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Le fritture costano care a De Luca: indagato per istigazione al voto di scambio

Vincenzo De Luca
È il reato ipotizzato dalla procura di Napoli. Il presidente della Regione Campania suggerì ai sindaci Pd di «fare clientele». Carlo Federico Grosso: «Così si criminalizza ogni attività politica». Alessandro Campi: «Se non a cena, come si fa campagna elettorale?»
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Secondo il “pool Mani pulite” della Procura di Napoli offrire cene agli elettori è un reato penale: voto di scambio per l’esattezza. Tanto è vero che il governatore Vincenzo De Luca è ora formalmente indagato per “istigazione al voto di scambio”. Tutto per la «frittura di pesce» evocata dal presidente della Campania nell’ormai celebre riunione del 15 novembre in cui esortò 200 sindaci dem «a fare una clientela come Cristo comanda». Non si tratta di «battute goliardiche», come ha detto ancora due giorni fa De Luca, ma di un crimine. Almeno è questa l’ipotesi della pm anticorruzione Stefania Buda, le cui indagini sono coordinate dal procuratore aggiunto Alfonso D’Avino.
Una svolta. Non tanto nell’attività inquirente (l’inchiesta era stata aperta già il 24 novembre ma senza ipotesi di reato) quanto nella definizione del concetto stesso di campagna elettorale. D’ora in poi ogni singola cena elettorale offerta da un politico rischia di condurre lo sprovveduto alla condanna penale.
Martedì scorso i pm hanno ascoltato il giornalista Paolo Russo, portavoce del governatore, come persona informata sui fatti: era presente al fatidico incontro. De Luca non commenta: ricorda però che i bravi amministratori «devono anche rischiare l’avviso di garanzia». Dovrebbero essere ascoltati a breve i componenti del Comitato per il Sì che organizzarono il comizio all’hotel Ramada, tra gli altri il figlio di Vincenzo De Luca, Piero, e Francesco Nicodemo. Così come una chiacchierata con i pm potrebbe toccare ad alcuni dei 200 sindaci presenti. Tra loro il primo cittadino di Agropoli Franco Alfieri, esaltato in quell’occasione dal presidente della Campania come vero mago delle clientele.
Grosso: «Così si criminalizza ogni attività politica»
«Il pagamento di una cena? Credo lo si possa considerare penalmente irrilevante», osserva, interpellato dal “Dubbio”, Carlo Federico Grosso, tra i maestri del Diritto penale in Italia. Offrire cene è la più tipica attività delle campagne elettorali: possibile qualificarla come reato? «Se ci si incammina lungo questa linea di ragionamento si può arrivare davvero molto lontano: credo ci sia una differenza tra il fatto di pagare una cena per fare propaganda e praticare le tecniche di Lauro, che regalava la seconda scarpa solo a voto elargito. Mi riservo di riflettere su una simile ipotesi», ragiona il professore emerito dell’università di Torino ed ex vicepresidente del Csm, «ma ribadisco: se si imbocca questa strada si può arrivare a conclusioni estreme. Molte prassi adottate dai politici verrebbero criminalizzate indiscriminatamente. Anche lasciare un gadget al termine di un incontro elettorale sarebbe punibile».
Campi: «Cene elettorali già nell’antica Pompei…»
Politologo dell’università di Perugia ed editorialista di Mattino, Messaggero e altri grandi quotidiani, Alessandro Campi quasi trasecola: «Se è un reato, si consuma da almeno duemila anni. Se vai a Pompei trovi le iscrizioni dei candidati che offrono cene. Sono le ipocrisie alle quali ogni giorno ci impicchiamo. E oltretutto», osserva il docente di Storia del pensiero politico, «se si dà rilevo penale a una cena si offende il cittadino elettore, additato come disponibile a vendere il proprio voto per un misero pasto. Un conto è se si offrono prestazioni sessuali, altro è ricorrere a tecniche utilizzate da sempre nel modo per costruire una rete di consenso sociale basata sul contatto diretto tra elettore e candidato». Campi intravede dietro l’iniziativa dei pm di Napoli un atteggiamento diffuso in una parte dell’opinione pubblica, «una lettura dei fatti che sembrerebbe muovere addirittura da Habermas, teorico della razionalità comunicativa, a partire dalla quale si ritiene che solo l’appropriatezza dell’argomentazione debba catturare il consenso. Ogni altra forma sarebbe prerazionale, primitiva. Ai signori che professano tale confessione andrebbe imposto, diciamo così, l’onere della prova, bisognerebbe chiedere: se non con le parole forti, se non con le cene o con altre modalità che loro considerano semplificate e rozze, come bisognerebbe fare politica?».

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