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Affaire Borsellino, ancora una volta parla chi non sa. Chi sa, non parla

depistaggio borsellino
IL COMMENTO | Qualcuno si darà pena di sollevare i pesanti interrogativi sulle stragi e chiedere conto?
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Una forzatura? Forse. A trent’anni dalle stragi di Capaci e via D’Amelio mi vien da pensare a una sorta di calembour: “Parla chi non sa. Chi sa, non parla”. Tanti intervengono e “spiegano” il “chi”, il “quando”, il “come”, il “perché”: una ridda di “autentiche”, “veridiche” verità che tanti, quasi neppure nati, si sentono in dovere di pro-combere; e noi, che s’era lì, a Capaci e a via D’Amelio e poi a seguire quello che è accaduto poi, si continua ad apprendere nuove storie che finiranno per diventare “storia”. Bisognerebbe avere quella dose di disincanto e cinismo per sorriderne divertiti, ma come si fa? Piuttosto è un moto di indignazione quello che ti assale… Qua e là, “farfalle”. Il neo procuratore nazionale antimafia Giovanni Melillo, per quel che riguarda la strage a via D’Amelio, viene per esempio intervistato dal Corriere della Sera. In questa veste chiede scusa per “tutte le omissioni e gli errori, ma anche per le superficialità e persino le vanità che hanno ostacolato la ricerca della verità”. Si riferisce alle prime indagini.

Si prega di rileggere: “ omissioni” ed “errori”. Da parte di chi? “Le superficialità”. Da parte di chi? “ Persino le vanità”. Da parte di chi? Il dottor Melillo resta nel vago. L’intervistatore non mostra altra curiosità, e dunque queste domande restano senza risposta. “Omissioni”, “errori”,superficialità”,vanità” appartengono a quello che è stato definito dal Pubblico Ministero Stefano Luciano ( nel corso della requisitoria al Borsellino quater) “ il più grande depistaggio della storia recente d’Italia”.

Gli artefici di questo colossale depistaggio vengono indicati nell’allora capo della squadra mobile di Palermo Arnaldo La Barbera e a ruota l’allora capo della procura di Caltanissetta Angelo Tinebra. “Colpevoli” perfetti: la loro “colpa” emerge quando sono defunti, nessuno li può interrogare e loro non si possono difendere. Però ci sono i vivi. Quelli che hanno fatto loro, giudiziariamente, quelle false accuse del falso collaboratore Vincenzo Scarantino, che ha falsamente accusato degli innocenti che hanno scontato anni di galera… Sono usciti di scena, e nessuno si dà pena di spiegare come siano potuti cadere in questo trappolone. A questo punto, val la pena di leggere il passaggio di una recente intervista a Il Venerdì del presidente della Commissione antimafia della regione Sicilia Claudio Fava. Cose gravi, simili a quelle dette dal dottor Melillo. L’intervistatore osserva che tutti i magistrati che indagarono e avallarono la verità posticcia di Scarantino sono usciti di scena. La risposta raggela: “ Sì, tra quei magistrati ci sono stati omissioni e reticenze che non credo fossero figlie di un coinvolgimento diretto quanto piuttosto della incapacità di bloccare un’indagine che era comunque avviata…”.

Omissioni e reticenze. Perbacco! A questo punto, come non andare a scartabellare nella relazione che la Commissione approvata nella seduta n. 55 del 19 dicembre 2018? Si arriva alla pagina 71. La commissione ascolta uno dei magistrati dell’“Affaire”, Carmelo Petralia. Il punto focale è costituito dall’avvertimento (scritto) dei Pm Ilda Boccassini e Roberto Sajeva di andarci coi piedi di piombo, per quello che riguarda Scarantino e le sue “verità”. Petralia obietta: “ Non ricordo di una riunione a cui io abbia partecipato una riunione nella quale si sia discusso della nota Boccassini- Sajeva, questo non lo ricordo, può darsi che ci sia stato… la valutazione… era che non potevamo comunque in quel momento dire, scusatemi abbiamo scherzato ritorniamo completamente indietro…”.

Si prega di rileggere: “Non potevamo in quel momento dire scusatemi abbiamo scherzato…”. Capito? Fava aggiunge: “… Credo che questi magistrati fossero presi dall’ansia da prestazione, probabilmente anche dalla volontà di carriera. Rispondevano alla necessità di chiudere al più presto l’indagine”.

A questo punto si può tornare alla citata relazione. Si riporta un brano della deposizione della dottoressa Ilda Boccassini al processo Borsellino quater: “Sì, ricordo perfettamente questa relazione a firma mia e di Roberto Sajeva, come ricordo perfettamente l’altra relazione prodromica che riguarda… in particolare la situazione di Scarantino… Ci rendemmo conto di quello che aveva detto Scarantino… cioè proprio la sua collaborazione ha determinato la convinzione, almeno in me, di dire: ‘ Siamo di fronte ad una persona che sta raccontando un sacco di fregnacce’, scusate il termine… Quindi, a questo punto, naturalmente, io ne parlai con Tinebra, con gli altri colleghi, dicendo che a mio giudizio andava sospeso tutto, cioè nel senso che dovevamo verificare, fare… fare confronti, avvisare subito Palermo, perché naturalmente c’era il coinvolgimento di tre grossi collaboratori e quindi Palermo doveva essere avvisata. … secondo me, bisognava fare prima luce su Scarantino e dopodiché ricominciare da capo”.

Come sia, c’è quanto basta perché chi di dovere intervenga. Consiglio Superiore della Magistratura? Qualche parlamentare che almeno presenta un’interrogazione per avere lumi? Il 19 luglio prossimo qualcuno si darà pena di sollevare questi pesanti interrogativi e chiederne conto?

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