Commenti 25 Mar 2021 17:17 CET

Presa diretta va in replica e fa il “processo-bis” in Tv. Ma Iacona ha mai parlato con un innocente finito in galera?

La trasmissione Rai ripropone l’inchiesta di Gratteri Rinascita-Scott a processo ancora aperto. Nessuno in Rai si è accorto della gravità?

La Rai ha rimandato in onda nel pomeriggio di sabato scorso la trasmissione “Presa diretta” che già il lunedì precedente aveva puntato i riflettori sull’inchiesta “Rinascita Scott”. È l’ultima manifestazione di arroganza di un potere mediatico giudiziario che (ignorando le perplessità sollevate da Il Dubbio prima di ogni altro e poi da altri) ha dimostrato di disporre di una straordinaria potenza di fuoco utilizzando uno schema di attacco efficace ma vecchio come il cucco: chi critica la trasmissione è contro il giornalismo d’inchiesta, chiunque muova rilievi ai Pm impegnati in Rinascita Scott, se mafioso non è poco ci manca. Il rischio è cadere nella trappola ed accettare un tale schema di gioco. Alla provocazioni bisogna rispondere con la forza dei fatti. Per esempio: è vero o non è vero che nella precedente puntata di “Presa diretta” , dedicata all’ inchiesta “New Bridge”, sono stati presentati come delinquenti persone che sono stati assolti da ogni accusa e come ‘ndranghetisti alcuni indagati che i giudici – ribadiamo i giudici – hanno stabilito che tali non sono? Come è potuto succedere?

C’è una sola spiegazione, “Presa diretta” ha utilizzato come unico punto di osservazione dei fatti la procura della Repubblica. Lo aveva fatto in “New Bridge”, l’ha riproposto in “Rinascita Scott”. Se il grande giornalismo d’inchiesta avesse utilizzato la stessa postazione, Peppino Impastato sarebbe ricordato come un folle estremista intento a mettere bombe sui binari, la storia di Giuliano sarebbe stata quella d’un bandito ucciso in un conflitto a fuoco con i carabinieri e l’anarchico Pinelli sarebbe passato alla storia come un complice degli autori (?) della strage di Piazza Fontana.

 

Infine un giornalismo d’inchiesta qualche domanda sul perché la Calabria sia in assoluto la prima regione d’Italia (e Catanzaro la prima città) per fondi destinati alle vittime di ingiusta detenzione l’avrebbe pur posta. Invece niente di tutto questo. Ed il perché lo spiega il procuratore capo di Catanzaro : “siamo in guerra” e quindi “Presa diretta” si comporta come un bollettino dal fronte di battaglia. Le telecamere fanno vedere cadaveri di morti ammazzati, testimonianze di persone intimidite dai mafiosi o il volto sofferente delle vittime di usura.

Tutte cose vere e tutte cose da far vedere. Anzi i crimini sono molti di più e molto più gravi di quanto Presa diretta non abbia detto o fatto intendere. Aggiungiamo che molto spesso i responsabili dei crimini più efferati non vengono individuati e lo “Stato” (ed i corrispondenti dal “fronte” ) farebbero bene a domandarsi il perché.

 

Quello che è comunque certo è che non si onorano le vittime di mafia aggiungendo ad esse le vittime della “giustizia”. Non avranno conforto le madri, i bambini, le mogli delle vittime di mafia se altre madri o altri bambini piangeranno senza colpa per i loro cari buttati nelle carceri da innocenti. Non ha bambini Gian Luca Callipo, ex sindaco di Pizzo, arrestato in Rinascita Scott e che, secondo la Cassazione, non andava arrestato?

Non ha figli l’ex sindaco di Marina di Gioiosa tenuto 5 anni in carcere e riconosciuto innocente? Un sano giornalismo di inchiesta darebbe certamente spazio (e tanto) alle vittime di mafia ma anche (almeno altrettanto) a coloro che sono stati stritolati dalla giustizia sommaria. E sono tanti.

 

Ma anche se fosse stata una sola persona ad avere la vita spezzata dalla “giustizia” che ha bisogno di grandi numeri per avere spazio sui media, non è accettabile, e non è umano, che ciò venga accettato senza batter ciglia. Non è compatibile con con la direttiva UE del 2016 che vuole sia garantita nei fatti la presunzione di innocenza. Ed è inquietante che il dottor Gratteri, ancora oggi, su “Famiglia Cristiana” tracci un collegamento tra garantismo e collusione con la ndrangheta. Comprenda il dottor Gratteri: non ci sentiamo secondi a nessuno nella lotta contro la mafia ma senza mai prescindere dalla verità. E dire la verità non significa attaccare questo o quel magistrato (tutt’altro) ma solo impegnarsi affinché la Calabria resti in Europa e sia una Regione italiana tutelata dalla Costituzione e non una terra “all’ovest del Pecos” in cui vige la “Legge dei sette capestri”.

