Uncategorized 20 Nov 2020 23:32 CET

Noi, il Covid e il più crudele dei mesi

Editoriale

E’ passato – su giornali, media e tv – come fosse un evento di scarso rilievo il brusco stop che i capi dei Lander tedeschi hanno decretato nei riguardi della Kanzlerin Angela Merkel che voleva imporre misure più restrittive causa Coronavirus. Un nuovo incontro è previsto la prossima settimana: chissà come andrà. Appena qualche riga o videoimmagine in più per le manifestazioni dei negazionisti che hanno incendiato Berlino con scontri e oltre 300 arresti. Magari da noi qualcuno avrà sorriso guardando al rapporto diciamo tempestoso in atto tra governo centrale e “governatori” regionali: mal comune mezzo gaudio se pure la potente Germania non doma il particolarismo delle spinte territoriali.

Eppure (ma la Germania è solo un esempio fra i tanti possibili), sgretolamento della coesione e insofferenze per le regole sanitarie – soprattutto queste ultime se allineate ai sondaggi secondo cui solo il 37 per cento degli italiani è disposto a vaccinarsi “subito” – mostrano quanto la pandemia sia un bisturi che ha inciso nel profondo delle coscienze, facendone scaturire paure, intolleranze, egoismi, violenze che non sarà facile per nessun regime “democratico” riassorbire.

E’ uno scenario verso il quale molti governanti fanno spallucce nonostante si stagli come un plumbeo orizzonte che avvolge l’insieme delle misure – contingenti o strutturali, nazionali o europee – che vengono adottare per recuperare i danni prodotti dalla pandemia. E’ il problema numero uno: cosa succederà quando il virus sarà in tutto o in parte debellato; quante e quali macerie sarà necessario sgombrare. Soprattutto da noi viene ignorato. Quasi nel timore che è meglio non discutere del futuro prossimo al fine di esorcizzarlo. Cullandosi nel fervore dei contagi che scendono e delle terapie intensive che si fanno più sgombre.

Invece dovrebbe essere un dato che toglie il sonno. Prima o poi, il blocco dei licenziamenti finirà. Prima o poi, la spinta a fare debito confidando su banche e mercati condiscendenti, si esaurirà. Prima o poi la logica dei sussidi troverà un limite nell’esaurimento dei fondi disponibili. Abbiamo vissuto il Ferragosto dell’incoscienza; ci apprestiamo a vivere il Natale della sobrietà. Guai se il prossimo aprile diventasse il più crudele dei mesi.

Editoriale del Direttore 13 Nov 2020 23:00 CET

Un vaccino anche per il debito

Editoriale

L’annuncio di un possibile vaccino anti-Covid già disponibile da gennaio ha suscitato comprensibili entusiasmi. Una luce in fondo al tunnel nel mezzo di tanto dolore e tante difficoltà. Ci vorrà tempo per immunizzare milioni di italiani: ciò che davvero importa è che la speranza del possibile ritorno una vita normale o quasi, acquisti un alone di concretezza. Nel frattempo il governo procede con interventi “ristoratori”. E’ giusto. Il ministro dell’Economia ha assicurato che i soldi arriveranno direttamente sui conti correnti degli aventi diritto.

E’ necessario. Il premier assicura: niente lockdown generalizzati. E’ auspicabile. Poi però c’è un’altra dimensione della realtà. Ed è che per affrontare la pandemia e non affossare in modo devastante l’economia del Paese, stiamo facendo molto debito. E’ inevitabile. Ma affinché sia “debito buono” nell’accezione che gli ha dato Mario Draghi è fondamentale tenere ben presente un dato. Il Covid, speriamo presto, verrà debellato. Ma il debito resterà. Già era una pietra al collo, ora il rischio è che diventi un macigno insostenibile. L’unico vaccino è la crescita. Che va impostata però da subito, con interventi lungimiranti messi con chiarezza nero su bianco. Si tratta di disegnare l’Italia del futuro: per farlo serve l’apporto di tutti, maggioranza e opposizione. Se “unità” dev’essere, è quella la forma giusta. In questo quadro due sono gli attori decisivi: il capo dello Stato ed il presidente del Consiglio.

