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«Legge Severino più dannosa che utile. Sì al referendum che la cancella»

Legge Severino
Il co-responsabile dell’osservatorio carcere Ucpi ricorda che su «9 condannati per abuso d’ufficio in primo grado, ben 8 vengono assolti nei gradi successivi. Una palese violazione del principio di non colpevolezza»
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Secondo l’avvocato Gianpaolo Catanzariti, consigliere generale del Partito Radicale e co-responsabile dell’Osservatorio carcere dell’Unione delle Camere Penali, la legge Severino va abrogata tramite il referendum perché è destabilizzante per il nostro assetto democratico. Vediamo bene perché.

Perché votare sì al quesito che abolisce la Legge Severino?

Un testo di legge adottato in ragione della percezione del fenomeno corruttivo non sempre risponde a esigenze reali, come attestano le più recenti statistiche. Quel vizio d’origine, aggravato dall’onda giustizialista che ne ha accompagnato l’immediata applicazione retroattiva per espellere Berlusconi dal Parlamento, ci porta a dire che forse il decreto Severino è stato più dannoso che utile. Dannoso non solo e non tanto per i numerosi amministratori colpiti dalla sospensione in conseguenza di una sentenza di condanna benché non definitiva e magari ribaltata in appello, quanto per il grave vulnus democratico arrecato alle comunità, private di quegli amministratori che avevano scelto per essere governate. E poi, davvero nutriamo incondizionata fiducia in uno strumento che estromette dalla vita politica un numero elevatissimo di amministratori sebbene assolti in via definitiva? Le statistiche più recenti dicono che su 9 persone condannate per abuso d’ufficio in primo grado, ben 8 vengono assolte nei gradi successivi. E così, su 3 persone per corruzione e peculato almeno 2 sono destinatarie di assoluzione in appello. Una palese violazione del principio costituzionale di non colpevolezza, un colpo devastante per il corpo elettorale sempre più smarrito e sfiduciato.

Il procuratore Cantone ha detto: “Con l’abrogazione del decreto verrebbe meno una serie di norme adottate anche durante le stragi mafiose. Come quella di far decadere personaggi condannati per 416 bis sia pure in primo grado”. Secondo Cantone “rischieremmo di tornare indietro di molti anni”. È così?

Una realtà che appare è sicuramente falsa e non può essere presa per vera. Alla luce della ipertrofica normativa emergenziale di contrasto alle mafie, la situazione ipotizzata dal Procuratore Cantone, per quanto possibile, appare irrealizzabile. Non credo esista un solo Sindaco o amministratore ancora in carica in costanza di un processo penale che lo vede imputato per associazione mafiosa. Figuriamoci al momento della condanna, seppure in primo grado. Si troverebbe già da tempo in carcere, magari in Sardegna, anche perché per il 416 bis il nostro codice prevede, in presenza di gravi indizi, la misura restrittiva più rigorosa. Avremmo senz’altro quel comune già sciolto per mafia, prima ancora che inizi un vero e proprio processo penale. Dal 1991 a oggi ben 359 comuni sono stati sciolti per infiltrazione mafiosa, molti dei quali senza nemmeno un amministratore indagato. Insomma, una norma inapplicabile in concreto è una norma inutile. O meglio, utile a certa propaganda e a certa retorica.

Andrea Delmastro, deputato FdI e responsabile nazionale Giustizia per il partito, invece giustifica il no così: “Noi riteniamo che la legge vada cambiata ma non abolita, perché devono restare gli automatismi previsti rispetto alle condizioni di incandidabilità e ineleggibilità. La pena accessoria non può essere a discrezione dei giudici”. Che ne pensa?

Anche questa lettura non tiene conto della realtà. Privilegiare gli automatismi astratti piuttosto che pretendere una stretta correlazione tra i fatti eventualmente accertati e la carica pubblica esercitata risponde a esigenze di pura demagogia politica. Come ha scritto la Consulta nella sentenza 56/2022 che ha ritenuto ammissibile il referendum in questione, l’eventuale abrogazione del decreto Severino non cancella comunque il sistema delle sanzioni accessorie e quindi le disposizioni del codice penale in materia di interdizione perpetua o temporanea dai pubblici uffici.

Il Pd si è opposto a questo quesito con la stessa motivazione di Cantone. In generale si è opposto a tutto il pacchetto referendario dicendo che le riforme si fanno in Parlamento. Come replica?

Questo è il Parlamento meno adatto a concepire riforme sulla giustizia costituzionalmente orientate. D’altronde, guardiamo cosa è avvenuto al progetto di legge costituzionale sottoscritto da oltre 70.000 cittadini per la separazione delle carriere dei magistrati, prima portato in aula dopo ben 17 emendamenti che l’avrebbero soppresso, poi rinviato in Commissione a riposare sonni tranquilli. Questo è il Parlamento che, pur sollecitato dalla Corte costituzionale a rivedere non solo l’ergastolo, ma il tema più complessivo delle ostatività, oggi non più compatibili con la Cedu e con la Costituzione, ha risposto approvando “un nuovo ergastolo ostativo”, in barba alle indicazioni delle supreme corti. E poi, chiamare il Parlamento ad agire per far saltare un referendum rischia di essere un raggiro costituzionale.

Con la sentenza 68 del 1978, la Corte costituzionale ha stigmatizzato l’intervento legislativo fatto per abrogare un testo oggetto di un quesito soltanto al fine di evitare lo svolgimento della consultazione, sostituendola con altra eguale o comunque simile, al punto da avere imposto la consultazione anche sul nuovo testo. Spero che il Pd, recuperando l’occasione persa della non raccolta delle firme, si impegni per una reale campagna di massima informazione, partecipando, come dicono i suoi sindaci, a una battaglia di avanguardia per il Sì.

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