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Squarciamo il velo sulle violenze domestiche ignorate anche dai tribunali

Vittoria Valente
Nei processi civili la violenza spesso non viene riconosciuta. E così nel 35 per cento dei casi continua ad essere perpetrata
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Perché le donne fanno fatica a denunciare la violenza che subiscono all’interno delle loro case, per mano di mariti, compagni, fidanzati? Perché le madri spesso non riescono a prendere le distanze dai mariti/padri violenti, anche se temono per la propria incolumità e per quella dei loro figli? Cosa succede alle mogli/madri che denunciano i mariti e cercano di separarsi? Cosa accade quando il Tribunale per i minorenni deve decidere sulla responsabilità genitoriale di bambine e bambini? È proprio vero che è così difficile per le donne vittime di violenza maschile, e per le madri in particolare, ottenere giustizia?

Per rispondere a tutte queste domande, come Commissione Femminicidio abbiamo deciso ormai 4 anni fa di rilevare per la prima volta in Italia il fenomeno della cosiddetta “vittimizzazione secondaria”, cioè quel rendere vittima una seconda volta, all’interno di un’aula di Tribunale, le donne che hanno già subito violenza, con comportamenti di sfiducia e incredulità, di travisazione dei fatti, di manipolazione. Ciò che abbiamo scoperto è stato sconcertante e allarmante insieme. Una relazione ‘storica’ perché squarcia il velo sulla violenza domestica nei processi civili e delimita finalmente il fenomeno, approvata all’unanimità e presentata in un convegno al Senato con il Presidente della Corte costituzionale Giuliano Amato e la ministra della Giustizia Marta Cartabia.

Nel complesso, per la nostra indagine abbiamo preso visione, con i nostri consulenti, di quasi 1500 fascicoli, sia relativi ai procedimenti giudiziali di separazione davanti ai Tribunali civili, che riguardanti la responsabilità genitoriale di fronte ai Tribunali per i minorenni. Con l’aiuto dell’Istat abbiamo svolto due indagini campionarie per rilevare le tracce di violenza, capire l’entità del fenomeno e gli impatti sulla vita delle donne e dei loro figli. Attraverso l’inchiesta sui procedimenti di divorzio, abbiamo scoperto che in più di una separazione giudiziale su 3 (35%) sono presenti ciò che in gergo si chiamano “allegazioni di violenza”, cioè denunce, annotazioni, referti, dichiarazioni che accusano il marito e padre. Ma che nella quasi totalità di questi casi (96%), nell’udienza presidenziale che dà l’avvio al procedimento di divorzio e che dispone i primi interventi anche sull’affidamento dei figli, i giudici non tengono conto di queste tracce evidenti di violenza domestica. Non richiedono gli atti dei procedimenti penali, non approfondiscono le denunce, non parlano con le mogli in modo separato, ma le convocano insieme ai mariti.

Vittima e carnefice nella stessa aula, anche se è vietato espressamente dalla Convenzione di Istanbul che protegge proprio donne e bambini da questi reati e che in Italia è legge ormai dal 2013. In un terzo dei casi trasformano addirittura la separazione in consensuale, anche se sarebbero obbligati ad evitarlo in presenza di violenza. Che consenso può esserci da parte di una donna che viene picchiata e abusata per anni, al punto da temere per la propria vita e per quella dei propri figli? La stessa cosa avviene nei Tribunali per i minorenni: nel 34 per cento dei casi in cui i giudici devono stabilire se ci sia ancora e a carico di chi la responsabilità genitoriale, siamo in presenza di violenza, in gran parte (28,8%) diretta ai danni delle bambine e dei bambini, esercitata per lo più dal padre. Ma pure di fronte a percosse, maltrattamenti e anche abusi sessuali, 7 bambine e bambini su 10 non vengono ascoltati direttamente dal magistrato. Nessun giudice pone loro una domanda semplice: perché non vuoi vedere, non vuoi andare a casa da papà?

Perché avviene tutto questo? Perché per “vedere” la violenza è necessario riconoscerla ed evitare comunque di rimuoverla. Perché anche gli operatori della giustizia (magistrati, avvocati, servizi sociali, consulenti), come tutti noi, sono immersi in pregiudizi e stereotipi per cui, nella famiglia, i ruoli sono prestabiliti e il rapporto di potere è asimmetrico ai danni delle donne. La violenza è dunque “negata” e neppure nominata, ma derubricata a ‘”conflitto famigliare” (e in questo caso non scattano le leggi di protezione). Madri e figli sono dunque vittime due volte: una prima volta da parte del marito/padre e la seconda da parte dello Stato, delle istituzioni che dovrebbero proteggerli, ma che invece non credono, non approfondiscono, nei casi peggiori criminalizzano. Succede così che la maggioranza dei figli alla fine venga affidata alle madri, ma con incontri liberi con i padri violenti. Oppure che i figli vengano affidati ai servizi sociali, anche fino alla maggiore età.

L’inferno che si perpetua. Nonostante la sentenza Massaro, un ruolo rilevante in questo contesto viene svolto dalle consulenze tecniche d’ufficio, spesso molto critiche nei confronti delle madri, quasi mai dei padri. Se i minori si rifiutano di vedere i padri violenti, le madri diventano ‘ostative, alienanti, manipolanti, malevole, simbiotiche’, nella battaglia a colpi di consulenze tecniche d’ufficio. Non c’è dunque da stupirsi se le donne decidono di non separarsi, di sopportare le violenze, di non correre il rischio. I rapporti di forza all’interno delle coppie e delle famiglie sono sbilanciati, il potere economico è in mano agli uomini, i figli sono armi di ricatto e come narrano le cronache dei femminicidi e dei figlicidi, l’inasprimento delle pene è inefficace di fronte a uomini disposti al suicidio pur di non perdere il possesso. Questo è il patriarcato che resiste al nuovo diritto di famiglia, alle sentenze della Corte Costituzionale, al doppio cognome, alle competenze, ai talenti e ai traguardi delle donne che avanzano nella società in modo lento ma inesorabile.

Certo, si obietterà che per fortuna stiamo parlando del 30 per cento delle separazioni e dei provvedimenti di affido. Significa che, per fortuna, in 7 famiglie su 10 che entrano in un tribunale la violenza non c’è. Ma di questi casi dobbiamo preoccuparci e occuparci e per questo, nelle conclusioni, la Commissione di inchiesta sul femminicidio ha chiesto che processo civile e penale dialoghino (norma già prevista dalla riforma, deve entrare in vigore), che ci sia più formazione, che i giudici tornino ad accertare i fatti (con indagini, sentendo le persone informate, leggendo gli atti che attestano la violenza), ad ascoltare i bambini, che i minori non possano più essere separati con la forza dalle mamme, che le donne vittime di violenza vengano sostenute e protette. E in ogni caso, e per prima cosa, credute. (*SENATRICE PD, PRESIDENTE DELLA COMMISSIONE FEMMINICIDIO)

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