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Che guaio le Regionali per un Pd schiacciato tra Conte e Calenda

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Senza idee né identità, sia nel Lazio che in Lombardia il Nazareno invoca la liturgia sbiadita delle primarie. Il Terzo polo candida Moratti, il M5S pone le condizioni per il post Zingaretti
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Riecco il termovalorizzatore! Il casus belli che portò alla caduta del governo Draghi rischia ora di costare al Pd anche il Lazio. I conti sono elementari: senza il M5S la sconfitta è quasi certa, a essere generosi. Il prezzo dei 5S per intavolare le trattative, che non sarebbero comunque facili, è proprio la rinuncia al termovalorizzatore di Gualtieri. È una condizione che il Pd non può accettare, non dopo essersi impuntato a luglio rifiutando di stralciare l’emendamento voluto dal sindaco di Roma dal dl Aiuti anche a costo di uno scontro frontale, e fatale per il governo, con il Movimento di Conte.

Tra gli aspetti surreali della vicenda c’è il fatto che mentre tenta di riaprire i canali di comunicazione con Conte, il Pd considera anche la possibilità di puntare su D’Amato, il candidato di Calenda, purché il riottoso ex ministro accetti di sottoporlo all’ordalia delle primarie. Cosa che Calenda non ha alcuna intenzione di fare, perché sarebbe un passo senza ritorno verso un’alleanza stabile con il Nazareno che non rientra né nei suoi progetti né in quelli di Renzi. Così nel frullatore finiranno chissà quali e quanti nomi.

D’Alema e Bettini, autonominatisi ufficiali di collegamento tra il Pd e il M5S, punteranno su Gasbarra, considerato il meno sgradito al leader pentastellato. Come se i soliti gazebo potessero decidere sulla linea politica di un partito e anzi addirittura sulla sua identità. Perché in ballo, in questo caso, non c’è solo un indirizzo ma una impostazione di fondo. L’alleanza sbilanciata a sinistra con i 5S o a destra con il Terzo Polo, in un momento simile e in una regione fondamentale come il Lazio, chiama infatti in causa molto più che non una decisione locale.

In Lombardia il quadro non cambia. Letta ha tentato almeno di frenare la deriva finale, l’eventualità cioè di sostenere una candidata targata centrodestra e Forza Italia da sempre come Letizia Moratti. La posizione drastica del segretario uscente non è piaciuta a molti, all’interno del Pd, anche se molto difficilmente riusciranno a modificare la decisione di Letta. Ma per il resto il buio è totale. Il Pd sogna Sala, che però non può lasciare Milano e quindi anche in Lombardia, dove almeno i 5S non rappresentano un problema, finiranno nel frullatore delle primarie diversi nomi, incluso probabilmente quello di Cottarelli, candidato che pesca nello stesso elettorato di Moratti. A tutto vantaggio di Conte, che mira ad affermare la sua leadership sulla sinistra.

Il pasticcio delle Regionali, del resto, è il versante politico di una situazione di confusione e incapacità di scegliere andata plasticamente in scena sabato scorso. Al di là della piattaforma volutamente tanto vaga e generica da non poter essere criticata quasi da nessuno, il senso della manifestazione era chiarissimo: chiedeva un cambio di passo nei confronti della guerra, senza abbandonare l’Ucraina ma puntando sulla trattativa e la fine dell’invio di armi a Kiev. Una linea diametralmente opposta a quella del Pd, i cui leader a partire dal segretario erano però in piazza come se nulla fosse. È l’eterno male oscuro e sempre meno curabile del Pd: l’incapacità di dotarsi di un’identità politica reale. Solo che si tratta più di assenza di volontà che non di mancanza di capacità. L’insistenza, anche contro il segretario, sul non anticipare il congresso denota proprio questa tendenza a considerare la palude il proprio ambiente naturale.

In questa nebbia il Pd ha un solo faro, un’unica bussola alla quale si affida anche in questo frangente: le primarie. Che fare in Lombardia e Lazio? Aprire i gazebo. Come risolvere un vuoto d’identità che ha fatto precipitare il partito, nei sondaggi, ai livelli del 2018? Chiamando a raccolta la base per scegliersi un segretario. Il paradosso è meno stridente di quanto non sembri. Le primarie sono sempre state il vero marchio di fabbrica del Pd, il suo segno distintivo e per un po’, sull’onda dell’Ulivo, del bipolarismo, di una vocazione maggioritaria non ancora fallita hanno anche funzionato, se non come vettore di consenso come suppletivo identitario per la propria base. Ma il marchio ha finito per diventare la sostanza stessa e anche sul piano del cemento identitario i tempi sono cambiati. Le primarie non bastano più.

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