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Taglio dei parlamentari: molto rumore, poco risparmio

La riforma costituzionale che il 7 ottobre arriva nella quarta e definitiva lettura alla Camera prevede che deputati passino da 630 a 400, i senatori da 315 a 200
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La riforma costituzionale che il 7 ottobre sarà approvata nella quarta e definitiva lettura alla Camera non potrebbe essere più scarna e semplice: i deputati passano da 630 a 400, i senatori da 315 a 200. I parlamentari nel complesso scendendo dagli attuali 945 a 600, rendendo il Parlamento italiano uno dei più scarni tra i Paesi europei paragonabili al nostro. In termini di rapporto numerico, ogni deputato rappresenterà in futuro 151mila 210 elettori invece degli attuali 96mila 006, ogni senatore passerà dall’attuale rappresentanza di 188mila 424 elettori a quella di 302mila 420.

La logica della riforma è puramente politica, per non dire propagandistica: soddisfa cioè la crescente ostilità diffusa nei confronti della politica e dei politici. Dal punto di vista del risparmio, motivazione sbandierata a più riprese da Luigi Di Maio, il risultato è insignificante: 64 mln di euro in un Paese che nell’ultimo anno ha visto il debito pubblico crescere di circa 34 mld.

L’approvazione della legge in quarta lettura è certa al 99,9%. La maggioranza dispone a Montecitorio di un margine tale da rendere necessario, ove il centrodestra votasse contro la riforma, un numero esorbitante di voti in dissenso per abbattere il taglio dei parlamentari: ne servirebbero circa 35. La suspence c’è lo stesso. Nell’ultima lettura al Senato la riforma è passata di strettissima misura, dunque senza la maggioranza qualificata dei due terzi e solo grazie al voto favore di Fd, il partito di Giorgia Meloni. Dunque un eventuale referendum confermativo potrebbe essere richiesto comunque. Ma se la Lega, che sin qui aveva sempre votato a favore per disciplina di maggioranza più che per convinzione, si sfilerà nell’ultimo tratto il risultato sarà paradossale. Una riforma costituzionale approvata alla fine grazie al voto di chi la aveva bocciata nelle precedenti letture ( Pd e LeU) e contrastata da chi per tre volte la aveva invece votata. L’immagine della politica e della stessa Costituzione non ne uscirà comunque bene.

L’alibi che permette al Pd e a LeU di giustificare la giravolta sono alcuni ‘ correttivi’ decisi nell’ultimo vertice di maggioranza che, in teoria, dovrebbero ovviare ai limiti che avevano sin qui determinato l’opposizione dei due partiti di sinistra alla riforma. Contestualmente al ddl, già approvato in prima lettura alla Camera nel luglio scorso, che estende ai diciottenni il diritto di voto anche per il Senato, limitato sinora agli over 25, dovrebbe essere modificato l’art. 57 della Costituzione permettendo la formazione di circoscrizioni pluriregionali e non solo regionali nelle elezioni per il Senato. Con le attuali circoscrizioni reginali, infatti, in molte regioni il taglio dei senatori comporterebbe un innalzamento vertiginoso del quorum necessario per arrivare a palazzo madama. Di fatto entrerebbero al Senato pochissimi partiti.

Gli altri punti concordati riguardano la parificazione di Senato e Camera anche per quanto riguarda l’eleggibilità, portando da 40 a 25 anni l’età minima per senatori, la riduzione dei delegati regionali per l’elezione del capo dello Stato, per mantenere la proporzione con i parlamentari inalterata, e una riforma dei regolamenti parlamentari, indispensabile per adeguare il funzionamento delle camere al nuovo e prosciugato Parlamento ancora in discussione, invece, l’ipotesi, meno burocratica e molto più significativa, di introdurre la ‘ sfiducia costruttiva’, l’obbligo cioè di indicare un governo alternativo per chi proponga mozioni di sfiducia contro il governo in carica. Pur trattandosi, con l’eventuale eccezione della sfiducia costruttiva, di modifiche periferiche e non essenziali, verranno comunque chiamati in causa 4 articoli costituzionali ( 57, 58, 83 e 94). Si tratterà dunque di una mini riforma costituzionale aggiuntiva a pieno titolo, che dovrà pertanto seguire l’iter fissato dall’art. 138 della Carta: doppia lettura a distanza di almeno sei mesi e referendum confermativo se manca nella seconda lettura la maggioranza qualificata dei due terzi. Dunque ci vorrà del tempo e si creerà così una sorta di ‘ buco’ una fase nella quale, se si dovesse arrivare a elezioni anticipate, la nuova riforma verrebbe applicata senza alcun correttivo. Ipotesi improbabile. Proprio il varo della riforma garantisce infatti al governo una rete di protezione, prima per dare tempo a eventuali proposte di referendum, poi, se arriveranno, per la celebrazione del referendum stesso.

Insomma il tempo per varare il solo vero ‘ correttivo’, cioè una nuova legge elettorale, ci sarebbe. Nel vertice di maggioranza è stato deciso di presentare una proposta di nuova legge entro il prossimo dicembre, ma quello sarà solo l’avvio dell’iter. Sulla legge infatti non c’è accordo. Nonostante l’intesa raggiunta in tutta fretta ad agosto pur di dar vita al nuovo governo su un sistema proporzionale, il Pd frena, insiste per un sistema misto o almeno per una soglia di sbarramento molto alta nell’eventuale proporzionale. Sulla legge pesa infine la richiesta di referendum avanzata da 8 regioni leghiste, con l’obiettivo di cancellare dal Rosatellum la quota proporzionale. E’ prevedibile che il quesito venga bocciato dalla Corte, in caso contrario la maggioranza ha già deciso di impedire il referendum varando di corsa una nuova legge elettorale: proporzionale con soglia di sbarramento al 5%.

 

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