. 106 della Costituzione. Le prospettate riforme contengono anche alcune disposizioni giuste e condivisibili, ma non mancano quelle che destano profonde perplessità, a cominciare da quelle che interessano il processo penale.

La recente Legge n. 134/2021, che prevede la delega al Governo per l’efficienza del processo penale, introduce in realtà alcune modifiche immediate al Codice Penale, al Codice di Procedura Penale e alle norme di attuazione di quest’ultimo e, tra le modifiche già in vigore, sorprende l’intervento in tema di prescrizione, che deve, forzatamente, leggersi unitamente a quello sulla improcedibilità per il superamento dei termini di durata massima del giudizio di impugnazione. Ancora una volta si è dato piena prova da parte del legislatore della incapacità di gestire e di intervenire in maniera adeguata su meccanismi così delicati come quelli di cui trattasi, in quanto non si comprende perché si sia abbandonato un modello di prescrizione con le ipotesi di sospensione e di interruzione della medesima così lineare e di facile applicazione, come quello delineato dal Codice Rocco, per sostituirlo con gli interventi degli ultimi anni che ne hanno stravolto il senso e la stessa ragion d’essere.

Sulla prescrizione dei reati si poteva intervenire, se vi era l’esigenza di innalzare i tempi di maturazione della medesima, in modo semplice, aumentando se del caso i tempi ed eventualmente integrando i meccanismi di sospensione e di interruzione. Si è voluto, invece, riparare allo sciagurato intervento che va sotto il nome di Legge Bonafede con un sistema dualistico che pone prescrizione (istituto sostanziale) e improcedibilità (istituto processuale) obbligatoriamente unite. Pare quasi che il legislatore si diverta a complicare le regole che attengono alle garanzie difensive ovverosia a ciò che attiene alle fondamenta di uno Stato democratico e oltretutto l’intervento, già censurabile sotto una scelta strategica, lo è ancor di più nel merito per le problematiche e per le criticità che risaltano immediatamente da un’attenta lettura del nuovo art. 344-bis del Codice di Procedura Penale.

Ambiziosa, inoltre, è la parte che la citata Legge n. 134/2021 dedica alla delega al Governo per l’efficienza del processo, ma è alquanto difficile essere ottimisti circa l’effettivo conseguimento delle finalità della delega, consistenti nella semplificazione, speditezza e razionalizzazione del processo penale, in un contesto di rispetto delle garanzie difensive. Le scelte sbagliate del passato (tutte impostate su finalità condivisibili, almeno in astratto), ci impongono di essere guardinghi, anche perché ancora una volta si pensa di poter risolvere i problemi non considerando il carico dei procedimenti penali, la quantità (scarsa) dei Giudici, le scoperture delle cancellerie. Dubitiamo che il processo penale possa trovare un futuro con interventi di questo tipo ed è anche venuto il momento di prendere le distanze da chi si compiace nel creare aspettative senza averne la certezza – e nemmeno la fondata speranza – di realizzarle.

Una riflessione a parte merita, per quanto attiene alla delega, la delicata questione della giustizia riparativa in sede penale, materia nella quale occorrerà porre grandissima attenzione affinché siano rispettate le garanzie di tutte le parti.

Per quanto riguarda, invece, il processo civile, l’impianto generale è incentrato su una rigida concentrazione dei tempi per gli atti difensivi, come se bastasse solo una previsione normativa in questo senso a determinare un processo rapido. È vero che un processo rapido e giusto presuppone una concreta applicazione dei principi di oralità, immediatezza e concentrazione e, certamente, va in questa direzione la previsione che alla prima udienza sia necessaria la presenza personale delle parti per essere interrogate dal Giudice. Peraltro, a parte il fatto che il principio di oralità si pone ovviamente in contrasto con quello della trattazione scritta che la nuova riforma sembrerebbe voler anch’esso introdurre, non si può non ricordare che anche la riforma del 1995 prevedeva che le parti comparissero personalmente alla prima udienza per essere interrogate dal Giudice, ma poi la norma fu cambiata, perché i tempi imposti dalla comparizione personale delle parti e dal loro interrogatorio libero non erano compatibili con il carico del ruolo di ciascun Giudice, con conseguente allungamento dei processi.

Si assiste poi all’ulteriore tentativo di disincentivare la proposizione delle impugnazioni, prevedendo addirittura la condanna al pagamento di un importo fino ad Euro 10.000,00 a carico della parte che nel giudizio di appello presenti l’istanza di inibitoria, qualora detta istanza sia dichiarata inammissibile o manifestamente infondata. Rilevato che non è insolito che, nonostante il mancato accoglimento dell’istanza di inibitoria, l’appello successivamente sia comunque accolto, imporre un ulteriore balzello in relazione ad una delibazione di natura necessariamente sommaria e destinata ad essere superata dalla decisione definitiva, che va ad aggiungersi all’importo del contributo unificato, destinato a raddoppiare in caso di rigetto dell’appello, per molti cittadini costituirà un ostacolo economico insormontabile, che viola i principi costituzionali, tenuto conto anche del fatto che nella legge delega si parla pure di un eventuale aumento del contributo unificato per incentivare il ricorso alla mediazione.

Si tratta di segnali significativi circa la tendenza in atto ormai da molto tempo, qualunque sia il Governo in carica o la maggioranza parlamentare, diretta ad escogitare sempre nuovi deterrenti per limitare il ricorso dei cittadini al Giudice, ritenendo, evidentemente, che in questo modo possa essere raggiunto l’obiettivo della riduzione dei tempi dei processi, ma ignorando la violazione dell’art. 24 della Costituzione che tutto ciò comporta. Per la verità, per conseguire il risultato della riduzione della durata dei processi non vi è solo la riforma dei riti, perché altra misura adottata dal nostro legislatore, come sopra detto, è stata la previsione di un rilevante potenziamento, se pur temporaneo, dell’Ufficio del processo.

In questo caso la tecnica legislativa è stata quella di reclutare gli addetti all’Ufficio del processo, dando generiche indicazioni circa le loro effettive mansioni, e di demandare poi ai singoli Uffici Giudiziari non solo la concreta individuazione delle mansioni stesse ma anche il reperimento degli spazi necessari per il loro collocamento. È ovvio che sarebbe stato auspicabile agire in modo inverso, ovverosia prima definire con precisione i compiti dei nuovi addetti, anche per assicurare regole uniformi per tutti gli Uffici, e poi provvedere al loro reclutamento, avendo ben chiari i requisiti che essi avrebbero dovuto possedere per poter espletare i compiti stessi, nonché gli spazi in potevano essere collocati, il che avrebbe evitato ai Capi degli Uffici di doversi impegnare, come invece è avvenuto, in un’affannosa ricerca dei necessari locali.

Non deve, quindi, stupire che l’Avvocatura abbia avuto (e tuttora abbia) non poche perplessità circa l’attuazione pratica di questo provvedimento, pure per il timore che l’attività dei nuovi addetti, proprio per l’incertezza sulle loro reali mansioni e sui confini delle stesse, possa incidere anche sull’attività giurisdizionale vera e propria riservata al Giudice, ma ciononostante essa ha dato la sua leale e fattiva collaborazione agli Uffici Giudiziari per l’individuazione dei compiti di tali nuovi funzionari.

Certo è che, alla luce di quanto sopra evidenziato e considerata anche la temporaneità della misura, non è possibile essere ottimisti circa il conseguimento dei risultati auspicati, il che desta non pochi timori per quanto potrà succedere, in relazione ai fondi europei, nell’ipotesi, non affatto improbabile, che non si riesca a raggiungere i risultati a cui la loro erogazione e il loro mantenimento sono stati espressamente subordinati. La realtà è che al comparto giustizia non viene dedicata la necessaria attenzione e che ancor meno attenzione viene data all’insopprimibile ruolo che svolgono gli avvocati.

Anche la recente questione del green pass obbligatorio per accedere agli Uffici Giudiziari ne è un esempio, sia per i problemi interpretativi circa la decorrenza delle nuove norme, che hanno reso necessario un intervento chiarificatore da parte del Ministero della Giustizia, sia perché, pur comprendendo i motivi che hanno indotto il Governo a introdurre l’obbligo del green pass anche per gli avvocati, la disposizione che sembrerebbe negare a priori la sussistenza del legittimo impedimento nel caso in cui l’avvocato che ne sia sprovvisto non possa partecipare all’udienza ed  esercitare il diritto di difesa, non tiene conto che egli assolve ad una funzione di rilievo costituzionale, nonché del fatto che tale mancanza, come ci dicono le cronache, potrebbe essere dipesa non dalla volontà dell’avvocato, bensì da serie motivazioni o da meri ritardi burocratici.

Gli avvocati sono stanchi di questo legiferare confuso e poco attento, ma, pur consapevoli che anche il 2022 si prospetta alquanto problematico, sono pronti a dare la loro leale e fattiva collaborazione per il definitivo superamento dell’attuale difficile situazione, auspicando, peraltro, che le prossime disposizioni normative siano improntate ad un reale rispetto della loro funzione e del valore assegnato dalla nostra Costituzione al diritto di difesa, nonché ad un’accettazione del fatto che gli avvocati costituiscono un elemento essenziale della giurisdizione. In quest’ottica, relativamente alla presenza degli avvocati nei Consigli Giudiziari, si auspica non solo che arrivi in porto il progetto di attribuire loro il diritto di tribuna, ma anche che, superando le note resistenze, sia riconosciuto agli stessi il diritto di voto, come auspicato anche da alcune componenti, se pur minoritarie, della Magistratura.

Confidiamo inoltre che l’Avvocatura, con un CNF finalmente ricostituito nella sua interezza e sotto la guida della neoeletta Presidente Masi, alla quale formulo le mie più sincere congratulazioni per la sua nomina, colga l’occasione del XXXV Congresso Nazionale Forense, che si terrà i primi giorni del prossimo mese di Ottobre, per riaffermare, con forza e in modo unitario, il suo ruolo costituzionale.

Sarà anche l’occasione per approfondire il tema della giustizia predittiva che oramai è il futuro prossimo e che potrà risultare uno strumento utile, ma che per esserlo davvero, oltre a dover confrontarsi con la realtà del nostro paese, caratterizzata da miriadi di norme e da orientamenti giurisprudenziali non univoci, dovrà rispettare sia il ruolo dell’avvocato, sia (soprattutto) quello del magistrato, salvo che non si voglia modificare il secondo comma dell’articolo 101 della Costituzione e prevedere che i Giudici siano soggetti non più alla legge, bensì all’algoritmo.

Vi ringrazio per l’attenzione e buon anno giudiziario.

Uncategorized 28 Jan 2022 22:39 CET

Genova: «L’avvocatura reclama interventi che riducano il gap fra giustizia e attese dei cittadini»

Luigi Cocchi, presidente dell’Ordine degli Avvocati di Genova

La relazione del presidente dell’Ordine degli avvocati di Genova, Luigi Cocchi, in occasione della cerimonia di inaugurazione dell’anno giudiziario 2022

Le criticità della giustizia, già segnalate negli interventi svolti in questa cerimonia negli anni precedenti, sono state aggravate dalla prosecuzione della pandemia Covid nel 2021.La protrazione di detta pandemia ha comportato la necessità di adozione di continui interventi normativi finalizzati a far fronte alla situazione emergenziale, peraltro connotati, come anche quelli del 2020, da scarsa chiarezza e soprattutto di difficile e non univoca applicazione, con conseguente differenziazione nei regimi di attività tra uffici giudiziari ed all’interno degli stessi.

L’utilizzo di soluzioni tecniche per sopperire all’esigenza del contrasto del virus, improntate su regimi processuali urgenti e che oggi si tenderebbe ad esportare e ad introdurre a regime nell’ambito delle riforme processuali in corso, non è peraltro né stato risolutivo di dette criticità, né appare soddisfare completamente le esigenze difensive delle parti. In sintesi, le criticità già presenti sulla funzionalità del servizio si sono acuite e rimangono gravissime in termini di efficienza e di contenimento dei tempi dei processi.

Le riforme

Anche in considerazione dell’approvazione del PNR lo Stato Italiano ha assunto l’impegno ad adottare riforme consistenti sul sistema giustizia al fine di riportare il servizio a standards propri dei paesi dell’Unione. Il giudizio dell’Avvocatura, le cui rappresentanze istituzionali non sono state coinvolte e consultate, nonostante le promesse del Ministro della Giustizia (intervenuto al Congresso Nazionale del 22.7.2021), è nel senso che le riforme avviate non siano idonee e suscettibili di superare dette criticità, per scelte di fondo operate.

In una fase, in cui la crisi della giustizia rinviene la sua causa fondamentale nella diastasi tra domanda di giustizia dei cittadini e offerta di giustizia dello Stato, appare non condivisibile – ad esempio – il tentativo di degiurisdizionalizzazione della giustizia civile mediante la eccessiva spinta verso strumenti alternativi (ADR) che già hanno dimostrato la loro inefficacia deflattiva, ovvero quella della istituzione degli uffici del processo, con l’assunzione di 16.500 addetti, e non anche l’adeguato ampliamento del ruolo dei magistrati ordinari ed il reperimento di risorse strumentali adeguate a soddisfare la domanda di giustizia.

Analoghe critiche appaiono rivolgibili al progetto di riforma del processo penale, nel quale – ad esempio – è prevista l’introduzione di strumenti deflattivi quale l’improcedibilità processuale dell’appello, equivalente ad una prescrizione processuale non risolutiva del problema della durata dei processi. Né appare neppure avviata la riforma dell’ordinamento giudiziario resa necessaria dalla esigenza di superare le criticità generate da eventi che hanno suscitato l’attenzione dell’opinione pubblica sul servizio giustizia.

La situazione della giustizia nel Distretto

L’attività giudiziaria del Distretto ha subito il riflesso delle criticità, a cui si è sopra accennato e di quelle conseguenti alla prosecuzione della pandemia e dei limiti all’attività da essa indotti.Le risalenti criticità hanno assunto ancora maggior rilievo alla luce della nota insufficienza ed inidoneità del Palazzo di Giustizia, che ha portato a dover gestire anche questioni di assoluta rilevanza mediante soluzioni estemporanee e inadeguate.

Prospettive

L’Avvocatura, che da tempo richiede anche una riforma della sua legge professionale, per adeguarla alle legislazioni dei paesi dell’Unione Europea, si augura che, superata la pandemia, anche alla luce delle esigenze imposteli ex externo si ripensi alle necessità del servizio giustizia e si aviino riforme dei processi in grado di soddisfare effettivamente, concretamente e tempestivamente le esigenze di giustizia reclamate dai cittadini.

Uncategorized 28 Jan 2022 22:33 CET

Lanciano: «Qui prevale lo spirito collaborativo tra magistrati, Foro e personale»

Silvana Vassalli, presidente dell’Ordine degli Avvocati di Lanciano

Di seguito si riporta una trascrizione redazionale dell’intervento che la presidente Silvana Vassalli, all’inaugurazione presso la Corte d’appello dell’Aquila, ha pronunciato a braccio.

Questo è il saluto dell’avvocatura abruzzese. Ringrazio in particolare il collega presidente distrettuale Maurizio Capri il quale, insieme al suo Consiglio dell’Ordine ha concesso a me di parlare in rappresentanza di tutta l’avvocatura abruzzese, considerando la particolare situazione che Lanciano e gli altri tre Tribunali non provinciali vivono nell’anno 2022.

Caro Presidente, la sua è stata una relazione puntuale: ha dato, insieme a quella del procuratore generale, uno spaccato della nostra regione. L’avvocato Di Campli, che siede al Consiglio nazionale, ed io che siedo anche nell’Organismo congressuale forense, abbiamo la possibilità di verificare cosa sia successo, nel 2021, anche negli altri distretti, parlando con i colleghi avvocati. Con orgoglio posso dire che il nostro distretto si è distinto. Perché è piccolo? O forse perché abbiamo avuto tanta buona volontà, doverosa come lei ha detto, ma soprattutto tanto spirito di collaborazione tra magistratura, avvocatura e dipendenti amministrativi?

Questo non significa che siamo l’optimum. Anzi, subiamo, o determiniamo talvolta anche noi, le criticità. Questo significa che noi tutti siamo pronti ad affrontare un 2022 che sicuramente sarà importante a livello nazionale ed europeo. Perché non dimentichiamo che quella che viviamo è una scommessa con l’Europa, oltre che con noi stessi. Ci è stata accordata una fiducia alla quale bisogna rispondere. E nessuno di noi si dovrà tirare indietro rispetto agli impegni assunti. Questo significa che siamo pronti ad affrontare le riforme del processo, a confrontarci con l’intera magistratura del nostro distretto, sia a livello di giudici di secondo grado sia, e ancor più, con i giudici territoriali a cui noi facciamo riferimento. Perché questa riforma sicuramente assegnerà un carattere pregnante al processo di primo grado: nel senso che un buon processo di primo grado potrebbe già da solo eliminare le criticità, e un eccessivo ricorso al processo di secondo grado.

Noi ne siamo consapevoli. E noi, come avvocati, abbiamo prima contribuito alla stesura, nel 2020, degli accordi per far ripartire l’attività giurisdizionale, e oggi partecipiamo ai tavoli di concertazione per la stesura dei decreti delegati. In Abruzzo ne abbiamo un ottimo esempio: Donato Di Campli, che siede al tavolo di concertazione per la mediazione. Però vorrei citare una frase che ieri mi ha colpito, perché è stata pronunciata, e udita attraverso i telegiornali, quasi in sincronia dal Papa e dalla nostra presidente nazionale Maria Masi: hanno usato espressioni similari, “nessuna riforma di legge può essere valida se non è seguita da una riforma del comportamento di ciascuno di noi”. Non è la legge che porta l’innovazione, ma è il mutato comportamento nell’adempiere al proprio dovere: abbiamo la versione laica e la versione cristiana del concetto di dovere.

Parliamo del concetto laico, sicuramente quello che ci riguarda di più: dovere significa che noi avvocati siamo pronti a compiere, e stiamo già portando a compimento, una rivisitazione del comportamento professionale. Vero è che a ottobre, nel nostro congresso, si parlerà della riforma della nostra legge professionale, qualora ce ne fosse bisogno e nelle parti in cui ce n’è bisogno. Vero è che noi avvocati siamo pronti ad accettare la sfida di portare il contenzioso, prima che sul piano giurisdizionale, all’esame delle nostre istituzioni forensi, delle camere arbitrali, delle camere della media conciliazione, degli organismi di composizione della crisi.

Vede presidente, quando noi avvocati andavamo a contestare le Adr ancor prima che venissero costituite, era perché si era davanti a una struttura privata che voleva arrogarsi il diritto di gestire l’attività esoprocessuale. Oggi le strutture sono nostre: vivono nei nostri Consigli dell’Ordine, vivono con noi e per noi, e abbiamo educato soprattutto i giovani a frequentarle (…).

Uncategorized 28 Jan 2022 22:01 CET

Lecce: «Nel prossimo ottobre ospiteremo il congresso nazionale dell’avvocatura»

Antonio De Mauro, presidente dell’Ordine degli Avvocati di Lecce

La relazione del presidente dell’Ordine degli avvocati di Lecce, Antonio De Mauro, in occasione della cerimonia di inaugurazione dell’anno giudiziario 2022

A nome mio personale e del consiglio dell’ordine degli avvocati di Lecce nonché di quelli di Brindisi e di Taranto, oggi rappresentati dai Presidenti Avv. Claudio Consales e Avv. Antonio Vito Altamura, giunga il saluto dell’avvocatura salentina tutta al Presidente della Corte, al Procuratore generale, a tutti i magistrati, ai rappresentanti del Governo e del CSM, ai dirigenti ed al personale di Cancelleria alle colleghe e ai colleghi e a tutte le autorità civili e religiose.

Ancora una volta la cerimonia di inaugurazione dell’anno giudiziario viene svolta in modalità differenti da quelle tradizionali, per il persistente stato di emergenza che continua a impensierire per la salute della collettività. Inevitabilmente anche le consuete attività umane hanno risentito di questa “realtà modificata”, rispetto alle dinamiche sociali e interpersonali cui eravamo abituati.

Nell’intervento dello scorso anno l’avvocatura aveva manifestato le difficoltà e le rigidità del sistema giudiziario che, nel suo complesso, risente ancora oggi di una carenza di persone e di strutture, che rende il ricorso a modalità alternative di attuazione della giurisdizione complesse e articolate e che incidono inevitabilmente sullo svolgimento della professione forense. Sotto questo profilo, come sottolineato dalla presidente del CNF Maria Masi nella cerimonia di inaugurazione dell’anno giudiziario in Cassazione, non si comprende il rinvio al 31.12 dello stato di emergenza limitatamente all’attività giurisdizionale nel mentre per le altre attività la data è fissata al 31 marzo.

L’avvocato costituisce l’anello imprescindibile di congiunzione tra il cittadino e il sistema della giustizia, di modo che solo l’effettiva e concreta attuazione del mandato difensivo consente la affermazione e la tutela dei diritti e delle libertà dei singoli. Frapporre ostacoli all’esercizio della professione forense non limita solo i diritti del difensore ma concretizza un pericolosissimo vulnus alla completa attuazione dei principi costituzionali e alla concretizzazione dello stato di diritto.

È in questa ottica, e non certamente nella partigiana tutela di sterili posizioni soggettive e di classe, che devono essere lette le rivendicazioni che l’avvocatura in tutte le sedi e su tutto il territorio nazionale continua a formulare, da intendersi quindi nel senso della valorizzazione e della effettività della tutela. Un’avvocatura limitata nel proprio agire non può che comportare, come conseguenza, un affievolimento delle tutele del cittadino. L’indefettibilità della funzione difensiva è principio non solo normativamente riconosciuto ma rappresenta il superamento di concezioni dello Stato che la storia ha consegnato ad un passato remoto.Oggi la nostra professione è caratterizzata da una frammentazione delle regole procedurali che possono pregiudicare la tutela sostanziale.

Nelle continue interlocuzioni, che proseguono quasi quotidianamente, abbiamo rivendicato in moltissime occasioni la necessità di adeguare le modalità per la trattazione cartolare ma ancora oggi registriamo una miriade di termini per il deposito delle note di trattazione che non trova giustificazione o presupposto razionale alcuno, se non l’affermazione di un particolarismo che non assolve ad altra funzione se non quella di rendere il quadro regolamentare immotivatamente complesso; gli orari fissati per la trattazione dei processi in alcuni casi non vengono rispettati costringendo avvocati, parti e testimoni ad attese del tutto inammissibili anche in considerazione delle esigenze sanitarie che dovrebbero impedire le occasioni di creazione di assembramenti; la fruizione dei servizi di cancelleria continua, in alcuni uffici giudiziari, a registrare incomprensibili rigidità (cito ad esempio il divieto spesso frapposto dal personale di attraversare un corridoio vuoto per spostarsi da un front office all’altro o quello di consentire di interloquire con il funzionario di cancelleria presso la propria stanza, pur sempre nel rispetto della normativa sanitaria).

Sig Presidente, Sig. Procuratore generale: l’avvocatura non può essere solo tollerata all’interno dei palazzi di giustizia sia per la rilevanza costituzionale del proprio ruolo, sia per l’inevitabile incidenza, come detto, che l’attività difensiva comporta sui diritti e sulle libertà del cittadino, sia perché l’accesso ai palazzi è una necessità per l’esercizio dell’attività lavorativa del ceto forense che non può tollerare l’imposizione di vincoli e di complesse modalità di esercizio di un diritto, quello al lavoro, costituzionalmente protetto al pari di quello alla difesa!

È necessario, quindi, che si prenda atto di questa nuova fase di gestione dell’emergenza pandemica e che, in ossequio anche ai recentissimi provvedimenti ministeriali, agli avvocati in regola con la disposizioni in tema di vaccinazione, sia consentito il libero accesso ai palazzi di giustizia e la libera fruizione dei servizi di cancelleria. Non credo che a un magistrato sia mai stata rivolta, da parte degli addetti al controllo degli accessi, la domanda, successiva alla identificazione personale e professionale: “cosa deve fare”? A tutto ciò si aggiungano le più volte lamentate inefficienze croniche dell’apparato: carenza di personale (giudici e personale di cancelleria), inadeguatezza dei sistemi tecnici, complessità burocratiche, carenza endemica di stanziamenti.

Ancora devo sottolineare, e questo dato è stato rilevato a quanto mi consta anche nel corso delle recenti ispezioni ministeriali, l’inaccettabile ritardo nella liquidazione del patrocinio per i non abbienti che, pur con la collaborazione dell’avvocatura, rileva tempi al limite dell’offensivo per la dignità dell’avvocato che ha il diritto, in base alla normativa vigente, di vedersi riconosciuto il giusto compenso per il proprio lavoro, che peraltro è inferiore rispetto ai minimi tariffari. L’impiego dei fondi del Recovery fund in relazione agli obiettivi del piano nazionale di ripresa e resilienza, non può certamente dirsi aver tenuto presenti le esigenze dell’avvocatura.

I fondi per l’implementazione dell’ ufficio del processo sarebbero forse stati impiegati in maniera più utile per il reclutamento di un maggior numero di magistrati: sotto questo profilo l’avvocatura porrà estrema attenzione al corretto utilizzo di questo strumento, con la certezza che lo stesso non costituirà un “officioso” distoglimento del cittadino dal giudice naturale, insostituibile presidio di legalità dell’azione giudiziaria.Le riforme del processo civile e penale, pensate per l’efficientamento del sistema, non potranno certamente compromettere i presidi costituzionali di attuazione del giusto processo, introducendo, ad esempio, surrettizie forme di razionalizzazione del contenzioso quali, ad esempio, le norme dettate in tema di inammissibilità delle impugnazioni.

L’avvocatura, anche sotto questo profilo, porrà la massima attenzione acchè le garanzie e i precetti costituzionali non vengano sacrificati sull’altare dell’efficienza (intesa in senso “aziendalistico”) o della deflazione! Concludevo l’intervento lo scorso anno affermando che l’avvocatura sarebbe stata pronta ad affrontare le sfide che il futuro avrebbe proposto: la sfida più grande, quella della sopravvivenza, fisica professionale e sociale, è ancora purtroppo in atto: solo la solidarietà intesa soprattutto in senso orizzontale ci consentirà di superare l’emergenza.

Lecce avrà l’onore di ospitare nel prossimo ottobre, il congresso nazionale dell’avvocatura, grazie all’impegno della consiliatura che mi ha preceduto e che colgo l’occasione per ringraziare per il prestigio che da tale designazione discende per il nostro distretto. Il tema del congresso sarà: L’Avvocatura e il suo ruolo costituzionale, risorsa necessaria per un cambiamento sostenibileL’effettività della tutela dei diritti, garanzia dello sviluppo sociale. Solo il riconoscimento della imprescindibilità della funzione difensiva e l’adozione delle misure atte a concretizzare l’effettività di tale funzione consentiranno la corretta attuazione delle dinamiche sociali. 

Uncategorized 28 Jan 2022 21:49 CET

Messina: «Bisogna riportare il processo italiano a un modello efficiente»

Domenico Santoro, presidente dell’Ordine degli Avvocati di Messina

La relazione del presidente dell’Ordine degli avvocati di Messina, Domenico Santoro, in occasione della cerimonia di inaugurazione dell’anno giudiziario 2022

Ill.mo Signor Presidente della Corte d’Appello, signor Procuratore Generale, Autorità Civili, Militari e Religiose, signori Avvocati, signori Magistrati, signore e signori, giunga a Voi tutti il migliore saluto dell’Avvocatura del Distretto di Messina che ho l’onore ed il piacere di rappresentare, del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Messina, di Barcellona P.G. e Patti e mio personale, ci siamo lasciati in piena emergenza e ancora oggi questa importante cerimonia ci obbliga ad incontrarci, a ranghi ridotti, per il sopravvenire di nuova variante ed il persistere della pandemia.