Commenti & Analisi 3 Mar 2021 10:34 CET

Il M5S sostiene il governo, gli espulsi no. Ma allora perché vogliono rientrare?

Contraddizioni 5 Stelle

Avevano promesso una battaglia legale all’ultimo sangue e così è stato. I senatori grillini espulsi per non aver votato la fiducia a Mario Draghi ricorrono per essere reintegrati nel Movimento 5 Stelle.

«Annullare, previa sospensione, i provvedimenti impugnati» recita l’istanza presentata da alcuni parlamentari alla Commissione Contenziosa del Senato secondo cui i cartellini rossi violano non solo il regolamento dell’Aula d’appartenenza ma anche la Costituzione. Perché «quando il parlamentare si trova al cospetto di una questione di coscienza (come potrebbe essere, ad esempio, il votare a favore o contro un nuovo esecutivo chiedendosi se lo stesso rispecchia la volontà dei propri elettori…) dovrà sempre ricercare un punto di equilibrio (o di mediazione) tra la propria coscienza (ergo le proprie decisioni) e il volere dei cittadini che rappresenta». Giusto, sacrosanto.

Peccato che il ricorso presenti più di una contraddizione. La prima riguarda semplicemente la coerenza di chi ha sempre contestato la libertà di coscienza riconosciuta dalla Carta a vantaggio del vincolo di mandato. Viene dunque da chiedersi in che partito abbiano militato fino a ieri questi grillini espulsi. E la seconda afferisce invece a una sfera squisitamente politica: perché, dopo aver negato la fiducia a Draghi, fare di tutto per rientrare in un’organizzazione pienamente inserita nella maggioranza di governo? Sono venute meno le motivazioni dell’opposizione all’ex presidente della Bce o è solo una questione di principio?

E infine, perché chiedere di essere riammessi per vie legali all’interno di una comunità che comunque non vuole più condividere con te un percorso politico? La frustrazione di chi, dopo anni di militanza, si è trovato fuori dalla porta è comprensibile, ma un partito non è un’azienda, non è un posto di lavoro come gli altri, per essere reintegrati bisogna condividere un orizzonte, un progetto. E chi ha scelto legittimamente di non abbracciare Draghi, Berlusconi, Renzi e Salvini in nome dell’emergenza nazionale, come può desiderare di convivere con chi quell’abbraccio lo ha voluto?

 

A proposito del Parlamento, del prossimo referendum e della libertà politica…

Conversazione con Lorenzo Infantino: «Ridurre le spese della politica? Terracini spiegava che l’economia di spesa non deve mai essere realizzata a danno della più ampia rappresentanza dei cittadini»

Lorenzo Infantino è professore di Filosofia delle Scienze Sociali alla Luiss Guido Carli di Roma. Fra le sue numerose opere, il volume dedicato all’analisi del potere politico, pubblicato in italiano dall’Editore Rubbettino e in inglese dalla Palgrave Macmillan. In vista del prossimo Referendum sulla riduzione del numero dei parlamentari, gli abbiamo posto alcune domande.

Professore, siamo quasi alla vigilia di un Referendum costituzionale sulla legge che riduce di un terzo il numero dei nostri rappresentanti in Parlamento. In via generale, che ne pensa?

Credo che molti di noi siano nelle condizioni di quegli eredi che non conoscono le ragioni del benessere di cui usufruiscono, prodotto del lavoro di coloro che li hanno preceduti. Nel caso che ci riguarda, non si tratta solamente di benessere, quanto soprattutto di libertà. Le istituzioni parlamentari sono il risultato di un processo storico, in cui generazioni di uomini hanno dovuto lottare strenuamente, contro forze che tendevano a rendere illimitato il potere dell’uomo sull’uomo. Mi soffermo solamente sul momento germinale. Quando Giovanni Senzaterra fu costretto a concedere la Magna Charta, il Papa dell’epoca, Innocenzo III, vide in quel documento qualcosa di «vergognoso e turpe», di «illecito e iniquo». Si spinse ad asserire: «noi fermamente rigettiamo e condanniamo tale accordo e, sotto minaccia di scomunica, ordiniamo che il re non osi osservarlo e che i baroni e i loro complici non richiedano che sia osservato». E giunse a dichiarare «nulla e priva di validità per sempre» la Charta, «con tutti i suoi impegni e le sue garanzie». Ecco: prima di invocare o proporre la riduzione del numero dei nostri rappresentanti, sarebbe opportuno ripercorrere qualche tappa della lunga vicenda storica che ha portato alla nascita delle istituzioni parlamentari.

