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Quel folle braccio di ferro con Parigi sui migranti che ci allontana dalla Ue

La scelta del governo Meloni di ingaggiare uno scontro con l’Eliseo mette a rischio anche la partita sulle regole per correggere il Patto di stabilità e il Fiscal Compact
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Conviene mettere da parte le questioni etiche. Non che siano infondate ma da quel punto di vista nessuno in Europa ha le carte in regola per puntare il dito sugli altri e nessun partito che sia stato al governo negli ultimi 15 anni può permettersi di denunciare il comportamento altrui senza passare per ipocrita.

L’accogliente Francia non ha esitato troppo ad aprire il fuoco a Ventimiglia e l’umanissimo Pd finanzia da anni, in Libia, i peggiori ceffi immaginabili fingendo di ignorare cosa succede nei lager con i quali impediscono agli africani di venirci a disturbare. Nell’Unione e in materia di immigrazione tutti, nessuno escluso, sono “sovranisti”, se col termine s’intende la priorità assoluta concessa agli egoismi nazionali, e nella politica italiana nessuno è mai andato per il sottile anche se una parte cura l’apparenza nascondendo quel che fa e l’altra fa lo stesso esaltandolo oltre misura. Entrambi a puro uso del loro diverso elettorato.

Al netto delle questioni etiche, che pure ci sono e sono in questo caso pesanti, la scelta del governo Meloni di debuttare ingaggiando un braccio di ferro aperto a conseguenze anche gravi con il resto dell’Unione va giudicata per quello che è: una decisione politica. Ma è proprio su questo piano che la scelta appare incomprensibile. L’era Covid è finita, anche se qualche strascico ancora esercita una positiva influenza sul rigorismo europeo. Ma non bisogna illudersi: quel rigorismo proverà a imporsi di nuovo perché in questa direzione tira il Paese guida, una Germania molto diversa da quella della lunga era Merkel.

Il tavolo principale sul quale si gioca la partita sono le nuove regole che dovrebbero correggere il Patto di stabilità e il Fiscal Compact. È un tavolo sul quale l’Italia, anello debole tra i grandi Paesi europei, con un debito alle stelle e tenuto ora a freno solo a prezzo di una prudenza da occhiuti ragionieri nella gestione dei conti pubblici, si gioca moltissimo ed è evidente che solo un’abile diplomazia capace di tessere alleanze proficue può evitare che il risultato somigli da vicino a un commissariamento permanente.

Ci sono altre sfide, altrettanto impegnative ma molto più incombenti. Mercoledì scorso, rivolta ai parlamentari del suo partito, la premier ha affermato a chiare lettere quel che del resto tutti già sanno: i margini di manovra dell’Italia, nel contrastare la crisi innescata dall’inflazione e dai rincari dei prezzi, sono molto limitati. Per farcela è necessario che l’Unione scenda in campo con massima determinazione, come ai tempi non lontani del Covid, insomma con qualche forma di debito comune. Comunque varando un Piano energia comune efficace, che per ora non esiste neppure sulla carta ma solo nella enunciazione delle buone intenzioni.

Su ciascuno di questi fronti l’Italia deve fare i conti con una Germania colpita a fondo, e probabilmente non per epifenomeno e spiacevole effetto collaterale, dalla guerra economica dell’occidente contro la Russia. Dunque con una Germania molto più egoista e arcigna di quanto non fosse pochi anni fa. La sola via per farcela passa proprio per quell’accorta politica diplomatica in grado di condizionare Berlino e i famosi “Paesi frugali”, in concreto di sfruttare la divisione inaudita in queste dimensioni tra i due Paesi guida dell’Unione, Francia e Germania. Per un governo dell’Italia che entrambi quei paesi guardano con massima diffidenza e del quale temono l’impatto sui loro quadri politici interni non è certo una missione facile.

La premier italiana lo sa. Dimostra di averlo capito adottando una politica economica e finanziaria identica a quella dell’augusto predecessore e mettendo una sordina inflessibile a qualsiasi ubbia antiatlantista nella propria maggioranza. La sfida “salviniana” sui migranti rovina però quel lavoro accorto. Precipita di nuovo Giorgia Meloni nel recinto degli infrequentabili, piazza un cuneo difficilmente superabile tra l’Italia e quello che dovrebbe essere oggi il suo principale alleato nelle partite interne alla Ue, il governo francese. Attizza tutte le paure, perché la mobilitazione della destra francese contro gli immigrati rende evidente quanto concreto sia il rischio di un contagio in partenza da Roma.

I motivi per i quali Giorgia Meloni ha deciso di imboccare questa strada possono essere diversi e certamente incidono a fondo la pressione di Salvini da un lato e la necessità di “dire, anzi fare qualcosa di destra” a beneficio del proprio elettorato. Ma l’errore politico resta clamoroso. Forse esiziale.

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