In via preliminare voglio ricordare alla nostra memoria gli Avvocati del Distretto che nell’anno 2021 ci hanno lasciato: Carmelo Aloi, Antonino Branca, Letterio Briguglio, Olga Cancellieri, Domenica Carmela Impalà, Antonino La Malfa, Concetta La Valletta, Vincenzo Muscolino, Gisella Pizzo, Carmela Maria Ruggeri, Clodomiro Tavani, Francesco Traclò e Mario Turrisi ed è con rimpianto che ne ricordiamo l’impegno, la passione, la competenza, e l’attaccamento ai valori che la Toga rappresenta per tutta l’Avvocatura ed è nostra cura indicare il loro esempio anche alle nuove generazioni.

Introduzione: giurisdizione e PNRR

Con l’avvento della pandemia è stato varato il Piano nazionale di resistenza e resilienza al fine di raccogliere il sostegno economico disposto dall’Europa a condizione di assumere precisi impegni nell’ambito della Giurisdizione, primo fra tutti far rientrare la durata del processo nei tempi eurocomunitari.

Non possiamo negare che “il sistema giudiziario sostiene il funzionamento dell’intera economia. L’efficienza della Giustizia è condizione indispensabile per lo sviluppo economico e per un corretto funzionamento del mercato”. Ed invero, il Piano nazionale di ripresa e resilienza, deve assolutamente fondarsi su una riforma della giurisdizione al fine di “riportare il processo italiano ad un modello efficiente e competitivo”. Al centro, il fattore tempo: un dimezzamento della durata dei procedimenti civili si stima possa accrescere la dimensione media delle imprese manifatturiere del 10%; una riduzione da 9 a 5 anni dei tempi di definizione delle procedure fallimentari potrebbe generare un incremento di produttività dell’economia dell’1,6%. Insomma, le “prospettive di rilancio del nostro Paese sono fortemente condizionate – si legge nel PNRR– dall’attuazione di riforme e investimenti efficaci nel settore della Giustizia”. Ma chiudere sedi giudiziarie non è la soluzione dei problemi che sta attraversando la Giustizia del nostro paese.

Il Consiglio ritiene di dover continuare a sostenere i colleghi e trovare ogni percorribile soluzione necessaria a riportare l’intero ceto forense a riprendere il percorso ostacolato dal susseguirsi di questa inimmaginabile pandemia. Per ciò stesso ha messo in atto tutte le risorse disponibili, consegnando all’Avvocatura messinese dapprima la possibilità di verificare le condizioni di salute con gli screening, oggi offrendole la possibilità di sottoporsi al controllo mediante tamponi molecolari e sierologici. Sono state allestite per i colleghi molte postazioni, sia nella storica sede dell’Ordine a Palazzo Piacentini che nella sede del Dipartimento cultura e servizi di via Venezian, ove sono a disposizione una ricca ed aggiornata raccolta di testi giuridici delle principali case editrici e le più fornite banche dati giuridiche.

Il piano dell’offerta formativa, nonostante l’emergenza, è stato sviluppato in tutte le sue parti e con gli altri protagonisti istituzionali del territorio (magistratura, università, comune, ordine dei commercialisti, camera di commercio), con eventi – sia in presenza che modalità telematica o mista – di diritto sostanziale e processuale, senza peraltro trascurare la vocazione sociale dell’avvocatura, quindi con incontri su attualità, cultura ed economia. Grazie al lavoro sinergico con il mondo accademico e le associazioni maggiormente rappresentative, particolare attenzione è stata anche attribuita alla formazione specialistica, che nel futuro potrà ulteriormente avvantaggiarsi di nuove e più strette collaborazioni tra il Consiglio e i docenti dell’Ateneo messinese in vista della progettazione di corsi di laurea, master e corsi di alta formazione appositamente ideati per rispondere alle trasformazioni del mondo delle professioni forensi.

Edilizia Giudiziaria

Anno 2022: attendiamo di raccogliere i frutti del costante lavoro intessuto all’unisono dalla Avvocatura e Magistratura, ed invero, nell’anno appena trascorso la Conferenza Permanente di Codesta Ecc.ma Corte ha costantemente dedicato ogni energia offrendo al Ministero ed a tutti gli Enti coinvolti le soluzioni idonee a superare la vergognosa condizione dell’edilizia Giudiziaria. Noi tutti continuiamo a svolgere l’attività quotidiana in locali inadeguati e in condizioni di assoluta insicurezza.

Siamo ormai pronti, vi sono già disponibili immobili idonei e non utilizzati dall’INPS ed è stata già constatata l’idoneità dei locali e la disponibilità dell’Ente a cederli in locazione. Si attende solo la stipula del contratto e la soluzione indicata consentirebbe non solo un notevole risparmio economico per il Ministero, ma anche e soprattutto darebbe una risposta concreta al regolare esercizio dell’attività Giudiziaria a Messina che altrimenti in un brevissimo tempo dovrà essere sospesa per l’impossibilità di proseguire negli attuali locali, stante l’assoluto pericolo per Avvocati, Magistrati, personale e per la stessa utenza. L’Avvocatura ed i Capi degli Uffici Giudiziari hanno cercato ogni possibile soluzione nell’interesse della Giurisdizione e dell’intera Comunità.

Non possiamo più attendere, al delegato del Ministro chiediamo a gran voce un intervento fattivo che metta fine alle pastoie burocratiche che stanno impedendo la definizione dell’accordo locativo ed in atto mantengono a carico dello Stato un costo milionario per locazioni assolutamente inadeguate.

Giustizia di prossimità

La giustizia di prossimità è garanzia della presenza dello Stato sul territorio ed assicura con l’esercizio della Giurisdizione la tutela della comunità. Non voglio ripetere quanto già affermato lo scorso anno in sede di inaugurazione, ma la sconsiderata scelta politica che in questi anni ha posto in grande difficoltà la tutela dei diritti dei consociati, ancora oggi persiste. Nonostante la netta opposizione dell’Avvocatura, la sezione distaccata di Lipari è stata sostanzialmente accorpata alla circoscrizione del Tribunale di Barcellona P.G e tutti gli affari sopravvenuti dallo scorso anno sono stati assegnati al Tribunale di Barcellona P.G., mentre a Lipari permangono solo gli affari già incardinati. In questi giorni anche il Giudice di Pace di Tortorici è stato soppresso e tra pochi giorni verrà chiuso, con grave pregiudizio per le popolazioni dei Nebrodi, che stanno subendo un ulteriore mortificazione.

Con la deprecabile scelta di frapporre ostacoli all’accesso alla tutela dei diritti non si potranno risolvere i problemi che affliggono la giustizia. Sopprimere sedi giudiziarie, specie in tempo di pandemia, non è certo la soluzione per migliorare l’esercizio dell’attività giudiziaria.

Questa errata politica deve mutare indirizzo, il PNRR con i fondi destinati alla giurisdizione, dovrà tenere conto delle esigenze delle comunità territoriali, si dovrà incrementare il numero dei Magistrati, del personale delle cancellerie, garantendo la necessaria formazione ed una digitalizzazione a servizio della Giurisdizione e della utenza. Occorre riaprire Tribunali e Giudici di Pace soppressi così solo si potrà garantire l’esercizio della Giurisdizione e quello che chiede l’Europa: un processo celebrato in tempi adeguati agli standard dell’Unione.

Ufficio del Processo e Digitalizzazione

La riforma sostiene una fondamentale innovazione incentrata sull’Ufficio del processo, già in sperimentazione dal 2014. L’ufficio per il processo prevede di affiancare al giudice un team di personale qualificato per agevolarlo e supportarlo, nelle attività preparatorie del giudizio e in tutto ciò che può velocizzare la redazione di provvedimenti. Ma non può e non deve avere lo scopo di sostituirsi al giudice nella decisione. L’intento resta quello di offrire un fattivo ausilio alla giurisdizione al solo fine di realizzare in concreto un essenziale, rapido ed immediato miglioramento delle performance dell’ufficio giudiziario e di sostenere il sistema con l’obiettivo di eliminare l’arretrato e ridurre il tempo dei procedimenti sia civili che penali.

I primi problemi nel nostro distretto si sono palesati nel dover individuare il sito in cui allocare le centinaia di unità lavorative interessate. Il Ministero avrebbe voluto, con uno sconsiderato progetto, allocare il personale dell’Ufficio nella aula magna della Corte d’Appello, privando Palazzo Piacentini di una adeguata e pregevole sede per l’espletamento delle attività fondamentali di formazione, rappresentanza ed avrebbe privato Magistrati, Avvocati e personale di una sede prestigiosa, quasi centenaria. Ma grazie alla coesione di tutti gli attori della Giurisdizione del nostro Distretto questa previsione è stata respinta, a costo di sacrificare altri luoghi meno necessari e rappresentativi.

L’Avvocatura – e riteniamo anche gran parte della Magistratura – non è convinta che l’Ufficio del processo potrà realizzare le finalità che la riforma si è proposta. Si evidenziano molte criticità, specie per quanto riguarda la Magistratura inquirente ed evidenti incompatibilità. Ed invero, dobbiamo evidenziare che molti Avvocati hanno già superato le selezioni per accedere all’Ufficio con rapporto di lavoro a tempo pieno e determinato, ma di recente è stata esclusa l’incompatibilità con la professione Forense, senza regolarne le modalità, (ad esempio se vi sarà incompatibilità di svolgere tale funzione nello stesso circondario in cui l’Avvocato esercita la professione legale), con prevedibili ed inammissibili ricadute sull’indipendenza e l’autonomia nell’esercizio dell’avvocatura.

Se si vorrà portare a compimento il progetto e darne credibilità vanno trovati subito i necessari correttivi per consentire concretamente che l’Ufficio realizzi gli obiettivi cui la riforma si prefigge senza ledere l’autorevolezza e il prestigio dell’avvocatura. Attendiamo con speranza e fiducia.

Digitalizzazione. Relativamente alla digitalizzazione, riteniamo che la situazione emergenziale ha anticipato di parecchi anni il necessario processo: è stato progettato un investimento di centinaia di milioni di euro, la cui previsione è la seguente. Una trasformazione digitale a sostegno dell’azione degli Uffici giudiziari per la digitalizzazione delle procedure e l’adeguamento alle riforme in corso. La completa digitalizzazione degli archivi relativi ai procedimenti civili e della Corte Suprema di Cassazione. Si prevede, altresì, lo sviluppo di un progetto dedicato alla formazione della conoscenza del processo e all’analisi dei dati e dei documenti, un patrimonio aggiuntivo di enorme rilevanza per l’utilizzo e per l’elaborazione dei dati giudiziari. Per raggiungere gli scopi di tale fondamentale sviluppo tecnologico è necessario dotare tutto il pianeta giustizia di quei necessari sostegni e supporti che in atto ancora non sono adeguati, evitando gli errori che hanno portato per esempio all’inefficienza dello smart working nell’anno appena trascorso.

Riforma del processo civile

La riforma del processo civile articolata su più linee complementari tra loro, in primo luogo intende affidare un compito deflattivo agli strumenti alternativi per la risoluzione delle controversie, le ADR: negoziazione assistita, mediazione, arbitrato, affidando un compito risolutivo all’Avvocatura che deve concretamente raccogliere la sfida e dimostrare le necessarie capacità. Su questo tema il Consiglio ha accettato la scommessa ed è in previsione anche la possibilità di allargare i confini dell’Ufficio delle ADR anche in sede Jonica del nostro distretto, privata della necessaria sede giudiziaria già da tempo.

Nel contempo appare necessario realizzare quelle migliorie del processo civile; ed invero, solo un processo efficace innanzi l’autorità giudiziaria potrà far funzionare le ADR e realizzare quell’auspicato fine deflattivo. Meritano, altresì, un necessario intervento anche il processo esecutivo ed i procedimenti speciali, la negoziazione assistita nelle controversie di lavoro ed il superamento del rito Fornero sui licenziamenti.

Cosa si aspetta l’Avvocatura

Una maggiore attuazione delle attività peculiari della fase preparatoria ed introduttiva; La soppressione delle udienze potenzialmente superflue e la riduzione dei casi nei quali il tribunale è chiamato a giudicare in composizione collegiale; Evitare la delega costante ai Giudici onorari nella fase istruttoria, fase fondamentale che deve restare affidata al decidente; Una migliore ridefinizione della fase decisoria, con riferimento anche all’Ufficio del processo e con riferimento a tutti i gradi di giudizio.

Tribunale per le Persone, per i Minorenni e per le Famiglie

Con la legge delega viene istituito il nuovo tribunale per le persone, per i minorenni e per le famiglie. Si è prevista una sezione distrettuale presso la Corte di appello e una sezione circondariale, presso il Tribunale. Si viene a realizzare un principio di prossimità del giudice con le parti del processo ed in particolare con il minore. La sezione distrettuale diviene competente per il penale e la sorveglianza prima in capo al tribunale per i minorenni, nonché per la materia dell’adozione in senso stretto.

La sezione circondariale diviene competente per tutte le controversie civili, sia quelle affidate al tribunale per i minorenni, sia sul controllo giurisdizionale degli atti urgenti di tutela del minore posti in essere dalla Autorità Pubblica. Anche sulle misure che riguardano l’affido ex L. 184/93 ed ancora su tutte le competenze già attribuite al tribunale ordinario sullo stato, la capacità delle persone, la famiglia, l’unione civile, le convivenze, i minori e tutti i procedimenti di competenza del giudice tutelare, nonché i procedimenti di risarcimento del danno endofamiliare.

Restano di competenza del Tribunale per i minorenni le cause relative alla cittadinanza, l’immigrazione, e di riconoscimento della protezione internazionale. Nell’assegnazione al nuovo Tribunale della famiglia i magistrati, in via esclusiva, vengono assegnati in base a specifiche competenze e viene meno il limite della cd assegnazione decennale nella funzione. La sezione circondariale giudica in composizione monocratica e la sezione distrettuale in composizione collegiale, con un collegio composto da magistrati togati, ad esclusione dei procedimenti di adozione ove si conserva la composizione paritetica di quattro giudici, due togati e due onorari.

Una novità apprezzabile è rappresentata dalla circostanza che il magistrato onorario non partecipa più alla camera di consiglio e viene invece assegnato all’Ufficio del processo, anche con compiti di conciliazione, di informazione sulla mediazione familiare, di ausilio nell’ascolto del minore, a sostegno ai minorenni e alle parti, su precisa delega del magistrato togato. Vengono mantenute invariate le modalità di formazione del collegio nei giudizi penali, minorili e di sorveglianza minorile, proprie del tribunale per i minorenni.

Fuga dalla professione

Di recente molti colleghi hanno lasciato la professione per accedere nella P.A. ed in particolare nel Ministero di Giustizia. La mia valutazione sulla scorta di molti incontri con questi nostri Colleghi mi porta a considerare questa scelta come la concreta ricerca di una soluzione dignitosa che consenta di svolgere un’attività in cui trovare i giusti tempi di vita-lavoro ed una adeguata retribuzione. Ed invero, questo spesso non avviene per i liberi professionisti. Finalmente sono stati avviati nuovi concorsi per l’assunzione di personale presso il ministero della Giustizia, ciò non avveniva da tempo immemorabile. Molti avvocati hanno aderito e tentato i concorsi ed in maggioranza, per competenza ed esperienza, sono risultati pienamente idonei.

Chi ha indossato la toga, anche solo per poco tempo, porta con sé non solo un bagaglio di conoscenze giuridiche, ma un insieme di valori etici e sociali che discendono dall’aver esercitato la professione. Uomini e donne, lavoratori di grande spessore, forgiati da questi valori irrinunciabili hanno portato alla Pubblica amministrazione una immensa risorsa, in una stagione in cui la preparazione, la competenza ed il merito devono trovare piena affermazione.

Consigli Giudiziari

Sui Consigli Giudiziari è opportuno richiamare la Relazione Luciani che prevede il rafforzamento delle garanzie partecipative per l’avvocatura introducendo, con un emendamento, “la facoltà per i componenti avvocati e professori universitari di partecipare, con pieno diritto di parola, alle discussioni e di assistere alle deliberazioni relative all’esercizio delle competenze del Consiglio direttivo della Corte di cassazione e dei consigli giudiziari di cui, riguardanti appunto le valutazioni di professionalità. Riteniamo che il semplice diritto di tribuna non sia più sufficiente, come di recente affermato dall’ex presidente Mammone, dell’ex procuratore di Roma Pignatone e già in passato da altri illustri Magistrati. Abbiamo accolto con favore l’intervento del CNF, invero, il presidente Maria Masi ha chiarito che sulla partecipazione degli Avvocati nei Consigli Giudiziari non più sufficiente il solo diritto di tribuna, ma è necessaria in quella sede una partecipazione sostanziale dell’Avvocatura.

Conclusioni

Il tempo delle riforme invocato è finalmente giunto ma non possiamo deludere le aspettative dell’Europa che ci chiede l’allineamento dei tempi del processo, con le altre Giurisdizioni eurocomunitarie. Abbiamo l’obbligo di essere chiari: le riforme, le migliori riforme, non potranno fare raggiungere tempi adeguati richiesti per il processo. La soluzione dovrà arrivare anche e soprattutto dalla Magistratura. Sono necessari un numero di Magistrati adeguati ai ruoli di udienza per evitare quel collo di bottiglia che si crea in attesa delle decisioni che spesso, l’immane carico del ruolo, non consente di emettere. Allo stesso tempo

L’Avvocatura deve assumersi quel ruolo di protagonista della Giurisdizione, quella primaria funzione, riconosciuta anche dalla Carta Costituzionale, deve essere artefice dei necessari processi di adeguamento, deve essere presente al via dei decreti delegati, in quelle commissioni formate dalla Ministra Cartabia, ed essere pronta e capace ad elaborare gli articolati alle riforme già decretate. In questo particolare e difficile momento, in cui l’Avvocatura si prepara al Congresso Nazionale del prossimo ottobre, è necessaria l’unità di intenti di tutte le anime dell’Avvocatura, nessuna esclusa. Il Congresso in cui si dibatteranno fondamentali riforme in tema di Ordinamento forense, giudiziario, di mono committenza detterà i necessari correttivi alle riforme. Non chiediamo l’unanimismo, ma l’apertura al dialogo per raggiungere con il confronto, gli obiettivi necessari a far traghettare il ceto Forense sulle sponde di quella che sarà la nuova realtà dell’Avvocatura 4.0. L’Europa ha offerto un inimmaginabile sostegno economico per superare tutti gli ostacoli che sino ad oggi si ponevano. Invero, tutte le riforme, gli interventi, fino a ieri dovevano essere realizzati a costo zero. I risultati sono noti a tutti.

In questi giorni, le Istituzioni nazionali dell’Avvocatura, con grande soddisfazione ci hanno dimostrato unità di intenti. CNF, OCF e CASSA Forense hanno dato prova di una concreta e fattiva unità a sostegno di tutta l’Avvocatura, con interventi puntuali e una coesione assolutamente condivisibile. Continuate così. Ringraziamo i rappresentanti del Ns. Distretto che ci rendono orgogliosi ed emergono per capacità ed impegno, al vertice delle Istituzioni Nazionali. Un ringraziamento anche alle Colleghe iscritte al nostro Albo che si stanno distinguendo al Senato e alla Camera dei Deputati.

Chiediamo anche a loro unità di intenti per raggiungere le auspicate soluzioni, anche e soprattutto in tema di edilizia giudiziaria. Il Consiglio sta affrontando una stagione assolutamente imprevedibile e non posso non ringraziare ognuno dei miei Consiglieri per aver dedicato le migliori risorse con costanza, abnegazione, spesso a discapito degli interessi, personali, familiari e professionali, stiamo affrontando uniti questo percorso, resta un ultimo anno del ns. mandato, per portare a compimento tutti gli impegni assunti in favore dell’Avvocatura Messinese.

Grazie, al Nostro Comitato Pari Opportunità che con costante impegno si pone a tutela e garanzia delle minoranze, per raggiungere parità di accesso e opportunità, nella piena qualificazione professionale e formativa. Un ringraziamento va al Consiglio Distrettuale di Disciplina, per il severo impegno assunto in un ambito assolutamente delicato e fondamentale, a tutela dell’Avvocatura e di tutta l’intera Comunità. Grazie a tutte le Associazioni Forensi per il fattivo contributo che hanno offerto al Consiglio per sostenere con grande impegno la fondamentale attività di formazione. Grazie, in particolare, alle Camere Civile e Penali, sempre al fianco del Consiglio anche nella condivisione dei necessari protocolli.

Voglio auspicare che superata questa ennesima emergenza, in futuro sia possibile contagiare solo passione ed entusiasmo, speranza, serenità e gioia.

Uncategorized 28 Jan 2022 21:31 CET

Milano: «La Consulta ci ha insegnato che non esistono diritti tiranni»

Vinicio Nardo, presidente dell’Ordinedegli Avvocati di Milano

La relazione del presidente dell’Ordine degli avvocati di Milano, Vinicio Nardo, in occasione della cerimonia di inaugurazione dell’anno giudiziario 2022

Anche oggi ci tocca, purtroppo, parlare di Covid; come lo scorso anno scrutando nella palla di vetro del futuro, per distinguere tra rischi e opportunità, ma avendo anche la possibilità di trarre qualche insegnamento dall’esperienza fatta. Se allora guardavamo all’ufficio per il processo come ad un’opportunità, ora è diventato una scommessa, che dobbiamo cercare di vincere credendoci tutti: avvocati, magistrati e personale amministrativo.

La strada non è dritta, le incognite saranno diverse. Non c’è stata la corsa al posto da parte dei giovanissimi; i dirigenti e i magistrati dovranno accogliere e formare persone già professionalizzate, tra cui diversi avvocati. Non è detto sia un male, anzi penso che questo agevolerà la convivenza. Gli Uffici Giudiziari stendono linee guida, le Università elaborano progetti. Ad entrambi servirà la diretta esperienza acquisita sul campo dagli avvocati. Sperando che questo avvenga sempre e dovunque. A Milano certamente sarà così.

Se l’anno scorso parlavamo dell’emergenza pandemica, oggi dobbiamo ragionare del suo superamento, poiché non è ammissibile uno stato d’eccezione che duri anni: se è così durevole, allora sarà uno stato di nuova normalità. Non è un sofisma: è sottrarsi ai pericoli insiti nell’abuso della normativa emergenziale, la quale viene estesa in modo non uniforme e senza stabilire preventivamente per legge le modalità di ritorno alla normativa ordinaria.

L’ultimo esempio in ordine di tempo è la sottrazione al giudice del sindacato sul legittimo impedimento dell’avvocato privo di green pass. La valutazione caso per caso costituisce l’essenza della giurisdizione. La Corte Costituzionale ha più volte censurato gli automatismi che limitano la cognizione del giudice. E sempre la Corte Costituzionale ci ha insegnato che non esistono diritti tiranni. Mi permetto di aggiungere che neanche devono esistere diritti tiranneggiati, come in questi due anni il diritto di difesa.

Mi è spiaciuto vedere proprio il giornale degli avvocati titolare un autorevole intervento: “Cari colleghi, il diritto alla salute viene prima del diritto di difesa”. Il momento è delicato perché sono al lavoro le commissioni delegate a tradurre in norme i contenuti delle deleghe di riforma civile e penale. Occorrerà sapienza ed equilibrio per non sacrificare il giusto processo sull’altare della velocità e imboccando le scorciatoie del periodo emergenziale. La ragionevole durata del processo dovrà essere raggiunta senza violare la pienezza del contraddittorio anche in appello, ma piuttosto con nuovi modelli gestionali e piattaforme digitali finalmente ispirate alla modernità e non al modernariato.

La digitalizzazione non si esaurisce nella “dematerializzazione delle carte”. È anche necessario che si ponga fine al federalismo digitale, dove ogni processo ha una sua piattaforma gestita da Ministeri diversi. La giustizia deve rientrare nella digitalizzazione della Pubblica Amministrazione: obiettivo fondamentale del PNRR affidato al Ministero per l’innovazione tecnologica e la transizione digitale.

Non si può chiudere il tema riforme senza parlare dell’ordinamento giudiziario e del disorientamento provocato dalle ultime decisioni della giustizia amministrativa sulle nomine del CSM. Difficile pensare che sia solo un problema giuridico di regolamento di confini, e non di mutati rapporti di forza per la crisi dell’organo di governo della magistratura. Non disponiamo di ricette miracolose, né desideriamo che la tradizione culturale delle correnti vada buttata via con l’acqua sporca delle scelte operate per appartenenza. Riteniamo però che la malattia si chiami chiusura e che la cura si chiami ventilazione.

Ciò significa una riforma dell’ordinamento giudiziario aperta al contributo di tutti e l’abbandono di certi tic autarchici come la recente bocciatura dei 17 avvocati selezionati per l’ufficio di consiglieri della Corte di cassazione. Non è un buon segno la resistenza al diritto di tribuna per i componenti non togati dei Consigli Giudiziari. È una cosa che tradisce non solo il sospetto verso i “laici”, ma anche il retropensiero che non vi sia uguaglianza delle parti al cospetto dei giudici. Se Sparta piange, Atene non ride. Sicuramente, anche noi avvocati dobbiamo fare di più e di meglio.

La crisi dell’avvocatura ricorda quella medievale dell’Età dei Comuni, quando un florilegio di entità fu collettivamente inaridito dall’incapacità di costituire insieme un’espressione unitaria. Dobbiamo riuscire a fare sintesi dentro il nostro corpo sociale, che ha perso omogeneità, divaricandosi in figure economiche e culturali a tratti distanti tra loro, tanto più in una città come Milano, con salde radici nel passato ma volitivi rami protesi verso il futuro. È tuttavia patologico che nelle commissioni ministeriali di riforma ci siano pochi avvocati, e che essi – sebbene presenti in ogni antro di tribunale – siano raramente menzionati nei decreti attuativi del PNRR. Se ciononostante l’avvocatura contribuisce fattivamente al miglioramento delle prassi territoriali, questo è grazie alla buona volontà dei singoli capi degli uffici, ed alla loro intelligenza. A Milano è così.

I giovani. In un recente articolo, il Prof. Natalino Irti ha notato come le Università stiano abbandonando le materie speculative, fondamentali per la missione di formare giuristi, inseguendo invece materie pratiche di formazione professionalizzante. Forse è proprio questo il brodo di coltura dell’inerzia che da dieci anni ci impedisce di consegnare ai nostri giovani avvocati la possibilità di conseguire una formale specializzazione. Una situazione disperante, anche perché favorisce il fiorire di forme surrettizie e commerciali di specializzazione. Siamo in una palude, e per uscirci forse dovremo pensare a nuovi percorsi specializzanti e a nuove regole deontologiche adeguate al rivoluzionato mondo della comunicazione.

Sta per avviarsi la nuova sessione di esami di abilitazione alla professione forense, ancora con la formula dell’orale rafforzato che ha suscitato un giudizio tutto sommato positivo. Milano ha rispettato il suo ruolino di marcia e di ciò dobbiamo essere grati all’impegno messo dalla Corte d’Appello e dal suo Presidente. Tutti insieme sapremo ripeterci nel 2022. Dobbiamo offrire una prospettiva a questi giovani, non solo con la manutenzione ordinaria della macchina giudiziaria (che pure è necessaria!), ma aiutandoli a riconoscere gli ambiti di tutela dei diritti nel mondo che verrà: incognito e denso di incognite. Il primo insegnamento dovrà venire loro dal prossimo Presidente della Repubblica che per questo auspico vorrà fare dei diritti individuali la propria bussola.

Traendo esperienza dall’anno concluso, ai giovani, ma non solo, girerei il consiglio di Antonio Scurati, sul Corriere di qualche giorno fa, di abbandonare “l’idea prometeica dell’uomo come dominatore della terra e del proprio destino” ed accettare l’idea che “non esiste un corpo sano ma un organismo sempre in precario equilibrio tra salute e malattia”. L’operatore di giustizia deve esercitare lo sguardo d’insieme. Una pratica che lo aiuta a frenare la mano, sempre pronta a scagliare la prima pietra; a comprendere la complessità della giustizia e come, per un provvedimento rivelatosi non adeguato a frenare l’omicida tra le mura domestiche, ce ne sono mille, diecimila, che lo sono stati e che insieme hanno ricucito profonde lacerazioni del tessuto familiare e sociale.