Non mi è difficile sottoscrivere quanto lei sostiene. Ma il nostro è il Paese in cui il capo del governo si è autodefinito «avvocato del popolo». Come giudica tutto ciò?

Devo pensare che quella autodefinizione sia stata il frutto di un incontrollato momento di euforia. Ciò che quell’espressione evoca non è molto confortante, né commendevole. Ogni giurista sa che i soli rappresentanti del popolo sono coloro che siedono in Parlamento. Essi varcano la soglia delle aule parlamentari, perché sono scelti da noi. E hanno il prioritario compito di controllare l’opera dell’esecutivo. È questo un punto che non ammette equivoci. Se le decisioni parlamentari non soddisfano le nostre preferenze, o troviamo motivo per dolerci del comportamento di qualche nostro rappresentante, non dobbiamo mai dimenticare che quell’uomo o quella donna sono stati scelti da noi e che, al momento giusto, possiamo revocare loro il nostro consenso. Dobbiamo poi chiederci quale sarebbe la nostra condizione in un Paese privo di Parlamento o con un Parlamento ridotto a un pallido fantasma di quello che dovrebbe essere. Purtroppo, a partire dalla fine della cosiddetta prima Repubblica, l’istituzione rappresentativa per eccellenza ha subito una continua aggressione, portata avanti con attacchi diretti e indiretti. Al che si è aggiunta l’incapacità di chi ne aveva il compito di far comprendere che il Parlamento è l’unica istituzione attraverso cui i cittadini possono esercitare appieno la loro sovranità. Nei suoi Souvenirs, scritti parzialmente in Italia, Alexis de Tocqueville ha raccontato le vicende che si sono svolte a Parigi nel 1848 e che hanno condotto alla caduta della Monarchia di luglio. Alcuni suoi amici si preoccupavano di costituire un qualche potere andando al Ministero degli Interni. Tocqueville si preoccupava invece di difendere la Camera dei deputati, si proponeva cioè di sconfiggere l’avventurismo politico attraverso le istituzioni della democrazia liberale. Tocqueville potrebbe insegnarci molte cose.

La legge che “amputa” il numero dei nostri rappresentanti in Parlamento viene giustificata con l’esigenza di ridurre le spese della politica e di accrescere l’efficienza delle Camere. Le sembrano delle ragioni convincenti?

Come sa, è stato di recente riportato alla luce l’intervento tenuto alla Costituente da Umberto Terracini. Non possiamo che condividerne il contenuto. Terracini spiegava che l’economia di spesa non deve mai essere realizzata a danno della più ampia rappresentanza dei cittadini. Ci sono sempre altri capitoli del bilancio pubblico su cui si può intervenire. Per chi ha a cuore la causa della democrazia liberale, la questione è semplice: non possiamo stabilire un prezzo per la nostra libertà, perché essa è la prima condizione della nostra vita. Sono perciò costretto a tornare a Tocqueville, il quale ci ha rammenta-to che «chi nella libertà cerca qualcosa che non sia la stessa libertà è nato per servire». E non solo. Se anche potessimo prescindere da tutto ciò, e non possiamo, l’economia di spesa che potrebbe essere realizzata tramite la riduzione del numero dei parlamentari è, rispetto all’ammontare totale della spesa pubblica, del tutto risibile. E lo è anche rispetto a tutti gli sprechi a cui quotidianamente assistiamo.

Dimentica il problema dell’efficienza dei lavori parlamentari? È purtroppo opinione comune quanto errata che il Parlamento migliore sia quello che produce di più. Possiamo considerare le istituzioni parlamentari come se fossero una catena di montaggio?

