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Così abbiamo trovato il piccolo Alvin

Il racconto di Guido Salvini, il Gip che ha seguito le indagini sul minore sottratto dalla mamma per portarlo nei territori del Califfato.
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Cinque anni fa Berisha Valbona, moglie di un operaio albanese che in Italia pensava solo a lavorare, aveva svegliato di prima mattina, mentre il marito ancora dormiva, il figlio Alvin di 6 anni. Non lo aveva fatto per mandarlo a scuola. Vestita di nero da capo a piedi l’aveva condotto all’aeroporto e da qui avevano raggiunto la Turchia e poi la Siria. Era andata a “sposare” la guerra contro i “miscredenti” del Califfato dell’Isis.

Erano in Italia da molti anni, la famiglia non aveva mai dato luogo ad alcun problema, eppure qualcuno, via internet, l’aveva indottrinata di nascosto. Per molto tempo di lei e del bambino non si era saputo quasi nulla se non che ella aveva giurato fedeltà al Califfo e aveva sposato un “combattente”.

Inoltre in uno dei pochissimi messaggi via internet che il piccolo Alvin era riuscito a mandare al padre disperato, aveva scritto che quel giorno la mamma, quando l’aveva portato via, si era vestita come una tartaruga Ninja e nel luogo ove l’aveva condotta aveva paura perché di notte cadevano tante bombe.

Erano passati gli anni e, mentre il regno del Califfato si restringeva sotto l’azione degli occidentali, dei curdi e delle forze regolari sembrava, purtroppo, sempre più probabile che madre e figlio fossero rimasti sepolti sotto una bomba durante qualche attacco. Ero il GIP che seguiva l’indagine sulla sottrazione del minore commessa dalla madre fanatizzata e, anche a seguito delle mie richieste di non dimenticare quel caso e di raccogliere qualsiasi informazione utile i Carabinieri e i servizi di intelligence italiani, il cui impegno spesso non è riconosciuto, hanno continuato a cercare notizie e attivare contatti in Siria per sapere soprattutto se fosse stato trovato vivo da qualche parte un bambino che parlava italiano.

Sembrava non vi fosse più speranza. Poi in primavera quando l’ultimo fazzoletto di terra dominato dall’Isis era stato strappato al suo sanguinario potere, è arrivata, prima incerta, poi confermata, la buona notizia.

Un bambino che parlava un po’ di italiano e che ricordava la sua vita nel nostro paese, era stato ritrovato ferito ma vivo tra i tanti prigionieri e le sue fattezze, come il padre aveva confermato, corrispondevano a quelle di Alvin. Si trovava tra migliaia di ex combattenti dell’Isis, donne e bambini nel campo curdo di Al Hol nel nord- est della Siria.

Subito la Procura di Milano e da Roma Ministero dell’Interno, Carabinieri e Servizi di informazione si sono adoperati per farlo rientrare e il miracolo è avvenuto.

Tornato in Italia ha raccontato che mentre viaggiava con la sua nuova “famiglia”, se così possiamo chiamarla, erano caduti in un bombardamento. La madre Berisha, il suo nuovo marito dell’Isis, il figlio piccolo che avevano da poco avuto insieme ed un altro figlio del combattente, erano morti sul colpo. Solo lui che si trovava a poca distanza, una fortuna o un segno del destino se si vuole crederci, era rimasto ferito ma si era salvato. Ora speriamo possa riprendere una vita il più possibile normale con il padre. Tornare a scuola, vivere tra noi.

Questa volta la giustizia e la collaborazione internazionale tra i “buoni” hanno avuto un successo che vale anche più di tanti processi. Alvin, uscito dall’inferno, è un regalo e un motivo di onore per il nostro Paese e per tutti noi.

* GIP presso il Tribunale di Milano

 

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