Giustizia è anche solidarietà: quella che nel recente film l’ispettore sente verso il detenuto ma l’Aria Ferma del carcere gli impedisce di esternare. Giustizia è anche umanità: quella che di fronte al suicidio di una persona da troppo tempo avvinta nelle spire di un processo penale ci impone di anteporre il silenzio all’ansia di chiamarci fuori. Giustizia è anche dubbio, è curiosità. È l’istintiva protezione delle minoranze: quella che ci porta a sedere dalla parte del torto, e ancor di più se i posti della ragione sono tutti occupati.

Buon Anno Giudiziario!

Uncategorized 28 Jan 2022 20:01 CET

Napoli: «La giurisdizione non ammette la negazione dei diritti in nome della velocità»

Antonio Tafuri, presidente dell’Ordine degli Avvocati di Napoli

La relazione del presidente dell’Ordine degli avvocati di Napoli, Antonio Tafuri, in occasione della cerimonia di inaugurazione dell’anno giudiziario 2022

Signor Presidente della Corte di Appello, La saluto unitamente ai saluti al Signor Procuratore Generale, al Signor Rappresentante del Consiglio Superiore della Magistratura, al Sig. Rappresentante del Ministro della Giustizia, alle Autorità civili, militari e religiose, ai Magistrati tutti ed alle Colleghe ed ai  Colleghi Avvocati. Un saluto particolare all’Arcivescovo di Napoli Domenico Battaglia, sicuro punto di riferimento morale  per le nostre comunità, ed al nuovo Sindaco di Napoli, affinché l’avvio del suo mandato possa essere l’inizio di un ciclo virtuoso che porterà sempre più in alto la nostra amata Città.

L’odierna cerimonia, seppur deformalizzata, è anche il luogo per ricordare l’incessante attività dei Consigli dell’Ordine del Distretto nella loro funzione di rappresentanza della classe forense territoriale e di amministrazione di una popolazione di circa 27.000 avvocati e quasi 10.000 praticanti. Il Consiglio Distrettuale di Disciplina ha definito nell’anno ben 681 procedimenti irrogando, fra l’altro, 44 sospensioni e 6 radiazioni; le iscrizioni all’Albo e Registro Praticanti sono state 1.139 e le cancellazioni 1.033.

Il Consiglio di Napoli ha deliberato su 7.672 istanze di patrocinio a spese dello Stato e, pur tra le difficoltà dovute alla pandemia, ha organizzato e gestito importanti corsi di formazione, quali quello sul diritto dell’immigrazione, sulla tutela dei diritti umani e protezione internazionale, sulla responsabilità da reato dell’ente, il corso abilitante per gestore della crisi da sovraindebitamento, il corso per le difese di ufficio dinanzi al Tribunale per i Minori, il corso in collaborazione con la Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale in tema di Matrimonio, Famiglia e Minori nella società multietnica e altri corsi ed eventi in coorganizzazione con i Dipartimenti di Giurisprudenza dei nostri Atenei.

Da ricordare le convenzioni e i protocolli conclusi con la Fondazione Banco Napoli, il Codacons, Assoutenti e Confesercenti per le attività dell’Organismo di Composizione della Crisi da Sovraindebitamento nonché il protocollo di intesa con ARPA e Fondazione IDIS-Città della Scienza per la protezione ambientale. E’ stato, poi, riattivato il protocollo con la Diocesi di Napoli e la Comunità di Sant’Egidio per iniziative di sostegno delle persone deboli e disagiate. Degno di rilievo il protocollo con la Presidenza del Tribunale per l’assegnazione di personale all’Ufficio Pagamenti e Liquidazione parcelle a spese dello Stato, intesa a rafforzare il personale addetto a questo Ufficio e, quindi, a velocizzare le liquidazioni e i pagamenti delle fatture emesse dagli avvocati. Infine, ricordo le convenzioni con l’Università Suor Orsola Benincasa e l’Associazione AMI per lo svolgimento del corso di avvocato specialista in diritto della persona, di famiglia e minori nonché le convenzioni con tutti gli Atenei operanti sul territorio per l’espletamento del tirocinio anticipato.

Teniamo molto all’attività del nostro Organismo di Mediazione che, recuperando gli arretrati del passato, ha trattato 541 procedimenti ricevendo 308 nuove domande. Si deve sottolineare, al riguardo, che purtroppo l’istituto della mediazione continua ad avere scarso appeal ed è considerato spesso un mero passaggio burocratico obbligatorio. Infatti, hanno avuto esito positivo soltanto 13 procedure. Nell’ambito delle iniziative di rilievo sociale, particolare menzione va fatta per i numerosi protocolli con gli Istituti Scolastici per lo svolgimento dei percorsi di alternanza scuola-lavoro in favore degli studenti, ovviamente per la maggiore educazione al rispetto della legalità.

Infine, tengo a ricordare che nel 2021 il Consiglio ha rinnovato la costituzione di parte civile nel processo presso la Corte di Appello di Roma di revisione chiesta dall’omicida del compianto avv. Antonio Metafora. Il Consiglio ha incaricato il Presidente del Consiglio Distrettuale di Disciplina, l’avv. Giuseppe De Angelis e l’istanza di revisione è stata respinta con la consequenziale conferma della pena dell’ergastolo a carico dell’autore di quell’efferato e terribile delitto.

Sin qui, una breve e incompleta sintesi dell’attività istituzionale svolta dal Consiglio di Napoli ma che, nei suoi tratti essenziali, ha contraddistinto tutti i Consigli del Distretto, rappresentati virtualmente dai Presidenti, collegati da remoto, avvocati Vernillo di S.M.C.V., Sesto di Nola, Castaldo di Napoli Nord, Liguoro di Torre Annunziata, Barra di Avellino e Pavone di Benevento, oltre al Presidente  dell’Unione Regionale, avv. Torrese. A loro il saluto e il ringraziamento per l’operato nei rispettivi Fori.

Gli Avvocati non dispongono dei numeri della Giurisdizione ma hanno a portata di mano un patrimonio più importante, rappresentato dalle esigenze, dai desideri, dalle aspettative, dagli stati d’animo delle persone che ad essi si affidano per proporre allo Stato la richiesta di giustizia e di riconoscimento e tutela dei loro diritti. Noi avvocati non possiamo tradire il compito che ci siamo assegnati e proprio per questo ci aspettiamo e chiediamo che la Giurisdizione sia esercitata in modo efficiente e giusto.

Se è vero che l’effettività dei diritti passa attraverso i mezzi approntati dall’ordinamento per garantire il loro rispetto, l’Avvocatura è preoccupata che la fretta del giudice o del conciliatore si trasformi in superficialità imposta da norme procedurali ispirate alla cultura della rapida definizione ad ogni costo. La giurisdizione non ammette la negazione o la privazione di diritti in nome della velocità e con il sacrificio della difesa e del contraddittorio. Il giusto processo è ben altro. La legislazione dell’emergenza, invece, ha introdotto nuove modalità di celebrazione dei processi riducendo sensibilmente gli spazi della difesa. Il ricorso alle udienze cartolari, pur avendo rappresentato l’invocato rimedio alla terribile situazione pandemica, con il decreto legge 228 del 30 dicembre 2021 è stata inopinatamente perpetuata sino al 31 dicembre 2022, e cioè ben oltre la scadenza dello stato di emergenza, attualmente fissata al 31 marzo 2022. Si tratta di misure, quali nel penale il giudizio cartolare di appello salva richiesta delle parti, la partecipazione a distanza degli imputati detenuti, lo svolgimento da remoto della camera di consiglio, che limitano il diritto di difesa e indeboliscono la stessa giurisdizione, tanto che molti Magistrati, per primi, hanno evitato di farne ricorso.

È vero quanto denunciato dall’avvocatura sin dal 2020 che, dietro lo scudo dell’emergenza, si celava il rischio di rendere definitivo ciò che era proposto come provvisorio. È un crinale pericoloso quello che – per dirla con Antoine Garapòn – conduce alla despazializzazione del processo e della decisione, perché reca con sé il rischio della despazializzazione dei diritti. Anche nel processo civile l’attuale disciplina delle udienze cartolari è stata prorogata sino al 31 dicembre 2022 sebbene le legge delega di riforma del rito abbia previsto la possibilità di opposizione delle parti costituite. Diversi e disseminati nella legge di riforma del processo civile sono, poi, i profili di sensibile compressione delle facoltà difensive e valga per tutte l’eliminazione degli 80 giorni a disposizione degli avvocati (id est: delle parti) per la precisazione delle domande e delle richieste istruttorie. Come se i ritardi dei processi fossero causati dai termini difensivi e assertivi.

Né si può tacere del paventato aumento del contributo unificato finalizzato ad incentivare gli strumenti alternativi di risoluzione delle controversie. E’ come se, per disincentivare l’uso delle auto, il Comune aumentasse a dismisura il costo del parcheggio senza preventivamente provvedere all’acquisto degli autobus ed alla organizzazione del trasporto pubblico che consenta ai cittadini di recarsi al lavoro e, in genere, di spostarsi.

Va salutato con apprezzamento e fiducia il progetto dell’ufficio del  processo, valutato dal Legislatore, e in primis dalla Ministra della Giustizia, come un punto centrale e strumento decisivo della riforma, ma non può non rilevarsi che, alla vigilia dell’entrata in servizio dei giovani giuristi che hanno superato il concorso, gli Avvocati non hanno ricevuto la tranquillità e la  certezza che i provvedimenti (le sentenze ma anche i provvedimenti istruttori, quasi sempre decisivi per l’esito del processo) siano sempre opera del giudice e non, invece, dei giovani addetti all’ufficio del processo. Sul punto non ci resta che fare appello alla serietà del sistema e soprattutto alla comprovata professionalità della Magistratura.

Richiamiamo, tuttavia, il Governo e le Forze Parlamentari a prestare attenzione anche alle rivendicazioni della Magistratura Onoraria, anch’essa componente essenziale della Giurisdizione, che proprio in questi giorni sta attuando una nuova astensione dalle udienze per manifestare la propria insoddisfazione sulla riforma. Il destino dei processi è strettamente legato anche all’operato dei giudici onorari.

È necessario, inoltre, ripetere gli appelli al salvataggio di una comunità enorme e importante come quella dell’Isola d’Ischia, che chiede il mantenimento della Sezione Distaccata del Tribunale per continuare a sentirsi parte integrante del progetto di legalità e giustizia del nostro Paese. L’abbandono della Giurisdizione sarebbe una grave sconfitta dello Stato e una resa incondizionata a problemi meramente logistici.

I processi di riforma hanno visto purtroppo la marginalizzazione del ruolo dell’Avvocatura, trascurando il dato che la Giustizia riguarda tutti e dunque certamente gli Avvocati per la loro indiscussa funzione sociale e costituzionale di custodi e garanti dei diritti e delle libertà. Il recupero della credibilità della Giurisdizione e il rinnovo della fiducia dei cittadini nelle Istituzioni non possono essere conseguiti senza il contributo dell’Avvocatura. È con questo spirito che affermiamo che non può pensarsi ad una seria riforma del CSM senza prevedere il ruolo e la partecipazione, in egual misura, di tutte le componenti necessarie (magistrati, avvocati e professori universitari).

È anacronistico pensare che nei Consigli Giudiziari la presenza degli avvocati sia esclusa proprio sulle valutazioni dei magistrati e che il dibattito sia limitato alla concessione di un simulacro qual è il diritto di tribuna. Signor Presidente, torniamo a chiederci quali siano le fondamenta democratiche dello Stato, riscopriamo che lo Stato non ha il compito di concedere i diritti ma di riconoscerli, ribadiamo che il riconoscimento dei diritti, per essere veramente il frutto della democrazia, deve germogliare dalla partecipazione di tutti i Soggetti coinvolti.

Uncategorized 28 Jan 2022 19:28 CET

Palermo: «Il ricordo dei martiri della democrazia è un patrimonio di tutta la categoria forense»

Antonello Armetta, presidente dell’Ordine degli Avvocati di Palermo

La relazione del presidente dell’Ordine degli avvocati di Palermo, Antonello Armetta, in occasione della cerimonia di inaugurazione dell’anno giudiziario 2022

Ill.mo Sig. Presidente, Dott. Frasca,

Ill.mo Sig. Procuratore Generale, D.ssa Palma Guarnier,

Ill.mo Sig. Delegato del Ministro della Giustizia, Prof.ssa Marta Cartabia,

Ill.me Autorità civili e militari,

Prima di iniziare il mio intervento vorrei rivolgere a nome mio, dei Presidenti avv. Gaziano, avv. Spada, avv. Livio, Avv. Siragusa e avv. Galluffo, e di tutta l’Avvocatura del nostro Distretto, un deferente saluto al Presidente della Repubblica, nostro concittadino, che sta completando in questi giorni il suo mandato di Capo dello Stato e che, soprattutto in questi durissimi 2 anni, non ha mai fatto mancare all’intera Nazione la sua vicinanza, rinsaldando il senso di Unità nazionale, troppo spesso dimenticato.

Il nostro Presidente della Repubblica tiene vivo in tutti noi il ricordo di tutte le vittime della criminalità organizzata, che hanno dato la vita nel nome della legalità, del senso civico, della solidarietà umana e del principio di uguaglianza. Nel 2022 si celebrerà il trentennale delle stragi di Capaci e di via D’Amelio, che se da un canto hanno contrassegnato uno dei momenti più bui della Repubblica, dall’altro hanno dato impulso a quella rivoluzione delle coscienze che ha consentito al popolo siciliano di rivendicare a gran voce il riscatto da tutte le mafie.

L’anno che si è appena concluso è stato caratterizzato, come il precedente, da scelte orientate da una pandemia che ha sconvolto la vita, i piani, le previsioni di tutti noi. Ciò che, appena due anni fa, non era nemmeno immaginabile è divenuto, improvvisamente, ordinario. E se, fisiologicamente, in una fase di continua emergenza, il tema della salute pubblica è divenuto non solo primario, ma essenziale per la stessa prosecuzione della nostra vita quotidiana e della nostra attività lavorativa e professionale, il nostro ruolo di operatori del diritto ci impone comunque di riflettere sulle ulteriori problematiche che sono degradate sullo sfondo ed apparse meno importanti di quanto siano nella realtà.

Abbiamo intrapreso forzatamente una difficile, ma sempre più decisa direzione, qual è quella della organizzazione di un mondo in cui i contatti fisici vanno limitati, organizzati, scanditi. La collaborazione tra magistratura e Avvocatura, nei nostri circondari e nell’intero distretto, ha avuto un ruolo centrale nella adozione di misure emergenziali, difficili ma condivise, nella consapevolezza di rappresentare due emisferi dello stesso pianeta. Eppure, le criticità che avevamo l’occasione di risolvere sono rimaste, in molti casi intatte, irrisolte.

I nostri tentativi di razionalizzare le udienze, ed in specie quelle penali, a fronte di un encomiabile lavoro della maggior parte dei magistrati e dei loro vertici dirigenziali, sono stati e continuano ad essere costantemente mortificati dalle resistenze di quei pochi che non accettano l’idea di predisporre calendari seri di gestione delle udienze, così favorendo il pericoloso assembramento di avvocati, parti, testimoni che dovrebbero saggiamente alternarsi, ad orari cadenzati, nell’arco della mattinata di udienza. Eppure, non pare una idea particolarmente difficile da metabolizzare, dopo due anni, con i numeri dei contagi che ben conosciamo, salvo a voler pensare che le esigenze di alcuni soggetti della giurisdizione siano considerate di serie B, rispetto alle priorità di chi gestisce per Legge il potere giudiziario. Quel potere giudiziario che viene tanto faticosamente esercitato, gestito e declinato nei territori quanto deturpato, infangato e vilipeso nelle sue più alte estrinsecazioni, come le vicende più e meno recenti hanno abituato questo Paese a leggere, sentire, vedere.

Ad una giustizia, e ad una giurisdizione, amministrata con difficoltà e scarsezza di mezzi nei nostri territori, costretta a decisioni difficili ed assumendosene ogni responsabilità, ciò di cui – Presidente – pubblicamente ritengo doveroso dare atto, fa da contraltare in Italia un sistema di gestione del potere giudiziario che imporrebbe – agli occhi di chiunque – non una sbandierata e solo proclamata riforma, ma un totale annientamento di un sistema che non ha nulla da invidiare alla peggiore politica della prima Repubblica.

Nella nostra realtà territoriale, invece, ci occupiamo di problemi quotidiani, per noi drammi, che non possono interessare a chi ha obbiettivi troppo ambizioni e diversi dall’amministrare la Giustizia concreta. Proprio in questi giorni, abbiamo dovuto assistere alla frammentazione di fondamentali uffici della giustizia civile nei nuovi locali di via Orsini, per una scelta obbligata se pensiamo alle vicende di Palazzo Eas ma che sarebbe stata, lo ribadiamo, ampiamente soddisfatta dalla riorganizzazione degli spazi e delle stanze della cittadella giudiziaria. L’avvocatura si è battuta per trovare soluzioni, invocando il dovuto intervento di un Ministero che, piuttosto che comprendere cosa stesse accadendo, è parso preoccupato solamente della possibilità che fosse messa in discussione l’ubicazione di un museo che nessuno intendeva contestare, e non certo del dramma di migliaia di Avvocati che ritenevano di meritare un intervento giustamente risolutivo.

Quel Ministero era impegnato, lo sappiamo, nell’elaborazione di riforme che sembravano centrali per la giustizia italiana, creando l’illusione che ogni suo male stava per essere risolto. Ci siamo illusi che, finalmente, potesse essere intrapresa la via maestra per uscire dal tunnel che la Giustizia italiana ha imboccato: se i ruoli sono saturi, se gli uffici non riescono a soddisfare la domanda di giustizia, se la lentezza della macchina giudiziaria costa – giova ribadirlo anche oggi – 2 punti percentuali di PIL e scoraggia le imprese straniere dall’investire in Italia, quale migliore occasione del PNRR per progettare una vera ripartenza della macchina giudiziaria? Quale migliore occasione per assumere plotoni di magistrati e funzionari amministrativi, ufficiali giudiziari, dei quali si avverte un disperato bisogno?

Ed invece, assistiamo all’ennesima aberrante creazione di un Ufficio per il processo che partirà solo grazie all’impegno dei vertici degli uffici giudiziari ed alla forza lavoro in gran parte proveniente dai nostri albi. Il disegno è semplice, chiaro: una struttura di staff, che accompagnerà il Magistrato, con funzioni che però, ed in tutta sincerità, onestamente non abbiamo compreso fino in fondo. Da una parte, si dice che i suoi componenti predisporranno le minute dei provvedimenti, dall’altra che potranno avere funzioni di raccordo con le cancellerie, o che ancora potranno verificare la regolare instaurazione del contraddittorio. Ma ciascuna di tali attività, a ben vedere, in un sistema normale sarebbe rimessa soltanto al Giudice. Noi vogliamo pensare, anzi siamo certi, che il Giudice controllerà ognuna di tali attività, che si dedicherà a verificare tutto quanto provenga dal suo staff. Poi, però, il Giudice dovrà continuare – sempre che anche questo non venga alterato – a  tenere udienza e scrivere i provvedimenti.

Ma se così sarà, perché così deve essere, come pensare che questo ufficio, sul quale tante risorse verranno investite, definito dal Ministro Cartabia il “pivot” della nuova organizzazione della Giustizia, rappresenti la panacea del sistema? Per convincersene sarà necessario un atto di fede, richiesto proprio nel momento in cui sarebbero stati necessari atti di estrema razionalità. Quella razionalità che avrebbe dovuto condurre la politica, specie con una maggioranza così ampia e solida, a riforme coraggiose, serie e strutturali, non a progetti dalla dubbia utilità, dal poco probabile futuro e dalle assai prevedibili conseguenze. Perché ad essere messo in dubbio sarà il principio di immediatezza, sempre più lontano dalla fulgida rappresentazione che ne fece Chiovenda. Perché in quei rari casi in cui il Magistrato, per il proprio carico di lavoro o altre ragioni, sarà costretto a trasformare in sentenza quella famosa “minuta” di provvedimento, la giustizia sarà stata affidata a chi non aveva titolo di amministrarla e che, necessariamente, neppure ha partecipato all’istruzione del giudizio.

La giustizia avrà cessato, definitivamente, di essere funzione per degradare a mero servizio, perché l’unico elemento di valutazione sono i numeri, non l’applicazione vera e giusta del diritto, delle norme. Sfatiamo, per cortesia, il mito che per l’avvocato la causa che pende è una causa che rende. L’avvocato ha, più di ogni altro soggetto del sistema giustizia, un reale interesse alla definizione dei procedimenti, per ragioni certo economiche ma anche di organizzazione: un giudizio che dura anni complica gli obblighi di tenuta dei fascicoli, moltiplica i ricevimenti, gli adempimenti, rende più complicato il ricordo della strategia da seguire. Gli avvocati non sono pagati a vacazioni, a udienza, ma per fasi.

Sig. Delegato del Ministro Cartabia, siamo davvero certi che la giustizia, e parlo di quella civile, possa essere velocizzata dalla ulteriore compressione dei termini di costituzione in giudizio o dalla necessaria articolazione dei mezzi di prova negli atti introduttivi, come sarà previsto nella prossima riforma? O, forse, l’esperienza di ogni giorno ci dimostra che se funzionassero gli uffici Unep, se i ruoli di udienza non fossero ingolfati, se non esistessero rinvii d’ufficio e continue sostituzioni del Giudice sul ruolo per passaggio ad altro incarico o funzione, un giudizio civile sarebbe definito in meno di un anno e mezzo? Che se le Corti di appello avessero organici sufficienti, un appello si definirebbe in tre mesi?

E la situazione peggiora nei Tribunali c.d. di prossimità, così indispensabili per avvicinare la giustizia ai cittadini dei territori più lontani dalle grandi città, che spesso sono solo sedi di passaggio di tanti giudicanti che nemmeno sono messi nelle condizioni di definire i propri procedimenti. Signor delegato del Ministro, non sono le commissioni di esperti a garantire che una riforma funzioni, perché non abbiamo bisogno della competenza dell’accademico – ma dell’esperienza di chi ogni giorno solca le aule di giustizia e ne conosce le criticità – per suggerire quelle soluzioni, a volte sin troppo evidenti, che permetterebbero di riformare efficacemente il funzionamento della macchina. Cosa può dire, secondo il Ministro Cartabia, un docente che non ha mai varcato la soglia di un’aula di giustizia delle ragioni reali per le quali i processi sono lenti?

Ed invece, è il momento di prendere atto di come non vi sia alcuna linearità in ciò che si sta facendo, come dimostra quel concorso per l’assunzione – ancora una volta – di tanti componenti del neonato Ufficio per il processo. Abbiamo già vaticinato come non vi siano garanzie per il futuro di tutti coloro che saranno assunti, i quali dopo tre anni si troveranno senza un contratto dopo aver magari acquisito competenze specifiche ed utili al sistema giustizia. Cosa ne sarà di questi giovani? Che futuro avete pensato per loro? Non possiamo permettere che sia loro riservato lo stesso trattamento dei Giudici Onorari, inammissibilmente vessati e sfruttati da anni senza garanzie di stabilità, senza i quali però non si saprebbe come gestire il 70% del contenzioso.

Nel frattempo abbiamo assistito ad un concorso singolare nel quale, solo dopo la scadenza dei termini per la presentazione delle domande, si è intervenuti come mai prima d’ora sulla nostra Legge professionale, superando il baluardo dell’incompatibilità tra lavoro dipendente e professione forense, così creando da un lato un gravissimo precedente e, dall’altro, una evidente disparità di trattamento tra chi ha partecipato al concorso, sapendo di doversi cancellare e chi, al contrario, aveva deciso di non farlo proprio in considerazione delle norme ordinamentali vigenti. Ed oggi, cosa altrettanto grave, scaduti i termini per l’indicazione della sede prescelta, il Governo nemmeno si è accorto di non aver posto alcun principio di incompatibilità territoriale tra l’esercizio della professione e l’appartenenza all’ufficio per il processo, come sarebbe stato fin troppo logico prevedere.

Un Avvocato potrà, oggi, svolgere due attività antitetiche nello stesso circondario, nello stesso Tribunale, nella stessa sezione, senza che qualcuno abbia pensato – a monte – di regolamentare l’ovvio. Ed invece si espone la funzione giurisdizionale alle più evidenti ipotesi di dubbio, di sospetto, di inopportunità. Ci piacerebbe, sig. Delegato del Ministro, fare sfoggio di dotte riflessioni critiche sul contenuto delle riforme: siamo invece costretti ad evidenziare errori macroscopici che non ci aspettavamo affatto attesa l’alta caratura che questo Governo vantava e che possiamo giustificare solo con la scarsa attenzione che viene dedicata al mondo di cui tutti noi facciamo parte.

Viene da pensare che sia poco edificante trovare soluzioni al mortificante sistema di pagamento dei patrocini a spese dello Stato; così come sarà certamente considerato banale occuparsi dei gravi problemi dell’edilizia giudiziaria. Almeno finché non vi sarà qualche vicenda degna di finire sui giornali. Prendiamo atto che non interessa offrire tutele ai più deboli, supportare gli avvocati che affrontano la maternità, concentrarsi sulle diseguaglianze di genere, nemmeno disciplinare doverosamente il legittimo impedimento, argomenti sui quali le uniche voci che si odono sono quelle dei nostri Comitati per le Pari Opportunità, che quotidianamente cercano soluzioni grazie alla loro tenacia ma, certamente, non grazie al legislatore. E nel frattempo in ogni ufficio giudiziario si seguono regole diverse: nei T.A.R., da una sezione all’altra variano le modalità di gestione delle udienze, in presenza o da remoto; i colleghi tributaristi, poi, per factum principis da due anni non hanno più nemmeno un lavoro.

Signor Presidente, sig. Procuratore Generale, sig. Delegato del Ministro, la giustizia è stata resa una mera enunciazione di dati contabili, di grafici sull’andamento, di statistiche. Ma la Giustizia non è nata per essere ridotta a questo. La Giustizia dovrebbe essere la vera garanzia di democraticità di un paese, la vera bilancia sulla quale i diritti dei potenti e quelli degli ultimi devono avere lo stesso, identico, peso. Una giustizia esclusivamente pubblica, non demandata al privato, all’arbitrato ed alla mediazione, strumenti che aumenteranno la distanza tra i diritti di chi ha mezzi e quelli di chi, i mezzi, non può permetterseli.

L’Avvocatura deve sì guardare al futuro, ma qualunque sia il suo futuro l’Avvocatura non potrà prescindere dai diritti, dalle garanzie, dalla Costituzione, a costo di condurre una battaglia di retroguardia con chi condivide gli stessi valori. L’Avvocatura non può accettare, in silenzio, il passaggio da una giustizia orientata al vero ad una giustizia orientata alla mera e celere definizione del giudizio, in cui contino solo celerità, velocità, efficienza ed in cui l’accertamento degli interessi delle persone è eventuale, ma non indispensabile. Ogni intervento che muova da tali premesse è la negazione di quella Giustizia che abbiamo il dovere di affermare, coltivare, preservare; non è una riforma. Perché le riforme, sig. Delegato del Ministro, sono come le regole del gioco, e sono valide se si scrivono tutti insieme.

