Giustizia 12 Mar 2021 10:47 CET

Caos portale telematico, penalisti in sciopero: «Diritto di difesa a rischio»

Dopo l’ennesimo disservizio l’Ucpi proclama l’astensione dalle udienze per i giorni 29, 30, 31 marzo. La Guardasigilli Cartabia: «Risolveremo il problema legato al deposito degli atti»

Tre giorni di astensione per rivendicare la tutela del diritto di difesa. L’Unione delle Camere penali alza la voce, lanciandosi in una feroce critica di politica e magistratura, perse dietro discussioni interne fini a se stesse e incapaci di gettare uno sguardo sulla condizione della Giustizia. «Drammatica», sentenziano i penalisti, che di fronte all’ennesima contraddizione della macchina del processo hanno deciso di incrociare le braccia.

L’ultimo disservizio è quello del portale del processo penale, il cui utilizzo è obbligatorio, ma evidentemente non lo è la sua funzionalità, se è vero, com’è vero, che i giorni in cui si ha la fortuna di vederlo funzionare sono meno di quelli in cui, invece, si inceppa. E ciò, denuncia Ucpi, nel più assoluto silenzio delle parti in causa, a fronte della richiesta di un periodo cuscinetto che consentisse anche il deposito cartaceo degli atti. «Il portale penale telematico, o meglio il portale delle Procure – affermano i penalisti -, nasce già obsoleto, ma soprattutto presenta continui guasti e inconvenienti tecnici che mettono a repentaglio il rispetto dei termini processuali e la tempestiva contezza delle iniziative della difesa. La soluzione ragionevole proposta, quale la previsione di un regime transitorio, non è stata presa in considerazione».

I tre giorni di astensione (29, 30 e 31 marzo), per i quali Ucpi chiama a raccolta tutte le Camere penali territoriali, saranno accompagnate anche da una giornata di protesta nazionale, in modalità telematica, prevista per il 29 marzo. Sul tema della digitalizzazione Cartabia si è espressa ieri, in un passaggio del suo intervento al Festival della Giustizia. «L’utilizzo degli strumenti informatici si è rivelato fondamentale nella pandemia e continuerà a esserlo, per dare un volto nuovo alla giustizia – ha evidenziato – . Contiamo anche di migliorare le disfunzioni che persistono nel portale telematico di deposito degli atti». Dichiarazioni di intenti che gli avvocati attendono di vedere concretizzate. Se, da un lato, sottolineano i penalisti, la digitalizzazione appare inevitabile, dall’altro «il deposito nel portale non è corredato da idonea certificazione comprovante l’esito positivo delle operazioni. Spesso, intervenuto il deposito della nomina, è comunque impossibile accedere al fascicolo». A ciò si aggiunge l’esclusività dello strumento per il deposito degli atti difensivi, nonché l’estensione del suo utilizzo – sempre esclusivo – anche al deposito della querela, degli atti di opposizione alla richiesta di archiviazione e dell’atto di nomina, con l’introduzione di un “atto abilitante” che carica i difensori «di un ulteriore incombente non previsto dalla legge». A ciò si aggiunge un’azione non omogenea da parte dei procuratori: «In alcuni casi si è negata l’esistenza del problema, in altri si è attribuito il cattivo funzionamento del meccanismo alla incapacità tecnica degli avvocati. In alcune sedi si è giunti ad autorizzare anche le forme di deposito tradizionale, salvo paventare il concreto rischio di future declaratorie di inammissibilità», aggiungono i penalisti.

