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Paolo Cendon: «La mia battaglia per le persone più fragili»

Intervista al professore di diritto privato e scrittore. Il progetto “diritti in movimento”, la critica alla legge del “dopo di noi” e l’obiettivo di far abolire l’interdizione: «è difficile ma non impossibile»
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«Non esistono soggetti deboli, esistono soggetti indeboliti». In questa frase, c’è l’impegno di Paolo Cendon: le sue battaglie, le norme che ha pensato e aiutato a realizzare. C’è anche il suo sogno, che spesso riesce a far diventare realtà, di mettere al centro le persone. Tutte le persone. Cendon insegna Diritto privato all’università di Trieste ed è grazie alla sua azione che si deve la legge sull’amministratore di sostegno e il riconoscimento in sede processuale del “danno esistenziale”. «Vado in giro per convegni, incontro tante persone, parlo con loro su facebook e adesso abbiamo dato vita a un nuovo progetto: si chiama Diritti in movimento». Nelle sue parole risuona la cultura di Franco Basaglia, la storia di tante lotte passate e la sfida, ancora aperta, perché le persone più fragili possano vivere la loro vita senza tutti quegli ostacoli che ancora oggi hanno davanti. Collabora con Il Corriere della sera e negli ultimi anni ha scritto due libri L’orco in canonica ( Marsilio) e I diritti dei più fragili ( Rizzoli): «Ma – sottolinea quello a cui tengo di più è il primo, un romanzo. È un libro che mi ha cambiato».

È una storia, vera, di pedofilia: una bimba di 8 anni violentata da un curato. Che cosa la ha spinta a raccontare un fatto così doloroso?

Tempo fa un avvocato mi chiese un consulto. Dopo una lunga e tormentata vicenda processuale, il prete accusato di pedofilia era stato condannato a sette anni di carcere e a pagare 770 mila euro. Ma questo signore, che era molto cattivo, era anche molto povero. L’avvocato mi chiese se poteva rivalersi sulla parrocchia, la curia o anche più in alto. Gli dissi di sì: c’erano le condizioni per fare causa e vincere. Così fu. Mi lasciò la sentenza d’appello, che ribaltava il primo grado e che fu poi confermata in Cassazione. Lessi quelle pagine e mi innamorai della storia. Chiamai la ragazza e scrissi il libro: una giovane donna che riprende ad amare dopo quello che aveva subito. Dentro c’è l’idea di danno esistenziale.

Danno esistenziale: una bella definizione. Ma cosa vuol dire?

Il danno esistenziale è definibile come il danno arrecato all’esistenza, cioè quel danno che si traduce in un peggioramento della qualità della vita, pur non essendo inquadrabile nel danno alla salute. Lo si è definito anche come “il danno alle attività realizzatrici della persona umana”, “il perturbamento dell’agenda quotidiana”, “la rinuncia forzata ad occasioni felici”; è quindi la lesione alla possibilità di accedere a tutti gli intrattenimenti e a quelle attività tipiche che realizzano la persona umana.

Come è nato il nuovo progetto “Diritti in movimento” che si sta espandendo in tutta Italia?

Nasce dalle pagine facebook dei due libri e dagli incontri che faccio durante i convegni. Conosco molte persone: avvocati, notai, medici, assistenti sociali. Ma soprattutto incontro persone fragili e i loro genitori. Sono combattive, maltrattate o ignorate dal legislatore, con tutti i problemi che ricadono sulle loro spalle. Andando in giro, sentivo che c’era una specie di fuoco che covava in loro: da un lato la disillusione, la rabbia, la sfiducia; dall’altro i sogni, ricordi, la speranza che qualcuno desse uno sbocco a questa loro voglia di combattere. Dopo un po’ di esitazione, è nato ” Diritti in movimento”.

Di chi e di cosa vi occupate?

La tavolozza della combattività è molto articolata: tutto legato ai diritti della persona. I fragili sono i bambini, i malati, i carcerati, i tossici, gli alcolisti, i migranti, tutti coloro che non ce la fanno a vivere bene la propria vita. Al centro della persona fragile non c’è il disagio, ma quello che c’è per tutte le altre persone: il progetto di vita, gli obiettivi che vuole raggiungere, un gioco di speranze e obiettivi affettivi, culturali, sessuali. Ma la persona fragile ha degli ostacoli ( per usare una parola chiave dell’articolo 3 della Costituzione) che lo bloccano. Il problema è quindi quello di rimuovere questi ostacoli. Il nostro obiettivo è aiutare a farlo.

Tra i vostri impegni, c’è “il progetto esistenziale di vita”. Ci spiega di cosa si tratta?

Tre anni fa è stata approvata la legge sul Dopo di noi. È stata una legge secondo me un po’ scippata. I genitori delle persone disabili sono angosciati da ciò che toccherà ai loro figli una volta che non ci saranno più. La legge, però, dà solo una risposta di tipo patrimonialista, una risposta importante ma che non è il cuore del problema. La vera questione è che, anche dopo la morte dei genitori, ci sia qualcuno che conosca la persona come loro. Per farlo abbiamo pensato al “progetto esistenziale di vita”: un documento di circa 6000 battute che viene compilato sentendo i genitori, i medici, gli amici, lo psicologo. Niente potrà più essere fatto senza consultare quelle pagine che entrano a far parte della carta d’identità della persona. Una sorta di scudo che la protegge. Stiamo lavorando con Graziano Delrio a una proposta di legge ma nel comune di Reggio Emilia lo stiamo già realizzando e speriamo che anche altri comuni o regioni possano aderire. Quando parlo con gli uomini e le donne che vivono questi problemi capisco che è per loro la questione più angosciante e più importante.

Quale è secondo lei la vostra battaglia più difficile da realizzare?

Quella di far abolire l’interdizione che colpisce la persona fragile. Le levi tutti i diritti, la annichilisci, la pietrifichi, nomini un tutore e aggiri quella persona dal punto di vista giuridico, in maniera tale da non nuocere al patrimonio. L’abrogazione è una cosa difficile, ma non impossibile. Stiamo facendo una riduzione di una proposta più ampia che avevamo elaborato e a maggio verrà presentata al Senato e alla Camera. Il senatore Gianni Marilotti del Movimento 5 stelle cercherà di coinvolgere anche le altre forze politiche in maniera tale che sia una proposta bipartisan. L’amministratore di sostegno nel 2004 è passato all’unanimità.

La follia fa paura?

Sì, la follia spaventa e l’interdizione è uno strumento giuridico forte, una risposta maschia. In molti non sanno che nella maggior parte dei casi si può intervenire con l’amministratore di sostegno senza procedere in maniera così violenta. Le persone che non lo sanno temono che, se si sguarnisce lo strumento dell’interdizione, non si possa più fare niente. Non è così. Ma questa è una battaglia importante e noi andremo avanti.

Ne sono certa. Anche perché avete ancora tanti progetti da realizzare.

Su facebook si può trovare il nostro piano di lavoro e i nostri contatti. Abbiamo l’ambizione di mettere il “diritto civile” al centro degli interessi e della discussione politica.

 

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