Con lucidità e sagacia, Paolo Armaroli tratteggia le figure di entrambi nel suo libro (edizioni La Vela) appena uscito, intitolato proprio ai due esponenti istituzionali. Mattarella ha scelto Conte e Conte si è posto sotto l’ala protettiva del Colle. Il binomio è al tempo stesso necessitato e virtuoso. Con una differenza tutt’altro che trascurabile. Il capo dello Stato non recede dalla moral suasion in favore di una “leale collaborazione” tra decisori, che spinga l’Italia fuori dalle sabbie mobili. Il capo del governo, al di là di inviti di forte contenuto formale ma poca sostanza, non riesce ad intavolare un confronto serio con l’opposizione. Al tempo stesso, la minoranza parlamentare vuole essere coinvolta ma alle sue condizioni: e sono paletti anche troppo complicati da superare. Il binomio Colle-palazzo Chigi è il mastice che serve. Ma il presidente della Repubblica va seguito sempre, non solo quando fa comodo.

Lockdown, il populismo non serve

L’editoriale

Mentre il premier Giuseppe Conte verga l’ennesimo Dpcm con l’inchiostro simpatico in modo che evapori lasciando carta sempre bianca in presenza di distinguo e contrasti, il virus non accenna a diminuire e di nuovo, inesorabilmente, ci costringe a rinchiuderci in casa. Sono molti quelli che – non sempre ingenuamente – invitano a guardare al resto d’Europa per dire che non stanno meglio di noi. Vero.

Se alziamo gli occhi oltre le nostre frontiere vediamo Angela Merkel – a guida, si badi, guida uno Stato federale – che avvia un lockdown temperato come deve fare un Cancelliere: cioè ordinandolo. La stessa cosa avviene in Francia con Macron; in Gran Bretagna con Boris Johnson, in Spagna con Pedro Sanchez. Solo da noi il balletto infinito dello scaricabarile delle competenze manifeste e dell’impopolarità sottaciuta, produce rallentamenti o stallo. Colpa di sistemi istituzionali e politici diversi, si dirà. Anche qui: vero. Ma c’è pure un’altra ragione, fondamentale, che il Covid scoperchia e mette a nudo: l’impossibilità di usare il populismo per governare. Chi maneggia quel meccanismo ottiene l’effetto contrario dell’azione di governo, che è decidere e scegliere.

Garantisce inconcludenza che sfocia nella paralisi. Il populismo che va a braccetto della demagogia non è mai ricetta giusta. Però quando incrocia situazioni emergenziali diventa esiziale: una zavorra che spinge verso l’annegamento. Per contrastare le emergenze occorre serietà, competenza, senso di responsabilità. Tutto il contrario degli stilemi populisti. Vale per l’economia con “l’abolizione della povertà” o la soluzione “senza licenziamenti” della Whirlpool. Vale per le assunzioni pre-elettorali nel voto regionale come per le radiografie di De Luca o la bambina che «unica in Europa» vuole andare a scuola. Quando l’emergenza bussa – economica, sociale, sanitaria, occupazionale – servono soluzioni, nervi freddi, lucidità.

Non proclami, né lanciafiamme o ammiccamenti. A ben vedere, per l’Italia che si vede costretta a richiudersi di nuovo – per ragioni di necessità ma anche per insipienza – la lezione principale, il contributo paradossale ma tutt’altro che trascurabile che arriva dal virus è proprio questo: la zappa populismo è l’attrezzo che obbligatoriamente finisce sui piedi di chi la usa.

Covid, basta stare a rimorchio

EDITORIALE

Il rischio che le restrizioni imposte dal Covid potessero provocare disordini sociali era stato specificatamente preventivato: se non ricordiamo male anche in segnalazioni giunte e discusse al Copasir. Ma come per molte altre criticità, la seconda ondata della pandemia ci ha trovati impreparati. Le piazze si sono riempite di cittadini arrabbiati e delusi: il miglior brodo di coltura per gruppi ribellistici e infiltrati violenti. Se tutto ciò è potuto avvenire è perché il Paese in poche settimane è precipitato in un clima di incertezza, disorientamento, paura. Il virus dilaga senza apparenti argini, colpisce chi ci sta vicino, spegne speranze e, purtroppo, anche vite; seppur in numero fortunatamente molto inferiore ai mesi scorsi.