Una situazione che determina, a conti fatti, «una grave lesione dei diritti dei cittadini sottoposti a procedimento penale e delle persone offese che non vedono garantita la loro rappresentanza e la loro difesa tecnica».Dal canto suo, il Consiglio nazionale forense ha scritto una nota indirizzata a tutti i presidenti dei Coa italiani, sottolineando di aver «provveduto a sollecitare un ulteriore incontro con il Dgsia (Direzione generale dei sistemi informativi automatizzati) del ministero della Giustizia, «al fine di rappresentare le persistenti problematiche che non hanno ancora trovato soluzione». E lunedì prossimo è prevista una riunione che coinvolgerà i rappresentanti dell’Ucpi «finalizzata a verificare le possibili soluzioni e i correttivi da adottare al fine di evitare pregiudizi agli avvocati, ma, soprattutto, qualsivoglia forma di preclusione all’esercizio dell’attività di difesa causata dal mancato funzionamento del sistema».

I penalisti sono chiari: non solo il processo penale sconta gli esiti di riforme emergenziali che hanno reso i meccanismi processuali farraginosi, ma anche «strutture sovente fatiscenti, personale di cancelleria in smart working, generale inadeguatezza dei provvedimenti assunti per l’operatività dei singoli uffici giudiziari». Tutto questo nel mezzo di una crisi epocale della magistratura,  incapace di «elaborare una seria riflessione sul sistema di potere costruito negli ultimi vent’anni» e di un temporeggiare della politica, che «non pare avere, al momento, intelligibili progetti di modifica della prescrizione né dei meccanismi capaci di incidere sui tempi del processo né dell’ordinamento giudiziario». Ucpi continua a dirsi pronta ad un’interlocuzione con la ministra, essenziale, si legge nella nota, per qualsiasi «progetto di riforma».

Giustizia 10 Mar 2021 16:43 CET

Quell’assalto mediatico al Gup che ha scarcerato l’uomo condannato per omicidio

Dopo le numerose proteste degli ultimi giorni, la Camera Penale di Napoli interviene sul caso di Fortuna Bellisario per ribadire che «abbiamo il dovere di non cedere a pulsioni irrazionali e di ricordare che la giustizia non può mai essere vendetta»

«Assistiamo ancora una volta ad una forte pressione mediatica che potrebbe anche involontariamente influire sul corretto esercizio della giurisdizione»: a dirlo al Dubbio è l’avvocato Angelo Mastrocola, segretario della Camera Penale di Napoli, in merito ad una vicenda quantomeno originale se non preoccupante per la serena amministrazione della giustizia.

È opportuno che un Presidente di Tribunale rilasci una intervista in cui solleva dubbi su alcuni aspetti della decisione di un Gup in materia cautelare, rispetto ad un fatto di cronaca che ha comportato addirittura manifestazioni di parenti e amici della vittima e sdegno mediatico? Il contesto è il seguente: la giovane Fortuna Bellisario è stata uccisa nel 2019 con una stampella ortopedica dal compagno, che per questo delitto è stato condannato a dieci anni con rito abbreviato, riconosciuto colpevole di omicidio preterintenzionale, come richiesto dallo stesso Pm. Qualche giorno fa, dopo due anni di carcere, l’uomo è andato ai domiciliari, perché il Gup ha accolto il ricorso dell’avvocato e lo ha giudicato non pericoloso socialmente.

La decisione ha scatenato numerose proteste e anche un flash mob dinanzi al Palazzo di Giustizia con uno striscione “In-Giustizia per Fortuna”. Quanto accaduto è stato commentato anche in una intervista fatta su Repubblica alla dottoressa Elisabetta Garzo, da un anno al vertice del Tribunale di Napoli, e dal titolo “Garzo: Caso Fortuna, inopportuni i domiciliari nella casa del massacro”: «premessa importante – dice la dottoressa Garzo – non posso entrare in alcuna valutazione sul provvedimento» ma, sollecitata dalla giornalista, prosegue: «ecco, forse doveva essere valutata con ancora ulteriore rigore, rispetto a quello che il giudice avrà adottato, dove e come concedere i domiciliari. Questo mi sento di dirlo. Magari, non avrei destinato quell’uomo nella stessa casa dove era avvenuto il massacro della donna».