Sono valide se tutti i partecipanti ne comprendono e condividono lo spirito, il senso e l’utilità rispetto al fine più alto, l’applicazione del diritto, la tutela dei cittadini, l’affermazione del giusto e del vero. Ciò che oggi vediamo, e parlo a nome di tutti i Presidenti qui presenti, è invece l’affermazione di un pensiero unico, spacciato come “verbo dei migliori”, che non ammette repliche, contestazioni, alternative. Nonostante tutto questo, l’Avvocatura presterà la massima collaborazione, com’è sempre stato, avendo a mente i valori cui la Giustizia deve ispirarsi. Sig. Delegato del Ministro Cartabia, il vostro obbiettivo è certamente quello di riformare in meglio la Giustizia, impiegando grandi risorse e grandi disponibilità finanziarie; ma il nostro timore, e glielo dico con la massima sincerità, è che ci ritroveremo qui, tra un anno, a commentare l’ennesima occasione persa. Con il terrore che di possibilità, dopo questa, non ne avremo altre.

Signor Presidente, vorrei concludere il mio intervento con l’auspicio per tutti noi che questa sia l’ultima cerimonia di inaugurazione dell’anno giudiziario che si svolge con la vigenza delle misure emergenziali per la pandemia in corso; mi auguro che dall’anno prossimo la società civile possa ritornare a presenziare in questa Aula, ma che, soprattutto, possano tornare i ragazzi delle scuole, che sono il futuro della nostra Terra e la vera speranza per un mondo migliore.

Uncategorized 28 Jan 2022 19:05 CET

Potenza: «L’Europa ci ha consegnato i semi da piantare per la rinascita della Giustizia»

Maurizio Napolitano, presidente dell’Ordine degli Avvocati di Potenza

La relazione del presidente dell’Ordine degli avvocati di Potenza, Maurizio Napolitano, in occasione della cerimonia di inaugurazione dell’anno giudiziario 2022

Sig.ra Presidente,

Sig. Procuratore Generale, Autorità, Signore e Signori,

rivolgo a Loro, in occasione di questa cerimonia, il saluto cordiale e referente degli avvocati di Potenza, a cui anche i Colleghi Izzo di Matera e Tanzola di Lagonegro oggi purtroppo assenti, si associano.

Per il secondo anno consecutivo ci ritroviamo ad inaugurare l’anno giudiziario ancora in emergenza pandemica, lasciando alle spalle le difficoltà affrontate sul piano umano e professionale, e guardando al futuro con fede incrollabile, fondata quanto meno sulla buona volontà di ciascuno. Vi è comunque un aspetto positivo nella pandemia: con essa l’Europa ci ha consegnato i semi da piantare per la rinascita dalla Giustizia italiana quasi che noi non avessimo avuto il tempo o la capacità di affrontare seriamente il problema.

In questo obbligato Rinascimento, che mi sia consentito accogliere con moderato ottimismo, il 14 maggio scorso le Ministre della Giustizia e per il Sud hanno firmato un decreto che istituisce la commissione interministeriale per la giustizia del sud, con l’intento di esaminare ed elaborare proposte di intervento sul fronte della giustizia nelle nostre disagiate aree geografiche. Lo scopo è quello di rimodernare la Giustizia per implementare gli “investimenti privati nazionali e internazionali”, superando le carenze, ed importando le esperienze che si sono formate in uffici giudiziari di altri territori. Lo sviluppo delle aree del Mezzogiorno è stato quindi concepito come un detonatore capace di stimolare investimenti per “generare reddito, creare lavoro, invertire il declino demografico e lo spopolamento delle aree interne”.

Tra i compiti della Commissione vi è quello di formulare proposte finalizzate al miglioramento delle condizioni di lavoro degli operatori, al superamento delle carenze relative all’edilizia giudiziaria e all’applicazione dell’intelligenza artificiale, per supportare il giudice nelle sue funzioni e garantire efficienza dei tempi processuali. Sia consentito nutrire però qualche dubbio sulla buona riuscita dell’operazione non foss’altro per la titanica impresa che la commissione è chiamata a svolgere, non potendo dimenticare la previsione infausta che lo Svimez ha anticipato nel suo recente rapporto annuale sullo stato dell’economia e della società del Sud Italia. Si conferma, anche dopo i primi segnali di ripresa, il divario fra il Sud e il Centro-Nord.

Dopo un 2020 nel quale la pandemia ha reso sostanzialmente omogenei gli andamenti territoriali nel Paese, quest’anno la crescita del Pil del Centro-Nord si attesterà ad oltre un punto percentuale più in alto rispetto a quello del Sud. Il rimbalzo, dunque, ci sarà per l’intero territorio italiano, ma con il Mezzogiorno che resta comunque, pur in un quadro generalizzato di ripresa economica, meno reattivo e pronto a rispondere agli stimoli di una domanda legata soprattutto a due fattori: esportazioni e investimenti. Svimez sottolinea inoltre come una giustizia efficiente possa diventare fattore fondamentale per la competitività, in particolare delle imprese, ancor più nel Mezzogiorno, dove si segnala sempre la più alta domanda di giustizia. Ampio e persistente resta il divario di efficienza tra i tribunali del Centro-Nord e quelli del Mezzogiorno, con la pandemia i tempi non sono cambiati di molto, anzi, in molti casi si sono sommati rinvii su rinvii con conseguenti lungaggini sulla durata dei procedimenti.

Allora o il Mezzogiorno decolla o resta indietro: «Una giustizia efficiente può diventare fattore fondamentale per la competitività, in particolare delle imprese, ancor più nel Mezzogiorno» ci ricorda il rapporto Svimez 2021.

Nel Sud, i numeri impattano poi con un contesto segnato da un alto tasso di disoccupazione, da un diffuso clima di sfiducia nelle istituzioni, da istituzioni spesso assenti. Il che si traduce, a sua volta, in più indagini, più processi, più cause civili e la Basilicata di questo ne è testimone. Il problema, dunque, si sposta non solo sulla quantità ma anche sulla qualità dei processi, a tutti interessa avere una risposta di qualità dalla giurisdizione, il cittadino deve poter contare su una giustizia celere ma anche giusta.

La politica, invece, in questo momento più che mai, è proiettata verso i nuovi standard indicati dal famigerato PNRR, per cui l’obiettivo primario sembra essere la celerità delle decisioni più che la loro qualità. La vera sfida, tuttavia, è legata adesso alla riforma della giustizia e alla novità introdotta con l’Ufficio del processo. Si comincerà a febbraio: gli addetti assunti nell’ambito del PNRR entreranno in servizio con il compito di studiare i fascicoli e redigere le schede riassuntive dei procedimenti e supportare il giudice in una serie di attività che vanno dalla bozza di provvedimenti semplici all’organizzazione di fascicoli e udienze, approfondimenti giurisprudenziali e dottrinali, processi di digitalizzazione. E’ tuttavia ancora di questi giorni l’incertezza degli avvocati che non conoscono i limiti alla incompatibilità tra l’esercizio della professione e l’appartenenza all’Ufficio del processo.

Credere che la riforma della giustizia possa essere in sé stessa risolutiva delle problematiche che la affliggono, senza indagare le cause alla radice del problema, è mera utopia. Ciò che è necessario è prima di tutto una radicale riorganizzazione degli uffici giudiziari, facendo in modo che possa pretendersi da ognuno degli ingranaggi del meccanismo un impegno idoneo a raggiungere l’obiettivo costituzionale – impostoci a livello sovranazionale e internazionale – del giusto processo. L’Europa però non si occupa della qualità della giustizia che è un problema interno ai singoli stati, e che può essere sindacato dalla Corti europee soltanto in relazione ad indici esteriori riconducibili alla realizzazione di un processo giusto, che non dà necessariamente luogo ad una sentenza giusta. All’Europa interessa solo che i processi non incidano in misura eccessiva sull’andamento dell’economia applicando anche alla giustizia la valutazione basata sul rapporto costi benefici. E l’Italia pur di ottenere i fondi si è impegnata a ridurre drasticamente le pendenze e le durate dei processi.

In questa stagione di rinascita si pone la riforma della giustizia civile, quella che non si è riuscito a fare per decenni, ovvero ci si è provato con interventi improvvisati di raffinata e a volte inutile microchirurgia sul codice di rito, rigorosamente a costo zero: oggi è questa la pietra angolare della nostra credibilità. Tutta l’Europa ci guarda. Per il processo civile la chiave di lettura della riforma è semplificazione a tutti i costi. Il modello di riferimento è costituito dal vigente rito sommario elevando a sistema un procedimento che il giudice può modellare a suo piacimento omessa ogni formalità non essenziale al contraddittorio. Ma il processo civile non può smettere di essere un processo di parti, non può smettere di essere cosa privata.

Il giudice che, nella sua posizione di terzietà, nella sua posizione sopraelevata rispetto alle parti, amministra il processo, ne decide i tempi, calendarizza le udienze, rispondendo alla logica di un processo flessibile adatto all’esigenza di tutela, ripropone un processo la cui conduzione è affidata al magistrato che ne organizza i tempi secondo il proprio prudente apprezzamento, dove le parti c’entrano poco. In tale contesto è forte il timore che i collaboratori reclutati per formare l’ufficio del processo, finiranno per essere utilizzati non per aiutare il giudice, ma per partecipare attivamente ed in prima persona all’operazione.

Tutto ciò ha l’aspetto di una resa: abbiamo rinunciato a pensare che il processo deve tendere ad una decisione giusta, dovendoci accontentare di una soluzione ragionevole delle controversie. La dolorosa conclusione è che per volere tutto finiremo con l’avere una scarsa qualità dei provvedimenti giudiziari. Infine mi sia consentito un amaro passaggio sulla necessità di una effettiva riforma dell’ordinamento giudiziario anche alla luce delle recenti sentenze che hanno decapitato i vertici della magistratura italiana.

Sig. Procuratore Generale quel castello kafkiano che S.E. l’anno scorso, nella stessa occasione di oggi, citò nella Sua relazione, è sempre più lontano, è sempre più oscuro agli occhi del cittadino alla ricerca della giustizia. Il cittadino non è più in grado di comprendere se il proprio magistrato inquirente o il proprio giudice esercitino legittimamente la propria funzione. In questa ora di allarme, gli avvocati rivolgono al Ministro l’invito ad acquisire coscienza di quanto la riforma dell’Ordinamento Giudiziario oggi in discussione sia ancora troppo lontana dalla radicale e rivoluzionaria riforma della quale ha bisogno la Magistratura stessa e l’intero Paese.

Il c.d. Ordinamento Giudiziario è la prima legge fondamentale del sistema penale, a dargli corpo e sostanza sono le deliberazioni del C.S.M. e qualsiasi dubbio sulla correttezza dei suoi componenti rischia di alimentare sospetti sui singoli pubblici ministeri e sui singoli giudici, sulla loro terzietà, imparzialità ed equidistanza dalle parti, dai partiti e dalle correnti. I cittadini hanno il diritto di rivendicare fiducia nella magistratura. Alla crisi morale della magistratura, in tale difficile contesto, si aggiunge poi la grave crisi dell’avvocatura: come ricordava ieri in Cassazione la neo presidente del CNF, è il momento che ogni classe che non voglia essere spazzata via dall’avvenire che incalza, si chieda su quali titoli di utilità comune essa potrà basare il suo diritto ad esistere domani. Una avvocatura che non comprende il proprio ruolo e la propria funzione è destinata inevitabilmente a soccombere.

È vero, la crisi identitaria dell’avvocatura è imputabile principalmente alla sua resistenza endemica al cambiamento, ma è dovuta anche a riforme inique e confuse che mirano a mettere in dubbio la sua funzione di carattere pubblico. È allora necessario, unendoci all’auspicio della Presidente Masi, affrontare insieme questo problema di educazione nell’ordinamento giudiziario in cui riconoscere costituzionalmente attrice, al pari della magistratura, l’avvocatura e di cui dovrà sempre esserne salvaguardata l’autonomia e l’indipendenza per garantire gli equilibri necessari al sistema giudiziario, ciò è necessario se vogliamo realizzare la, mai quanto ora, avvertita esigenza di una giustizia equa.

Buon anno giudiziario.

Uncategorized 28 Jan 2022 18:50 CET

Reggio Calabria: «Vigilare sulla qualità linguistica delle norme e degli atti»

Rosario Maria Infantino, presidente dell’Ordine degli Avvocati di Reggio Calabria

La relazione del presidente dell’Ordine degli avvocati di Reggio Calabria, Rosario Maria Infantino, in occasione della cerimonia di inaugurazione dell’anno giudiziario 2022

Alla Signora Ministra,

Al Sig. Presidente della Corte D’Appello,

Al Sig. Procuratore Generale ed ai Sig.ri Magistrati,

Alle autorità Civili, Militari e Religiose

rivolgo il saluto dei Consigli dell’Ordine degli Avvocati di Reggio Calabria, Palmi e Locri.

I Colleghi mi hanno onorato, delegandomi a rappresentare il Distretto nel corso di questa cerimonia, in linea peraltro con le indicazioni fornite dall’amministrazione della giustizia. Indicazioni, quelle ricevute, all’insegna della brevità degli interventi, ragion per cui dovrò contenere la mia relazione nel tempo concessomi. Avrei voluto anch’io aprire “un cassetto chiuso da tempo” Signora Ministra, ma non potendolo fare mi soffermerò brevissimamente su tre sole tematiche.

L’inaugurazione dell’anno giudiziario 2022 possiamo dire che è, per rimanere in tema epidemiologico, l’evoluzione dell’anno giudiziario 2021. Un anno, quello trascorso, di scelte forti e coraggiose, fatte passo dopo passo, con tante positività, con altrettanti errori, ma con maggiore consapevolezza, tanta tanta consapevolezza in più. A cominciare dal linguaggio, che è il primo argomento su cui mi soffermerò, e dalla necessità di chiarezza nel linguaggio. Quello delle leggi, dei DPCM, delle circolari etc.

Solo la scorsa settimana l’Avvocatura, in tutte le sue componenti locali e nazionali, ha avvertito l’ineludibile esigenza di dover intervenire, addirittura con invio di missive, circa la poca chiarezza dell’ultimo decreto legge recante il n. 1 del 2022, essendo stato inibito ai più di comprenderne il significato, nonostante il vano tentativo di ricomporre il puzzle delle varie norme richiamate, senza appunto venire a capo sui tempi di ingresso nei palazzi di giustizia da parte degli Avvocati muniti obbligatoriamente di green pass, ovvero se da subito, o dal primo febbraio ovvero, ancora, dal 15 febbraio prossimo. C’è voluto l’intervento chiarificatore – una circolare definiamola interpretativa – per mettere ordine nel groviglio normativo.

Ne approfitto per la presenza preziosa, fortemente significativa della sig.ra Ministra in questa cerimonia, ricordando a me stesso quanto dalla Ministra Cartabia ribadito nel corso nell’ultimo Congresso Nazionale Forense dello scorso luglio, ovvero della “importanza di un apporto diretto, quotidiano e continuo dell’Avvocatura italiana per il corretto funzionamento della giustizia”. Ebbene, per mio tramite, l’Avvocatura ritiene indispensabile vigilare sulla qualità linguistica delle norme e degli atti che, in particolar modo in un periodo quale quello attuale, è attività necessaria per preservare il diritto delle persone di capire e di adempiere.

L’Avvocatura ha dedicato un convegno al “Linguaggio delle istituzioni e diritto dei cittadini a capire”. Ne è emerso che “c’è un diritto per chi deve rispettare le norme, a comprenderle ed un corrispondente dovere, per chi le pone, di farsi capire.” Il venir meno di questo equilibrio comporta, irreversibilmente, “il caos normativo e la sfiducia  dei cittadini nei confronti delle Istituzioni e, progressivamente, la destabilizzazione della vita sociale”. In una situazione quale quella attuale, in cui la produzione normativa e precettiva ha una evoluzione giornaliera, una norma scarsamente comprensibile danneggia i cittadini, in particolar modo quando il testo non è rivolto ai tecnici del diritto ma al popolo: in quest’ultimo caso lo sforzo di semplificazione deve essere massimo e alla qualità linguistica deve corrispondere, a monte, un pensiero lucido.

Già negli anni ‘80/’90, o ancor prima, l’attenzione degli operatori del diritto si fermò sui modi di “fabbricazione” difettosa delle leggi e sulle conseguenze varie che ciò comportava rispetto al prodotto di questa fabbrica. Nell’anno 2022, Signora Ministra, fermo sempre l’elevatissimo numero delle leggi, di decreti, di atti di natura secondaria cui viene riconosciuta forza di norma primaria, rimane in tutta la sua gravità l’imperfetta stesura delle leggi, l’imprecisa indicazione dei principi del diritto, la sempre più ricercata quanto deleteria tecnica di inserire emendamenti, abrogare parti di norme, fare richiami all’interno di testi di leggi mai riscritte nella loro interezza ma che necessitano sempre di più di un’opera ricostruttiva con l’ausilio di uno specialista, spesso informatico, della materia. In piena pandemia i “risultati” (per usare un eufemismo) sono sotto gli occhi di tutti!

Il secondo tema degno di attenzione, per dare continuità a quella che era stata la traccia che caratterizzò l’inaugurazione dell’Anno Giudiziario 2021, riguarda la “persona e la sua tutela”, in un sistema proiettato verso la ricerca spasmodica di una gestione esclusivamente efficientista. Muovendo da quella traccia, occorre adesso dare continuità ad un percorso volto ad affermare lo sviluppo di una società inclusiva, caratterizzata da un benessere più diffuso. Un diritto che si confronti sempre e comunque con l’umanità. Tappa tangibile di questo percorso è l’attenzione rivolta di recente proprio dalla Signora Ministra al “Piano Carceri” ed alla dichiarata esigenza di migliorare la qualità della vita dei detenuti e di chi lavora in carcere, nell’ottica di favorire sia il recupero sociale di chi sta scontando una pena, sia la sicurezza della collettività.

Non v’è il tempo, purtroppo, di addentrarsi nei dettagli di siffatta tematica, ma certo è che sono esigenze primarie l’assistenza sanitaria nelle carceri dove i fenomeni pandemici sono stati anche rilevanti, l’individuazione del trattamento rieducativo nonché il reinserimento socio-lavorativo dei detenuti. Si tratta, in altre parole, come magistralmente scritto dal Garante dei diritti delle persone detenute in Calabria, nella relazione dello scorso anno, “di organizzare bene il bene, perché il male è molto bene organizzato”.

Il terzo tema non può che riguardare, per chi ha a cuore questa Città, l’edilizia giudiziaria e, in particolar modo, l’ormai famoso Palazzo di Giustizia, la grande incompiuta, l’immagine peggiore di questa comunità! Il nostro riscatto parte da qui! L’esempio di una giustizia efficiente passa attraverso quest’opera! L’autorevolezza dell’istituzione è dentro e fuori quelle mura! Mettiamoci tutti la faccia!

Abbiamo pazientato per lunghi sedici anni, abbiamo dormito per troppo tempo. La Città vuole il nostro contributo. Aspetta le nostre iniziative, pretende che la rinascita dei valori di giustizia abbia inizio dal completamento dell’opera primaria all’interno della quale si esercita la giurisdizione. Il Tribunale è un punto fermo di una Città, è il riferimento della tutela dei diritti, il luogo dove i giusti ripongono le loro speranze. Un’opera degradata, malconcia, non finita, deprezzata, finanche saccheggiata, è simbolo di un fallimento generalizzato dello Stato di Diritto. Ma per noi, donne ed uomini di giustizia, per tutti noi, il Tribunale non è solo questo. Non è solo un edificio, non è solo un luogo fisico, non è solo una sede di lavoro: è la casa dove esercitiamo le nostre professioni, dove ci confrontiamo, luogo di scambio di idee e di esperienze, di coesione, di applicazione pratica dei nostri studi, luogo di soddisfazioni professionali e di altrettante delusioni. Non c’è Avvocato o Magistrato o dipendente che non abbia aneddoti da raccontare, esperienze da tramandare, esempi da imitare.

Ed allora è bene che parta proprio da qui un segnale di cambiamento, perché quel Palazzo, germinato a seguito di un concorso di idee, scelto all’epoca per la sua incantevole futuristica bellezza, incastonato tra il Centro Direzionale e altri edifici a destinazione pubblicistica, edificato lungo l’argine del fiume, rispetto al quale abbiamo mescolato l’architettura al sentimento, possa divenire, sin da subito, il luogo simbolo di legalità in questa Città.

Formulo a Voi tutti i migliori auguri per il Nuovo Anno Giudiziario. 

Uncategorized 28 Jan 2022 18:36 CET

Roma: «Noi avvocati pronti al patto per ridare credibilità alla giurisdizione»

Antonino Galletti, presidente dell’Ordine degli Avvocati di Roma

La relazione del presidente dell’Ordine degli avvocati di Roma, Antonino Galletti, in occasione della cerimonia di inaugurazione dell’anno giudiziario 2022

Sig. Presidente della Corte,

Autorità tutte presenti, civili, militari e religiose ancora quest’anno ho il privilegio di rappresentare, nel breve tempo a disposizione dovuto al perdurare dell’emergenza epidemiologica, la posizione dell’Avvocatura romana e di quella distrettuale, portando dunque i saluti di tutti i Presidenti degli Ordini territoriali oggi collegati da remoto e, dunque, ugualmente presenti, sia pure virtualmente, nonché del coordinatore dell’Unione e di quello dell’Organismo congressuale forense (la nostra organizzazione politica nazionale).

Ancora oggi, a distanza di due anni dall’inizio della pandemia, avvertiamo il disagio di interventi legislativi ed amministrativi i quali talvolta, anziché semplificare e razionalizzare, hanno accentuato le criticità ed i disagi, esasperando gli animi già messi duramente alla prova dalla crisi sanitaria ed economica. 

Al riguardo, mi limito a ricordare la scelta irrazionale di prolungare l’emergenza sanitaria per il solo comparto della giustizia civile e penale al 31 dicembre 2022, laddove per tutti gli altri settori il termine è fissato alla fine di marzo, lasciando evidentemente presagire che il virus – in virtù di ignoti studi medici- attecchisca più a lungo sugli operatori del diritto civile e penale, nonché l’eterna delega conferita ai capi degli uffici giudiziari di emettere provvedimenti organizzativi con l’unico conforto di “sentire” preventivamente l’autorità sanitaria ed i Consigli degli Ordini, determinandosi così inevitabilmente una babele di linee guida, disposizioni e circolari spesso diverse in ogni sede giudiziaria e, nelle sedi più complesse ed articolate come quella romana, diverse addirittura all’interno della stessa sede a seconda delle sezioni.

Infine, come non ricordare l’ultima previsione che ha esteso le misure restrittive relative all’obbligatoria esibizione del certificato verde anche ai difensori per l’accesso agli uffici giudiziari, le stesse che ad ottobre erano diventate cogenti per i magistrati ed il personale amministrativo, ma che sono state estese agli avvocati col decreto legge di venerdì 7 gennaio e delle quali si è pretesa l’osservanza dal lunedì successivo, senza neppure consentire agli interessati il tempo necessario per adeguarsi e lasciando fuori dal perimetro operativo le parti ed i testimoni i quali – sempre in virtù di ignoti studi medici – sono stati ritenuti evidentemente indenni, per la loro qualità nel processo, dal rischio di contagiarsi e di contagiare gli altri.

A fronte di scelte talvolta finanche illogiche ed irrazionali, non preventivamente concordate con il sistema ordinistico – che continua ad essere puntualmente ignorato nelle preventive consultazioni – e che pongono a rischio l’effettività della tutela dei diritti e delle libertà, rendendo sempre più complicata, se non addirittura impossibile, la vita professionale degli Avvocati che ne sono garanti e custodi, prosegue senza sosta il nostro impegno, che non esito a definire eroico, per garantire la prosecuzione della giurisdizione, tenendo fede al nostro ruolo sociale e costituzionale.

Gli interventi necessari per il miglioramento del sistema sono evidenti e sotto gli occhi di tutti e ieri sono stati, come ogni anno, puntualmente evidenziati anche nel corso dell’inaugurazione dell’anno giudiziario presso la Suprema Corte. Occorre con urgenza porre mano a quella che il Presidente della Repubblica ha più volta definito “l’ineludibile” riforma dell’ordinamento giudiziario e del CSM, così come ieri ha giustamente ricordato lo stesso Ministro della Giustizia.

È urgente provvedere a ripianare le piante organiche della magistratura (dove mancano oltre mille unità) e del personale amministrativo anche mediante forme di reclutamento straordinario, perché non bastano le assunzioni previste con la realizzazione dell’ufficio del processo per la sola auspicata riduzione dell’arretrato entro il 2026 come imposto dal PNRR e che pure potranno nell’immediato essere d’ausilio, laddove impiegate al meglio e non per supplire a compiti e mansioni diversi rispetto a quelli previsti.

È necessario investire in infrastrutture tecnologiche e nella telematica, superando il sistema anacronistico di deposito con ben quattro pec previsto per il processo civile telematico, portando finalmente a compimento il fascicolo penale telematico ed avviando il processo telematico per la giustizia c.d. di prossimità presso gli uffici del giudice di pace.

È indispensabile che il Ministro si assuma la responsabilità politica di dettare disposizioni organizzative chiare ed uniformi sul territorio nazionale che consentano finalmente la  riapertura in sicurezza di tutti i varchi di accesso agli uffici giudiziari, la libera circolazione  e la riapertura delle cancellerie, lasciando all’Avvocato, sulla base dell’urgenza e delle esigenze difensive, la decisione circa la possibilità di fruire o meno di sistemi di prenotazione telematici, telefonici o via mail che devono restare (ed anzi essere implementati), ma che non possono continuare ad essere imposti come unico sistema di interazione.

È certo poi che, dal momento che è stato imposto, dalla sera alla mattina, dopo ben due anni di riflessione, l’obbligo del c.d. green pass per l’accesso agli uffici, non possano sussistere alibi ulteriori per restrizioni e contingentamenti; restano davvero inutilmente vessatorie le previsioni che impongono di interagire soltanto a distanza o in limitati periodi di tempo della giornata.

Non è più tollerabile neppure tollerabile la presenza di pochi magistrati, pigri e disorganizzati, i quali non sono evidentemente in grado di organizzarsi il lavoro, suddividendo il proprio ruolo per fasce orarie, donde gli Avvocati, i quali per accedere in cancelleria devono prenotarsi prima per non assembrarsi, poi possono invece tranquillamente farlo, fuori dalle aule di giustizia, in attesa per ore che venga chiamato uno dei tanti giudizi fissati alla stessa ora: questi comportamenti danneggiano anche la credibilità della magistratura ed i tanti magistrati scrupolosi che riescono ad organizzare puntualmente le loro attività.

Il Consiglio si è più volte concretamente battuto – e continuerà a farlo anche mediate segnalazioni al Consiglio giudiziario – sull’importanza della pubblicazione dei ruoli e della programmazione delle udienze per fascia oraria, impegnandosi – direttamente e mediante proprie risorse – nella pubblicazione tempestiva di tutti i ruoli trasmessi dagli uffici giudiziari e tale programmazione rappresenta un segno di civiltà giudiziaria che abbiamo conquistato per le esigenze della pandemia, ma oramai irrinunciabile anche per il futuro.

Occorre poi intervenire con urgenza con la riforma del sistema carcerario e mi sia consentito su questo delicato argomento fare riferimento all’ampia relazione ed alle considerazioni svolte dalla Camera penale di Roma nel documento che è stato consegnato alla presidenza, così come per il settore civile – per quanto qui non espressamente indicato – faccio volentieri riferimento alla relazione della Camera civile romana.

A fronte delle criticità evidenziate non mancano le buone prassi che sono il frutto della incessante e fruttuosa interlocuzione istituzionale, basti pensare alla ottenuta disponibilità dei locali della caserma Manara già per la fine di quest’anno, alla prosecuzione di utili protocolli d’intesa come quello sulle copie esecutive telematiche o quello, preso come modello di riferimento anche altrove, che ci ha consentito di impedire che in Corte di Appello si svolgessero camere di consiglio virtuali, da remoto.

