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Caso Lucano, l’asso della difesa: «Silenziata un’intercettazione»

Mimmo Lucano
Disposta la riapertura dell’istruttoria dibattimentale in appello. I legali depositano una lunga conversazione che «avrebbe potuto cambiare le sorti del processo»
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Quattro intercettazioni trascritte male, una totalmente mancante. E poi, un documento che avrebbe smentito un’ipotesi di peculato e che per il Tribunale di Locri non era stato allegato dalla difesa e che invece era lì, come dimostrato dagli atti depositati alla Corte d’Appello di Reggio Calabria.

Il processo d’appello a Domenico Lucano, ex sindaco di Riace, condannato in primo grado a 13 anni e due mesi per la gestione dell’accoglienza nel piccolo paesino dei bronzi, è partito così, con la riapertura dell’istruttoria dibattimentale, disposta dal collegio presieduto da Giancarlo Bianchi. A chiederlo erano stati i difensori di Lucano, Andrea Daqua e Giuliano Pisapia – con il parere favorevole dei sostituti procuratori generali Adriana Fimiani e Antonio Giuttari -, che hanno depositato anche un parere pro veritate di 50 pagine stilato dal consulente Antonio Milicia. Un documento che contiene la nuova trascrizione delle intercettazioni – compresa quella «silenziata» durante il processo di primo grado – e corredato da un cd con gli audio di quei dialoghi.

La prova più importante è proprio l’intercettazione finora non presa in considerazione, capace, secondo i legali, di «cambiare le sorti del processo». Si tratta di un’ambientale che cattura la conversazione tra Lucano e un funzionario della prefettura, Salvatore Del Giglio, poi divenuto teste dell’accusa nel corso del processo. Una lunga chiacchierata, durante la quale Del Giglio prima avvisa Lucano che «non è improbabile, che un domani, così come (inc.) se non è già arrivata da voi, verranno la Guardia di Finanza» e poi ammette che «l’amministrazione dello Stato non vuole il racconto della realtà di Riace. Vuole… perché oggi la mission dello Stato… sapete, lo Stato è composto… come qua da voi. C’è l’opposizione». Ma non solo. Del Giglio spiega che per la politica l’integrazione non è un obiettivo. «La mia certezza – sottolinea – è che l’organizzazione fa acqua da tutte le parti. Non ultimo il fatto che dopo lo Sprar non c’è niente. E allora, questo mi fa dedurre che l’obiettivo integrazione è soltanto una parola buttata là».

Finiti i progetti, infatti, il dopo non interessa più a nessuno e «si continua a guardare a questo problema se non come a un fastidioso inconveniente di passaggio. Intanto non è di passaggio. E ce lo dice la realtà. Intanto non è compatibile con l’attuale ordinamento a 360 gradi». Durante la conversazione Lucano riferisce anche le parole pronunciate dal funzionario prefettizio Salvatore Gullì: «Io ho dovuto scrivere perché fa schifo il sistema nazionale dell’accoglienza – gli avrebbe riferito – abbiamo utilizzato questa cosa di Riace per… per dire queste cose». Ma Lucano non ci sta a fare da capro espiatorio per tutti: «Perché deve pagare Riace?», si chiede. Domanda alla quale “risponde” lo stesso Del Giglio: «Siccome io ritengo, dal suo punto di vista della sua relazione… che comunque Riace, al di là delle disfunzioni eventuali o delle anomalie amministrative, quindi della burocrazia, abbia realizzato una realtà evidentemente ancora unica sul territorio non solo nazionale, dovete difenderla. Con qualsiasi conseguenza».

Nel ricorso in appello, Daqua e Pisapia avevano evidenziato che l’obiettivo di Lucano «era uno solo ed in linea con quanto riportato nei manuali Sprar: l’accoglienza e l’integrazione. Non c’è una sola emergenza dibattimentale (intercettazioni incluse) dalla quale si possa desumere che il fine che ha mosso l’agire del Lucano sia stato diverso». E secondo i due legali, «il giudice di prime cure si è preoccupato di trovare “ad ogni costo” il colpevole nella persona di Domenico Lucano, utilizzando oltremodo il compendio intercettivo, proponendone, tuttavia, un’interpretazione macroscopicamente difforme dal suo autentico significato e contrastante con gli inconfutabili elementi di prova acquisiti nel corso dell’istruttoria dibattimentale».

Intercettazioni inutilizzabili, hanno inoltre contestato, dal momento che si è proceduto alle captazioni «per i reati non autonomamente intercettabili», in contrasto con la famosa e ormai applicata sentenza Cavallo. «Per questo tribunale gli esiti di un’intercettazione, autorizzata per un reato che lo consente, e raccolti nell’ambito di uno stesso procedimento, possono essere utilizzati anche per l’accertamento di tutti gli altri reati emersi e ad esso connessi indipendentemente dalla loro intercettabilità autonoma», hanno evidenziato.

La riqualificazione dell’accusa di abuso d’ufficio in truffa aggravata avrebbe poi consentito, secondo la difesa, «di utilizzare le intercettazioni» e i riferimenti «a fatti suggestivi come quelli relativi alle vicende legate alle Isole Cayman, che oltre a non essere oggetto di alcuna contestazione, si sono rivelate destituite da ogni fondamento». E per quanto riguarda l’accusa di associazione a delinquere, «il giudice, con un procedimento mentale riconducibile alla figura dell’induzione, conclude per la configurazione del reato nonostante i dati probatori ne hanno palesemente escluso la sussistenza». Il processo riprenderà il 26 ottobre prossimo, giorno in cui è prevista la requisitoria dai sostituti procuratori generali Fimiani e Giuttari.

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