Queste dichiarazioni insieme alla campagna mediatica e ai sit-in di protesta sotto il Tribunale hanno suscitato una reazione critica da parte della Camera Penale di Napoli che ha elaborato un lungo documento, siglato dal Presidente Marco Campora e dal segretario Mastrocola, per  stigmatizzare quel corto circuito che si è creato tra media, magistrati e tribunale del popolo intorno al caso della donna uccisa.  «Siamo vicini ai familiari ed agli amici della sventurata Fortuna Bellisario – scrive la Camera Penale –  ne comprendiamo il dolore sordo ed insopportabile, la rabbia e finanche una – per loro comprensibile – volontà di vendetta».  Tuttavia, proseguono i penalisti, « noi – e cioè tutti quelli che non hanno perso una persona cara in questa vicenda – abbiamo il dovere di non cedere a pulsioni irrazionali, di ricordare che la giustizia non può mai essere vendetta e che la qualità della funzione giurisdizionale non si misura sulla base degli anni di galera che vengono inflitti. Concetti basilari che, tuttavia, negli ultimi anni sono costantemente messi in discussione da un populismo penale che sembra ormai aver smarrito anche un qualsivoglia sub-strato ideologico per degradare a mero istinto o riflesso di maniera. Allo stesso modo, occorre sempre ribadire che i processi non si occupano mai dei fenomeni ma solo ed esclusivamente di singoli casi, ognuno diverso dall’altro». Il tema “femminicidio” è meramente culturale prima che penale: «Nessun ergastolo, infatti, eviterà un nuovo femminicidio in futuro. Nessuna pena esemplare potrà avere efficacia dissuasiva di condotte che sfuggono completamente allo schema del rapporto costi/benefici; solo una nuova struttura materiale e culturale della società (che sia pur in tempi lunghissimi sta evolvendo nei termini auspicati) consentirà davvero alle donne di allontanarsi in tempo dai propri aguzzini». E comunque, ricordano gli avvocati, la decisione è stata emessa rispettando quello che prevede il codice: «Dunque, nessuno scandalo, nessuna “eccentricità” ma una sentenza assolutamente coerente ed in linea con la produzione giurisprudenziale quotidianamente emessa.  E, ciononostante, a seguito della lettura del dispositivo sono partite le solite proteste: la pena è troppo bassa, l’imputato uscirà di galera dopo pochi anni, anzi è già libero perché il GUP gli ha concesso gli arresti domiciliari! È un format che si autoalimenta e che sta inesorabilmente avvelenando la qualità della nostra democrazia». Aggiungiamo: sta immolando il garantismo sull’altare di una presunta sicurezza collettiva.

Ma l’aspetto forse più importante che mette in evidenza la Camera Penale è che questa ondata di indignazione popolare a cui la stampa ha dato ampia eco, senza minimamente dare conto dei meccanismi del giusto processo, avrebbe spinto persino il Presidente del Tribunale di Napoli a sollevare obiezioni su un aspetto della decisione del Gup: «Le spinte provenienti dall’esterno sono talmente forti che ormai travolgono, talvolta, anche i protagonisti della giurisdizione, tanto che finanche il Presidente del Tribunale si è lasciato andare, in un’intervista pubblica, a valutazioni critiche in ordine ai provvedimenti emessi dal  GUP. Nonostante il garbo e la cautela delle affermazioni, infatti, dalla intervista emerge chiaramente – allorquando si afferma che “forse la vicenda doveva essere valutata con ancora ulteriore rigore” o “magari, non avrei destinato quell’uomo nella stessa casa dove era avvenuto il massacro della donna” – una presa di distanza dalle valutazioni del GUP. Ma non solo: simili dichiarazioni rischiano di condizionare inconsciamente anche i giudici che si occuperanno in futuro della vicenda ed, in particolare, i giudici del riesame che a breve saranno chiamati a rivalutare, a seguito di ricorso della Procura, la situazione cautelare dell’imputato». Non ravvisate qualcosa di completamente stonato nel connubio tra pressione mediatica e esercizio della giurisdizione? «Per carità, le sentenze sono sempre criticabili  – dicono Campora e Mastrocola – ed ognuno può legittimamente ritenere – previo ovviamente adeguato e consapevole studio dell’incartamento processuale – che la pena comminata sia troppo bassa o che il titolo di reato sia sbagliato. […] E, tuttavia, occorre registrare che la critica è sempre unidirezionale e colpisce unicamente le sentenze di assoluzione o le sentenze di condanna ad una pena non draconiana. Nessuno mai si azzarda a criticare una sentenza che commina un ergastolo, mentre costituiscono ormai un topos le grida – di solito: “Vergogna, Vergogna!” -delle vittime, spalleggiate sovente da “agitatori” politici o dell’informazione, alla lettura dei dispositivi che assolvono l’imputato o che lo condannano ad una pena non ritenuta abbastanza severa».

