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«Io, procuratrice afghana ringrazio l’Italia per avermi salvata dai talebani»

Shafiqua Saeise ha ritrovato il sorriso, ma quando si parla del suo paese, l’Afghanistan, lo sguardo diventa triste
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Un velo – questo sì, giustificato – le oscura il volto. Troppo grande il dolore per aver lasciato l’Afghanistan di nuovo torchiato dall’oscurantismo talebano; troppo grande il dolore per aver abbandonato il lavoro che amava al servizio della giustizia. Già, perché Shafiqua era procuratrice e fece condannare molti talebani autori di crimini tra i più atroci. Gli stessi talebani che, da oltre un anno, con la fuga degli americani, hanno ripreso il controllo ed emesso nei confronti della giovane magistrata la loro barbara sentenza.

Dall’Italia l’impegno di Shafiqa Saeise prosegue lo stesso. «Sono grata al vostro paese», racconta al Dubbio. In tanti si sono impegnati per farla giungere qui da noi, come l’avvocato Federico Cappelletti (Commissione Diritti Umani del Coa di Venezia), Giovanni Salvi, ( già Procuratore generale della Corte di Cassazione), Mariarosaria Guglielmi ( procuratrice), il professor Nicola Selvaggi, l’Arci e il personale del ministero della Giustizia.

Procuratrice Saeise, le manca l’Afghanistan?

Ero una ragazzina quando l’era oscura dei talebani è stata messa da parte nel 2001. In quell’anno, con la riapertura dei luoghi pubblici, dei centri di intrattenimento, delle scuole e delle università si è rivista la luce. Lo stesso è avvenuto per l’istruzione delle ragazze e la partecipazione delle donne alle principali attività. Nel periodo, chiamiamolo così, di rinascita del mio paese, ho avuto l’occasione di crescere, di studiare e di lavorare. Mi manca poter vivere fisicamente in un luogo geografico, che aveva ritrovato la speranza e si muoveva verso il progresso.

Quanto è stato difficile lavorare e perseguire gli autori di tante violazioni dei diritti umani?

Il ruolo della donna nella società afghana è principalmente radicato nella prima tradizione islamica, il “Pakhtonwali”. Si tratta di un tipico codice d’onore che proibisce la presenza della donna in pubblico e la considera un atto non virtuoso. In effetti, il ruolo della donna nelle forze dell’ordine è di per sé problematico e viene aggravato dalla presenza di entità parallele, come il sistema di giustizia religioso e consuetudinario, che mina la legittimità del sistema giudiziario statale. I protagonisti di queste entità sono potenti quanto le istituzioni statali. La guerra, la rete criminale, l’economia legata ai traffici di droga, il traffico di esseri umani sono causa della violazione dei diritti umani all’ombra della tradizione e della religione. Le difficoltà che ho dovuto affrontare come pubblico ministero nel perseguire gli autori delle violazioni dei diritti umani in una società del genere hanno richiesto perseveranza e coraggio. L’Afghanistan è un posto molto difficile in cui lavorare per consegnare qualcuno alla giustizia.

La scelta di lasciare l’Afghanistan è stata inevitabile nell’estate dello scorso anno?

È stata inevitabile ed obbligata. L’uccisione sistematica di molti magistrati da parte di una vasta rete criminale, controllata dai talebani, è stata avviata ben prima del 2021. Più di duecento pubblici ministeri hanno perso la vita prima che i talebani prendessero il controllo dell’Afghanistan. Il mio caso è leggermente diverso. Ho formato giovani studenti in materia di diritti umani. Mi sono occupata anche dei crimini di guerra che le forze talebane hanno commesso nel distretto di Malistan, la località in cui sono nata. In quel caso ho indagato e passato le prove raccolte alla Commissione delle Nazioni Unite. Pochi giorni dopo, l’Onu ha riconosciuto che i crimini di guerra sono stati effettivamente commessi. Sapevo che i talebani alla fine sarebbero venuti a conoscenza del mio lavoro con conseguenze inevitabili per me e la mia famiglia. Così, dopo aver trascorso alcuni giorni a casa dei miei parenti, non ho avuto altra scelta e ho lasciato l’Afghanistan il 25 agosto 2021. Molto tempo dopo ho saputo che i talebani hanno emesso un mandato di assassinio nei miei confronti.

L’Afghanistan è tornato indietro di molti anni. Un salto nel buio?

La prospettiva che i talebani hanno tracciato per le future generazioni dell’Afghanistan è chiara. La Commissione per i Diritti Umani che monitorava quanto accadeva nel mio paese è stata sciolta. Il ministero per gli Affari femminili è stato trasformato nel “ministero per la promozione della virtù e la prevenzione del vizio”. In altre parole, è stato istituito un ministero che ha soppresso i diritti delle donne e la democrazia. Il ruolo della legge è stato sminuito, l’istruzione delle ragazze e l’occupazione femminile sono attualmente sospese. Si tratta di un salto nel buio, in una età oscura che annichilisce la donna e i diritti umani.

La comunità internazionale sembra essersi arresa ai talebani. Cosa ne pensa?

Sì, in effetti, è così. Ma noto che è stato abbandonato anche il principio fondamentale, che lega insieme individui e società, in base alla dignità e alla affermazione dei diritti inalienabili. Mi sembra che quella che viene chiamata “comunità internazionale” non costituisca più un corpo omogeneo significativo, che premia il progresso dei diritti umani e punisce chi li viola. Assistiamo ad interessi contrastanti che giustificano persino l’esistenza dei talebani alla guida di uno Stato e a presidio del terrorismo internazionale.

Ha intenzione di ritornare a Kabul?

In qualità di procuratrice sono preoccupata per lo Stato di diritto, la giustizia e i diritti umani. Tuttora sono in stretto contatto con alcuni colleghi rimasti in Afghanistan. Voglio continuare a fornire il mio contributo in favore delle ragazze afghane, che devono poter ricevere una adeguata istruzione con ogni mezzo possibile, e delle donne in generale. Queste per me sono delle priorità. È vero anche che la battaglia per la lotta in favore dei diritti umani e della giustizia per il popolo afghano, per essere efficace, dovrebbe essere combattuta in Afghanistan. Ma per il momento va così.

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