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Stato- mafia: tsunami sui Ros ( Scenario opposto al Borsellino- 4)

Le motivazioni della sentenza sul processo trattativa
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La motivazione sulla “trattativa Stato- mafia” è in antitesi con quella del Borsellino quater.  Depositate le motivazioni, a tempo di record, esattamente nel preannunciato termine di 90 giorni dalla lettura del dispositivo della sentenza di primo grado, che ha concluso il processo e che ha portato alla condanna di tutti gli imputati chiave, tranne l’ex ministro Nicola Mancino e il collaboratore di giustizia Giovanni Brusca.  Motivazioni che sono state depositate proprio nel giorno delle commemorazioni della strage di via D’Amelio, in cui morirono Paolo Borsellino e le persone della sua scorta.

Un plico di oltre 5000 pagine depositato in un tempo brevissimo, se confrontato con le quasi 2000 pagine delle motivazioni della sentenza Borsellino quater, depositate dalla Corte d’Assise di Caltanissetta a più di un anno dalla lettura del dispositivo. Due motivazioni di due processi differenti, che vanno in due direzioni altrettanto differenti. Quella della Corte di Assise di Palermo, presieduta da Alfredo Montalto, che ha emesso la sentenza di condanna per la trattativa Stato- mafia, sconfessa l’altra, quella di Caltanissetta, presieduta dal giudice Antonio Balsamo, che, a proposito delle indagini investigative e processuali sulla strage di Via D’Amelio, ha parlato di «uno dei più gravi depistaggi della storia italiana» e dove, non solo non si parla di “Trattativa”, ma si dedica un capitolo all’interesse di Borsellino sull’inchiesta mafia- appalti, che, attraverso le parole del pentito Giuffrè, sembra poter essere una concausa della strage.

Per i giudici del processo Trattativa non è vero: scrivono che nonostante «può ritenersi certo che il dottor Borsellino nel periodo compreso tra la strage di Capaci e la sua morte si sia occupato del rapporto mafia e appalti», «non vi è alcun elemento di prova che possa collegare tale evenienza alla improvvisa accelerazione che ebbe l’esecuzione del dottor Borsellino, se si tiene conto che nessuno spunto idoneo a collegare tra la vicenda “mafia- appalti” con la morte del dottor Borsellino è possibile trarre dalle dichiarazioni dei tanti collaboratori di giustizia esaminati a cui la vicenda era ben nota». Per i giudici di Palermo, a differenza di quelli di Caltanissetta, il dossier “mafiaappalti” non è la concausa della morte di Borsellino, che invece scrivono sia da ritrovare «dai segnali di disponibilità al dialogo – ed in sostanza, di cedimento alla tracotanza mafiosa culminata nella strage di Capaci – pervenuti a Salvatore Riina, attra- verso Vito Ciancimino, proprio nel periodo immediatamente precedente la strage di via D’Amelio». Quindi la Corte smonta l’ipotesi, secondo cui il magistrato Paolo Borsellino fosse un pericolo per la mafia a causa della possibilità di una sua nomina a Procuratore Nazionale Antimafia, ma anche quella secondo cui l’accelerazione della sua morte scaturì per il suo interessamento per mafia- appalti, come sistema che coinvolgeva imprese nazionali e politici importanti. Un dossier redatto dai Ros e voluto da Giovanni Falcone. Diverse sono le testimonianze, ma per i giudici di Palermo anche queste non basterebbero.

Dunque oltre 5000 pagine dove viene spiegato che la “trattativa” ci fu e che a portarla avanti sarebbero stati, fino al 1993, i vertici dei carabinieri del Ros, e, successivamente Marcello Dell’Utri. In quale modo? In sintesi Mario Mori, Antonio Subranni e Giuseppe De Donno, ufficiali dei carabinieri, secondo le motivazioni si sarebbero fatti portatori presso le istituzioni del messaggio dei clan, un messaggio intimidatorio fatto di stragi e morti e volto a indurre lo Stato a più miti consigli nella politica di contrasto a Cosa nostra. Perciò, secondo la Corte, avrebbero concorso nell’accusa con i capimafia. Perché «trattando» e dialogando con i mafiosi, per il tramite del sindaco Vito Ciancimino, e «rappresentando» le loro istanze al governo, di fatto secondo la Procura avrebbero rafforzato e aiutato Cosa nostra. Dal ‘ 93 il ruolo di ‘ cinghia di trasmissione’ tra clan e pezzi di Stato verrebbe attribuito a Marcello Dell’Utri. Allora il premier era Silvio Berlusconi e ad essere condizionato dalle minacce mafiose fu il suo governo. Sì, perché il reato di trattativa, giuridicamente non esiste. Viene infatti contestato il reato di cui all’art. 338 del codice penale, ovvero la violenza o minaccia al corpo dello Stato ( politico, amministrativo o giudiziario). In altri termini, i soggetti che avrebbero accolto i benefici richiesti da Cosa Nostra, dietro pressioni psicologiche e minacce di ulteriori attentati, avrebbero cosi concorso a turbare l’attività politico- amministrativa e quindi avrebbero concorso nel reato di minaccia al corpo dello Stato. In questo caso chi sarebbe il corpo dello Stato minacciato? Paradossale a dirsi, ma tre sarebbero i governi destinatari delle minacce della mafia: quelli di Giuliano Amato, Carlo Azeglio Ciampi e Silvio Berlusconi. Quindi l’ex senatore Marcello dell’Utri avrebbe contribuito a minacciare il suo governo stesso. Come farebbe, in altri termini, lo Stato ad essere vittima e al tempo stesso autore del reato che a lui si imputa?

 

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