Ieri il Ministro ha riferito dell’avvio di un processo virtuoso di riforme che richiederà sinergia tra tutti gli operatori del sistema giustizia ed ha correttamente riaffermato che la collaborazione istituzionale, oltre che un principio costituzionale e una regola di buona amministrazione, è un’esigenza imperativa nell’ambito dell’amministrazione della giustizia. Ebbene noi siamo d’accordo e dimostriamo ogni giorno concretamente di essere parte essenziale della giurisdizione: a Roma lo dimostriamo oramai da anni anche attraverso l’attività di continua supplenza offerta dalle istituzioni forensi e mettendo a disposizione importanti risorse economiche per fare fronte alle emergenze: un sostegno concreto che è diventato, soprattutto in questo periodo emergenziale, sempre più indispensabile e apprezzato.

Il servizio offerto in supporto ai vari uffici dei giudiziari romani conta ancora quest’anno l’impiego di ben 13 unità che determinano una spesa annua di circa 600 mila Euro e che sono così dislocate: 2 unità presso gli Uffici del Giudice di pace, 4 unità in Tribunale per la liquidazione delle parcelle, 7 unità al Tribunale civile (2 delle quali all’ufficio informazioni e 2 alle esecuzioni immobiliari). Grazie poi al nostro straordinario impegno è stato possibile portare a buon fine anche il procedimento, mutato per così dire “in corsa”, per l’abilitazione per l’esercizio professionale del quale è in corso la seconda prova orale, sia quanto al numero di colleghi generosamente impegnati nelle commissioni e sia per l’impegno economico, avendo dovuto accollarci ulteriori costi di personale e finanche quelli per il noleggio dei video indispensabili per assicurare i collegamenti da remoto tra le commissioni ed i candidati.

Tutte queste attività ulteriori poi si sommano a quelle ordinarie ed istituzionali che spaziano dalla tenuta di albi ed elenchi a Roma per oltre 30 mila iscritti (26.400 Avvocati) ai quali viene garantita una costante formazione gratuita e di qualità, all’esercizio della disciplina a livello distrettuale garantita dal Consiglio Distrettuale e, tanto per fare comprendere ancora meglio i numeri dei quali parliamo, per la sola ammissione al patrocinio a spese dello Stato, è stata necessaria l’istruttoria e lo scrutinio nello scorso anno di ben 9.323 istanze (5.228 di cittadini italiani e 4.095 di stranieri). Considerazioni analoghe possono essere svolte per gli altri Ordini del Distretto dove le difficoltà talvolta sono addirittura accentuate dalla penuria delle risorse a disposizione a fronte della quantità dei compiti da assolvere e dei servizi da offrire ai colleghi.

Gli avvocati, dunque, nonostante la perdurante esasperazione dovuta alla crisi economica ed a un sistema fiscale oppressivo, pagano anche di tasca propria per riuscire a lavorare e così consentire il funzionamento del sistema della Giustizia e per fare sì che la giurisdizione torni ad essere vista dalla collettività non più come un problema ed un freno allo sviluppo, ma come una risorsa in grado di affermare la presenza del presidio statale sul territorio, di sostenere il sistema produttivo e di costituire adeguato presidio di legalità nel sistema di tutela dei diritti e delle libertà fondamentali.

Noi ribadiamo perciò anche quest’anno la disponibilità a dimostrare nei fatti la volontà di proseguire nel “patto per la giurisdizione” in virtù del quale tutte le componenti, legittimandosi e coinvolgendosi reciprocamente, si sostengono per fare recuperare alla giurisdizione quella credibilità e quel sostegno collettivo che le spettano quale luogo di elezione della tutela dei diritti, senza i quali sono a rischio gli elementi fondanti della nostra civile convivenza.

È davvero un peccato che il nostro “modello distrettuale romano” del quale siamo orgogliosi non possa essere un esempio virtuoso da codificare e da seguire anche altrove: gli incontri mensili tra il nostro Ordine ed i capi degli uffici giudiziari, proseguiti e addirittura intensificati durante la perdurante fase pandemica, hanno consentito di meglio affrontare le tante difficoltà mediante lo scambio di informazioni, proposte e consigli, nonché di superare con lo strumento del dialogo e del confronto innumerevoli situazioni di criticità.

È con tale auspicio che, nel dedicare un ultimo pensiero di gratitudine al Presidente della Repubblica, l’Avvocato Sergio Mattarella, ed ai colleghi, ai magistrati ed al personale amministrativo che ci hanno lasciato nel corso dell’anno appena trascorso, porgo al Presidente della Corte, al Procuratore Generale ed a tutti i presenti l’augurio di buona salute e di buon lavoro per l’anno giudiziario che oggi si apre.

Uncategorized 28 Jan 2022 15:49 CET

Salerno: «Riforme: ora serve coraggio per rinnovare il nostro apparato culturale»

Silverio Sica, presidente dell’Ordine degli Avvocati di Salerno

La relazione del presidente dell’Ordine degli avvocati di Salerno, Silverio Sica, in occasione della cerimonia di inaugurazione dell’anno giudiziario 2022.

Eccellenze, Autoritá, Signore e Signori, sono qui con tutti voi, ognuno nel rispettivo ruolo e col suo carico di responsabilitá, ancora una volta a fare la sintesi di un anno difficile. Perché sia chiaro che la pandemia, per quanto sia evento ricorrente nella storia dell’umanità, resta il più tragico e devastante per la generazione cui tocca affrontarlo. E il primo pensiero va, commosso, agli Avvocati scomparsi e, a quelli – e son tanti – che stanno affrontando la malattia. E poi, a tutti coloro a cui la pandemia ha stravolto la vita per la perdita di affetti importanti. Ancora ai tanti, tantissimi, soprattutto giovani, che patiscono le conseguenze economiche gravi che hanno colpito la nostra categoria, già in sofferenza, specie al Sud, per antiche e complesse ragioni.

Ma, la pandemia ha dato un colpo forte, così duro da determinare tantissime cancellazioni dall’Albo. Insomma, le giovani generazioni soffrono una crisi gravissima innestata su un quadro economico che già era, a volte, di mera sussistenza. Nessun governo ha più di tanto pensato a questa categoria, alla fascia giovanile di essa, al dramma che sta vivendo. Eppure, li ho visti, li vedo, gli avvocati. Ogni giorno, impegnarsi, lavorare, affrontare il rischio nei loro studi, nei Tribunali, certo per vivere, difendere il proprio lavoro, ma anche per garantire la funzione altissima della giurisdizione e della difesa del cittadino.

La giustizia, doveva e deve, quale servizio essenziale continuare ma, l’avvocato ne è parte integrante ed essenziale e, meritava attenzione, considerazione, aiuto, pur nella sua libertà professionale. E se non fosse stato per l’intesa piena, per la collaborazione umana e solidale con i nostri vertici Giudiziari, saremmo stati alla mercé degli eventi. Devo dargliene atto e qui, ringraziarli. E con essi abbiamo consentito il funzionamento  della macchina giudiziaria, abbiamo avviato e stiamo costruendo una realtá nuova, in cui l’apporto tecnologico è dominante. Con essi stiamo costruendo il futuro. Un ringraziamento forte va a tutte le Associazioni forensi – AIGA C.P. ANF – e tutte, proprio tutte, che hanno, con il Consiglio, cooperato, vicine ai singoli avvocati, per assorbire non il cambiamento, ma lo stravolgimento della nostra quotidianità, della prassi, dei riti, delle abitudini, di tutto ciò che riempiva la vita di un avvocato. E ai singoli Avvocati, che ogni giorno sono lì, pazienti, in fila, in attesa, va il ringraziamento di tutti per il loro senso civico.

E voglio dire a Voi tutti, che mai come in questi anni drammatici ho sentito forte ricrescere, rifiorire, lo spirito di colleganza che unisce la mia categoria. E il Consiglio dell’Ordine è rimasto sempre presente, attivo, quale presidio per tutti. E nessuno, dico nessuno, dei 21 consiglieri, si è tirato indietro. Eppure nemmeno noi siamo stati trascurati dal virus. In questo anno abbiamo sviluppato ulteriori iniziative a difesa dalla pandemia e di supporto economico alle situazioni più gravi e, abbiamo messo in cantiere progetti che devono essere realizzati perché si possa adeguare l’Ordine alle nuove esigenze, alle nuove tecnologie e, aprirlo alla società civile attraverso organismi che potenziano il ruolo degli Avvocati (camera arbitrale, mediazione, composizione della crisi, sportello per il cittadino, etc…).

Resta la delusione perché ci saremmo aspettati da Governi responsabili, oltre alla dovuta considerazione anche un’autentica spinta innovatrice, perché i grandi e drammatici eventi dell’umanità, spingono i migliori al cambiamento. E, invece, ci troviamo – nel settore giustizia – di fronte ad un pantano partitico corporativo con un’unica esigenza che è quella economica, legata al tempo del processo. È certo importante il tema del tempo e dell’economia ma, se non coniugato con una visione culturale diversa e nuova, genera ibridi e confusi interventi di restaurazione e limitazione di garanzie e libertà…

La riforma contenuta nella delega – civile e penale, definita epocale è, infatti, un ibrido che ha un’unica anima economica ed è fumo negli occhi dell’Europa. Possibili innovazioni positive si accompagnano a regole che sono e saranno mere petizioni di principio o, peggio, limitazioni gravi degli spazi di difesa. Occorreva un autentico spirito riformista, e questo Ministro, cui riconosciamo un grande spessore intellettuale, si è perso nella palude delle ovvietà. I nodi della crisi del servizio Giustizia, che è antica quanto la nostra costituzione che disegnò tale sistema, restano irrisolti. Non c’è il coraggio, la forza di dichiarare vecchio e obsoleto il nostro apparato culturale e di rivoluzionarlo e sconvolgerlo. Ma lo sappiamo, conosciamo le resistenze, l’anima delle corporazioni diverse che militano nell’opposizione alle riforme.

Ci vollero cinquant’anni per buttare alle ortiche il codice inquisitorio che, per altro, pian piano, stanno ricostruendo e insinuando tra le pieghe del nuovo. Quanti ne occorreranno ancora di anni? So che nel prossimo futuro l’avvocatura affronterà un’altra sfida ed un altro attacco alla propria funzione. Spero, però, che essa uscita diversa dalle ceneri della pandemia, trovi nelle giovani leve la forza di ribellarsi per un vero cambiamento. Questo è l’augurio per la mia categoria.

Ai cittadini, all’uomo della strada, a coloro che sperano in un atto di giustizia, dico che essi possono contare su un’avvocatura – qui a Salerno – complessivamente sana e consapevole del proprio ruolo. A noi tutti, che si calmi la furia pandemica e che possiamo insieme ritrovare il ritmo normale dei giorni e che sempre ci guidi la nostra comune passione in una giustizia terrena ma limpida e umana.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Uncategorized 28 Jan 2022 15:19 CET

Spoleto: «Aumentare adeguatamente mezzi umani e strumentali»

Maria Letizia Angelini Paroli, presidente Ordine degli Avvocati di Spoleto

La relazione del presidente dell’Ordine degli avvocati di Spoleto, Maria Letizia Angelini Paroli, in occasione della cerimonia di inaugurazione dell’anno giudiziario 2022.

Eccellenze, autorità, egregi funzionari, colleghe e colleghi dell’avvocatura, anche quest’anno i complessi problemi della Giustizia italiana si sono riverberati sul nostro Distretto. Ed è già di conforto aver preso atto che per taluni degli indici di efficienza periodicamente rilevati, il Distretto umbro si sia positivamente fatto evidenziare; cosa di cui ci compiacciamo dare atto a coloro che ne hanno la responsabilità direttiva, a quella buona parte del personale che si prodiga quotidianamente per fronteggiare le emergenze ed allo stesso ceto forense che si è speso, anche al di là delle proprie incombenze e per superare le più gravi carenze del sistema.

Sul piano generale – in assoluta sintonia con le posizioni del Consiglio Nazionale Forense, dell’Organismo Congressuale e delle Camere nazionali Penale e Civile – se dobbiamo solidarizzare con il ragionevole impegno a contrastare, anche nelle sedi giudiziarie, i pericoli dell’epidemia tutt’ora presenti, non altrettanto possiamo condividere una linea di politica legislativa e decretizia emergenziale, che l’avvocatura percepisce con duplice sensibilità critica.

In primo luogo, quasi tutti i provvedimenti che sono stati e vengono adottati, appaiono orientati all’abbattimento quantitativo e alla durata del contenzioso, sia nella parte arretrata, sia in quella sopravveniente, ad evidente scapito però della giustizia sostanziale, della qualità dei provvedimenti decisori, nonché (cosa altrettanto grave) palesemente comprimente il diritto dei cittadini a ricorrere alle sedi giudiziarie.

Ammesso e non concesso – tutto da verificare – che si attinga il risultato parziale di piegare le statistiche degli affari penali e civili, contestiamo che questo sia un fatto positivo, in uno Stato di diritto, se ottenuto scoraggiando la legittima domanda di tutela delle ragioni civilistiche e, sul versante penale, allestendo artifizi e manomissioni dei corpora codicistici che tendono ad inibire o sopprimere gradi di giudizio, depotenziare norme poste a tutela delle persone e dei beni, attuare di fatto forme di depenalizzazione e di estinzione dei procedimenti che non siano – come dovrebbero essere – conseguenti solo a scelte motivate dei legislatori, riuniti in consessi democratici in pienezza di poteri e non sotto permanente commissariamento, velato da sistematici voti di fiducia.

In secondo luogo quasi tutte le novelle procedurali- concomitanti coi provvedimenti motivati dalla salvaguardia sanitaria – vengono a marginalizzare, appannare e, perfino elidere importanti facoltà difensive, con una secondarizzazione del ruolo dell’avvocato che apre, anzi percorre, l’inquietante strada del contraddittorio a scartamento ridotto: il quale contrasta con la più preziosa civiltà giuridica maturata e con la stessa costituzionalizzazione del ruolo dell’avvocato, pur riconosciuta dopo multiennali attese.

Va ribadita alle rappresentanze dei Poteri costituiti e competenti, questa nostra posizione, con la richiesta – non più semplice auspicio – che i problemi veri della Giustizia siano finalmente affrontati con la dedicazione di mezzi umani e strumentali adeguatamente aumentati ( unici veramente decisivi), nonché con riforme normative e di sistema organiche, elaborate col concorso almeno paritario degli avvocati, avamposti dei reali problemi operativi; e non soltanto imposte, nei contenuti e nei tempi, dall’obbligo di superare discutibili esami e censure dei tecnocrati internazionali, pur di ottenere mitiche erogazioni ed elargizioni di mutui milionari i cui nodi giungeranno al pettine di molte generazioni.

Concludendo sul punto – sempre in sintonia con le posizioni degli Organi nazionali forensi – ribadiamo che la grande maggioranza degli avvocati si oppone a che, prendendo occasione dal prolungarsi del problema epidemico, si rendano sistematiche e permanenti le norme di remotizzazione dell’attività giudiziaria e si continui a rendere impervio e oltremodo inibito l’accesso degli avvocati e loro collaboratori agli Uffici giudiziari; salvo, ovviamente, l’obbligo delle misure personali di prevenzione del contagio.

Veniamo sinteticamente alle problematiche locali, cioè riferite ai tre fori del Distretto umbro. La prima situazione che devo tornare a denunciare, in forma di vera e propria reiterata messa in mora, è la perdurante, colpevole, sottodotazione di organico del Tribunale e della Procura dell’Umbria centrale, cioè di Spoleto. Come sottolineato in tutte le sedi anche dal Signor Presidente della Corte, dal Signor Procuratore Generale, dal Consiglio Giudiziario Distrettuale, il Ministero continua a non sanare il grave errore materiale sul trasferimento degli affari per il quale, dopo la corretta riforma delle circoscrizioni del 2012 che ha riequilibrato i territori e i carichi di lavoro del Distretto più che raddoppiando la competenza del foro di Spoleto, è stato ad esso assegnato un organico magistratuale irrisorio – che ancora oggi è inferiore di almeno quattro unità al dovuto, oltre alla assurda mancanza di un Presidente di Sezione, che esiste invece in quasi tutti i Tribunali più ridotti di quello spoletino – e, quel che è forse peggio, un organico di personale inferiore alla metà di quello che sarebbe dovuto in base agli standard generali.

Dopo infinite interlocuzioni e documenti, è giusto preannunciare che, in mancanza di risolutivi interventi riparativi, emergenza o non emergenza covid, dovranno essere rilanciate manifestazioni contestative a più livelli, perché il diritto alla giustizia delle popolazioni dello spoletino, del folignate, del tuderte-marscianese, per non parlare della già martoriata Valnerina sia parificato a quello di ogni altra comunità umbra e italiana.

Del resto come ha detto in questi giorni la stessa sig.ra Ministra nella relazione annuale al Parlamento: “il lavoro ben organizzato e ben condotto, non solo incrementa l’efficienza della giustizia, migliorandone i tempi, ma ne favorisce la qualità”. Questo è proprio quello cui da anni legittimamente ambisce anche il Circondario di Spoleto: una finalmente adeguata e commisurata dotazione di magistrati e di personale.

Quanto al foro del nostro capoluogo distrettuale, confermo la pressante richiesta che la realizzazione della unificata Cittadella giudiziaria di Perugia – tra le priorità del Piano di Resilienza e Rilancio nazionale – avvenga senza il minimo ritardo, perché quella logistica è la vera emergenza della sede perugina. Ciò non esclude la richiesta di urgenti interventi per rendere, intanto, decentemente agibili gli attuali luoghi ospitanti le attività civili e ancor più le penali, soggetti a continue informazioni.

Anche quest’anno l’Ordine forense di Perugia, pur nelle difficoltà legate all’andamento della pandemia, ha proseguito nel solco di un confronto costruttivo e di una costante collaborazione che ha cercato di mantenere con tutti i dirigenti degli Uffici giudiziari; ha fornito con proprie risorse economiche ed umane, un decisivo ausilio alle Cancellerie di tutti gli Uffici di primo e secondo grado; cosa che torna a merito della categoria, ma denuncia carenze e scoperture che, si converrà, è quantomeno anomalo debbano essere compensate da chi non è organo dello Stato dispensatore del servizio. Dopo una velocizzazione ottenuta nello scorso anno, si deve segnalare un nuovo rallentamento – invero per tutto il Distretto – nel pagamento delle liquidazioni dei patrocini a spese dello Stato e dei compensi ai difensori in ufficio. Se ne auspica la normalizzazione. L’Ordine di Perugia si ripromette inoltre di intensificare il sostegno al progetto della cosiddetta “Giustizia condivisa”, con le convenzioni per il ricorso alle mediazioni funzionali, il cui numero risulta incrementato nell’anno 2021.

Anche l’Ordine forense di Terni – che pure riconosce la relativa serenità funzionale della propria sede giudiziaria e la costante collaborazione tra le Istituzioni e il ceto forense, anche a fronte dell’insorta pandemia – lamenta i tempi eccessivi di erogazione dei compensi ai patrocinanti a spese dello Stato, che per il pregiato ruolo di utilità sociale svolto, meritano il riconoscimento, sia quanto agli importi, sia quanto alla tempestiva corresponsione. Intervenire su questo aspetto è indifferibile atteso che il già complesso iter previsto dalla legge per il riconoscimento del compenso risulta spesso rallentato , se non bloccato, da ostacoli burocratici che si frappongono alla legittima aspettativa degli avvocati, dopo aver garantito la tutela dei diritti dei propri assistiti.

I colleghi ternani auspicano inoltre, del resto a simiglianza degli altri fori, ma con peculiarità, che si migliori in ogni modo l’organizzazione dei ruoli e la logistica delle aule di udienza, affinché esse siano efficacemente rapportate all’effettivo afflusso di persone ben prevedibile; e siano pertanto evitati assembramenti in attesa delle udienze, sia civili sia penali, tanto per le doverose prudenze sanitarie quanto per lo stesso decoro dell’ambiente giudiziario.

Nel ringraziare tutti per il cortese ascolto, formulo a nome dei fori umbri l’augurio di un anno giudiziario quanto più possibile sereno e proficuo.

 

Uncategorized 28 Jan 2022 13:37 CET

Torino: «Coesione e confronto: avvocatura unita per uscire dalla selva oscura»

Simona Grabbi, presidente dell’Ordine degli Avvocati di Torino

La relazione del presidente dell’Ordine degli avvocati di Torino, Simona Grabbi, in occasione della cerimonia di inaugurazione dell’anno giudiziario 2022.

Sig. Presidente della Corte di Appello di Torino,

Sig. Procuratore Generale della Repubblica,

Sig. Presidente del Tribunale,

Sig. Procuratore della Repubblica,

Signori Giudici e Signori Giudici onorari,

Autorità religiose, civili e militari,

Colleghe e Colleghi, Istituzioni e cittadini, presenti e da remoto,

rivolgo, in occasione di questa importante cerimonia, a Voi tutti il saluto del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Torino e il mio personale quale sua Presidente.

È difficile perfino per chi – come gli Avvocati – è abituato a essere combattivo, celebrare per la seconda volta l’inaugurazione dell’anno giudiziario in un contesto ancora pesantemente influenzato dalla pandemia, dalle sue ennesime varianti e dai loro altalenanti effetti sulla salute e sull’economia pubblica. Dobbiamo riconoscere che la strategia nazionale della campagna vaccinale ha portato a esiti insperati, se solo pensiamo alla situazione del nostro Paese esattamente un anno fa, quando era da poco passato il V-day del 27 dicembre 2021 celebrato in tutta Europa. Proprio grazie all’anno del vaccino, possiamo oggi dire: e quindi uscimmo a riveder le stelle.

L’ultimo verso dell’inferno della divina commedia di Dante Alighieri, il sommo poeta celebrato nel 2021 a 700 anni dalla sua morte. Ma quanti altri versi dell’inferno dantesco in questo drammatico periodo ci sono sovvenuti? Non voglio rievocare fatti tristemente noti, ma se solo pensiamo alle immagini della città di Bergamo nell’aprile del 2020, con le code degli automezzi militari per trasportare le vittime, l’immagine simbolo della prima ondata pandemica nel nostro Paese che difficilmente riusciremo mai a dimenticare, come non pensare «per me si va a perduta gente, per me si va nell’etterno dolore». Ci dicevamo “andrà tutto bene”, e lo si vedeva scritto ovunque. Ma non è andato tutto bene.

Certo anche Dante Alighieri, padre della nostra lingua, avrebbe storto il celebre naso a fronte di questi slogan – l’andrà tutto bene’ nel corso della prima ondata pandemica, o ‘dobbiamo abituarci a convivere con il virus’ nel corso delle successive -, slogan così enfaticamente riduttivi della gravità della pandemia mondiale, dei suoi effetti sulla salute pubblica, sulla scuola, sull’economia di ciascun paese.

La pandemia ci ha indubbiamente insegnato tante cose e, una fra queste, che il benessere sociale ed economico è strettamente legato allo stato di salute della popolazione. L’economia del nostro paese, solo un anno fa, nel settembre del 2020, si era contratta ad un tasso paragonabile a quello registrato nel secondo dopoguerra. Dopo oltre un anno, dopo aver attraversato una selva oscura, riusciamo a vedere il bagliore della ripresa della nostra economia e la possibilità di superare problemi strutturali che sono stati una zavorra per lo sviluppo del Paese in questi ultimi 30 anni. Gli ingenti finanziamenti europei sono infatti un’occasione unica e irripetibile per il riavvio dell’economia. Ben 222 Miliardi, di cui 191 finanziati attraverso il Dispositivo per la Ripresa e la Resilienza e 30,6 miliardi attraverso il Fondo complementare a valere sullo scostamento pluriennale di bilancio. La ripresa è più intensa delle attese e l’Italia è tornata a essere un paese in crescita e credibile anche agli occhi degli investitori.

Ma ci avviamo verso un rinascimento anche nella nostra amata giustizia? Prometteva la Ministra Cartabia il 25 aprile 2021 (come sembra lontano, vero?), prima della approvazione del Piano nazionale e della sua ratifica da parte della Commissione europea. «Una giustizia rapida e di qualità è fondamentale anche per lo sviluppo economico: aiuta la crescita, stimola la concorrenza e la competitività, facilita il credito bancario, aiuta gli investimenti. Una riduzione della durata dei processi civili del 50% può accrescere la dimensione media delle imprese italiane di circa il 10%. Una riduzione da 9 a 5 anni dei tempi di definizione delle procedure fallimentari può generare un incremento di produttività dell’economia dell’l,6%. Occorrono riforme dei processi, digitalizzazione, assunzione di personale, ristrutturazioni edilizie. Aumenteremo gli organici, completando il reclutamento del personale amministrativo con quasi undicimila unità nel prossimo triennio. L’obiettivo finale è sempre lo stesso: accorciare i tempi dei processi».

Queste affermazioni non erano degli slogan come l’andrà tutto bene che ci dicevamo per aiutarci a superare i momenti più bui. Si legge veramente nel piano, paragrafo Ml C 1.3 che «l’obiettivo di rendere la Pubblica Amministrazione un vero alleato di cittadini e imprese dipende fortemente da un programma di riforma di cui il capitolo Giustizia riveste un ruolo centrale (riforma strutturale del processo civile, penale e dell’organizzazione della giustizia). Una tempestiva risposta giudiziaria che garantisca la certezza del diritto è fondamentale ai fini di una rapida ripresa del Paese“». Questi non sono slogan della politica giudiziaria. La Giustizia è veramente posta al centro del programma di sviluppo del Paese e del PNRR; la Commissione Europea ha subordinato l’erogazione di una parte ingente dei finanziamenti a un deciso cambio di passo nel settore giustizia, ritenuto giustamente nevralgico per la nostra ripresa, e dovremo centrare gli obiettivi qualitativi (noti come milestones) e quantitativi (i cosiddetti target). Nuovi termini cui ci dovremo presto abituare, tutti noi e non soltanto gli uffici giudicanti direttamente coinvolti dal progetto dell’ufficio per il processo.

Sono previsti investimenti di carattere organizzativo di ben oltre 2 miliardi di euro su tre linee progettuali, delle quali quella dell’ufficio per il processo e capitale umano costituisce la principale linea di azione. (Fonte: Nota a firma del Capo di Dipartimento, Prot. N. 0044063 del 4.11.2021, Ministero della Giustizia, Dipartimento dell’Organizzazione Giudiziaria, del Personale e dei Servizi. Alla prima linea progettuale relativa all’investimento nel capitale umano per rafforzare l’ufficio per il processo e superare le disparità tra gli uffici giudiziari sono destinati ben 2.282.561.519 euro dei 2.827. 776.959 del totale degli investimenti ottenuti).

Sono sicura che nel corso della Vostra vita professionale non si è mai visto un investimento così imponente nel settore della giustizia, nonostante le perenni invocazioni proprio in occasione di questo rito inaugurale. È in corso uno straordinario reclutamento di personale amministrativo a tempo determinato per un totale di 21.910 unità. Dovrebbe essere imminente entro la fine del prossimo mese di febbraio l’attuazione dell’ufficio del processo con 16.500 giovani laureati in diritto o economia per i prossimi 4 anni e 7 mesi: tra questi, sono attesi quasi 400 nel nostro distretto, non pochi. Attendiamo l’assunzione con contratti a tempo determinato della durata di tre anni di 5.41 O unità nel personale amministrativo. E tale attività di reclutamento si affianca – ma non sostituisce – l’ordinaria pianificazione assunzionale sostenuta dalle risorse ordinarie di bilancio, che concerne circa 17 .000 nuovi ingressi nel periodo 2018-2023, in parte già realizzati. E ciò perché l’azione di ripresa deve essere sostenibile anche in futuro e proseguire anche una volta terminato il finanziamento europeo. Avete mai visto arrivare in un’unica soluzione tanti addetti agli uffici amministrativi del nostro palazzo o non avete piuttosto visto andare in pensione persone con cui avete condiviso anni e anni di lavoro senza che fossero sostituite? Proseguendo nella metafora, il Paradiso dantesco.