La cosa più sbagliata che le istituzioni e i governanti possono fare è relegare quel disagio e quella rabbia nel cantuccio dell’estremismo. Come ha spiegato su queste colonne con la lucidità che lo distingue, Luciano Violante ha messo in guarda dal sottovalutare «l’ira degli onesti». Al contrario la politica e chi occupa posti di responsabilità devono rispondere a quel disagio, lo devono far loro, devono “indossarlo” come parte di sè e avviare possibili risposte. Solo così i cittadini potranno ritrovare la fiducia smarrita.

E’ una questione decisiva. Se infatti quell’atteggiamento sfuma, il pericolo è che venga incrinata, fino a frantumarsi, la coesione sociale. E allora sì che sarebbero guai: se il disordine prende il sopravvento, a soffrirne saranno i più deboli, i più esposti, i meno protetti. Determinando una spaccatura che diventerebbe in breve un buco nero capace di inghiottire tutto e tutti. Per riuscirci, è necessario che governo, maggioranza e opposizioni cambino passo. Serve una strategia che superi la ridda di Dpcm che si alternano a velocità crescente. E’ facile prevedere che misure ancor più rigide, fino al possibile lockdown, siano alle porte. Forse non c’è alternativa. Ma quel che è inaccettabile è che continui ad essere il virus a dettare tempi e scelte. Finora siano sempre stati un passo o due indietro al Covid. All’inizio poteva essere la sorpresa per una tempesta tanto forte quanto imprevista. Ma ora no. Ora il virus bisogna precederlo, stare noi uno o due passi avanti.

Se lockdown deve esserci, che serva a preparare le contromisure per il dopo. E non risulti un sacrificio – l’ennesimo – fine a sé stesso.

Editoriale del Direttore 18 Jul 2020 07:30 CEST

In Costituzione l’ecosistema della Giustizia

Che il pianeta giustizia fibrilli, non è una novità. Lo scontro con la politica dura da 25 anni e il caso Palamara, almeno nelle intenzioni sotterranee di qualcuno, potrebbe segnare una specie di rivincita nella partita di ritorno

Che il pianeta giustizia fibrilli, non è una novità. Lo scontro con la politica dura da 25 anni e il caso Palamara, almeno nelle intenzioni sotterranee di qualcuno, potrebbe segnare una specie di rivincita nella partita di ritorno: diciamolo chiaro, esiziale come fu quella di andata, e indipendentemente dal punteggio. Perciò è fondamentale tenere i nervi saldi e riflettere su alcune storture che oggi più che mai devono essere raddrizzate.

Come ha detto in più occasioni il presidente Andrea Mascherin, la giurisdizione è un “ecosistema” che va tutelato e salvaguardato in tutte le sue parti. Sbilanciamenti, favoritismi, “aiutini” a favore di questa o quella componente non farebbero altro che far perseverare distorsioni di cui nessuno avverte il bisogno.

Il punto è semplice. Nessun tecnicismo riformista potrà davvero salvare il sistema di autogoverno dei magistrati da tentazioni carrieristiche o correntizie. Quel che davvero occorre per esaltare l’autorevolezza, l’equilibrio e l’indipendenza delle toghe è un sussulto che provenga dall’interno del mondo stesso della magistratura, un rilancio dell’imparzialità non solo proclamata ma celebrata nell’applicazione della legge. Che poi è quel che tanti Pm e giudici fanno ogni giorno nello svolgimento del loro compito: delicatissimo ed essenziale al tempo stesso in un sistema che voglia definirsi compiutamente democratico.

Però è fondamentale che anche l’avvocatura, chiamata a svolgere nel modo migliore il suo ruolo di garanzia del rispetto dei diritti di tutti, specie dei più deboli, sia sollevata da una sorta di legittimità “minore” nel bilanciamento dei rapporti tra accusa e difesa. La giurisdizione è una ed è al tempo stesso plurale: se una parte, una qualsiasi, ritiene di poter indossare in solitaria il mantello del “fare giustizia”, allora le problematicità aumenteranno e i cittadini sempre meno si affideranno ai Tribunali con tranquillità e fiducia.

Per questo è giusto tornare ad insistere con forza sulla proposta di inserire nella Costituzione italiana la figura e il ruolo dell’avvocato. È una riforma di fatto indifferibile e, come abbiamo sottolineato su queste colonne in altre occasioni, è anche un riforma a costo zero. Che tuttavia può davvero segnare una svolta. Non bisogna avere paura delle novità. E vale l’ammonimento di Ghandi, che peraltro era un avvocato: “Quando la causa è giusta, è giusto saper vincere la paura”.