No. Non ho dimenticato di rispondere alla sua domanda. Ma il problema merita un suo specifico approfondimento. Non ha alcun senso misurare l’efficienza del Parlamento in base al numero delle leggi o degli atti approvati. L’idea che ciò possa essere fatto cammina parallelamente al convincimento che la politica, per essere tale, debba continuamente interferire con la vita dei cittadini. Di qui la necessità di una sempre maggiore produzione legislativa. Lei ha scritto un libro, L’ideologia italiana (Liberilibri Editore), in cui spiega come le forze politiche italiane (non importa di quale schieramento) siano in prevalenza orientate verso tale obiettivo. Data tale premessa, è facile giungere alla conclusione che ogni intasamento legislativo debba essere assunto come indice della crisi della democrazia parlamentare. È un fenomeno di cui si parla sin dalla fine dell’Ottocento. Ma la diagnosi è completamente errata, perché la premessa è falsa. La crisi non discende dalla natura delle istituzioni parlamentari. È invece il puntuale portato dell’ideologia interventistica. E ha delle gravissime conseguenze sul piano strettamente economico. Il che richiederebbe un discorso a parte.

Sì, certo. Tuttavia, per limitarci all’aspetto politico del problema, significa che l’interventismo “normativo”, che è il presupposto dell’interventismo economico, altera la natura delle istituzioni parlamentari? Già in un mio saggio del 1977 vedevo nel Parlamento il “grande Amministratore”. La situazione, oggi, è pure peggiore.

Quando il Parlamento diviene il luogo in cui devono essere quotidianamente soddisfatte le richieste di clientele politiche, non è più la volontà della maggioranza a determinare cosa debba fare il governo. Accade invece che, per mettere insieme una maggioranza, il governo sia costretto a soddisfare ogni tipo di interesse particolare. È la pratica del cosiddetto logrolling, in cui ciascun gruppo, per ottenere il consenso necessario all’approvazione di ciò che chiede, vota a favore delle proposte degli altri. In tale situazione, il Parlamento rinuncia alla sua funzione di controllo; e si trasforma in una mera “stanza di compensazione”. Di qui l’affermazione di una «democrazia illimitata», che è di necessità una «democrazia in deficit», inevitabilmente accompagnata da tutti i fenomeni degenerativi connessi alla commistione fra “favori” e politica. È un fenomeno su cui già Aristotele si soffermava. Vedeva nell’elargizione delle “protezioni” politiche un «vaso senza fondo», cioè a dire una strada senza ritorno.

Vuole dire che il “Parlamento amputato”, così mi piace chiamarlo, aggraverà la situazione in cui ci troviamo? Un risultato autolesionistico!

Non c’è dubbio. Sarà obbediente alla volontà del governo e renderà più facile la commistione fra “favori” e politica. Abbiamo sempre l’obbligo di comprendere quali possano essere le conseguenze di ogni iniziativa. Non possiamo fermarci alle parole o alle frasi con cui i provvedimenti vengono presentati o giustificati. L’ «amputazione» del Parlamento produce esiti esattamente opposti a quelli programmati. E forse tali esiti sono quelli che realmente si vogliono perseguire.

Proprio con riferimento ai fenomeni degenerativi, si dice spesso che, per migliorare la qualità del personale politico, sarebbe necessario ricorrere ad altri metodi, persino alla scelta per sorteggio? Li crede praticabili per il Parlamento? Io ritengo di no. L’estrazione a sorte, se ben congegnata, mi sembra invece l’ideale per il Consiglio Superiore della Magistratura.

Se il problema è la commistione fra “favori” e politica, scegliere per sorteggio i nostri rappresentanti non può essere la soluzione. Anzi, la consapevolezza di dover rimanere in carica per un periodo di tempo molto circoscritto è oggettivamente una spinta a “massimizzare” i vantaggi personali; il che compromette ulteriormente la “causa” della politica. Rinunciare a qualunque selezione, perché quella in atto non soddisfa le nostre esigenze, costituisce un arretramento che colpisce la nostra stessa libertà di scelta. In tutte le cose della vita, il dilettantismo non giova a nulla. Come Max Weber ci ha insegnato, la politica è una professione, che richiede un lungo apprendistato. Lo stesso Weber riteneva che l’uomo politico deve avere tre qualità «sommamente decisive» : la passione, il senso di responsabilità e la lungimiranza. Condannava la «demagogia incompetente», spesso posta in essere da impresari della menzogna. E comprendeva che l’elemento tragico è presente in ogni attività umana, soprattutto nella politica; le vicende storiche di ogni tempo ne sono testimonianza.

Torno più direttamente all’argomento principale della nostra conversazione. Oltre a restringere la spazio destinato all’esercizio della sovranità, la riduzione dei parlamentari altera pericolosamente l’equilibrio fra gli organi costituzionali. Che ne pensa?

