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Essere George Soros: il filosofo mancato che sfida il populismo con la forza dei miliardi

george soros
A 92 anni il “nemico perfetto” delle destre nazionaliste non ha alcuna voglia di uscire di scena. E tra idealismo e speculazioni finanziarie porta avanti la sua battaglia
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L’ultimo a chiamare in causa George Soros è stato il “nostro” Carlo Calenda che ha accusato la leader di + Europa Emma Bonino di aver ricevuto un milione e mezzo di euro dal magnate ungherese per abbandonare Azione e allearsi con il Pd nell’ultima campagna elettorale. L’obiettivo? Creare un “listone antifascista” per contrastare o almeno per tamponare la vittoria annunciata dei Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni. Dal partito nessuno nega, anche se il segretario Benedetto Della Vedova ci tiene a precisare che a ricevere i fondi sono stati solo «alcuni candidati».

Il tentativo è andato come è andato, ma, alla tenera età di 92 anni George Soros non si dà certo per vinto, lui continuerà fino all’ultimo a giocare il ruolo del demiurgo liberal, del filantropo progressista, invitandosi ai tavoli della politica senza bussare alla porta, influenzando e ingerendo, mobilitando le sue colossali ricchezze per sfidare l’ondata populista che da un decennio scuote la politica in Occidente. Contro i nazionalismi, contro la Brexit, contro i tycoon reazionari alla Donald Trump, contro le frontiere chiuse ai migranti e contro le autocrazie dell’Europa orientale di cui la sua Ungheria è un fulgido esempio.

Per il presidente Viktor Orban Soros è il pericolo pubblico numero uno, un avversario della patria e della coesione nazionale, agente George Soros è anche e soprattutto un acrobata della finanza che conosce a menadito i labirinti della speculazione, gli appetiti animali del mercato, la roulette delle borse mondiali ambienti nei quali si è mosso con agio a grande astuzia. In molti ricordano la sua scommessa contro la sterlina tramite il fondo di investimenti Quantum che nel 1992 affossò valuta britannica, il celebre “mercoledì nero” che peraltro portò anche alla svalutazione della lira e ai prelievi forzosi dai conti correnti da parte del primo governo Amato.

Sono almeno 15 i miliardi che Soros ha speso dal 1980, anno in cui ha lanciato la sua prima fondazione, per promuovere la “società aperta” in omaggio al venerato maestro Karl Popper: «Da bambino ho conosciuto il nazismo, poi il socialismo reale, mi sono sempre battuto contro l’oppressione politica e per la tolleranza, Popper è un modello».

Laureato alla London School of Economics si definisce con una certa paraculaggine «un filosofo mancato», ma probabilmente ha pensato che, a differenza delle chiacchiere, il denaro riesce a smuovere davvero le montagne e che dalle stanze dei bottoni del grande capitale è molto più facile cambiare il mondo – o semplicemente togliersi sfizi e soddisfazioni-. che da una polverosa aula universitaria. Da quasi quarant’anni due terzi del suo patrimonio stimato intorno ai 25 miliardi di dollari vanno a finanziare le attività sociali e politiche del gruppo.

La sua Open Society Foundations, che controlla la fitta rete di ong e associazioni di cui è a capo, è in prima linea nella difesa delle minoranze come i rom, nell’integrazione degli immigrati, nella promozione dei diritti civili degli omosessuali e delle persone Lgbtq.

Per le destre nazionaliste e populiste naturalmente George Soros è pura kriptonite, la sua idea di società, multietnica, multireligiosa, multiculturale, mondialista e in continua trasformazione è un vero e proprio incubo per chi ha costruito le proprie fortune politiche nella difesa ringhiosa della patria, delle identità nazionali, delle radici cristiane, dello Stato etico.

«Un capitalista ebreo, liberal pro globalizzazione che antepone l’Unione europea alle singole nazioni, si direbbe che Dio abbia creato il nemico perfetto delle destre», ironizzò una volta il politologo ungherese Lazlo Keri. E in effetti attorno alla sua figura di “signore del caos” si sono coagulate dicerie demoniache e inquietanti teorie del complotto di chiaro stampo antisemita sulla falsa riga del famigerato Protocollo dei savi di Sion. Sarebbe Soros secondo i cospirazionisti il burattinaio del fantomatico Piano Kalergi che punterebbe alla “grande sostituzione” dei popoli europei con gli immigrati provenienti dall’Africa e dall’Asia per creare un “meticciato” di razze deboli e in balìa delle élite politico- economiche.

Per alimentare il racconto in rete proliferano da anni falsità e fake news di ogni tipo sul suo conto come i finanziamenti alle carovane di migranti latinos durante l’amministrazione Trump. Oppure le carte di credito che avrebbe distribuito sempre ai migranti in viaggio per l’Unione europea tramite l’alto commissario dell’Onu per i rifugiati, bufala che venne cavalcata anche dall’attuale presidente del consiglio Giorgia Meloni. O dal ministro Matteo Salvini che l’accusò di volere «riempire l’Europa di finti profughi».

C’è persino chi lo taccia di essere un ex nazista e di aver aiutato il regime nella deportazioni verso i campi di sterminio hitleriani, come hanno fatto le radio pro- Trump dell’alt- right americana, illazione che appare particolarmente vigliacca se rivolta a un ebreo la cui famiglia è stata costretta a cambiare nome e a convertirsi al cristianesimo per sfuggire alle persecuzioni del Reich. Così la sua ombra viene continuamente evocata ogni volta che scoppia un movimento di protesta una rivolta o una rivoluzione colorata in un paese dell’est Europa, Georgia, Ucraina, Bielorussia. Macedonia, Polonia. «Ha stato Soros!», si diceva un tempo per irridere i complottisti che vedono lo zampino del magnate un po’ ovunque. E a lui in fondo questo ruolo leggendario non dispiace, contento assai di recitare la parte del finanziere illuminato che, per una crudele nemesi della Storia, è oggi assieme a papa Bergoglio, uno degli ultimi beniamini della sinistra.

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