Ci piace concludere con quanto scritto in ‘A furor di popolo’ (Donzelli editore), dal professore e avvocato Ennio Amodio, secondo cui oggi la giustizia è caratterizzata da fenomeni anti-costituzionali e  anti-illuministi: «alla razionalità si sostituisce l’emotività delle vittime di reati; al rispetto della dignità umana subentra la collera, che spinge a vedere nel delinquente un nemico da eliminare; la proporzionalità della pena cede il posto a un estremismo sanzionatorio che pretende dal giudice pene sempre più aspre; il carcere, infine, diventa il luogo elettivo per segregare chi ha sbagliato, al fine di garantire al massimo la sicurezza collettiva».

Uncategorized 9 Mar 2021 21:28 CET

Mafia capitale, la sentenza d’appello bis: 12 anni a Carminati e 10 mesi a Buzzi

La difesa dell’ex Nar Massimo Carminati: «Con questa sentenza il mio assistito è sotto il limite che consente una misura alternativa e quindi potrebbe non tornare più in carcere»

Dieci anni di reclusione per l’ex militante dei Nar Massimo Carminati e 12 anni e 10 mesi all’ex capo delle cooperative Salvatore Buzzi. È l’esito del processo d’appello bis al “Mondo di Mezzo”, disposto dalla Cassazione solo per la rideterminazione delle pene per venti imputati, a seguito della sentenza del 22 ottobre del 2019 che faceva definitivamente cadere il reato di mafia.  Alla lettura del dispositivo della prima sezione penale della corte d’appello era presente anche la sindaca Virginia Raggi. Tra le pene ricalcolate ci sono quelle che riguardano, tra gli altri, Luca Gramazio (5 anni e 6 mesi), Fabrizio Franco Testa (5 anni e 6 mesi), Franco Panzironi (3 anni e 6 mesi), Riccardo Brugia (6 anni), Matteo Calvio (5 anni e 7 mesi), Paolo Di Ninno (3 anni, 8 mesi e 10 giorni), Alessandra Garrone (2 anni, 9 mesi e 10 giorni), Claudio Caldarelli (4 anni e 5 mesi) ed Emanuela Bugitti (2 anni, 8 mesi e 15 giorni).

«Con questa sentenza il mio assistito è sotto il limite che consente una misura alternativa e quindi potrebbe non tornare più in carcere», commenta Cesare Placanica, difensore di Massimo Carminati. L’ex militante dei Nar, arrestato nel dicembre del 2014, ha già trascorso 5 anni e 7 mesi di carcere preventivo. «È stata una condanna molto più dura di quanto ci aspettassimo perché la corte ha considerato più grave il reato di associazione a delinquere semplice. Il pg aveva chiesto 12 anni e 8 mesi e venti giorni di reclusione. Faremo ricorso nuovamente in Cassazione. Comunque meglio dei 18 anni della volta scorsa», dichiara invece Salvatore Buzzi dopo la lettura del dispositivo.