Noi del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati riteniamo che le risorse dell’ufficio del processo saranno fondamentali per tutti gli uffici, non solo i giudicanti che ne trarranno diretto beneficio, ma anche i requirenti, perché permetteranno di riassorbire finalmente l’arretrato consentendo alla Procura di veder fissate le udienze preliminari o dibattimentali in un termine ragionevole e ciò a fronte di un ponderato esercizio dell’azione penale, così da non veder più prescrivere prima dell’appello i reati meno gravi.

Certo avremmo tanto voluto veder assegnare delle risorse anche ad uffici importanti come la stessa Procura della Repubblica, o il Tribunale di Sorveglianza, che ha una scopertura del 35% del personale amministrativo o come il Tribunale per i Minorenni, dove, per sopperire ad un arretrato importante nella trattazione delle richieste di patrocinio a spese dello Stato, abbiamo promosso un distacco di personale del Consiglio. Ma questa mancata previsione non è una buona ragione per non lavorare tutti nella stessa direzione e superare e di molto il disposition time del 2019.

Imponenti investimenti per rinnovare l’infrastruttura digitale – oltre 83 milioni di euro – che, pur nata d’avanguardia, mostra già i primi segni di obsolescenza e occorre superare i continui blocchi per manutenzione durante i fine settimana perché, come ha detto la Ministra Cartabia, gli avvocati lavorano spesso anche sabato e domenica. Infine, occorrerà raggiungere l’obiettivo della completa digitalizzazione dei fascicoli giudiziari. Ambiziosi gli obiettivi che abbiamo promesso di centrare anche con le rifanne processuali proprio per rendere più rapidi, ma equi, i processi civili e penali.

Nel processo civile, ci siamo impegnati a ridurre entro il 30 giugno 2026 del 40% i tempi del processo (L’obiettivo richiesto la è diminuzione del 40% del c.d. disposition time, l’indicatore di durata utilizzato nel contesto europeo e fornisce una stima prospettica del tempo medio prevedibile di definizione dei procedimenti ponendo a confronto il numero dei procedimenti pendenti alla fine dell’anno con quello dei procedimenti definiti nell’anno (Pendenze/Definiti)* 365. Convenzionalmente è la misura del tempo necessario ad esaurire i procedimenti aperti, assumendo di mantenere la medesima capacità di smaltimento osservata nel periodo di riferimento) rispetto alla durata media del 2019 e ciò con diverse armi – non solo processuali – in grado di sortire sulla carta, una potenza di fuoco mai vista.

Nel processo penale, l’obiettivo è della diminuzione del 25% del disposition time entro il giugno 2026. Come avvocati penalisti non possiamo che auspicare di essere ancora più ambiziosi e di peccare forse di ubris confidando di superare quel 25% rispetto alla durata media dei processi penali nel 2019. Ci sembra questa la sede giusta per peccare di ubris e per affermare questo principio, dopo aver osservato un doveroso silenzio sui recenti tragici fatti di cronaca. La rapidità del processo civile risponde anche ai quei fondamentali interessi economici di cui prima si è detto. Ma il processo penale – lo diceva ben più autorevolmente di me uno dei padri della nostra Costituzione, come l’avv. Calamandrei – è di per sé una sanzione. Anzi, aggiungeva, nel lontano 1953: “il segreto della giustizia sta in una sua sempre maggior umanità, e in una sempre maggiore vicinanza umana tra avvocati e giudici nella lotta comune contro il dolore: infatti, il processo, e non solo quello penale, di per sé è una pena, che giudici e avvocati debbono abbreviare rendendo giustizia“.

Che il processo penale sia di per sé una pena, non è una frase fatta o uno slogan, come l’andrà tutto bene di cui prima si diceva. Noi tutti qui, che abbiamo l’immane responsabilità del rituale giudiziario, chi di promuovere l’azione penale o di coltivarla, chi di giudicare, chi di difendere, lo dobbiamo tenere bene a mente, ogni giorno.

Nessun imputato, responsabile o meno che sia e solo una sentenza definitiva lo accerta, si abitua a convivere con un processo penale. Fidatevi di noi avvocati, noi abbiamo visto i nostri assistiti non soltanto perdere la libertà dopo l’accertamento della loro responsabilità e sappiamo cosa questo significhi per loro e per i loro famigliari; li abbiamo visti anche perdere talvolta la salute prima che venisse accertato che fossero responsabili o innocenti, e talvolta perderla irrimediabilmente, perché il processo penale è una pena prima che si arrivi a irrogare una qualsiasi sanzione. Nessun imputato, responsabile o meno che sia, merita di non essere rispettato o di non suscitare un sentimento di umana e laica pietas. E un processo penale lungo dieci anni è e rimane disumano e incivile agli occhi di un qualsiasi cittadino, non solo a quelli di un avvocato penalista; e non vi è scelta processuale dell’imputato – compresa quella di rimanere assente – che può in alcun modo giustificare un rito del genere.

A proposito di presunzione di innocenza. Come sapete, con ben cinque anni di ritardo si è introdotto nel nostro Paese il rispetto alla direttiva 2016/343 del Parlamento europeo e del Consiglio del 9 marzo 2016 sul «rafforzamento di alcuni aspetti della presunzione di innocenza e del diritto di presenziare al processo nei procedimenti penali». Le prescrizioni introdotte dal decreto legislativo n. 188 del 2021 quando si riferisce in conferenze stampa, negli atti processuali o nella cronaca giornalistica di una persona sottoposta ad indagini o di un imputato che è presunto innocente, non sono banali cautele linguistiche, perché non solo il processo è di per sé una pena, ma anche quella tendenziosa informazione pubblica che prima di una sentenza indica il presunto innocente come certamente colpevole è mortificante e mortifera. Perché sappiamo benissimo che dopo anni, la pronuncia di una sentenza di assoluzione o un decreto di archiviazione non restituisce assolutamente quella stessa risonanza mediatica riabilitativa. E si rimane, nell’immaginario popolare, con la lettera scarlatta del reo.

Ma torniamo alle riforme, con lo spirito di chi, questi pensieri, non può mai abbandonarli. È stato superato il nodo, politicamente molto divisivo, del congelamento della prescrizione dopo la sentenza di primo grado che tanto ha animato in questi tre anni il dibattito tra i giustizialisti da un lato e i garantisti della durata ragionevole del processo dall’altro. Ci avviamo a una riforma molto importante, cari penalisti, pensiamo all’istituto della archiviazione meritata, alla possibilità per il giudice della cognizione di irrogare già le sanzioni alternative alle pene inflitte con l’istituto del patteggiamento per garantire l’effettività della loro esecuzione. Pensiamo all’innovativo istituto della giustizia riparativa, già diffuso in altri paesi europei.

Insomma, ci attendono riforme rivoluzionarie ispirate alla volontà di abbreviare termini e garantire l’esecuzione della pena al termine di un processo equo. Che enorme responsabilità ci aspetta. È giunto senz’altro il tempo di costruire, come ci diceva il sig. Presidente della Repubblica nel discorso di fine anno 2020, e adesso abbiamo finalmente le risorse necessarie per farlo. Certo di fronte a tali rivoluzionari cambiamenti, una domanda sorge spontanea: ma andrà veramente tutto bene? Sia nei momenti di grande difficoltà come in quelli di profondo cambiamento c’è bisogno di coesione e di confronto: tra tutti gli uffici giudiziari, tra loro e il fondamentale personale amministrativo, tra loro tutti e noi avvocati. 

Dobbiamo costruire, anzi ricostruire insieme e lavorare tutti nella stessa direzione, quella di centrare gli obiettivi del Piano di ripresa e resilienza, allora sì che andrà tutto bene. E gli Avvocati torinesi e dell’intero distretto faranno la loro parte, come hanno sempre fatto e debbono essere ascoltati, con attenzione e prima di assumere le decisioni organizzative che presiedono alla messa a terra di questi importanti progetti organizzativi. Come è successo quotidianamente nel momento peggiore, dal febbraio ali’ ottobre del 2020, interloquendo con i capi degli uffici giudiziari e i dirigenti amministrativi per non fennare la macchina della giustizia, per non mettere in quarantena la tutela dei diritti, per continuare a svolgere la nostra funzione sociale.

Non so se tutti sanno che l’Avvocatura rientra certamente tra le categorie più colpite dall’impatto dell’emergenza sanitaria sulla vita amministrativa, sociale ed economica del paese. Essa continua a risentire del forte rallentamento dell’attività giudiziaria nonché della compressione del reddito delle persone e delle imprese i cui diritti e interessi tutela e la ragione è presto detta. Il 63% della attività dei 245.000 avvocati in Italia è legata alla assistenza giudiziale, la sua stasi o il suo rallentamento provocano gravi ripercussioni non solo al cittadino, ma al cittadino avvocato che lavora con la Giustizia e per la Giustizia.

Inquietante anche il gap reddituale tra colleghi e colleghe, con pregiudizio significativo per le seconde, a favore delle quali il Consiglio cercherà in futuro di orientare più servizi e, lo scorso 31 dicembre 2021, ha deciso di ridurre le quote di iscrizione per cinque anni dalla filiazione naturale o adottiva. Ma molti di noi non hanno rinunciato a svolgere con fatica e passione una funzione sociale tuttora percepita dai cittadini come preziosa e fondamentale. Non faccio questa affermazione in modo retorico o come uno slogan coniato in epoca Covid, ma dopo aver letto un documento fondamentale per la nostra professione quale il rapporto commissionato dalla nostra Cassa Forense al Censis sullo stato dell’Avvocatura in Italia nel febbraio del 2021 dal titolo: “l’impatto della pandemia sulla professione: le risposte all’esplosione dell’incertezza“.

Ebbene oltre il 50% del campione di italiani intervistato afferma che l’avvocato è un elemento essenziale per la tutela dei diritti e il rimanente 40,8% lo considera se non essenziale, assolutamente utile. Tutti noi avvocati abbiamo questa grande responsabilità e dovremo ricordarlo sempre. Ebbene, siamo qui con questa veste – essenziale o utile – per costruire con Voi, per veder finalmente e proficuamente investite in questo fondamentale settore del vivere civile le risorse da tempo invocate, per vivere con Voi il rinascimento della Giustizia e per essere ascoltati.

Auguro a tutti noi di uscire a riveder le stelle, di fermarci a contemplare lo stellato cielo notturno dell’altro emisfero, come fecero Dante e Virgilio raggiungendo la spiaggia dell’antipurgatorio, dopo le tenebre dell’inferno che speriamo di poter dimenticare. Insieme, perché insieme e ascoltandosi si riesce a ricostruire e a farlo in modo condiviso e costruttivo. E allora sì che andrà tutto bene.

Con questo auspicio Le chiedo Signor Presidente della Corte di Appello di Torino di dichiarare aperto l’anno giudiziario.

 

 

Uncategorized 28 Jan 2022 12:40 CET

Trento: «Esistono criticità che devono e possono essere risolte»

Michele Russolo, presidente dell’Ordine degli Avvocati di Trento

La relazione del presidente dell’Ordine degli avvocati di Trento, Michele Russolo, in occasione della cerimonia di inaugurazione dell’anno giudiziario 2022.

Signora Presidente della Corte d’Appello,

Signor Procuratore Generale,

Signore Rappresentanti del Ministero e del Consiglio Superiore della Magistratura,

Signor Presidente della Regione,

Signor Segretario Generale della Regione, Signori Commissari del Governo di Trento e Bolzano,

Signori Magistrati, anche onorari, Autorità tutte,

sono onorato di partecipare a questa cerimonia solenne nelle vesti di rappresentante degli Ordini del Distretto del Trentino-Alto Adige, per porgere loro il saluto cordiale della nostra Avvocatura.

Ancora una volta questo momento di sereno confronto tra magistrati, avvocati ed esponenti delle istituzioni si svolge in forma contenuta, per numero di partecipanti e per durata degli interventi. Sarò quindi quanto più possibile conciso, ma non posso esimermi, dopo il commosso ricordo dedicato dalla Presidente Servetti al Presidente del Parlamento Europeo David Sassoli, dal dedicare un pensiero, un omaggio al dottor Paolo Cordella, già presidente della sezione penale di questa Corte, e all’avvocato Giampiero Mattei, entrambi mancati pochi giorni or sono; desidero ricordarli per la grande preparazione e statura professionale, ma soprattutto per l’umanità, la pacatezza, la bontà d’animo che hanno caratterizzato il loro agire; credo che chiunque, magistrato o avvocato, sarebbe un professionista migliore, se riuscisse a emularne le doti.

Desidero iniziare questo mio intervento rilevando come, anche in questi periodi difficili dove i momenti di criticità giocoforza si moltiplicano, l’interlocuzione e la collaborazione con la magistratura e in particolare con la Presidente della Corte d’Appello e il Procuratore Generale proseguono in un clima di lealtà istituzionale e rispetto dei reciproci ruoli, con il condiviso obiettivo di assicurare l’effettività dell’attività giurisdizionale e garantire al contempo – e in questo senso sono particolarmente grato al Procuratore Generale che è sempre proiettato verso l’innovazione tecnologica per perseguire tale scopo – la sicurezza di tutti, operatori e utenti.

Allo stesso modo devo dare atto degli sforzi profusi dalla Regione, che concluso il concorso per assistenti giudiziari ha dato il via alle assunzioni e che ha assicurato essere prossimi ulteriori concorsi, tra l’altro anche per Ufficiali giudiziari; non posso che ringraziare il segretario generale dottor Michael Mayr e la vicesegretario generale dottoressa Antonella Chiusole, che sono sempre disponibile al costruttivo confronto.

Questo rapporto tra avvocatura, magistratura e istituzioni, basato sul reciproco rispetto e sul convincimento che, come ha sostenuto la Ministra della Giustizia Marta Cartabia nel suo intervento di ieri alla cerimonia di inaugurazione dell’anno giudiziario presso la Corte di Cassazione, “la disponibilità alla costruzione comune è la condizione essenziale per ogni rinnovamento, compreso quello della Giustizia”, mi induce a non indugiare, in questa sede, sui problemi che affliggono i servizi giudiziari locali e che siano già stati affrontati nel corso dei periodici confronti di cui ho appena detto.

Non posso però non accennare, telegraficamente, alle criticità più macroscopiche, che devono e possono essere risolte con l’aiuto, come vedremo, anche del Ministero e del Consiglio Superiore della Magistratura, a cui quindi intendo in prima battuta rivolgermi:

  • in linea generale, l’organico del personale amministrativo è comunque ridotto: anche da Rovereto e Bolzano mi viene richiesto di segnalare come la situazione in alcune cancellerie sia critica, gli uffici bolzanini devono fare i conti con l’elevato numero di dipendenti no vax, taluni dei quali pronti a licenziarsi con l’imminente arrivo dell’obbligo di green pass rafforzato per il personale ultracinquantenne; a Trento posso in particolare ricordare come la cancelleria della volontaria giurisdizione sia al collasso: ritardi non giustificabili anche solo per accettare depositi telematici, richieste di certificati ereditari accumulate e inevase da mesi, istanze urgenti depositate da amministratori di sostegno trattate con gravissimi ritardi. Le recenti iniezioni di personale non hanno dato – per ora – particolari benefici, forse per il poco tempo trascorso o, probabilmente, a causa dell’assenza di un coordinamento che solo una figura come quella del Presidente del Tribunale potrebbe garantire;
  • non è migliorata la situazione degli uffici dei Giudici di Pace trentini: a Trento opera un solo Giudice di Pace, che copre anche ulteriori uffici periferici. Anche in questo caso l’assenza di un Presidente del Tribunale, a cui spetta la gestione dei Giudici di Pace, è fonte di grave pregiudizio per la collettività;
  • la situazione degli ufficiali giudiziari, all’esito del pensionamento della dirigente dottoressa Ruggiero e del trasferimento di altro ufficiale giudiziario, sta assumendo toni preoccupanti; i ritardi si accumulano e gli accessi, ormai gestiti con prenotazione, vengono consentiti a distanza di settimane: si pensi che due anni or sono tutte le richieste venivano evase, senza appuntamento, in giornata;
  • in ambito civile il ricorso alla magistratura onoraria è divenuto la prassi, non condivisibile: il Tribunale di Trento, privo di una guida, è divenuto d’un tratto inappetibile ai magistrati, gli ultimi due concorsi sono andati deserti, della scopertura ha già parlato la Presidente Servetti, che ha riferito anche della situazione bolzanina; in questa situazione la magistratura onoraria è la risorsa che permette di gestire parte del contenzioso e il tutelare, ma è evidente che non può costituire la soluzione nel lungo periodo: i concorsi a cui ha fatto cenno nella sua relazione la consigliera Grillo sono necessari e urgenti. Ciò detto, non si può non condividere la battaglia promossa dalla magistratura onoraria in merito alle tutele di cui ancora oggi è priva.

Nel settore penale, due sono i problemi principali:

  • il primo riguarda la gestione delle udienze: le disposizioni impartite dai Capi di Corte in merito all’obbligo di scaglionamento degli orari delle udienze, per quanto certamente condivisibili, non sono pienamente efficaci, e non perché non siano rispettate, ma per le difficoltà incontrate dai magistrati a rispettare gli orari prestabiliti e per la prassi di concedere al singolo Pubblico Ministero l’accorpamento, indipendentemente dall’ordine, delle udienze in cui rappresenta l’accusa; in questi giorni si sono visti ruoli con 30, 40 udienze al giorno, che evidentemente hanno provocato pericolosi assembramenti. So per certo dell’intendimento del Procuratore Generale di adottare anche a Trento lo strumento informatico per la gestione delle udienze già introdotto con successo a Bolzano ma, sino a quando tale opzione non sarà realtà, sarà necessario adottare nuovi accorgimenti. In questo frangente si sente la mancanza di un Presidente della sezione penale, che potrebbe garantire il rispetto delle disposizioni emergenziali di cui ho già detto con una semplice opera di coordinamento dei magistrati;
  • l’avvocatura penalista lamenta le difficoltà che riscontra per accedere alle cancellerie, ma sul punto siamo confidenti che l’applicazione voluta dalla Procura Generale sia a breve disponibile e possa portare concreti benefici, e soprattutto per ottenere copia degli atti procedimentali subito dopo la conclusione delle indagini preliminari o la notifica del decreto di giudizio immediato; in tali occasioni l’avvocato è, soprattutto nei procedimenti con più imputati o con fascicoli imponenti, tenuto a adottare alla cieca scelte che deve compiere nei brevi termini di decadenza, senza aver ricevuto in tempo utile le copie degli atti d’indagine.

Ho voluto illustrare queste criticità per introdurre le richieste che intendo rivolgere ai rappresentanti di Ministero e Consiglio Superiore della Magistratura, nella confidenza di poter, nell’ambito di questo sereno confronto, illustrare le ragioni che impongono un loro intervento:

  • illustrissima rappresentante del Consiglio Superiore della Magistratura, consigliera Concetta Roberta Angela Grillo, come certamente saprà, il Tribunale di Trento ha perso tre magistrati, negli ultimi mesi, in conseguenza di avviati procedimenti per incompatibilità ambientale; tra questi il Presidente del Tribunale, il Presidente della sezione penale del Tribunale (che nel frattempo aveva assunto il ruolo di Presidente vicario) e un magistrato della sezione civile. Attualmente il ruolo di magistrato reggente è assunto da quello che, all’esito dell’anticipato pensionamento di altro magistrato, è rimasto l’unico giudice del lavoro, con conseguenti gravi ritardi sulla gestione dei molti procedimenti affidatigli. Ha detto, consigliera, che un ufficio che funziona deve rimanere tale; il Tribunale di Trento funzionava fino a poco tempo fa come un orologio; vorremmo fortemente che tornasse ai fasti passati. Ho ritenuto di illustrare i problemi che affliggono il Tribunale nel convincimento che la nomina di un nuovo Presidente possa essere il primo, necessario passo per ridare ordine, organizzazione, coordinamento a magistrati e personale amministrativo operanti presso il Tribunale di Trento. L’efficienza dell’ufficio presieduto dalla dottoressa Servetti è la prova di quanto sia importante la presenza di una guida capace. Il Concorso è stato bandito da mesi, le valutazioni di professionalità dei quattro candidati credo siano già state trasmesse dai competenti uffici, e sommessamente credo che il CSM, anche in considerazione della possibilità, a cui ha fatto cenno nel suo intervento, di adattare alle intervenute necessità le proprie regole, possa guardare con un occhio di riguardo a un ufficio giudiziario che si è trovato, senza preavviso, privato delle figure apicali. Per questo rivolgo un accorato appello affinché al procedimento di nomina del Tribunale di Trento venga data una sorta di priorità, anche alla luce del modesto numero di candidati da esaminare;

 

  • illustrissima rappresentante del Ministero, dottoressa Maria Lavinia Buconi, è noto che l’emergenza sanitaria ha dato uno stimolo importante all’informatizzazione e ha permesso l’introduzione di strumenti che, in condizioni normali, avrebbero richiesto anni per essere adottati. La ministra Cartabia ha sostenuto che, per garantire la ripartenza del paese e della giustizia, tra le varie misure certamente giocherà un ruolo importante lo sviluppo della digitalizzazione. Non voglio sminuire quanto sin qui fatto, ma mi domando perché in questi due anni sia stata sempre negata la possibilità di esposizione dei dati contenuti nel TIAP, l’applicativo sviluppato dal Ministero della Giustizia per la gestione informatica del fascicolo, a favore dei punti di accesso. Mi viene riferito che più software house hanno già realizzato l’applicativo, che sarebbe quindi già disponibile, per la gestione del fascicolo penale telematico, la cui adozione garantirebbe sicurezza e immediatezza del servizio e, essenziale in questo periodo emergenziale, permetterebbe la riduzione degli accessi alle cancellerie. L’avvocatura locale e gli uffici giudiziari convengono sull’importanza di questo strumento, e la Regione, nell’ambito dei nostri confronti, si è detta disponibile a fornire le attrezzature necessarie per il lavoro di back office (che, per inciso, verrebbe fatto una sola volta, a differenza di quanto accade per le copie richieste dai singoli avvocati). Insomma, una lunga serie di benefici a cui si potrebbe agevolmente giungere tramite la sincronizzazione con i dati del TIAP, che confido il Ministero vorrà valutare.

 

Temo di esser stato meno conciso del previsto, e me ne scuso. Concludo da un lato manifestando la piena condivisione dell’avvocatura rispetto all’intervento del Procuratore Generale, con particolare riferimento all’inammissibile indiscriminato uso di intercettazioni e strumenti analoghi, dall’altro facendo nuovamente mie le parole pronunciate ieri dal Ministro Cartabia: “nel 2022 ricorrono i 30 anni dalla stagione delle stragi di mafia. E il modo migliore per tutti noi, per rendere onore a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino (a cui è intitolata la sala che ci ospita oggi) – e con loro a tutti i servitori dello Stato uccisi nella difesa dei valori della Repubblica – è contribuire al miglioramento «dei servizi relativi alla giustizia», come vuole la Costituzione, per favorire l’inizio di una nuova stagione di fiducia dei cittadini nelle istituzioni”.

Auguro a tutti un buon lavoro, con l’auspicio che l’anno giudiziario appena inaugurato sia portatore di una ritrovata normalità.

Uncategorized 28 Jan 2022 12:29 CET

Bari: «L’avvocatura deve essere protagonista insopprimibile della giurisdizione»

Giovanni Stefanì, presidente dell’Ordine degli avvocati di Bari

La relazione del presidente dell’Ordine degli avvocati di Bari Giovanni Stefanì in occasione della cerimonia di inaugurazione dell’anno giudiziario 2022. 

Signor Presidente della Corte di Appello, Signora Procuratore Generale, Autorità, Colleghe e Colleghi, Signori Magistrati tutti. Rivolgo un caloroso al Primo Presidente della Suprema Corte di Cassazione, Dr. Pietro Curzio, che anche quest’anno ci ha onorato della Sua presenza.

Ancora costretti a celebrare questo importante evento in forma ristretta, sacrificata, perché mutilata della partecipazione di molti, privata del dibattito che l’ha sempre caratterizzata. Segno indelebile della nostra soggezione ad un nemico che resiste, nonostante i nostri sacrifici e nonostante tutti gli sforzi posti in essere nel tentativo di vincerlo. Resta forte in tutti noi il ricordo di coloro, tanti, che hanno sofferto e ancora soffrono, di coloro che non sono più con noi. Abbiamo assistito alla forte limitazione di buona parte dei nostri diritti fondamentali, attraverso l’adozione di norme emergenziali necessarie, sebbene non sempre giuste, non sempre chiare. Anche la Giustizia ha dovuto affrontare l’emergenza con inevitabile sacrificio da parte di coloro che sono chiamati ad attuarla, a esercitarla o a farsi portatori delle esigenze di tutela delle persone. Sento, pertanto, di rivolgere un sincero e accorato ringraziamento agli Avvocati, ai Magistrati, al personale di cancelleria che indomiti hanno continuato ad assicurare, nonostante le restrizioni, il funzionamento della giurisdizione.

È necessario però cominciare a pensare alla ripresa, a ridare vigore alla Giustizia, non soltanto per restituirle appieno la sua funzione, ma anche per evitare che i danni cagionati dalla pandemia possano divenire irreparabili in assenza di una efficace tutela delle persone che, oggi più di ieri, soffrono una compromissione dei propri diritti. Non andiamo nella direzione giusta se proroghiamo lo stato di emergenza di un anno soltanto per la Giustizia, così impendendo che possa recuperare il suo naturale e normale funzionamento, non nell’interesse degli Avvocati ma della collettività intera.L’anno che ci siamo lasciati alle spalle ha visto un importante lavoro di riforme e molte altre caratterizzeranno l’anno appena iniziato.

Processo civile

Alcune istanze dell’Avvocatura sono state accolte grazie alla buona interlocuzione, così affievolendo l’allarme di compromissione dei principi processuali che la riforma, nella sua prima previsione, aveva generato. Ancora molto si può fare e ci auguriamo che con i decreti delegati si possa aggiustare il tiro.

Processo penale

Un buon cantiere è stato aperto ma si dovrà fare molta attenzione ai decreti legislativi con i quali si potrà, se si procederà nel modo indicato dall’Avvocatura, migliorare il cantiere ovvero, qualora le istanze dell’Avvocatura non fossero vagliate attentamente, si rischia di distruggerlo. Importanza strategica avranno i gruppi di lavoro se uniformati ad un leale e costruttivo confronto. Certo ci saremmo aspettati una maggiore partecipazione dell’Avvocatura, numericamente molto inferiore alle altre componenti, e peraltro in molti gruppi si registra l’assenza delle massime rappresentanze dell’Avvocatura.

Riforme in itinere

Tra le riforme in corso di dibattito primeggia quella relativa all’Ordinamento giudiziario. Questa, secondo il mio parere, deve essere assunta alla stregua della riforma madre, la riforma delle riforme. Consapevole, forse, di andare controcorrente, sento il dovere di affermare che la riforma in parola non può e non deve essere affrontata esaurendone il dibattito e gli effetti esclusivamente con riguardo alla composizione e alle regole elettorali del CSM. Il Titolo IV della nostra Carta Costituzionale è dedicato alla funzione giurisdizionale, sebbene intitolato “La Magistratura”, che è l’organo che esercita la giurisdizione nel rispetto delle norme sull’Ordinamento Giudiziario.

L’art. 101 dispone che La giustizia è amministrata in nome del popolo.I giudici sono soggetti soltanto alla legge.

L’art. 102, a sua volta dice che “La funzione giurisdizionale è esercitata da magistrati ordinari istituiti e regolati dalle norme sull’ordinamento giudiziario”La legge regola i casi e le forme della partecipazione diretta del popolo all’amministrazione della giustizia.