Non posso che concordare. Il fatto è che sovente non ci rendiamo conto della complessità degli equilibri istituzionali. Recidiamo i legami che una cosa ha con l’altra o, più esattamente, con le altre. E procediamo ciecamente verso il baratro. È l’ingenua e pericolosa idea che le istituzioni possano essere arbitrariamente manomesse, senza doverne poi subire tutte le conseguenze. O, se vuole, è il semplicismo di cui si nutre ogni forma di demagogia.

Le pongo una domanda conclusiva. Voteremo sul Referendum senza sapere con quale sistema eleggeremo le future camere. Mi spaventa l’idea di una legge elettorale proporzionale con soglia di sbarramento e liste bloccate, soprattutto. Sarebbe un colpo di grazia alla democrazia rappresentativa. Avremmo un Parlamento amputato e autocratico!

È un aspetto del problema su cui ci siamo poc’anzi soffermati. La realtà istituzionale è complessa. E la partita in gioco è assai rilevante. Non siamo nella stanza dei balocchi. Gli esiti delle nostre azioni possono essere irreparabili. Nessuno può convincerci che il restringimento della partecipazione dei cittadini alla vita politica ( magari aggravato, spero di no, dall’impossibilità di scegliere liberamente i rappresenti singulatim, persona per persona, anziché per blocchi prederminati dai partiti) possa costituire un vantaggio per la democrazia. Un nonsense del genere può diventare verità solo in un universo come quello descritto da George Orwell.

La ringrazio per aver voluto contribuire a chiarire il significato e le conseguenze del voto.

R. Sono io a dover ringraziare lei. Non amo parlare fuori dalle aule universitarie. Ma questo è un momento in cui siamo tutti chiamati a mobilitare la nostra passione civile. Come ben sappiamo, le istituzioni resistono solo nella misura in cui riusciamo a difenderle.

 

Il Libro 29 Jul 2020 13:30 CEST

Il “Buongoverno” di Cassese per un’Italia rigenerata

Prolifico, tumultuoso, giurista sapiente che non fa sconti a nessuno. Nel libro del costituzionalista i guai di un un paese che sembra tutto un quiz

“Il buon governo. L’età dei doveri” di Sabino Cassese, L’Italia? È tutta un quiz

Sabino Cassese è un uomo fortunato. Nella sua bottega artigiana lavora dall’alba a notte fonda senza risparmio di energie. Eppure, beato lui, non avverte stanchezza. Perché si diverte lavorando. Al punto da dedicare pochissimo tempo ai pasti e al sonno perché sottrarrebbe ore al suo hobby. E che hobby! Novello Carlo V, sul suo impero di carta non tramonta mai il sole. Fa impeccabili articoli di fondo sul Corriere. Scrive di continuo recensioni sul Sole 24 Ore, a condizione che si tratti di ponderosi volumi di 500 e passa pagine e scritti preferibilmente in una delle tante lingue che conosce a menadito. Si fa le domande e si dà le risposte sul Foglio di Cerasa. E guarda con compatimento chi sostiene che anche Gigi Marzullo, nel suo piccolo, fa lo stesso. Perché, noblesse oblige, Cassese s’ispira ai grandi esempi del passato. A cominciare da Tommaso Moro, e giù giù per li rami. Altro che Marzullo.

Manco a dirlo, è concupito dai principali quotidiani nazionali, che lo intervistano di continuo. E lui signorilmente non dice di no. Così com’è gradito ospite in svariate trasmissioni televisive. E qui sbaglia, come gli obietterebbe Giovanni Sartori. Che però, alla scuola di padre Zappata, predicava bene e razzolava male. Perfino lui non si negava alla Tv. Sbaglia perché il telespettatore, l’homo videns di sartoriana memoria, ti guarda ma non ti ascolta. E siccome Cassese ha sempre qualcosa d’interessante da dire, anche perché non ha peli sulla lingua e nessun riguardo per nessuno, farebbe bene a utilizzare semmai la radio, che dal passato si proietta verso il futuro.

