Avvocatura 22 Mar 2021 18:49 CET

Esonero contributivo, agevolazioni fiscali: le voci (flebili) di un Dl Sostegni che non basta ai professionisti

Dalla relazione tecnica, la stima del maggior impatto assicurato allo sconto previdenziale grazie all’incremento del fondo (portato a 2,5 miliardi). Definizione agevolata per le dichiarazioni irregolari del 2017 e del 2018. Ma resta l’amarezza per il mini ristoro da 1.000 euro. E la necessità di un cambio di passo sui diritti

Forse il nodo è la semantica. E quell’espressione: “Ristori”. Che il nome ufficiale del “decreto Sostegni” non riesce a oscurare. Perché definire ristoro il contributo a fondo perduto in arrivo per i professionisti non è ingeneroso: è assurdo. Si tratta di un indennizzo che, nella stragrande maggioranza dei casi, resterà inchiodato sulla quota minima prevista dal provvedimento: 1.000 euro. Al massimo sarà superiore di qualche centinaio di euro. Di fatto, una riedizione dei bonus 2020.

Il che di per sé non sarebbe un’offesa. Anche se l’Associazione giovani avvocati, prontissima nel cogliere l’effettiva dimensione del contributo, vi legge anche un filo di provocazione: «Siamo molto delusi. Al di là di tanti giri di parole», ha detto Antonio De Angelis, presidente dell’Aiga, nella nota di sabato scorso, «il contributo è infatti pari al 5% della perdita di fatturato tra il 2019 e il 2020. A buona parte dei liberi professionisti, e in particolare degli avvocati, arriverà un contributo di mille euro, il minimo previsto. Più che il decreto Sostegni questo è il decreto briciole». E l’Aiga, avverte De Angelis, «è pronta a intraprendere forti iniziative di protesta».

Certo sarebbe grave se il davvero modesto trasferimento in arrivo (non per tutti gli avvocati) fosse “venduto” dal governo come una tantum da “farsi bastare”. E vale a poco notare che meno di un anno fa, col, decreto Rilancio, le categorie ordinistiche furono escluse dal primo “fondo perduto”, e discriminate così rispetto a tutte le altre partite Iva. Un bonus appena appena meno esile non può certo essere considerato risolutivo rispetto alla crisi causata dal covid.

Agevolazioni fiscali minime, sconto previdenziale appena esteso

Ecco: il nodo è tutto politico. Chi come il centrodestra ha spinto molto già quando era ancora in carica Giuseppe Conte affinché il finanziamento arrivasse anche per avvocati, architetti e ingegneri, non potrà considerare assolta la propria missione. Né potrà bastare la minima attenzione prevista per le partite Iva sul fronte fiscale, vale a dire la possibilità di definire in via agevolata le somme dovute per dichiarazioni irregolari sugli anni d’imposta 2017 e 2018 (consentita sempre se nel 2020 c’è un calo di fatturato del 30% rispetto all’anno precedente).

Da valutare forse con maggiore interesse l’incremento del fondo per l’esonero contributivo da 1 a 2,5 miliardi (di cui si riferisce più approfonditamente in altro sevizio, ndr). Secondo la relazione tecnica del Dl Sostegni, in tal modo lo sconto previdenziale dovrebbe riguardare circa 330mila liberi professionisti, vale a dire il 35% degli iscritti agli enti di diritto privato come, nel caso degli avvocati, Cassa forense, i quali nel 2019 abbiano fatto registrare un reddito non superiore a 50mila euro. La soglia è considerata primo requisito per l’accesso alla misura: l’altro è il calo reddituale del 33% rispetto al 2019.

Si tratta in ogni caso di toppe. Di rimedi temporanei, in alcuni casi marginalissimi, in altri un po’ più generosi ma non strutturali.

Risorse non sufficienti per il Dl Sostegni? Restituite almeno efficienza e diritti

La morale della favola non può che essere dunque un’altra. Innanzitutto, i professionisti non devono essere discriminati dalle altre partite Iva non solo per una questione di principio ma perché è bene che chi governa dismetta il pregiudizio accecante secondo cui la libera professione consisterebbe in una cerchia di fortunati in grado di cavarsela benissimo da soli. Giusto dunque pretendere che cambi almeno l’atteggiamento, e in questo senso, almeno in questo senso, persino il piccolissimo trasferimento di risorse previsto nel “fondo perduto” è una traccia.

Ma alla prima parte del discorso se ne deve aggiungere un’altra. Se l’esperienza dell’ultimo decreto lascia comprendere quanto sia difficile redistribuire risorse, la vera novità deve riguardare altre due prospettive: la leva fiscale e l’organizzazione. Nel caso degli avvocati vuol dire modernizzare le infrastrutture digitali degli uffici giudiziari. Ma anche valorizzare le competenze, ad esempio con un maggior peso alle soluzioni alternative delle controversie e con un nuovo ruolo delle camere arbitrali, magari in modo da smaltire l’arretrato. E ancora, attenzione ai professionisti vuol dire priorità ai diritti: il ddl sullo stato di malattia è ora incagliato a Palazzo Madama perché secondo la Ragioneria dello Stato servono almeno 300 milioni euro per coprire i ritardati introiti che ne deriverebbero per l’erario.

Dalla delusione al chiarimento

Ecco, lì si tratta di attenzione e dignità: con 300 milioni o forse poco più si assicura il diritto a non dover correre in tribunale quando si è in cattive condizioni di salute, a non doversi preoccupare di istruire un collega che ti sostituisca perché si è ricoverati o prossime al parto. Attenzione significa dignità, parità di diritti con le altre categorie di lavoratori, fine del pregiudizio sui privilegiati che se la cavano. Se l’amarezza per quei mille euro previsti nel decreto Sostegni si trasformerà interlocuzione politica, forse la “beffa” non sarà arrivata invano.

