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Si suicidano anche gli agenti: 35 negli ultimi cinque anni

Sono 35 i suicidi e 2.250 le aggressioni subite negli ultimi cinque anni dai poliziotti penitenziari. E il trend è in aumento
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Se in carcere i detenuti si suicidano – sono già 11 dall’inizio dell’anno e 52 suicidi nel 2017 come ha evidenziato l’associazione Antigone nel suo rapporto presentato due giorni fa – anche gli operatori penitenziari non sono esenti dal rischio. Sono, infatti, 35 i suicidi e 2.250 le aggressioni subite negli ultimi cinque anni dai poliziotti penitenziari. Una tendenza in aumento che svela tra le righe le reali condizioni di lavoro del corpo, al limite delle possibilità e in una condizione penitenziaria che necessita di essere riformata sia per la condizione dei detenuti, sia per quella degli operatori. Ma la riforma dell’ordinamento penitenziario è ancora ferma a pochi passi dal traguardo. Nonostante le sollecitazioni del ministro della Giustizia, Andrea Orlando, l’apertura del presidente della Camera, Roberto Fico, e il recente appello sottoscritto dai 137 componenti degli Stati Generali dell’esecuzione penale, la Commissione speciale della Camera non è ancora tornata sui suoi passi e non ha ancora inserito in calendario l’esame finale sul decreto principale della riforma. Eppure, se solo il governo volesse, potrebbe andare ugualmente avanti. L’esponente del Partito Radicale Rita Bernardini ha ricordato che Il professor Nicola Lupo, Ordinario di Diritto delle Assemblee elettive università Luiss, dieci giorni fa aveva dichiarato a Giovanna Reanda di Radio Radicale che «se lo schema del decreto è già stato trasmesso nei giorni scorsi ma non assegnato, il governo è pienamente legittimato ad adottarlo lo stesso». Per ora il ministro Orlando nella sua recente lettera indirizzata ai presidenti Casellati e Fico ha sottolineato comunque «l’importanza che un provvedimento di tale portata abbia in ogni caso la seconda valutazione da parte della Commissione speciale».

Nel frattempo, però, si suicidano anche gli agenti penitenziari. Cinque giorni fa un agente penitenzia- rio del Gruppo Operativo Mobile ( Gom) di 31 anni della casa circondariale di Aosta – D. S., di origini sarde, sposato da pochi mesi, in forza al della Polizia Penitenziaria e in questo periodo operativo in Sardegna – si è tolto la vita a Oristano. A darne la notizia è stato Donato Capece, segretario generale del Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria Sappe. «Sembra davvero non avere fine il mal di vivere che caratterizza gli appartenenti al Corpo di Polizia Penitenziaria», ha detto il segretario del Sappe: «Tragedie che ogni volta che si ripetono determinano in tutti noi grande dolore e angoscia. E ogni volta la domanda che ci poniamo è sempre la stessa: si poteva fare qualcosa per impedire queste morti ingiuste? Si poteva intercettare il disagio che caratterizzava questi uomini e, quindi, intervenire per tempo? Siamo vicini alla moglie, al figlio, ai familiari e agli amici. Non sappiamo se vi siano correlazioni con il lavoro svolto – ha precisato – ma è luogo comune pensare che lo stress lavorativo sia appannaggio solamente delle persone fragili e indifese: il fenomeno colpisce inevitabilmente anche quelle categorie di lavoratori che almeno nell’immaginario collettivo ne sarebbero esenti, ci riferiamo in modo particolare alle cosiddette ‘ professioni di aiuto’, dove gli operatori sono costantemente esposti a situazioni stressogene alle quali ognuno di loro reagisce in base al ruolo ricoperto e alle specificità del gruppo di appartenenza. Il riferimento è, ad esempio, a tutti coloro che nell’ambito dell’Amministrazione di appartenenza spesso si ritrovano soli con i loro vissuti, demotivati e sottoposti ad innumerevoli rischi e ad occuparsi di vari stati di disagio familiare, di problemi sociali di infanzia maltrattata ovvero tutto quel mondo della marginalità che ha bisogno, soprattutto, di un aiuto immediato sulla strada per sopravvivere».