Come tutte le strade portano a Roma, così tutti gli articoli di giornale per Cassese sono pensati come prototipi di libri. Degli spunti, delle anticipazioni. Come per l’appunto è questo suo Il buon governo. L’età dei doveri, edito da Mondadori come il suo precedente saggio su La democrazia e i suoi limiti, impreziosito da una succosa introduzione. Gli undici capitoli che comprendono il volume riprendono i “dialoghi” pubblicati sul Foglio. Ma riveduti e qua e là aggiornati. A differenza degli articoli, i libri sono creature che ti crescono tra le mani giorno dopo giorno. E dopo che li hai dati alle stampe, quasi quasi un po’ ti dispiace. Perché si distaccano da te e non ti fanno più compagnia. Così la pensava anche Giovanni Spadolini, che ai tempi del sequestro Moro i suoi amici per burla lo immaginavano adirato per il fatto che Moro inviava lettere. «Ma che lettere e lettere. Libri si scrivono, libri perdio!» . Diciamocela tutta: l’eminente storico fiorentino, direttore del Corriere, senatore e presidente di Palazzo Madama, due volte presidente del Consiglio si prestava a qualche affettuosa corbellatura.

Si diceva dei capitoli. Abbracciano temi di stringente attualità. Come i sovranisti e la globalizzazione, il giorno e la notte. Come lo Stato che ritorna protagonista dopo l’eclissi. Come l’Europa. Come la Costituzione, con le sue luci e le sue ombre. Come le tante facce della democrazia. Come le nostre istituzioni dai tanti centri di potere. Come un governo dai molti volti. Come l’eterogenesi dei fini rappresentata da una voglia di democrazia diretta che si risolve nella ricerca dell’uomo forte. Come una cosiddetta società civile che non è né meglio né peggio della classe politica ma ne è lo specchio fedele. E questo è il guaio.

Illustre cattedratico, ministro nel governo Ciampi, giudice della Corte costituzionale, Cassese carduccianamente scrive scrive e ha molte altre virtù. Non è un giovincello. Ma, abituato a stare tra i giovani nelle prestigiose Università italiane e straniere nelle quali ha insegnato diritto amministrativo e dintorni e dove torna spesso con cicli di lezioni, conferenze e seminari, non ha la mentalità dei vecchi che concludono immancabilmente il loro dire con il ciceroniano tempora o mores. Né rimpiange il mondo di ieri, per usare il titolo del famoso libro di Stephan Zweig. No, piuttosto si direbbe che scimmiotti i celeberrimi “Sì ma…” di Ugo La Malfa.

Sì, osserva Cassese, le cose nel Belpaese non vanno al meglio. Un po’ in tutti i campi. Però c’è un misericordioso “ma” che tende a riequilibrare le cose. E che spiega la ragione per la quale nonostante tutto l’Italia, come il calabrone, non stramazzi al suolo. Dino Cofrancesco ha la sua brava spiegazione. Sostiene che l’Italia ha bisogno di eccellenze, e a volte addirittura di eroi, per bilanciare la fossa delle Marianne rappresentata dai tanti sciamannati che disonorano la Nazione con la loro pochezza. Come la vita per Renzo Arbore, così per Cassese l’Italia è tutta un quiz. Tra bassi e alti. Fanalino di coda quanto a numero di laureati, eppure tanti nostri laureati sono apprezzati fuori dai confini nazionali. A governanti famosi (si fa per dire) per abbracciare la tecnica del rinvio se ne contrappongono altri esperti nell’arte del comando. Le nostre infrastrutture lasciano parecchio a desiderare, eppure in appena otto anni è stata completata l’Autostrada del Sole.

Le istituzioni, si capisce, hanno le loro responsabilità. Cassese ne enumera cinque. Le decisioni fondate sulla forza del dibattito sono state sostituite con quelle fondate sulla forza dei numeri. Assistiamo a una nuova concentrazione di poteri. Il Parlamento conta sempre meno. Maiora premunt e le cose importanti sono rinviate sine die. Infine, mancano organi di correzione delle politiche governative. L’amministrazione, poi, costa e produce poco. E la nostra economia procede come i gamberi. Quando si parla di un libro di Cassese è buona regola astenersi dal qualificarlo il più recente. Perché può capitare che, spedita la recensione, si passi in libreria e si scopra che è immancabilmente il penultimo. E già, perché nella bottega artigiana di Cassese fervet opus. Ogni giorno che Domineddio manda in terra. Sennò il Professore non si diverte. Meno male. Perché in un’Italia sottosopra e smarrita c’è bisogno di autorevoli punti di riferimento come il suo. Al di sopra della mischia, non fa sconti a nessuno. Ma con una eleganza, una olimpica compostezza e una sapienza giuridica che ricordano Massimo Severo Giannini, il suo Maestro.