Giustizia 19 Mar 2021 16:41 CET

Dl Sostegni, il calcolo dell’importo per gli avvocati – AGGIORNATO

Via libera al Dl Sostegni in Cdm: restituito il 60% della perdita mensile media subita nel 2020 rispetto all’anno precedente. Nel caso della professione forense, scatterà per la gran parte degli interessati l’importo minimo di 1.000 euro. Il riferimento al fatturato sembra favorire le imprese (anche piccole) rispetto ai professionisti

Dopo tanti provvedimenti di “ristoro” degli operatori economici danneggiati dalla crisi del Covid-19 (ben quattro, assemblati però con la legge 176/2020, di conversione del decreto 137/2020), il decreto legge Sostegni, varato ieri in Consiglio dei ministri, prova ad offrire, anche per i professionisti e dunque per gli avvocati, una minima copertura della riduzione del fatturato sofferta per la pandemia. Si tratta però di importi contenuti, che almeno nel caso della professione forense dovrebbero attestarsi, prevalentemente, sulla soglia minima prevista, pari a 1.000 euro.

Precisato che l’esame parlamentare del decreto potrebbe modificare anche significativamente la misura, l’articolo 1 consentirebbe agli avvocati (così come a tutti i titolari di partita Iva), di ottenere un importo a copertura (molto) parziale delle perdite subite, se nel corso del 2020 hanno registrato una riduzione di almeno il 30% del fatturato medio mensile rispetto al 2019, che va però calcolato considerando la data di effettuazione delle prestazioni indicata nelle fatture, e non quella di incasso del compenso.

I requisiti e la modalità di calcolo

Se questa condizione del 30% viene rispettata, allora il professionista potrebbe ottenere un contributo la cui dimensione si calcola partendo dalla differenza tra il fatturato medio mensile del 2019 (che deve risultare superiore) e il fatturato medio mensile del 2020 (che deve essere inferiore almeno del 30%).

Infatti si prevede che tale differenza venga rimborsata dallo Stato nella misura del 60% per coloro che hanno avuto ricavi non superiori a 100mila euro (l’anno, si presume, non essendo specificato), del 50% per chi ha avuto tra 100 e 400mila euro di reddito, del 40% tra 400mila e 1 milione, 30% tra 1 e 5 milioni, 20% tra 5 e 10 milioni.

È previsto un tetto massimo di 150mila euro e, appunto, uno minimo di 1.000 euro per il contributo.

Un vantaggio è che il ristoro offerto dallo Stato non costituisce base imponibile, e quindi è un importo al netto della tassazione, come qualsiasi altro risarcimento. Può però essere utilizzato come credito di imposta per compensare le tasse dovute all’erario.

Il Dl Sostegni guarda alle imprese più che ai professionisti

Va detto che questa formulazione iniziale della norma lascia spazio a qualche dubbio interpretativo e anche a qualche critica:
a) la norma non spiega esattamente come calcolare il fatturato medio mensile (es. basta dividere il fatturato annuo per 12?), e non dice che cosa succede se la condizione (calo di almeno il 30%) non è rispettata per uno o più mesi;
b) la norma non sembra considerare l’enorme differenza tra il fatturato generato con la vendita di merci e quella di vendita dei servizi; ad esempio, un ristoro in funzione del calo di fatturato per un benzinaio, il cui volume d’affare è significativo, ma che ha un reddito limitato a pochi punti percentuali del fatturato, si troverebbe ad avere un contributo a fondo perduto (legato al fatturato) di gran lunga maggiore rispetto a quanto sia stata la sua perdita reddituale.

Situazione opposta per i professionisti e in particolare gli avvocati, per i quali la differenza tra redditi e fatturato è in media di circa del 30%.

La simulazione sul fatturato medio degli avvocati

Pur tenendo presenti tutti i dubbi e le incertezze che la norma attualmente presenta, si può tentare di fare una simulazione relativa alla dimensione del contributo, considerando il caso di un avvocato che registri un fatturato pari a quello medio della categoria, ossia 60mila euro l’anno, come risulta dai dati del 2019 forniti da Cassa forense.

Va ribadito che il tenore della norma sembra far riferimento al fatturato, e non al reddito, che in media per gli avvocati è di 40mila euro l’anno.

Ipotizzando che il fatturato medio mensile, quantificato secondo le regole che dovranno sicuramente essere emanate dal ministero dell’Economia, sia stato nel 2019 pari 5.000 euro, e quello del 2020 pari a 3.500 euro (ossia il 30% in meno), allora in questo caso il contributo a fondo perduto sarebbe così ricavabile: data la perdita media mensile di (5.000 – 3.500 =) 1.500 euro, dal momento che il 60% di 1.500 è pari a 900, per una buona parte degli avvocati scatterà l’importo, previsto come minimo dall’articolo 1 del decreto, di 1.000 euro.

Gli scostamenti da tale soglia dovrebbero essere di poche centinaia di euro superiori: si tratterà di quei casi in cui il calo di fatturato nel 2020 è stato ben superiore al 30%, o di quei professionisti che nel 2019 hanno generato fatturati superiori alla media dei 60mila euro indicata da Cassa forense.

Ma appunto, dati e norme alla mano, potrebbe trattarsi solo di alcune centinaia di euro in più.