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L’Europe c’est moi…

Il presidente francese interviene all'europarlamento, attacca i populisti e i nazionalisti che «possono portarci alla guerra civile», poi si autocandida a guidare la rinascita del Vecchio continente
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Per scuotere l’europarlamento ha usato l’immagine più estrema, la più apocalittica e sciagurata, quella della «guerra civile europea».

Emmanuel Macron irrompe a Strasburgo come un monarca alieno, ma con l’aspirazione manifesta del salvatore della patria. La «patria europea», naturalmente, assediata dai venti impetuosi «dei populismi, dei nazionalismi e degli egoismi nazionali». Talmente impetuosi da mettere a rischio la stessa tenuta della democrazia, che rischia oggi una «pericolosa svolta autoritaria» al punto da farci smarrire identità e valori «il nostro tesoro da 70 anni».
Nell’illustrare la sua idea d’Europa il presidente francese non si è certo risparmiato, pronunciando un discorso ambizioso e a tratti ispirato. Incassa gli applausi convinti del presidente della Commissione Junker e dei gruppi liberali e quelli più timidi dei socialisti, non rinunciando al corpo a corpo con i deputati euroscettici o con i parlamentari della sinistra storica, che in diversi passaggi hanno fischiato le sue involate e la sua spavalderia.

«Non possiamo far finta che si tratti di una discussione ordinaria non viviamo un tempo normale», esordisce Macron evocando subito il rischio che il “patto europeo” si spezzi, che le nazioni si ripieghino su se stesse, che la paura e la xenofobia diventino la costante delle nostre società, che il Vecchio continente si trasformi in un fortino blindato verso l’esterno e litigioso al suo interno.La Brexit, la vittoria delle forze illiberali nei paesi dell’est, i rigurgiti nazionalisti, l’ostilità per gli stranieri, l’influenza crescente della Russia putiniana, la credibilità ridotta al lumicino delle classi dirigenti comunitarie, sono per Macron elementi pericolosissimi: «Rischiamo una guerra civile europea», tuona l’inquilino dell’Eliseo tratteggiando scenari drammatici ma allo stesso tempo offrendo un’alternativa al declino di cui, ça va sans dire, lui sarebbe l’attore protagonista: «Non voglio appartenere a una generazione di sonnambuli che ha dimenticato il proprio passato e non vede i tormenti del proprio presente».

Con grande abilità retorica Macron prova a rovesciare un concetto tanto caro ai suoi avversari: la sovranità, per applicarlo non più al destino delle nazioni ma proprio all’esangue Unione europea che manca crudelmente di legittimità dal basso: «Dobbiamo costruire una nuova sovranità europea, attraverso la quale daremo ai nostri cittadini la risposta chiara e ferma, che possiamo proteggerli. Serve una sovranità più forte della nostra. Solo quest’ultima consentirà di dare le risposte giuste alle grandi migrazioni, all’insicurezza planetaria, alle trasformazioni economiche, sociali ed ambientali. È questa la sovranità europea in cui credo».

Sovranità economica, sovranità ambientale, sovranità sulla sicurezza, sovranità sanitaria e sovranità digitale, i cinque assi attorno ai cuolo dovrà ruotare «la rinascita» del vecchio continente. In un ammirevole sforzo di ottimismo Macron sfida le destre nazionaliste, convinto che «nel prossimo parlamento europeo (si vota nel 2019 n. d. r.) le formazioni filo-europee saranno ancora più forti e rappresentate». In tal senso si appunta direttamente una medaglia sul petto ricordando come in patria è riuscito ad umiliare Front National di Marine Le Pen approdando all’Eliseo contro tutti pronostici, che con lui il populismo ha trovato un avversario tenace e determinato.

Quando l’europarlamentare del Fn Florian Philippot lo attacca a testa bassa, definendolo «il peggior catechista del liberalismo europeo» e declamando l’ennesimo elogio della Brexit chiede un referendum per far uscire la Francia dall’euro, lui gli risponde senza mezzi termini tra gli applausi (quasi) generali: «Se non le piace il dibattito e non ama l’Europa può tranquillamente andarsene dall’aula, anzi poteva restarsene a casa». Macron difende poi la centralità dell’asse franco-tedesco nel solco tracciato da Mitterrand e Kohl, Chirac e Schroeder, Hollande e Merkel, ma a suo modo si spinge oltre, senza affermarlo esplicitamente, pone la “sua” Francia alla guida del carro, promettendo un consistente aumento dei fondi da destinare all’Unione da parte di Parigi e rivendicando così una specie di prelazione sulla direzione futura dell’Ue.

Un monarca repubblicano, per parafrasare la felice espressione del sociologo Maurice Duverger, ma anche un alieno, un prodotto ibrido e ibridato del suo tempo che sconfina in territori nuovi e inesplorati. Caratteristica, quest’ultima, che rivendica quasi con orgoglio: «Non appartengo a nessuna famiglia politica di questo emiciclo, non ho interessi di parte, non ho pregiudizi, sono un uomo libero».

Se c’è in Europa un personaggio capace di tenere testa all’ondata xenofoba e identitaria quello è senza dubbio Emmanuel Macron, il più populista tra gli anti-populisti europei.

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