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Perseguitato dai burocrati s’uccide l’imprenditore antimafia

Rocco Greco, l'imprenditore suicida
Aver denunciato i boss non ha salvato le aziende di Rocco Greco dalle interdittive
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Rocco aveva 57 anni. È il protagonista della “primavera di Gela”. Dodici anni fa, nel 2007, rompe le catene dell’oppressione mafiosa. Prende e denuncia i boss del racket che lo depredavano. Convince altri sette imprenditori a fare come lui. La rivolta della Sicilia buona, capace e desiderosa di produrre. I mafiosi di Cosa nostra e della Stidda vengono condannati in via definitiva. Ma nell’incamminarsi verso le sentenze, durante le deposizioni ai processi seguiti al blitz “Munda mundi”, lasciano una scia di veleno come i nazisti che disarcionavano i binari dietro la fuga: «Ma quale pizzo, quegli imprenditori di Gela pagavano il nostro sostegno: spartivamo gli utili». Non ci credono i giudici, che condannano i boss e considerano Greco e gli altri come delle vittime. Ma una folle interpretazione del codice antimafia spinge prima il Viminale e poi un mese fa il prefetto di Caltanissetta a bollare col marchio delle interdittive l’azienda di Rocco, la Cosiam. «Negli anni scorsi Greco ha avuto atteggiamenti di supina condiscendenza nei confronti di esponenti di spicco della criminalità organizzata gelese, sussiste un pericolo di infiltrazione mafiosa» : così scrive a ottobre il nuovo ufficio del ministero, il Sisma, cioè “Struttura di missione prevenzione e contrasto antimafia”. Ne segue l’esclusione della Cosiam dalla white list delle imprese ammesse alle gare pubbliche. Ne consegue anche l’interdittiva prefettizia di un mese fa. Rocco ripete una litania, alla moglie: «Denunciare il racket m’è costato caro». E mercoledì mattina la fa finita.

È l’incredibile epitome della sciagura dell’antimafia. La mafia dell’antimafia, appunto, in una chiave che forse neppure Sciascia avrebbe ritenuto possibile: il sistema della prevenzione che si lascia manipolare dai criminali e stritola le vittime, in modo piuttosto consapevole ma reso come inesorabile da un’obbedienza cieca a procedure bestiali. È una nuova versione delle sciagure che hanno distrutto aziende come quelle di Francesco Lena o dei Cavallotti: imprenditori depredati di ogni attività dal sistema delle misure di prevenzione. Assolti in via definitiva eppure in tanti casi ancora non rientrati in possesso dei beni perché una legge omicida consente ai giudici palermitani della sezione Misure di prevenzione di ignorare la verità processuale e di non dissequestrare. Solo che stavolta un uomo ci rimette, oltre al patrimonio, la vita. Sospinto al suicidio dalla disperazione per un sistema capace di ignorare pure le verità scolpite in sentenze definitive.

LA CECITÀ DEL “SISMA”, NUOVO UFFICIO DEL VIMINALE

L’incredibile tradimento dello Stato si deve però al combinato disposto fra il tradizionale meccanismo delle interdittive antimafia e la nuova struttura insediata presso il ministero dell’Interno. È quello lo snodo in cui si perdono i sogni di liberazione di Rocco, è lì che lo Stato gli si rivolta contro. Come riferisce lo storico difensore di tante vittime di mafia, Alfredo Galasso, i giudizi di assoluzione pronunciati dai magistrati nei confronti di Rocco sono due. Quello del Tribunale di Palermo riguardante le posizioni dei mafiosi, si conclude nel 2013 col sigillo della Cassazione, che rottama le tesi infamanti portate in udienza dai boss: sono «false» e congegnate solo per «gettare l’ombra della collusione sulle vittime». Ricostruzione decisiva anche per un secondo processo, aperto a Caltanissetta, in cui l’imprenditore di Gela risponde addirittura per associazione a delinquere di stampo mafioso: qui l’assoluzione «perché il fatto non sussiste» arriva nel dicembre del 2017. Un percorso netto dal punto di vista della giustizia ordinaria che già nel 2015 aveva indotto il prefetto di Caltanissetta ad autorizzare l’iscrizione della Cosiam nella white list per le gare d’appalto.

Finché arriva la struttura “Sisma”, che non si capisce bene se per pigrizia o qualcos’altro va a ripigliare un po’ a casaccio lacerti dei vecchi atti processuali, e arriva così a sostenere che sussiste il pericolo di «infiltrazione mafiosa» nella società di Greco. Da lì la rimozione della Cosiam dalla white list e la conseguente nuova interdittiva antimnafia del prefetto di Caltanissetta, che capovolge la decisione di quattro anni fa. Parte la raffica di ricorsi al Tar che i Greco presentano attraverso gli avvocati Giuseppe Aliquò e Loriana Palermo. Ma il giudice amministrativo non accoglie le ragioni della famiglia di Gela. Intanto l’interdittiva costa alla Cobram la perdita di tutte le commesse. Greco è costretto a licenziare 50 operai. È l’inizio del baratro. La resa all’assurdità dei provvedimenti, che sono troppo mortiferi perché ci si possa ancora aggrappare alla speranza di un esito di nuovo favorevole. Esattamente come gli imprenditori palermitani assolti o addirittura ristorati quando è ormai troppo tardi delle loro aziende sequestrate. Quando sono del tutto svuotate, piene di debito per milioni, come è avvenuto a lo scorso ottobre al palermitano Massimo Niceta.

Rocco non ha retto di fronte al mostro giuridico edificato sulla base della folle legislazione antimafia. Un mostro la cui devastante irrazionalità è nelle parole dell’avvocato Galasso: «Non è possibile che la sentenze dei giudici valgano meno di informative su fatti comunque precedenti rispetto ai verdetti». All’ultima riunione con i legali, Greco ha già smesso di sperare. Si discute di un nuovo ricorso al Tar contro le interdittive, c’è il figlio Francesco, ormai partecipe, consapevole e determinato nel condurre la battaglia a fianco a suo padre. Verso fine incontro, Rocco pronuncia una frase strana: «Che bella serata, che stiamo trascorrendo». È il segno, forse, che si è definitivamente radicata in lui quella convinzione confessata a un amico: «Se mi metto da parte, se vado via io, i miei due figli potranno continuare a lavorare». Mercoledì mattina si alza alle 5.30 e dice alla moglie che deve andare in azienda per studiare le carte. Lascia a casa fede e orologio. I familiari si insospettiscono, in ufficio non c’è. È in una pozza di sangue in un container sul retro. Muore poco dopo all’ospedale “Vittorio Emanuele”. Ucciso dai no di un’antimafia che si fa manipolare dai mafiosi. 

 

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