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L’irriducibile, il dialogante e l’incerto. La parti in commedia dell’opposizione

Carlo Calenda Papeete Conte
Conte sale sulle barricate per difendere il reddito di cittadinanza, Calenda apre il dialogo Meloni, Letta convoca la piazza ma il Pd non ha capito perché
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La manovra è il biglietto da visita del governo ma lo è anche delle opposizioni, dal punto di vista opposto, quello delle reazioni. Non si può dire che il debutto in società dell’esecutivo Meloni sia smagliante ma certo quello dei suoi oppositori è molto peggio. Lo ammettono tutti ed è vero ma quasi tutti bersagliano l’obiettivo sbagliato: la divisione dell’opposizione che «non riesce neppure a organizzare una manifestazione comune». Si tratta di una di quelle osservazioni che, in superficie, sembrano dettate da puro buon senso e che invece, più in profondità, suonano come conferma dei mali che hanno messo in ginocchio la sinistra. Non un rimedio peggiore del morbo ma il morbo stesso.

Alla manovra le tre forze d’opposizione hanno reagito in modo diverso: caustica la bocciatura del Terzo Polo che tuttavia si dichiara prontissimo a discutere con il governo una «contromanovra». Quanto a concretezza la risposta vale zero, però non è neppure solo propaganda facile. È un segnale politico lanciato consapevolmente, così come i commenti di Calenda su Salvini «che è un disastro mentre con Fedriga si può lavorare». Il Terzo Polo, insomma, non c’è ma potrebbe esserci. La porta è chiusa ma non le finestre.

Starà alla premier, nonché alle imprevedibili circostanze future, decidere se puntare sul dialogo con il Terzo Polo oppure no. Ma su un capitolo il futuro è già scritto: se mai si arriverà alla riforma istituzionale Renzi e Calenda saranno disponibili a un dialogo senza chiusure pregiudiziali. All’opposto del Pd (sempre che il Pd di domani somigli a quello di Letta e non è affatto detto).

Conte deve solo recitare la facile e redditizia parte in commedia che tutti gli altri hanno scritto per lui. Un Pd scriteriato lo ha spinto a presentarsi con un quasi monopolio dell’opposizione “di sinistra”. Il governo, con lo smantellamento del reddito di cittadinanza, gli fornisce un argomento solidissimo per attaccare a testa bassa, con la certezza di fare il pieno di consensi nelle aree sociali e geografiche prese di mira dalla controriforma. In prospettiva l’isolamento potrà anche rivelarsi sterile ma dire in prosepttiva equivale a dire in un futuro lontano e al momento per il leader dei nuovi 5S l’importante è fare il pieno per arrivare all’appuntamento di quel più o meno distante futuro in posizione di forza.

Il Pd somiglia anche in questa occasione a una trottola impazzita. Si è lanciato in una competizione con i 5S per la rappresentanza delle aree più deboli accusando la manovra di essere «iniqua». Ma mentre il M5S, che del rdc ha fatto da anni la sua bandiera, ha le carte in regola, oltre che la convenienza politica, per dichiarare l’opposizione radicale, per il Pd le cose stanno diversamente. A parte l’arrembaggio contro il rdc la manovra è sostanzialmente draghiana ed è pochissima cosa. Come possa il partito della “agenda Draghi” convocare una manifestazione nazionale ancor prima che venisse presentata si spiega solo con la necessità di competere con Conte. Non ci sarebbe niente di male se la competizione si articolasse sul piano dei contenuti, cioè se il Pd si ponesse il problema di rivedere dalle fondamenta la propria identità politica ma non è affatto il caso. Al contrario, la bussola continua a essere la speranza che questo governo duri poco e si possa rientrare dalla finestra di un ennesimo governo anomalo.

Due partiti dispongono di un’identità politica ma hanno tutte le intenzioni, per ora, di rinsaldarla e allargarne i consensi accentuando gli elementi divisivi. La terza insiste nel rifiutare ogni identità precisa che vada oltre il governo purchessia e dunque oscilla tra le posizioni degli altri due. In questa situazione una manifestazione comune sarebbe solo polvere sotto il tappeto, in nome della logica suicida che fa del rivale il solo elemento comune.

Non basta e non può bastare. L’errore, casomai, sta nel non riconoscere le differenze, smettere di considerarle il nemico principale e iniziare a cercare da subito, anche con discrezione, i possibili punti di contatto da costruire con pazienza e fatica nel tempo. Ma per avviare un simile percorso è necessario che il Pd esca dalla sua eterna condizione informe e smetta di scommettere su un rientro miracoloso al governo a breve.

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