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Addaura, la verità nelle carte dell’attentato fallito a Falcone

Per quell'azione fallita sono stati condannati in via definitiva Totò Riina, Antonino Madonia e Salvatore Biondino. Successivamente anche Vincenzo e Angelo Galatolo
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All’indomani del fallito attentato all’Addaura, il giudice Giovanni Falcone, stritolato esattamente 28 anni fa dall’enorme quantità di tritolo a Capaci, parlò di “menti raffinatissime”. Al di là della rivelazione del giornalista Saverio Lodato, ricordandosi dopo decenni dal fatto che Falcone gli avrebbe fatto il nome di Bruno Contrada, è difficile credere che Falcone si riferisse ad “entità esterne” alla mafia. Bisogna parlare con i fatti che sono tutti cristallizzati nelle sentenze che hanno portato, per il fallito attentato, alla condanna definitiva di Totò Riina, Antonino Madonia e Salvatore Biondino. Successivamente, dopo un nuovo rinvio a giudizio, sono stati condannati anche Vincenzo e Angelo Galatolo. Nel 2008, a seguito delle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia Angelo Fontana e Vito Lo Forte, sono state riaperte nuove indagini. Secondo il pentito Vito Lo Forte all’Addaura ci sarebbe stata pure la presenza di uomini dei servizi segreti. Per questa ragione, i magistrati disposero anche il confronto fra i Dna ritrovati sulla scogliera dell’Addaura e quelli identificati da Lo Forte, ma nulla emerse. Quindi le dichiarazioni del pentito, rese ai magistrati il 10 agosto 2009 non hanno trovato alcun riscontro.

Passiamo ora al dato certo. Ovvero la preparazione dell’attentato. Si è accertato che Totò Riina ha deliberato l’eliminazione fisica di Falcone per essere stato quest’ultimo il magistrato che aveva, con la sua lunga attività giudiziaria presso il Tribunale di Palermo, posto in concreto pericolo la stessa sopravvivenza dell’organizzazione, nonché la dottoressa Carla Del Ponte, all’epoca Sostituto Procuratore pubblico di Lugano, del Giudice Istruttore Carlo Lehmann, anche in considerazione delle indagini che stavano conducendo in collegamento con Falcone. Quali indagini nello specifico? Questo lo vedremo più avanti.

Agli atti risulta che Totò Riina ha fornito a Salvatore Biondino l’autorizzazione a consegnare ad Antonino Madonia l’esplosivo da impiegare nell’attentato. Emerge che Biondino ha partecipato ad una riunione preparatoria dell’attentato svoltasi presso una abitazione. Ha provveduto all’organizzazione e all’effettuazione di sopralluoghi nella zona interessata all’attentato, nonché alla fornitura dell’esplosivo costituito da 58 cartucce di pulverulento nitroglicerinato Brixia B5 e all’individuazione di un sito idoneo per la collocazione degli attentatori posti ad azionare il telecomando. Antonino Madonia e Vincenzo Galatolo hanno partecipato ad una riunione preparatoria dell’attentato svoltasi sempre presso la medesima abitazione e hanno contribuito, in particolare il primo anche a livello organizzativo, all’effettuazione di sopralluoghi preliminari e di controllo nella zona teatro dell’attentato e alla collocazione dell’ordigno precedentemente predisposto sulla piattaforma antistante la residenza estiva di Falcone.

LE “MENTI RAFFINATISSIME”