TREND IN AUMENTO

Il numero degli agenti penitenziari che decidono di togliersi la vita cresce al livello esponenziale. A denunciare questo fenomeno attraverso i dati ufficiali è la Funzione pubblica Cgil polizia penitenziaria. Parliamo di un nuovo step della campagna della categoria dietro le parole “dentro a metà” lanciata proprio per mostrare le condizioni di vita e di lavoro del personale di polizia penitenziaria. Tra il 2013 e il 2017, in soli cinque anni, secondo i dati raccolti dalla Fp Cgil, 35 sono stati i poliziotti penitenziari che si sono tolti la vita, il più delle volte con l’arma di ordinanza. Le aggressioni invece arrivano a 2.250, nello stesso periodo di riferimento. Un fenomeno che appare essere in forte aumento, tenendo conto delle 344 violenze registrate nel 2013 a fronte delle 590 del 2017. «Dati che segnalano una condizione di vita e di lavoro allo stremo delle possibilità», commenta Massimiliano Prestini, coordinatore nazionale della Fp Cgil Polizia Penitenziaria. Inoltre sottolinea che: «La cosa che preoccupa di più è che l’amministrazione penitenziaria non ha risposto alla nostra pressante richiesta di avviare un confronto su una situazione lavorativa la cui gravità non può essere ignorata. Benessere e sicurezza devono diventare priorità nella gestione delle carceri del nostro Paese».

A questo si aggiunge anche un altro problema. Nelle scorse settimane, 600 agenti hanno compilato un questionario commissionato dal sindacato penitenziario della Uil ed è emerso che molto dello stress lamentato dagli agenti dipenderebbe dalla chiusura degli ospedali psichiatrici. Con la chiusura degli Opg, infatti, è aumentata la presenza di questi detenuti negli istituti penitenziari causando nuove criticità e problematiche di gestione sia del detenuto con problemi psichici che del ristretto esasperato dalla coesistenza con il soggetto malato. Tra le cause anche, carenza di personale, formazione scadente e dirigenti poco attenti e preparati. Ma, se quasi un terzo degli agenti della penitenziaria dichiara un disagio al limite della sopportazione, il 65% lamenta una situazione di forte malessere.

LE SOLUZIONI DELLA UIL

Quali soluzioni per arginare questo stress lavorativo all’interno dei penitenziari? La stessa Uil che ha elaborato la ricerca attraverso il questionario, propone un potenziamento del personale, perché «già una diversa distribuzione delle risorse esistenti e l’ottimizzazione delle procedure operative potrebbero contribuire a ridurre i carichi di lavoro». La formazione, infatti, rappresenta uno strumento indispensabile per mettere gli operatori in grado di affrontare le situazioni critiche che sono inevitabili nel lavoro carcerario. «Strumenti specifici – propone lo studio della Uil devono essere introdotti per gestire le problematiche dei detenuti stranieri e psichiatrici ( la proposta di aumentare la presenza e potenziare l’intervento dei mediatori culturali è bene accetta dal 52%). Analogamente – aggiunge il sindacato – la formazione dei commissari è necessaria per superare le gravi carenze del management che sono state denunciate». Per assicurare il grande impegno che viene richiesto quotidianamente agli operatori, «risulta fondamentale adottare una gestione delle risorse umane basata sulla comunicazione e sulla partecipazione» . Il sindacato spiega che bisogna superare le soluzioni di emergenza adottate per rispettare la sentenza Torreggiani, ridisegnando i modelli di detenzione e formando gli operatori ai nuovi compiti. «Ma non bisogna dimenticare – sottolinea la Uil – che l’agente di polizia penitenziaria si trova quotidianamente a contatto con soggetti critici in condizioni di sofferenza e che questo determina l’esigenza di un supporto psicologico e di controlli sanitari periodici». In definitiva, per il sindacato, ciò che occorre in primo luogo garantire all’agente penitenziario è proprio il supporto, in termini di procedure definite, formazione, comunicazione con la direzione, chiarezza degli obiettivi e dei criteri a cui attenersi. «Solo in questo modo – conclude il sindacato potrà sentirsi un operatore della giustizia indispensabile per la tenuta della società e non un guardiano lasciato da solo a presidiare la barriera, con l’unico scopo di tenere lontani dalla nostra consapevolezza quelli che non devono essere nominati». Su queste proposte la Uil auspica che questa ricerca scientifica possa proseguire, anche in collaborazione con l’Amministrazione della Polizia Penitenziaria, per l’attuazione e la verifica di efficacia degli interventi migliorativi, nonché la sua estensione anche ad altri Paesi ai fini di un confronto tra istituzioni carcerarie.

 

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