L’art. 105 ci consegna il ruolo e le funzioni del Consiglio superiore della magistratura cui spettano, secondo le norme dell’ordinamento giudiziario, le assunzioni, le assegnazioni ed i trasferimenti, le promozioni e i provvedimenti disciplinari nei riguardi dei magistrati.

L’art. 108, a sua volta, dispone che le norme sull’ordinamento giudiziario e su ogni magistratura sono stabilite con legge.

La legge assicura l’indipendenza dei giudici delle giurisdizioni speciali, del pubblico ministero presso di esse, e degli estranei che partecipano all’amministrazione della giustizia.

L’art. 110 assegna al Ministro della giustizia l’organizzazione e il funzionamento dei servizi relativi alla giustizia.

La costituzione quindi dispone che il CSM ha i compiti individuati dall’art.105, mentre l’organizzazione e il funzionamento spettano al Ministro della Giustizia. L’uno e l’altro svolgono le proprie competenze secondo le norme che il Legislatore approva sull’ordinamento giudiziario. Tale impostazione risponde all’esigenza di soddisfare la principale disposizione che la Giustizia è amministrata in nome del popolo, che può essere coinvolto direttamente nell’amministrazione della giustizia.

In ossequio a tali principi costituzionali è divenuto improcrastinabile il bisogno di conferire una nuova prospettiva dell’ordinamento giudiziario perché risponda all’evoluzione della società e consenta diporre in essere soluzioni indirizzate ad una efficace risposta agli interessi della collettività. Innanzitutto la tutela efficace dei diritti delle persone. Superando principi di efficientismo esasperato e misure economicistiche. Una Giustizia più vicina ai bisogni dei cittadini.E allora soltanto attraverso un coinvolgimento di tutti i protagonisti della giurisdizione sarà attuabile questa prospettiva.

L’Avvocatura deve essere anche nella realtà un protagonista insopprimibile della giurisdizione. L’Avvocatura è già nella Costituzione, anche se in verità sarebbe necessaria una maggiore esplicitazione della funzione affidata all’avvocato soprattutto per una maggiore tutela della sua autonomia e indipendenza. La legge professionale forense (art.29) assegna ai COA il compito di vigilare sul rispetto delle norme dell’ordinamento giudiziario. Pertanto l’Avvocatura è nella giurisdizione.

Conferenze permanenti: intervento urgente di riforma per affidare a tali organismi un ruolo che nella riforma del 2015 è rimasta soltanto nell’enunciazione. Più risorse e più decisione.

I Consigli giudiziari vedono la partecipazione dell’avvocatura, attraverso i componenti laici, ad esclusione del cosiddetto consiglio ristretto cioè quello che tratta la valutazione di professionalità dei magistrati. A mio avviso la proposta contenuta nel disegno di legge in discussione non soddisfa le aspettative dell’Avvocatura e della collettività, nei termini innanzi richiamati. Il riconoscimento del «pieno diritto di parola» e buon passo avanti ma non soddisfa appieno l’esigenza di rendere più efficace il contributo degli avvocati, nella loro fondamentale funzione di essere il porta voce del popolo in seno alla giurisdizione.

I Coa devono essere messi per tempo nelle condizioni di esprimere i propri pareri per le valutazioni dei magistrati. I Coa dovrebbero essere maggiormente coinvolti nella gestione della giurisdizione. È giunto il momento per una maggiore partecipazione dell’avvocatura nella gestione della giurisdizione pur assumendosi maggiori responsabilità. Fondamentale e ineludibile un maggiore confronto con l’avvocatura. Da tempo abbiamo invano evidenziato che la Giustizia senza risorse non può funzionare, perché le riforme da sole non sono in grado di garantire alla Giustizia un altro passo.

Risorse umane e strutturali

Oggi abbiamo a disposizione le risorse del PNRR che ci fanno abbandonare l’epoca delle riforme a costo zero. Tutte le riforme del processo e dell’ordinamento non possono essere efficaci, come non lo sono state sino ad oggi, senza lo stanziamento delle giuste e sufficienti risorse. Se dalla parte del personale amministrativo possiamo registrare un miglioramento dovuto allo sblocco delle assunzioni, lo stesso non si può dire per la magistratura ancora affetta da una importante carenza di organico (circa 1300). Due cause fondamentali: 1) la eccessiva durata dei concorsi, 2) quasi mai i concorsi riescono a coprire il numero dei posti banditi. Dovrà trovare urgente soluzione anche la questione dei Giudici Onorari, essendosi espressa pure la Corte Costituzionale, il cui contributo è sotto gli occhi di tutti.

Strutture informatiche all’altezza del compito, che facciano cessare le continue disfunzioni divenute ormai incessanti quasi a voler giustificare l’adozione di norme speciali che ne regolino l’incidenza sul processo.Il processo telematico in Cassazione deve trovare definitiva e efficace applicazione, anche al fine di uniformare tutti gli organi della giurisdizione. Necessario ed urgente l’estensione del processo telematico al Giudice di Pace, per cui è stata avviata la sperimentazione.

Edilizia giudiziaria

I luoghi di svolgimento della giurisdizione sono fondamentali e la pandemia ne ha reso ancora più evidente le carenze gravi. Il nostro territorio purtroppo vive la rappresentazione più evidente di talecarenza. Speravo quest’anno di poter manifestare entusiasmo e soddisfazione riguardo alla questione della sede unica dei nostri uffici giudiziari.Invece, ahimè, nonostante gli ingenti sforzi del Ministero della Giustizia,Sottosegretario Sisto e Sindaco Decaro, dei Capi degli Uffici, delle rappresentanze dell’Avvocatura e nonostante la nomina del commissario straordinario e la norma speciale del Decreto Infrastrutture avessero riaccesogli entusiasmi di magistratura e avvocatura barese, da quel poco che sappiamo siamo nuovamente al cospetto di complicazioni e lungaggini burocratiche che recano grande incertezza sui tempi di realizzazione dell’opera. La pubblicazione del concorso per la progettazione prevista per lo scorso dicembre non c’è stata e, inoltre, la previsione per la partenza dei lavori è ora fissata per il secondo semestre del 2025. Tutto questo, oltre che i tempi estremamente dilatati per ogni step procedurale, ci fanno intendere che l’ultimazione del primo lotto entro il 2024 è pura utopia. Procedendo int al modo, la realizzazione dei sei lotti porterà via tempi lunghissimi e inaccettabili per una comunità che soffre ormai da troppo tempo». Gli spazia disposizione della Giustizia a Bari sempre più inadeguati e insufficienti e i caratteri d’urgenza e di connotazione strategica dell’opera confermano che l’unica strada è quella di utilizzare le procedure semplificate che permisero al ponte Morandi di Genova, opera ben più complessa, di essere progettato e realizzato in due anni».

Ufficio del Processo

La collaborazione degli Avvocati attraverso le loro istituzioni nella progettazione, nel funzionamento e nel monitoraggio è imprescindibile se davvero si vuole raggiungere l’obbiettivo di dare una diversa e più efficace organizzazione agli uffici giudiziariOltre 300 addetti negli uffici del processo del distretto della Corte di Appello di Bari, questi rinforzi possano entrare quanto prima negli ingranaggi della macchina della giustizia barese per dare un contributo allo smaltimento delle migliaia di procedimenti pendenti e alla riduzione dei tempi dei processi. Tuttavia, a Bari come altrove, negli uffici del processo sta per configurarsi una clamorosa situazione di incompatibilità: i tanti avvocati che hanno superato la selezione potranno continuare a esercitare la professione legale nello stesso foro in cui presto inizieranno a lavorare a stretto contatto coi giudici. È stata, infatti, disposta una norma in deroga all’incompatibilità di questi avvocati vincitori della selezione con grave violazione del principio dell’indipendenza e autonomia dell’avvocato. Occorre quanto prima un provvedimento che disponga la sospensione della loro attività professionale o, quanto meno, la possibilità di proseguirla ma in un altro foro.

Avvocatura

Nel mentre affrontiamo tutte le questioni della Giustizia l’Avvocatura continua a soffrire una atavica crisi, registrandosi un calo costante dei redditi degli avvocati. Le soluzioni più urgenti che vanno evidenziate sono le seguenti.Portare a compimento la riforma della legge sull’equo compenso estendendone le prescrizioni a tutti i rapporti professionali.Reintroduzione in forma espressa i minimi inderogabili. Eliminare l’ingiusta decurtazione, prevista ex lege, delle liquidazioni nei giudizi con patrocinio a spese dello Stato, divenute da tempo mortificanti, sia per quanto riguarda l’entità che i tempi di corresponsione, alcune volte superiori ai 4 anni. Nella prospettiva così disegnata anche l’Ordinamento forense deve essere adeguato alla evoluzione sociale. È tempo che l’Avvocatura giunga ad una profonda riflessione di quale sia il modo più efficace per continuare a svolgere la sua imprescindibile funzione sociale. Per essere pronta a rispondere alle esigenze che la società, nella sua mutata composizione, rivendica.

Conclusioni

Ho sempre affermato in questa sede, sin dalla prima occasione, che aumenta sempre più la sfiducia del cittadino nella giustizia e nella magistratura. bisogna rompere gli indugi e non è più tempo di continuare a sostenere inutile e anacronistiche barricate. Magistratura e avvocatura devono lavorare insieme lealmente e senza timore, con reciproca fiducia.mi ha colpito un’affermazione del primo presidente della Suprema Corte di Cassazione nella sua relazione e voglio, condividendola, riportarla in questasede.la capacità di lavorare in silenzio e in collaborazione con gli altri protagonisti della giurisdizione è la via maestra per superare il periodo difficile che la magistratura sta vivendo.aggiungo che la collaborazione tra tutti i protagonisti della giurisdizione sia la strada maestra per recuperare la fiducia del cittadino. Una collaborazione che sia protagonista di un cambiamento culturale. Cambiamento che poggi le sue fondamenta sulla questione morale, per superare comportamenti non rispettosi della legge, dei diritti fondamentali e delle persone.

Un grande giurista, padre costituente, grande statista, grande uomo ha affermato in uno dei suoi discorsi nell’ambito dell’Assemblea Costituente che lo Stato democratico, lo stato del valore umano, lo stato fondato sul prestigio di ogni uomo e che garantisce il prestigio di ogni uomo, è uno stato nel quale ogni azione è sottratta all’arbitrio e dalla prepotenza, in cui ogni sfera di interesse e di potere obbedisce ad una rigida delimitazione di giustizia, ad un criterio obbiettivo e per sua natura liberatore; è uno stato in cui lo stesso potere pubblico ha la forma, la misura e il limite della legge, e la legge, come disposizione generale, è un atto di chiarezza, è un’assunzione di responsabilità, è un impegno generale ed uguale. Condividendo integralmente il messaggio, aggiungo che in questo stato la giurisdizione diviene fondamentale perché è il luogo in cui quella assunzione di responsabilità trova la giusta attuazione ed esplicazione, nel preminente interesse dell’uguaglianza, della libertà e della democrazia. A ciascuno di noi verrà chiesto il conto delle proprie responsabilità. A ciascuno di noi spetta il compito di difendere la giustizia, di portarla verso il cittadino, ancor più in questa epoca storica viziata dalla estinzione, salvo poche eccezioni, della politica partecipata, della democrazia partecipata. E allora lavoriamo tutti e insieme per una giustizia partecipata ed esercitata in nome e per il popolo. Sarà un sogno, Presidente? Forse, allora voglio continuare a sognare.

Grazie e buon anno giudiziario a tutti. 

Uncategorized 28 Jan 2022 12:19 CET

Trieste: «Nelle riforme l’Avvocatura non è stata pienamente coinvolta»

Alessandro Cuccagna, presidente dell’Ordine degli Avvocati di Trieste

La relazione del presidente dell’Ordine degli avvocati di Trieste, Alessandro Cuccagna, in occasione della cerimonia di inaugurazione dell’anno giudiziario 2022.

Eccellentissimo Signor Presidente della Corte

Eccellentissimo Signor Procuratore Generale

Illustrissimi Magistrati,

Autorità Civili e Religiose,

Colleghe e Colleghi

Gentili Signore e Signori,

Sono fuggito ai pescecani. Ho evitato le tigri. Ma mi hanno divorato le cimici”, Bertold Brecht “Epitaffio per M.”.

Se un pregio può essere ascritto agli operatori del mondo del diritto, e quindi anche all’Avvocatura, è quello di avere una visione del possibile svolgimento delle vicende e delle questioni di diritto, così come si sviluppano nei procedimenti, i quali, inevitabilmente, rappresentano anche uno spaccato del vivere e del sentire della nostra Società.

Mi trovo personalmente al volgere della fine del mio mandato, un anno mi attende per portare a compimento il quadriennio e, ripensando ai precedenti discorsi e alle provocazioni iniziali rappresentate dagli incipit, mi rendo conto che, sebbene inconsciamente vista la mia pochezza, vi è un filo conduttore che li lega. Nel 2020 affrontai, in prima battuta, il ruolo dell’Avvocato della nostra società, quale elemento cardine della Legalità e della Giurisdizione.

Nel 2021, prendendo spunto da Ernest Hemingway (“Per chi suona la campana”), ho ricordato cosa significhi l’impegno sociale, politico, civile, e il non mantenere gli impegni presi, facendo riferimento a quello che si stava già verificando in Afghanistan e che oggi è giunto a pieno compimento, rappresentando il non isolato esempio, ma sicuramente il più eclatante, di che cosa vuol dire l’assenza di una cultura, anche della Legalità, in cui si stanno perpetuando  ripetute violazioni dei più elementari diritti umani.

Stiamo vivendo dei tempi particolarmente difficili, che si riverberano anche sul fondamentale settore della Giustizia; apparteniamo a un Distretto nel quale i rapporti di fattiva collaborazione, nel rispetto delle reciproche prerogative e ruoli, tra la Magistratura e l’Avvocatura, hanno consentito lo svolgimento, senza lo svilimento, dell’attività giudiziaria, superando gli ostacoli che si sono posti, e di un tanto va dato atto.

Ricollegandomi a quanto già espresso lo scorso anno, osservo come, nello sviluppo delle riforme sul versante civile e su quello penale, si è ritenuto di non coinvolgere pienamente l’Avvocatura, ed in parte la Magistratura, nella ricerca di soluzioni atte a garantire il funzionamento più efficiente della Giustizia.

Occorre doverosamente dare atto che, da ultimo, grazie all’impulso dato dalla Ministro Professoressa Marta Cartabia, si è dato corso all’istituzione dei gruppi di lavoro per la riforma del processo civile, e questo rappresenta un passo realmente significativo, che coinvolge e responsabilizza tutti i protagonisti del nostro mondo e dimostra che queste riforme – quantomeno sotto forma dell’enunciazione di principio e confidiamo lo siano nel merito – vanno considerate come espressione di partecipazione e non octroyées, come le pur importanti carte dei diritti di fine settecento e primi ottocento.

Per quanto attiene poi al processo penale, la Ministro Guardasigilli, con la sensibilità e la competenza che le vengono riconosciute, ha introdotto temi che aprono a nuovi scenari, mi riferisco alla forte spinta propulsiva rappresentata dalla giustizia riparativa; il tema è comprendere se tale istituto sarà l’elemento cardine del nostro sistema penale oppure verrà considerato come qualcosa di alternativo o complementare alla giustizia penale.

Ciò detto, rileviamo che da più parti si è assistito a prese di posizione volte a limitare l’esercizio di quei diritti, espressione di principi di civiltà giuridica che hanno caratterizzato, e caratterizzano, il processo penale. Sotto questo profilo, l’Avvocatura ritiene che non può parlarsi di una giustizia reale ed efficiente in assenza di una difesa caratterizzata da effettività, forse, pur rendendoci conto delle indubbie difficoltà che vi sono, per garantire un celere svolgimento del processo penale occorrerebbe riscoprire ed applicare le norme di attuazione al codice di procedura penale, invece di auspicare l’abolizione del processo accusatorio; è inevitabile che un tanto comporterebbe una rivoluzione nei ruoli dei Magistrati, ma oggi è ben difficile che i processi possano chiudersi celermente quando il Giudicante ha decine di procedimenti fissati nella stessa giornata.

Una delle cause principali di questo stato di cose è stata, ed è, pur in presenza di un significativo cambio di rotta – le recenti assunzioni ed interventi lo dimostrano – l’assenza di uomini e di mezzi, che ha afflitto, per troppo tempo, il settore della Giustizia. Le vicende legate alla pandemia hanno indubbiamente inciso profondamente sulla nostra Società e hanno avuto riflessi, non solo operativi, anche nel nostro mondo. L’Avvocatura ha dovuto prendere atto della smaterializzazione delle udienze, sia nel settore civile che in quello penale e, nel nostro Distretto, non può non apprezzarsi che l’uso della tecnologia da parte della Magistratura sia avvenuto con attenzione e discernimento, usando tale strumento ed applicandolo con cautela, in particolare con riferimento al settore penale.

L’Avvocatura ha dato buona prova nell’adattarsi alla mutata situazione, ma ritiene essenziale che le innovazioni tecnologiche, che indubbiamente consentono di superare determinate barriere – pur presentando ancora oggi degli inconvenienti, anche tecnici – non possano supplire a quello che è il confronto nelle aule di giustizia, né sostituirlo. La ricerca dell’efficienza a tutti i costi, in uno alle urgenze e alle necessità dell’attuale momento, e qui mi riferisco anche ai fondi europei legati all’attuazione dei progetti previsti per il settore Giustizia dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, non possono incidere sulla tutela dei diritti fondamentali, ecco perché l’Avvocatura è pronta a dare il proprio apporto nell’ambito di una riforma organica, la cui visione deve essere quella di una efficiente e reale Giustizia illuminata da principi cardine, non comprimibili.

La Ministra della Giustizia, nel passato marzo, ha chiaramente indicato le linee programmatiche che presiedono alla di lei azione nell’ambito della Giustizia; nel suo apprezzato intervento al Congresso dell’Avvocatura tenutasi a Roma, ha reso evidente qual è il suo personale intendimento e la sensibilità per i temi che le sono stati sottoposti dall’Avvocatura, le lodevoli intenzioni della Ministro devono, all’atto pratico, cosa per nulla scontata, essere fatte proprie dall’intero Governo.

A tale riguardo, non possiamo non osservare che le questioni legate all’Ordinamento Penitenziario, al sovraffollamento degli Istituti Carcerari, all’espiazione della pena, al tema dell’ergastolo ostativo – rispetto al quale, a breve, scadrà il termine dato dalla Corte Costituzionale -, in uno a quello dell’ineludibile ed indispensabile riassetto dell’Ordinamento Giudiziario, non hanno avuto un concreto sviluppo, pur a fronte del personale impegno della Ministro.

Come già rappresentato negli anni scorsi, dolendomi della circostanza che a parlare non siano anche gli altri Presidenti del Distretto, con i quali è fortissimo il rapporto di sincera e profonda collaborazione – e in questo senso permettetemi di rivolgere un caloroso saluto ed un augurio per l’importante compito che ha accettato di assumere al già Presidente del COA di Gorizia Avv. Francesco De Benedittis, insediatosi nel ruolo di Consigliere del Consiglio Nazionale Forense, ed un benvenuto al neo eletto Presidente del COA di Gorizia Avv. Piero Macoratti che, da subito, ha dato la propria disponibilità a me ed ai Colleghi Avv. Alberto Rumiel, Presidente del COA di Pordenone e Avv. Massimo Zanetti, Presidente del COA di Udine –, la perdurante situazione emergenziale ha rinsaldato ulteriormente i rapporti tra i vertici della Corte d’Appello e dei Tribunali del Distretto con l’Avvocatura, ove possibile sono stati riconfermati i protocolli già in essere, apportando, ove serviva, modifiche a quelle già esistenti, il che ha consentito lo svolgimento dell’attività giudiziaria, non senza difficoltà legate alle già evidenziate carenze nel settore amministrativo che, rispetto a quanto già osservato negli anni scorsi, si sono ulteriormente acuite.

Occorre dare atto che vi è stato uno sforzo notevole da parte dei vertici degli Uffici Giudiziari, per porre rimedio alle giuste doglienze degli Avvocati rispetto agli accessi agli uffici ed alle cancellerie e questo ha comportato un miglioramento della situazione, anche con l’adozione di nuovi strumenti informatici e relative prassi, anche se, lo si deve riconoscere, è difficile poter sopperire a carenze d’organico così pesanti.

Duole dover segnalare la situazione in cui versa il patrocinio a spese dello Stato, in particolare presso il Tribunale di Trieste, nonostante gli sforzi impressi e l’apporto dato da tutte le componenti, all’atto pratico gli Avvocati attendono il pagamento dei compensi loro riconosciuti, con un arretrato di molti anni, ed un tanto porta a riflettere sul significato delle locuzioni “patrocinio a spese dello Stato” o, come correntemente si dice, “gratuito patrocinio”, che di fatto, nella realtà, si rivela “gratuito” per chi effettua l’attività difensiva (ma non solo, pensiamo agli interpreti ed ai consulenti), perché non viene retribuito, è una situazione questa non più accettabile. Non si vogliano indicare capri espiatori, ma trovare soluzioni, ed è per questo che, ancora una volta, mio tramite, si esprime un sentito ringraziamento ai dipendenti amministrativi per l’attività che hanno svolto e continuano a svolgere, pur in presenza di conclamate difficoltà.

Permettetemi di allargare l’orizzonte e plaudere all’attività svolta dal Consiglio Nazionale Forense – i cui rinnovati vertici la Presidente Maria Masi ed i Vice Presidenti Patrizia Corona e Francesco Greco saluto , volgendo un sincero ringraziamento a chi li ha preceduti, mi riferisco, per tutti, all’Avv. Andrea Mascherin, per quanto ha fatto per l’Avvocatura e per aver consentito di superare, grazie alla determinazione assunta, un pericoloso stallo -, in uno all’Organismo Congressuale Forense, anche con riferimento al XXXV° Congresso Nazionale Forense, che si terrà a Lecce nell’ottobre di quest’anno, con il titolo “L’Avvocatura e il suo ruolo costituzionale, risorsa necessaria per un cambiamento sostenibile. L’effettività della tutela dei diritti, garanzia dello sviluppo sociale”.

I temi individuati dal comitato organizzatore rappresentano il paradigma di quella che è la svolta epocale che ci attende:

1) un nuovo ordinamento per un’Avvocatura protagonista della tutela dei diritti nel tempo dei cambiamenti globali;

2) l’attuazione delle riforme e gli effetti, anche economici, sull’esercizio della professione;

3) Giustizia predittiva e salvaguardia del “giusto processo”. Il ruolo e le nuove competenze degli avvocati nella tendenziale automazione della decisione giudiziaria.

Non posso tacere che, all’evidenza, per una questione anagrafica e di habitus mentale, l’approcciarmi al terzo tema mi pone in uno stato di profonda inquietudine circa il ruolo effettivo dell’Avvocato, ma anche di quello che potrebbe essere quello del Magistrato, avendo io una sola certezza, che solo ove il ruolo dell’Avvocatura sarà forte, permarrà integro quello della Magistratura.

Se siamo intellettualmente onesti, dobbiamo riconoscere che l’esercizio di una preparata e puntuale difesa non costituisce un intralcio alla Giustizia, proporre un’impugnazione rappresenta un diritto, non può essere vissuto come un abuso del diritto (la circostanza che parte delle impugnazioni vengono accolte è indice della bontà del rimedio), così come il numero importante delle assoluzioni, che ogni anno si ha nei nostri Tribunali è indice non solo dell’attività del Magistrato, ma anche della valenza dell’attività difensiva che si esplica anche attraverso la proposizione di eccezioni, dovendo essere caratterizzata da capacità, conoscenza, tecnicismo e lealtà; al pari, l’apporto dell’Avvocatura non può essere visto come un ostacolo al buon governo della Giustizia.

È innegabile – quantomeno nella mia esperienza personale e per quanto ho avuto modo di apprezzare, anche dei miei Colleghi Presidenti dei COA del Distretto – che i rapporti con i Magistrati, ed in particolare con le figure apicali, sia caratterizzato da leale e franca collaborazione nella comune ottica di dar soluzione, o meglio di ricercare strade percorribili che consentano al locale settore Giustizia di poter funzionare; settore che, nel nostro Distretto, quanto a produttività ed efficienza, si colloca ai vertici a livello nazionale e che sarebbe in grado, ove messo nelle condizioni, di raggiungere risultati ancora più apprezzabili con le conseguenti ricadute positive in termini sociali ed economici sul nostro Territorio a statuto speciale.

Se dunque questa è la realtà, non si comprende l’ostracismo alla fattiva partecipazione dell’Avvocatura ai Consigli Giudiziari, manifestato da una significativa parte della Magistratura. Se un salto culturale è stato richiesto all’Avvocatura che si è adeguata con tutte le difficoltà, ma vi ha dato corso, è indispensabile, lo dico con fermezza e con il rispetto che  contraddistingue il mio essere, che anche la Magistratura muti il proprio atteggiamento, considerando la presenza e l’apporto dell’Avvocatura in seno ai Consigli Giudiziari  come una risorsa che va utilizzata e valorizzata, non relegando  al ruolo di meri osservatori, i nostri rappresentanti, come se fossero una sorta di “intrusi”. Un tanto affermo avendo bene a mente quello che è stato uno degli aspetti più pregnanti di questa mia esperienza, ossia l’interlocuzione con le figure apicali della Magistratura del Distretto che, sotto il profilo personale, mi hanno, e di un tanto ringrazio, profondamente arricchito.

Confido quindi che, alla luce di quella che è e sarà l’attività propulsiva del CNF, dell’OCF  e dell’Unione Triveneta, l’apporto dell’Avvocatura al processo di riforma dell’intero settore Giustizia e dell’Ordinamento Giudiziario non sia osteggiato, diversamente dovrei fare rimando a quanto veniva riferito ad un nostro connazionale – qui provocatoriamente riprendo il tema dell’Afghanistan – ossia che : “I coloniali inglesi dicevano che gli afghani guardavano al Generale Avitabile con lo stesso timore e la stessa ammirazione con cui gli sciacalli guardano alla tigre”.

Ora, i metodi e la dialettica di Paolo Avitabile non erano, né mai potrebbero essere, quelli dell’Avvocatura e della Società Civile, ritengo che la nostra voce verrà considerata, ove però così non fosse, l’Avvocatura dovrà trovare forme decise per farsi ascoltare nell’interesse, di tutti i cittadini e della Giustizia.

Uncategorized 28 Jan 2022 11:36 CET

Venezia: «Noi avvocati in prima linea per fronteggiare l’emergenza»

Federica Santinon, presidente dell’Ordine degli Avvocati di Venezia

La relazione del presidente dell’Ordine degli avvocati di Venezia, Federica Santinon, in occasione della cerimonia di inaugurazione dell’anno giudiziario 2022.

Eccellentissimo Signor Presidente, Eccellentissimo Signor Procuratore Generale, Eminenza, Autorità Civili e Militari, Signori Magistrati, Signori Dirigenti Amministrativi e Colleghi Signore e Signori.

Ho il grande privilegio di essere qui presente in rappresentanza del Consiglio dell’ordine degli Avvocati di Venezia e saluto anche a nome di Tutti gli Ordini del nostro Distretto anzitutto i presenti, il Presidente Reggente della Corte d’appello, il Procuratore Generale, al quale do il benvenuto a Venezia, i rappresentanti del Ministero e del Consiglio Superiore della Magistratura, tutte le Autorità civili militari e religiose. Saluto anche chi sta seguendo lo streaming della cerimonia o lo vedrà in un secondo momento. Ringrazio il Presidente del Tribunale di Venezia il dott. Salvatore Laganà per ospitarci in questa meravigliosa e storica aula di Assise.

Il 2021 è stato un anno problematico e difficile per tutti e, in particolare, per l’Avvocatura e sento il dovere di ringraziare tutti i miei Colleghi per l’attenzione, la pazienza e la collaborazione che hanno avuto nel seguire le direttive, le copiose circolari ed i protocolli che hanno caratterizzato anche questo anno.