Ma per la preparazione dell’attentato sono state utilizzate “menti raffinatissime”? Sembrerebbe di no. Sempre dagli atti emerge che, a seguito della strage di Capaci, in una riunione al la presenza di Riina, Biondino disse che quell’attentato non sarebbe servito se il Madonia non si fosse affidato, in occasione dell’Addaura a dei “picciutteddi”, ovvero a dei ragazzini. Quindi tutto ciò non fa che scartare l’ipotesi servizi segreti o varie “entità” estranee alla mafia per la preparazione di un attentato del tutto fallimentare. Ma allora a cosa si riferiva Giovanni Falcone quando parlò, appunto, di menti raffinatissime? La “fine” strategia della delegittimazione, per caso? Tutto fa sospettare di sì. È noto che la mafia usasse questi stratagemmi. Secondo la sentenza che ha condannato i mafiosi per l’Addaura, i giudici hanno considerato che l’attentato era stato preceduto da un’azione di delegittimazione e discredito nei confronti del magistrato, secondo un copione mafioso ormai collaudato. Ed è vero. Poche settimane prima del fallito attentato giunsero continue lettere diffamatorie nei confronti soprattutto di Falcone e inviate a vari rappresentanti delle istituzioni. Parliamo del ribattezzato “Corvo”. Verso la fine di maggio del 1989, Salvatore Contorno, noto collaboratore di giustizia, trasferitosi da tempo negli Usa dopo la celebrazione del primo maxiprocesso, veniva arrestato in Sicilia in una operazione finalizzata alla cattura del latitante Gaetano Grado in una villetta di S. Nicola l’Arena. Pochi giorni dopo venivano indirizzate a varie autorità una serie di missive anonime scritte a macchina, note come le lettere del “Corvo”, che contenevano gravissime accuse nei confronti di vari magistrati e appartenenti alla polizia, tra cui innanzitutto Falcone e Gianni De Gennaro, poi diventato vicedirettore della Dia, accusati di avere ordito un diabolico piano per contrastare la fazione corleonese di Cosa nostra attraverso il ritorno in Sicilia di Salvatore Contorno per favorire la cattura o la eliminazione fisica dei capi corleonesi Salvatore Riina e Bernardo Provenzano e per guidare la vendetta delle cosche perdenti con una serie di omicidi. Si mette in diretta correlazione il rientro di Contorno con una serie di omicidi che effettivamente si erano registrati nel territorio di Bagheria, tra il marzo ed il maggio del 1989, ai danni di persone legate alle cosche mafiose vincenti dei corleonesi. Le accuse, ovviamente, si sono rivelate assolutamente calunniose anche nel contesto delle indagini svolte per individuare l’autore delle lettere e che le dichiarazioni di diversi collaboratori di giustizia successivamente acquisite hanno concordemente attribuito la responsabilità degli omicidi indicati negli anonimi al gruppo corleonese escludendo la responsabilità di Salvatore Contorno. Al riguardo, lo stesso generale Mario Mori ha riferito nel suo esame dibattimentale ( udienza del 7 febbraio 2000) che aveva concordato con Falcone nel ritenere che le lettere del “Corvo”, rappresentassero un “atto di delegittimazione di personaggi delle Istituzioni particolarmente esposti nella lotta alla criminalità organizzata” e che nella prassi mafiosa le manovre di isolamento e delegittimazione fossero spesso il primo passo per giungere, “all’annientamento” di chi si contrapponeva ai programmi della organizzazione mafiosa. Purtroppo sappiamo che poco prima dell’attentato di Capaci, girava una seconda lettera del Corvo.

Menti, appunto, raffinatissime che avevano lo scopo di disinnescare indagini scomode. Il solo fatto che Falcone si vedesse con Carla Del Ponte e Carlo Lehmann, sta a significare l’irritazione della mafia per l’aver avviato una attiva cooperazione con autorità di varie nazioni (ed in particolare con gli Usa e la Svizzera) estendendo i confini anche geografici della lotta al crimine organizzato ed al riciclaggio del denaro sporco. Non di poco conto il fatto che famiglie mafiose dei Madonia e dei Galatolo, all’epoca dell’attentato gestivano un imponente traffico internazionale di stupefacenti e che negli anni tra il 1987 ed il 1988, era stata sequestrata una nave ( la Big John) carica di cocaina appartenente alle due famiglie. Analogamente il collaboratore di giustizia Lo Forte aveva precisato che il riciclaggio degli introiti relativi al traffico di stupefacenti avveniva in Svizzera, soprattutto ad opera di Gaetano Scotto e Vincenzo Galatolo. Ma c’è anche la tematica, mai sviluppata, che i conti svizzeri fossero i terminali tanto delle operazioni di costituzione di fondi neri da parte delle imprese per destinarle a tangenti ai politici, quanto di operazioni di riciclaggio della criminalità organizzata, e che Falcone avesse iniziato a interessarsi di tutto ciò.

 

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