Editoriale del Direttore 11 Jul 2020 07:45 CEST

La pandemia, il potere, le responsabilità

Lo stato di emergenza prorogato fino al 31 dicembre rivela due elementi. Uno, diciamo così, socio-sanitario; l’altro politico-istituzionale

Lo stato di emergenza prorogato fino al 31 dicembre rivela due elementi. Uno, diciamo così, socio-sanitario; l’altro politico-istituzionale. Il primo è che il Covid è lungi dall’essere debellato e che, per usare una espressione di Giorgio Gaber, far finta di essere sani non è la soluzione. Piuttosto accentua il problema. L’altro è che, a torto o a ragione a seconda dei punti di vista, Giuseppe Conte si autoblinda a palazzo Chigi e, novello Eolo, richiama all’indietro i venti di crisi che soffiano nel Palazzo e che nelle ultime ore erano diventati fin troppo impetuosi. Con una emergenza sanitaria in corso, chi potrebbe azzardarsi a buttare giù un esecutivo in carica che ha lo scopo di salvaguardare la salute di milioni di italiani? Bisognerebbe spiegarne le ragioni ai cittadini, e non sarebbe facile. Pur ammettendo che vi fosse una maggioranza numerica alternativa, chi si assumerebbe la responsabilità di cambiare macchinista ad un treno in corsa col rischio – foss’anche minimo – di deragliamento? Oltre agli italiani, bisognerebbe spiegarlo anche sul Colle, e allora da difficile il tentativo minaccerebbe di tramutarsi in improbo. Tuttavia ogni medaglia ha il suo rovescio, e quello della blindatura (o come la si voglia chiamare) riguarda le responsabilità che si assumono. E’ evidente che ancor più di quanto avvenuto, da adesso Giuseppe Conte diventa il Conducator unico, il detentore di tutte le aspettative, l’accentratore di tutti i poteri ma anche il parafulmine su cui si scaricheranno tutte le tensioni che affollano un equilibrio politico già ultra precario, denso di polemiche, gonfio di veleni. Il fatto che Pd e Iv abbiano chiesto che il presidente del Consiglio vada in Parlamento a spiegare una decisione così impegnativa, concerne l’aspetto istituzionale. Governare con i Dpcm, pur in situazioni eccezionali, è scelta gravida di problematiche per gli equilibri democratici. L’esperienza della Fase 1 ha mostrato che è una strada che non può essere percorsa in solitaria. Il mantello dei poteri esclusivi è suadente ma è indossabile nei regimi parlamentari. Poi c’è un altro aspetto, perfino più importante. La titolare degli Interni, Luciana Lamorgese, ha detto che c’è il rischio di tensioni dovute allo choc economico. E’ un allarme inquietante. Il governo e chi lo guida avrà la responsabilità di spegnere la miccia della possibile bomba sociale. La strategia del rinvio va in direzione esattamente opposta.

Il sempre uguale che porta all’immobilismo

Non sorprende l’appello di Giuseppe Conte affinché M5S e Pd si presentino insieme alle elezioni amministrative: del resto, cos’altro potrebbe suggerire?

Non sorprende l’appello di Giuseppe Conte affinché M5S e Pd si presentino insieme alle elezioni amministrative: del resto, cos’altro potrebbe suggerire? Allo stesso modo è inevitabile che Matteo Salvini bocci l’ipotesi di un nuovo governo preconizzato da Silvio Berlusconi e insista invece su elezioni anticipate in caso di crisi. Anche lui: cos’altro potrebbe sostenere? Il copione della politica italiana procede nel modo usuale: l’eterna ripetizione del sempre uguale. Vale anche per il Piano da presentare – ultimi della lista e fuori tempo massimo – alla Ue per ottenerne gli stanziamenti: molte promesse, unite all’incertezza sulle capacità di realizzazione.

Il sempre uguale produce il continuo rinvio delle decisioni. Il ralenti che rasenta l’immobilismo è figlio della mancanza della cosa più importante in politica: la capacità di progettare. A sua volta, prodotto di una ineluttabile coazione a vedere solo l’immediato che impedisce di usare il mastice dell’alleanza. Se ognuno pensa per se’ e fa prevalere il singolo interesse, nessuna intesa diventa possibile. Tranne quella posticcia della propaganda.