«Quello di Mafia Capitale è uno dei capitoli più bui della storia della nostra capitale. Sono stati calpestati i diritti dei cittadini e questo è stato riconosciuto. Io credo sia fondamentale il lavoro di ricostruzione che stiamo facendo, che parte dalle macerie: fatto di bilanci puliti, regolari e di appalti legali e trasparenza. I cittadini romani meritano questo», commenta la sindaca di Roma, Virginia Raggi. Che aggiunge: «Io lo so, sono scomoda perché porto avanti questo percorso, però non si può assolutamente tornare indietro. Dobbiamo garantire a Roma queste condizioni di legalità, trasparenza e regolarità».

Giustizia 7 Mar 2021 19:14 CET

Verso l’8 marzo, Cartabia: «Estirpare la cultura della violenza di genere»

La ministra della Giustizia sugli ultimi dati pubblicati dal Viminale sulla violenza di genere: «Quadro preoccupante»

«La violenza contro le donne è espressione di una cultura di potere e di subordinazione che deve essere estirpata dalle radici; una cultura che deve essere intercettata dalle prime, apparentemente piccole, manifestazioni per prevenirne tempestivamente le conseguenze più gravi». Alla vigilia dell’8 marzo, la ministra della Giustizia, Marta Cartabia, esprime la sua «sentita partecipazione alla sofferenza di tutte le donne che hanno subìto violenza, fisica e psichica, e a quella dei familiari di tutte le vittime che hanno perso la vita per atti di aggressione e che avvertono bruciante – sottolinea la ministra – il bisogno di giustizia».

La Guardasigilli commenta così anche gli ultimi dati pubblicati dal Viminale sulla violenza di genere: in Italia, nell’anno della pandemia, si è registrato un aumento dei femminicidi, a fronte di una diminuzione degli omicidi, come avviene già da diversi anni. Davanti a questo «preoccupante quadro», Marta Cartabia annuncia di voler aderire «all’invito della ministra per le Pari Opportunità, Elena Bonetti, per ricostituire gli organismi di governance previsti dall’ordinamento per il presidio delle politiche di prevenzione e contrasto della violenza contro le donne».

Giustizia 20 Feb 2021 17:03 CET

Il radicalismo costituzionale di Marta Cartabia

Marta Cartabia ha inviato due messaggi inequivocabili: l’intenzione di mettere mano al processo penale e la visita al garante dei detenuti

Chi temeva, o sperava, che la nuova ministra della Giustizia Marta Cartabia facesse la semplice comparsa in una scena minata da divisioni asprissime tra i partiti si sbagliava di grosso. E chi si era persuaso che mai e poi mai l’ex presidente della Consulta avrebbe messo mano alle questioni più scottanti della Giustizia, magari limitandosi a “gestire il traffico’ per evitare seccature, evidentemente non aveva considerato la sua visione “sacrale” della giurisdizione.

E così ieri la nuova Guardasigilli ha inviato due messaggi inequivocabili. Per prima cosa ha riunito tutti i partiti della maggioranza chiarendo l’intenzione di mettere mano al processo penale a partire dalla prescrizione, ovvero dal tema più importante e divisivo degli ultimi 36 mesi. Subito dopo è andata a trovare a sorpresa il Garante nazionale dei detenuti. Insomma, la sua prima uscita pubblica nelle vesti di Guardasigilli è stata dedicata alle persone private della libertà, la parte più fragile del nostro Paese.

Un messaggio potentissimo e di cambiamento radicale rispetto al recente passato. E consigliamo ai politici che nei prossimi mesi avranno a che fare con lei di dare una sfogliata al suo ultimo libro (“Un’altra storia inizia qui”) e magari di cominciare la lettura da pagina 75, lì dove viene citato un verso straordinariamente spiazzante di cardinal Martini, tra i pochi personaggi che negli ultimi decenni è riuscito a dar “scandalo” nel senso più cristiano del termine: «Nessuno uccida la speranza neppure del più feroce assassino perché ogni uomo è una infinita possibilità».