Molto spesso provvedimenti importanti sono resi noti all’ultimo momento, la domenica sera, ed è stato encomiabile lo sforzo degli Ordini di dotarsi di sistemi di comunicazione immediati per i Colleghi: penso ai canali Telegram istituzionali. Occorre sottolineare che l’Avvocatura Veneta è sempre stata vigile e presente e non si è mai sottratta al doveroso confronto con i Capi degli Uffici Giudiziari.

I Consigli dell’Ordine del Veneto sono stati protagonisti attivi in prima linea da due anni a questa parte come attenti interlocutori degli Uffici Giudiziari per fronteggiare la pandemia e le criticità imposte dalla situazione sanitaria emergenziale. La pandemia ha imposto la necessità di riorganizzare – in tempi rapidissimi – gli uffici dell’Ordine, potenziando le strutture degli uffici, con riguardo, in particolare a:

  • approntamento e format per le richieste in forma digitale; implementazione portali domande patrocinio a spese stato e OCC e libretto per i praticanti, approntamento portale formazione e liquidazione notule;
  • approvvigionamento dei presidi previsti per Covid 19 (plexiglas, mascherine, gel e disinfettante e termo scanner);
  •  sanificazione certificata uffici del Coa e camera avvocati in Tribunale;
  • istruttoria per riorganizzazione dal punto di vista informatico l’attività degli uffici e quella istituzionale nei confronti degli iscritti dell’Ordine;-      gestione della comunicazione istituzionale sia attraverso il sito web sia con l’ausilio dei social per consentire agli iscritti di conoscere la copiosa normativa emergenziale ed i provvedimenti e le linee guida del Tribunale di Venezia, della Corte d’appello di Venezia, della Procura della Repubblica presso il tribunale, della Procura generale, del TAR della Corte dei Conti e della commissione tributaria regionale;
  • creazione appositi link nel sito dell’Ordine;
  • istituzione del canale Telegram del Coa per essere il più tempestivi possibile con le comunicazioni: il canale vanta 759 iscritti;
  • monitoraggio quotidiano dei provvedimenti e conseguente comunicazione dei provvedimenti legislativi e degli Uffici Giudiziari;-      gestione della Scuola forense e la Formazione obbligatoria Avvocati in videoconferenza, avvio dei corsi e supervisione;
  • redazione guide per le udienze telematiche semplificata per gli iscritti; tutorial e vademecum in materia penale e per i depositi in cassazione;
  • partecipazione e redazione dei protocolli per le udienze telematiche civili;
  • partecipazione alle riunioni (via zoom o teams) quotidiane con i capi degli Uffici e partecipazione ai tavoli dei Dirigenti degli Uffici Giudiziari per rendere il previsto parere;
  • implementazione sito dell’Ordine: sono stati aggiunti nuovi settori: ruoli udienze civili (Tribunale e Corte d’Appello civile, esecuzioni mobiliari) e penali, uno dedicato alla emergenza Covid;
  • pubblicazione dei ruoli udienze penali monocratiche sul sito e su Telegram;
  • servizio sostituzioni per la Corte d’Appello penale ex art 102 c.p.p.-      studio e sottoscrizione di un protocollo con la Procura della Repubblica per digitalizzare il servizio delle richieste di certificazione ex art 335 cpp,-      richieste dei decreti di archiviazione e fissazione appuntamenti telematici
  • progettazione APP distrettuale per l’accesso agli Uffici Veneziani e “elimina code” per le udienze;
  • monitoraggio delle problematiche degli Uffici Giudiziari e segnalazioni dei disservizi e mal funzionamenti.

Non è stato facile ma lo spirito che ci ha animato è stato sempre quello di essere presenti per i Colleghi e fare il possibile per semplificare la loro vita professionale. L’Avvocatura che, per senso di responsabilità e di rispetto verso tutti gli operatori del Settore Giustizia, in un contesto di grave emergenza sanitaria, ha operato quotidianamente cercando un dialogo costruttivo e proponendo soluzioni. Abbiamo vissuto e tuttora stiamo vivendo un periodo molto difficile, che ha inciso e inciderà pesantemente sulla vita del nostro paese e, in modo particolare sull’esercizio dell’attività forense.

I problemi, peraltro, non sono finiti perché la pandemia imperversa, per cui è necessario continuare a confrontarci con questa situazione emergenziale che – oltre ai molto preoccupanti risvolti di natura sanitaria ed ai gravi effetti socio economici che ha già determinato e sta continuando a determinare – crea non pochi ostacoli al regolare svolgimento dell’attività giudiziaria e ciò si riverbera sui diritti dei cittadini.

L’Avvocatura ha contribuito durante questo anno con apporto fattivo per individuare aree critiche e metodologie di intervento dove e come utilmente intervenire. Ritengo che gli Avvocati siano fisiologicamente designati a valutare l’efficienza del sistema Giustizia sia in emergenza che nella normalità, perché provano quotidianamente sulla propria pelle le efficienze e le disfunzioni degli uffici giudiziari, vivendo ogni giornata di udienza, ogni accesso alle cancellerie, e i Consigli dell’Ordine sono il collettore naturale delle valutazioni dei Colleghi e per questo siamo una voce che deve essere imprescindibilmente non solo ascoltata ma anche tenuta in debito conto, se non vincolante per determinati pareri.

Il quadro normativo emergenziale e non, non è stato di particolare aiuto, perché, se pur sono state introdotte, in via straordinaria, alcune norme e misure processuali utili, lo stesso, è stato caratterizzato anche da farraginosità e confusione, nonché da una proliferazione di disposizioni, talune delle quali poco chiare e contraddittorie. La pandemia ha sin da subito creato problemi complessi in tema giudiziario ed in particolare in tema dell’esercizio della difesa. E ciò che ingenera sempre preoccupazione è la presenza di segnali che denotano il tentativo di portare a regime alcune delle misure emergenziali straordinarie che hanno allontanato gli avvocati dalle aule di giustizia.

L’avvocatura è in grado di adattarsi velocemente ai cambiamenti e ad esempio, alcuni rimedi come un circoscritto uso delle udienze “cartolari” in ambito civile possano anche diventare una regola a condizione che non venga mai frustrato il diritto di replica. Preziosa ed essenziale è stata l’implementazione dei sistemi telematici nel settore civile che si è rivelata di grande aiuto per evitare il blocco dell’attività giudiziaria nel settore civile, anche se non sono mancati i problemi dovuti pure a punte di arretrato che sono state smaltite grazie alla collaborazione con il Consiglio dell’Ordine.

Il 31 marzo 2021 ha debuttato il Processo civile telematico in Corte di Cassazione, o meglio il deposito telematico di atti e documenti da parte degli avvocati, in via facoltativa, previsto dal decreto legge Rilancio (D.L. n. 34/2020, convertito in legge n. 77/2020, articolo 221, comma 5): è il primo mattoncino su cui costruire anche il processo di legittimità informatico.

L’introduzione del sistema telematico penale ha visto i Consigli degli Ordini impegnati nell’immediatezza a fornire istruzioni utili, a preparare tutorial e vademecum e a creare apposite sezioni del sito web, il tutto per facilitare il lavoro dei Colleghi. Sono certamente da valutarsi favorevolmente gli interventi legislativi volti alla creazione del cosiddetto processo penale telematico per consentire all’Avvocatura di provvedere al deposito di tutti atti penali telematicamente. Quando però il legislatore sceglie una unica modalità di deposito degli atti (pensiamo al penale Portale dei Depositi) essa deve sempre essere funzionante e le deroghe e remissioni nei termini non possono essere rimesse alla discrezionalità dell’Autorità Giudiziaria a volte un po’ troppo solerte nei formalismi: abbiamo registrato diversi casi di inammissibilità legate a formalismi rigidi.

Digitalizzazione e capitale umano: sono queste le linee che devono convergere per permettere a tutti di essere in grado di utilizzare i nuovi strumenti ma è necessario che gli strumenti siano funzionanti: i blocchi del sistema sono all’ordine del giorno e questo vanifica la funzionalità e mette in difficoltà i difensori.

L’Ordine degli Avvocati di Venezia è sempre stato un grande fautore della digitalizzazione della Giustizia e auspica che il governo raggiunga l’obiettivo di estendere il Processo telematico in ogni ordine e grado della giurisdizione ordinaria entro il 2024 – ed ha sempre dato il suo apporto affinché lo stesso venisse realizzato e implementato, per cui vede con grande favore questa ulteriore evoluzione ed è pronto a continuare a prestare il proprio contributo. Purtroppo, però, sottolineo che il Ministero non ha pensato di provvedere all’informatizzazione immediata degli Uffici del Giudice di Pace e ciò ha comportato inutili ed evitabili accessi agli Uffici per i depositi degli atti sia civili che penali.

L’aspetto che ingenera preoccupazione – più volte ribadito anche nelle relazioni dei miei predecessori – resta sempre quello della inadeguatezza delle piante organiche e della carenza di Magistrati e personale amministrativo. Senza il capitale umano, citato prima, valgono poco le riforme: servono quindi investimenti e risorse stabili.Abbiamo purtroppo di recente assistito allo svuotamento di uffici essenziali del Tribunale, quali la sezione Gip/Gup.

Mi auspico che il post pandemia sarà l’occasione per effettuare un serio e continuativo strutturale investimento di idonee risorse nel settore Giustizia, allo scopo di incrementare in modo consistente il numero dei Magistrati e del personale di cancelleria, nonché di intervenire nell’edilizia giudiziaria per ovviare alla inadeguatezza di molte strutture. Va risolto il nodo del prioritario problema della insufficienza delle piante organiche. Prima che iniziasse il periodo emergenziale la situazione per l’Avvocatura, anzi per la Giustizia nel nostro paese, l’Avvocatura era molto critica per i noti provvedimenti adottati in tema di prescrizione penale e per le paventate riforme del processo civile e del processo penale, che, così come progettate, violavano il diritto di difesa e risultavano gravemente penalizzanti per gli avvocati, senza risolvere il problema della lunghezza dei processi.

In Gazzetta Ufficiale è stato pubblicato il D.L. 30 settembre 2021, n. 132 (testo modificato dalla Legge n. 178/2021) che stabilisce che l’acquisizione dei tabulati telefonici possa avvenire soltanto con decreto motivato del giudice. Il provvedimento proroga inoltre i termini per il deposito delle firme sui referendum e per l’assegno temporaneo dei figli. Con l’approvazione del piano nazionale di ripresa e resilienza si è ora aperta una grande opportunità che – ci auguriamo – aiuterà davvero il mondo della giustizia.

Accelerazione dei processi civili e penali, smaltimento dell’arretrato, messa a regime della riforma della crisi d’impresa, rafforzamento degli istituti penitenziari anche in funzione di rieducazione e reinserimento, giustizia riparativa sono gli obiettivi che il Ministero della Giustizia si è posto nell’arco del 2022 e nel triennio 2022-2024. Auspico quindi che la parola chiave del 2022 non sia più resilienza ma sia speranza, una speranza che supera la resilienza, speranza che l’importante riforma civile ed in particolare in materia del diritto di famiglia ottenga gli obiettivi prefissati dalla norma, speranza che le riforme in materia penale siano rispettose dei diritti tutti della difesa e non solo improntate ad una celerità dei processi, spesso dannosa, speranza che siano migliorate le condizioni dei detenuti.

Sarà istituito un unico tribunale per le persone, per i minorenni e per le famiglie, composto dalla sezione distrettuale costituita presso ciascuna sede di corte di appello o di sezione di corte d’appello, e dalle sezioni circondariali costituite presso ogni sede di tribunale ordinario di cui all’art. 42 dell’ordinamento giudiziario. Le sezioni circondariali assumeranno le competenze assegnate al tribunale per i minorenni dall’articolo 38 delle disposizioni per l’attuazione c.c., oltre a tutte le competenze civili attribuite al tribunale ordinario nelle cause riguardanti lo stato e la capacità delle persone (riconoscimento/disconoscimento di figli separazioni, divorzi, affidamento di figli nati fuori dal matrimonio). Con questa ridistribuzione, il legislatore si propone di eliminare il residuo “dualismo” sopravvenuto dopo la riforma della filiazione del 2012.

In materia di provvedimenti de potestate non ci sarà più il peculiare meccanismo della cosiddetta “attrazione di competenza” se è in corso un procedimento di separazione/divorzio da parte del tribunale ordinario per le decisioni sulla limitazione della potestà (art. 333 c.c.). L’infelice formulazione dell’art. 38 disp. att. aveva spezzato in due l’istituto, attribuendo al giudice specializzato la competenza sulle decisioni di decadenza, mentre altri tipi di limitazioni potevano essere trattate dal giudice ordinario. Le sezioni distrettuali avranno competenza in materia penale, di sorveglianza e di adozioni, oltre alle cause aventi ad oggetto la cittadinanza, l’immigrazione e il riconoscimento della protezione internazionale. La sezione funzionerà inoltre come giudice d’appello delle decisioni della sezione circondariale.

Già è un buon auspicio la circostanza che le relative commissioni neo nominate dal Ministro per la elaborazione degli articolati delegati dalla legge 26 novembre 2021, n.206, per il giudice e il rito unico delle controversie sulle persone i minorenni e le famiglie, vedano una significativa rappresentanza di Avvocati delle associazioni specialistiche e noi tutti speriamo che riescano a concludere il lavoro in tempi rapidi. Sarà quindi fondamentale la speranza per una completa realizzazione del Piano Nazionale di Resilienza e Ripresa (PNRR) e per la Giustizia che ha il difficile  compito di contribuire al rilancio dell’Italia in termini di efficienza, equità e competitività, attraverso la ripresa della domanda interna, l’incremento della produttività e il recupero della propensione ad investire, con un miglioramento generale del panorama economico e sociale del sistema Paese.

È “in questa prospettiva che si pongono gli interventi e le azioni volte ad aumentare la tempestività, l’efficacia e la trasparenza, dei servizi svolti, anche in attuazione del processo di riforma della Giustizia, articolata in diversi obiettivi da realizzare tra il 2022 e il 2026. Si rafforza l’esigenza di intervenire tempestivamente sull’efficienza del sistema giudiziario, con azioni che aggredendo la criticità legate all’eccessiva durata dei processi civili e penali, consentano di migliorare la percezione della qualità della giustizia e contrastino i fenomeni corruttivi con efficienza e tempestività per raggiungere un livello più elevato di soddisfacimento delle esigenze di legalità rappresentate dai cittadini”, recita la dichiarazione di intenti.

Non posso non ricordare l’importantissimo lavoro svolto in materia di patrocinio a spese dello Stato: l’Avvocatura per definizione ha uno sguardo di riguardo verso i deboli e il Consiglio si occupa costantemente con attenzione e celerità delle domande di ammissione al patrocinio a spese dello Stato. L’Avvocatura ha mantenuto – nonostante la pandemia – attenzione anche per gli studenti concorrendo a realizzare assieme alla Corte di Appello il concorso “Una storia sbagliata” che ha visto la partecipazione di 211 studenti di dieci scuole superiori del veneziano. Il nostro ruolo sociale ci impone attenzione particolare verso gli ultimi e verso le nuove generazioni. L’Ordine ha partecipato con entusiasmo alla organizzazione e realizzazione della Giornata Europea della Giustizia Civile.

Finisco il mio discorso con una citazione del caro, vecchio, Atticus Finch. L’avvocato Atticus guarda la figlia Scout, e le dice: “volevo che tu vedessi cos’è il vero coraggio, invece di farti l’idea che il coraggio è un uomo con un fucile in mano. È quando sai che sei battuto prima di cominciare ma cominci lo stesso e vai fino in fondo qualunque cosa accada. Si vince di rado, ma qualche volta si vince…”.

Noi Avvocati abbiamo affrontato con coraggio la pandemia (uomo col fucile), ci sono stati dolorosi lutti che resteranno nel cuore, ma non ci siamo mai arresi, e nonostante le complicazioni inevitabili che possono derivare dal distanziamento tecnico imposto dalla pandemia, abbiamo fatto di tutto per non essere distanti umanamente. E questa indubbiamente è stata una vittoria. Dedico questo discorso alla Cara Amica e Consigliere dell’Ordine Avvocato Martina Zancan che purtroppo non c’è più.

Vi ringrazio per l’attenzione e buon anno giudiziario.

Uncategorized 27 Jan 2022 16:49 CET

Ancona: «Una giustizia giusta non può essere solo “misurabile a tempo”»

Maurizio Miranda, presidente dell’Ordine degli avvocati di Ancona

La relazione del presidente dell’Ordine degli avvocati di Ancona Maurizio Miranda in occasione della cerimonia di inaugurazione dell’anno giudiziario 2022. 

Prima di cominciare vorrei dedicare questa relazione alla memoria del giovane collega Avv. Luca Bolletta, poco più che trentenne, che proprio ieri ci ha prematuramente lasciato.

Illustrissimo sig. Presidente della Corte di Appello, signori magistrati tutti, autorità civili, amministrative, militari e religiose, sig. Procuratore Generale,

vi porto i saluti dell’Ordine degli Avvocati di Ancona, di tutti gli Ordini del distretto e di tutti i Colleghi che oggi mi trovo a rappresentare in questa occasione, anche quest’anno unica voce dell’Avvocatura delle Marche che sia “in presenza” e ciò a causa delle restrizioni dovute al fenomeno pandemico che è ancora in corso e che nuovamente colpisce anche questa occasione di riflessione e confronto sui temi della Giustizia.

Ed anche quest’anno non possiamo che constatare quanto la pandemia continui ad incidere non solo sul nostro vivere quotidiano ma anche sulla nostra attività professionale e, in definitiva, sulla tutela dei diritti dei cittadini alla quale la nostra attività è sempre dedicata. È dunque con estrema amarezza che dobbiamo constatare come poco si sia imparato dall’evento che ha colpito le nostre esistenze, evento che ci restituisce un mondo che probabilmente non sarà mai più lo stesso. Abbiamo imparato veramente poco, e conferma di ciò è il fatto che anche quest’anno questa cerimonia si tiene a porte chiuse, così allontanando dalla Giustizia non solo l’Avvocatura ma anche tutta la società civile cui è impedito di partecipare. Spettatori passivi, dall’altra parte di uno schermo.

E questo rischia di trasformare il più importante evento comunicativo della Giustizia in un’ ordinaria trasmissione televisiva, fortunatamente priva della presenza di virologi ed epidemiologi che oggi riempiono i palinsesti qualificandosi come le nuove proposte di uno star system del quale vorremmo francamente poter fare a meno. Comunque, se dobbiamo imparare a convivere con questa nuova realtà sanitaria è doveroso verificare cosa sia stato fatto e cosa si possa fare per rendere, nel nostro ambito, questa convivenza meno dannosa possibile. L’Avvocatura ha da sempre evidenziato le conseguenze che sono derivate e ancora derivano al sistema giustizia da scelte politiche certamente non soddisfacenti. E ugualmente non possono ritenersi soddisfacenti gli strumenti che sono stati approntati a seguito delle recenti iniziative adottate a livello di Unione Europea. Chi ha avuto la pazienza di leggere le 269 pagine illustrative del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza non può non aver trovato nelle stesse il più ampio conforto a quanto l’Avvocatura da tempo sostiene. Ciò nonostante, è una dolorosa ferita all’orgoglio di appartenere a questo Paese leggere che “gli ostacoli agli investimenti nel Paese risiedono anche nella complessità e nella lentezza della Giustizia” che “mina la competitività delle imprese e la propensione a investire nel Paese”.

È dunque incontestabile la lentezza dei processi e che la stessa deve essere maggiormente contenuta con interventi di riforma processuale e ordinamentale nonché con il potenziamento delle risorse umane e delle dotazioni strumentali e tecnologiche dell’intero sistema giudiziario. Non si deve però dimenticare che una giustizia giusta non è solo “misurabile a tempo” ma ha bisogno della qualità dei provvedimenti, unico elemento che può effettivamente porre il cittadino al centro della attività Giurisdizionale ed alla attenzione del giudice, obiettivo di qualità al quale certamente anche l’Avvocatura può contribuire unitamente all’attività del Consiglio Giudiziario per porre in essere un monitoraggio che rappresenti un effettivo strumento di conoscenza dell’attività giurisdizionale.

Sembra di ascoltare le parole dell’Avvocatura quando si legge che “un incremento del numero dei magistrati e degli operatori del settore giustizia costituisce un fattore indispensabile, ancorché non sufficiente, per il conseguimento degli obiettivi”. È però di difficile comprensione l’azione posta in essere per incrementare la dotazione organica dei magistrati solo per 600 unità laddove poi la stessa viene definita comunque insufficiente “per portare il numero di magistrati in Italia in linea con la media dei paesi europei”. Ecco, allora, l’emergere di nuove figure deputate a rendere maggiormente efficace la Giustizia: l’Ufficio del Processo. Si rispolvera un istituto già introdotto con il D.L. 90/2014 in ragione di una sperimentazione i cui frutti non sono pervenuti. Un istituto che avrebbe dovuto essere composto dal personale di cancelleria, dai tirocinanti e dai giudici onorari, il tutto con l’ormai tristemente nota previsione secondo cui l’attuazione dell’Ufficio deve avvenire “nell’ambito  delle  risorse disponibili e senza nuovi o maggiori oneri  a  carico  della  finanza pubblica”: le solite nozze con i fichi secchi. Il rinnovamento della figura passa dunque attraverso la modifica dei soggetti che possono concorrere all’assunzione dell’incarico, per la quale costituisce titolo valutabile il possesso dell’abilitazione alla professione di Avvocato.

Ancora una volta, dalle fila dell’Avvocatura arriva un supporto all’esercizio della funzione giurisdizionale senza peraltro specifiche indicazioni circa il contemporaneo esercizio della professione. Un’altra disattenzione, un altro sgarbo nei confronti di una categoria che sempre ha partecipato ai tentativi di risolvere i problemi ormai cronici del sistema Giustizia. Supporto peraltro poco apprezzato e poco valutato, posto che i Colleghi sono chiamati a svolgere un compito certamente di rilievo ma solo per un periodo di tempo determinato. Precariato ed anche mal pagato… ma veramente è questo ciò che si intende fare per raggiungere gli obiettivi che l’Europa ci indica? Viene spontaneo chiedersi quale sia la logica perversa che induce a predisporre un concorso su base nazionale – con tutto ciò che ne deriva in termini di costi e impegno – per assicurare una dotazione organica all’Ufficio per soli tre anni, accompagnata dal “miraggio” di un’eventuale stabilizzazione, espressamente contemplata dal Piano ed evidente figlia di un costume secondo cui nel nostro Paese non vi è nulla di più duraturo di ciò che è definito precario e temporaneo. Giusto il tempo di formarsi compiutamente che è giunta l’ora di tornare alle proprie precedenti occupazioni. Viene spontaneo chiedersi se è verosimile pensare che questi tre anni siano sufficienti per raggiungere gli obiettivi di smaltimento dell’arretrato e per rendere la Giustizia celere ed efficace.

Ma soprattutto viene spontaneo chiedersi se veramente qualcuno crede che dopo questi tre anni il sistema sia capace di funzionare in maniera ottimale e dunque superare le critiche che ci vengono mosse dall’Unione Europea da tempo, da prima che si parlasse di pandemia, così da poter rispedire alle proprie case i “triennalisti del diritto”. Ancora di più, viene da chiedersi se le “attività collaterali al giudicare” demandate all’Ufficio – ricerca, studio, monitoraggio, gestione del ruolo, preparazione di bozze di provvedimenti – non rappresentino in realtà un vero e proprio subappalto della funzione giurisdizionale. Anche gli interventi sul processo civile previsti dal Piano destano più di una perplessità. Soppressione di Udienze superflue, sinteticità degli atti, riforma del sistema delle impugnazioni, filtri di ammissibilità e predilezione della definizione camerale in sede di legittimità, con buona pace e totale disinteresse nei confronti della Sentenza della CEDU che ha fortemente censurato il rigore formalistico del processo per cassazione definendolo un vero e proprio ostacolo all’accesso alla tutela giurisdizionale.

Ma non è così che si può avere una giustizia giusta ed efficace, non è comprimendo e sopprimendo la figura e la funzione del difensore che si assicura al cittadino la tutela dei propri diritti: è la qualità delle sentenze che deve essere individuata quale miglior filtro delle impugnazioni, senza necessità di introdurre strumenti che chiaramente tendono a colpevolizzare l’Avvocato, visto quale presunto reo della proposizione del gravame piuttosto che quale “rimedio di prima istanza” cui il cittadino rivolge la propria domanda di giustizia. Le situazioni di criticità conseguenti alla pandemia e comunque al “generale stato delle cose” che dobbiamo purtroppo registrare nella disamina del sistema complessivo trovano purtroppo riscontro anche nella nostra realtà locale. Il sistema di calendarizzazione e prenotazione degli accessi agli Uffici può rappresentare in teoria un strumento ideale per ottimizzare detto accesso ed evitare assembramenti ma diventa strumento diabolico ed infernale laddove viene usato in maniera rigida ed ottusa senza considerare le situazioni di urgenza per le quali non è ammissibile che si consenta di consultare un fascicolo dopo che si sia celebrata la relativa Udienza.

È insensato aver condotto una battaglia per ottenere la determinazione della capienza delle aule di giustizia quando poi le Udienze vengono calendarizzate – parrebbe da un software di gestione evidentemente incapace di gestire – tutte alla medesima ora con conseguente ressa al di fuori dell’aula che già poco dignitosa prima del 2020 oggi rappresenta anche un pericolo per la salute. È insensato depotenziare i servizi di supporto ai sistemi informatici, percorso esattamente in opposizione alla tensione di tutto il settore Giustizia verso una sempre crescente informatizzazione. È insensato assistere passivamente ad un vero e proprio “spegnimento” dell’Ufficio NEP, ormai ridotto ai minimi termini e prossimo a perdere ulteriori unità di personale. E’ assolutamente illogico prevedere la celebrazione in presenza di Udienze per le quali le parti potrebbero richiedere la trattazione da remoto ovvero cartolare ed è totalmente privo di senso disporre che si debba procedere allo svolgimento delle aste telematiche solo in presenza, un vero e proprio ossimoro.

Non si può più ascoltare l’orchestrina che suona mentre la nave affonda…. Non è più il tempo di difendere posizioni preconcette ed egoistiche che oggi più che mai appaiono fuori luogo ed insufficienti ad affrontare una situazione che è ben più complessa di quanto mai si sia verificato in passato. Da oggi si spera possa dunque partire un nuovo corso, si spera che quanto è accaduto e quanto sta ancora accadendo sia uno stimolo a portare veramente una grande innovazione nella Giustizia, si spera che le risorse promesse arrivino veramente e che sia finalmente possibile una completa ed efficace informatizzazione dei processi “a misura d’uomo”, che sia finalmente possibile completare gli organici del personale.

Si spera che sia finalmente possibile porre rimedio alle problematiche che attengono alle sedi giudiziarie, attrezzando una sistemazione idonea per la Corte di Appello, il Tribunale di Sorveglianza, il Giudice di Pace e l’UNEP e rimuovendo le criticità irrisolte che affliggono pressoché tutti gli Uffici del distretto: tra tutte non si può omettere di ricordare la questione del Tribunale di Ascoli Piceno il cui archivio è inaccessibile da quattro anni a causa della presenza di amianto che nessuno provvede a rimuovere. Tutte queste speranze saranno vane, ed inutile sarà qualsiasi tipo di attribuzione di risorse, se mancheranno gli uomini e le donne di buona volontà, se mancherà l’aspirazione a cessare sterili polemiche di posizione e se non si riuscirà a capire che tutti siamo sotto questo tetto con il solo scopo di assicurare l’effettiva tutela dei diritti di tutta la collettività. L’Avvocatura è pronta allo scatto in avanti, è già sulla linea di partenza. E spera di non essere sola.