Dunque il sempre uguale non è una condanna: piuttosto una scelta. Vale per l’attuale maggioranza, nata sull’abbrivio di uno stato di necessità: fermare l’avanzata del Capitano e dei suoi pieni poteri. Il salto da necessità a progettualità non c’è stato e adesso la mobilitazione contro il Nemico che nel frattempo si è fin troppo indebolito, appare stonata. Il risultato è che l’alleanza Pd-M5S risulta priva del collante programmatico: insieme per fare cosa? Il nocciolo duro di incomprensioni che avvinghia la coalizione (?) al centro, si dipana come un inarrestabile morbo in periferia. Confondendo cittadini già frastornati da leadership regionali che non si riconoscono nelle dinamiche nazionali. Bel guazzabuglio. Che poi è la cifra anche del centrodestra. Salvini insegue il sogno delle elezioni perché le distanze con Forza Italia sull’Europa sono incolmabili e la competition con Fratelli d’Italia è diventata strutturale. Come pure la Meloni e il Cav rimangono prigionieri della necessità di coltivare il loro orticello, grande o piccolo che sia. Ma lo schieramento che è maggioranza nei sondaggi come si comporterebbe una volta conquistato il potere? Che visione del Paese è in grado di proporre? Il sempre uguale si scontra con la realtà del nuovo mondo prodotto dal Covid.

La distanza tra ciò che servirebbe e quello che viene sciorinato dal Palazzo e dintorni cresce. Non proprio un buon segno.

Editoriale del Direttore 27 Jun 2020 07:28 CEST

Il patchwork di un Paese senza bussola

Mondragone, la scuola, la bocciatura al taglio dei vitalizi e la crisi di credibilità del Csm metafora della maionese impazzita che è l’Italia

Prendiamo Mondragone, coi bulgari “untori” e gli italiani “salutisti”. Mischiamoci la scuola, con la ministra Azzolina e «tante scelte che non sono colpa mia». Aggiungiamoci la bocciatura al taglio dei vitalizi degli ex parlamentari. Sono tre istantanee solo superficialmente scollegate ma che al contrario rappresentano la più calzante metafora della maionese impazzita che è l’Italia. Un Paese che sembra procedere privo di una bussola che indichi una precisa direzione strategica, che è preda di malmostosità, rabbia e scatti “di pancia” ai quali la classe dirigente, politica e no, non solo non è capace di rispondere me spesso neppure di comprendere. Aggiungiamoci lo strapiombo di credibilità in cui è precipitata la magistratura dopo lo scandalo Csm e il quadro si precisa: dire a tinte fosche, è il minimo.

In questa cornice il premier Conte – per la scuola e gli altri dossier su cui ciclicamente Zingaretti chiede di accelerare – reclama invece «dateci tempo». Il fisico Carlo Rovelli replicherebbe che il tempo è una astrazione. Gli italiani, più concretamente, che il tempo, chi ce l’ha, non lo deve aspettare. Vale anche per il centrodestra che sta sulla riva del fiume ad attendere – chissà quanto realisticamente – il suicidio della maggioranza. Così riprende corpo lo sport preferito dal Palazzo: la campagna elettorale permanente. Si farà sotto gli ombrelloni, al Papetee o simili per votare a settembre su regionali, comunali e referendum sul taglio dei parlamentari: altro patchwork utilissimo a vieppiù confondere le idee agli elettori.

Il leader Pd lamenta che nel fronte opposto trovare l’unità sulle candidature è facile, mentre dalla sua parte è complicatissimo. Non è così, anche a destra è stato un rompicapo mica male. Tuttavia è vero che nella coalizione M5S-Pd- Iv e Leu il mastice unitario è inesistente. La ragione è nota: è stata messa su una maggioranza raccoglieticcia in virtù di un coup de theatre di Matteo Renzi. Ma governare i territori e a maggior ragione lo Stato è improbo se ognuno marcia in direzione propria, ostinata e contraria a quella dei partner. Il paradosso è che prigionieri come siamo della dittatura del presente, i partiti non trovano di meglio che interrogarsi sul 2022, quando bisognerà eleggere il nuovo capo dello Stato. Concentrarsi sull’autunno alle porte, sarebbe più utile.