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Dall’avvocatura la spinta per superare il linguaggio che nega la parità di genere

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Da ieri la due giorni sulle discriminazioni voluta da Cnf, Scuola superiore e Rete Cpo. L’intesa tra Bonetti, Masi e Ollà: «Possiamo estirpare la violenza anche dalla parola»
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Una due giorni di dibattito e formazione davvero intensissima, che vede uniti Rete dei Comitati Pari opportunità, Consiglio nazionale forense e Scuola superiore dell’avvocatura: ieri si è aperto l’approfondimento su “Le parole e i diritti”, organizzato presso la sede della massima istituzione forense e centrato sulla particolare forma di violenza costituita dalla discriminazione di genere attraverso, appunto, la parola. Tre sessioni hanno visto impegnati i relatori ieri, oggi si conclude con la tavola rotonda su “Linguaggio e pregiudizio nel processo”. Ad aprire i lavori sono state tre donne al vertice delle istituzioni e dell’avvocatura: la ministra per le Pari opportunità Elena Bonetti, la presidente del Cnf Maria Masi e la vicepresidente della Scuola superiore dell’avvocatura Giovanna Ollà. Hanno spiegato insieme il senso e il valore dell’iniziativa, resa possibile dallo straordinario impegno della commissione Pari opportunità dell’istituzione forense e, appunto, della Rete dei Comitati Pari opportunità istituiti presso gli Ordini territoriali. La Rete dei Cpo ha messo a frutto le ricerche e il lavoro preparatorio del proprio Gruppo di studio Linguaggio e comunicazione.

«Non certo per scaricare un peso così grande, ma è innegabile che l’avvocatura e il Cnf in particolare abbiano un compito e una missione delicatissimi», ha detto la ministra Bonetti, «per la promozione di un linguaggio che superi le discriminazioni di genere in ambito giuridico e non solo». Secondo la titolare del dicastero alle Pari opportunità «è il momento giusto, da cogliere assolutamente, per arrivare a un cambiamento nella comunicazione e nella società».

Le questioni attorno a cui ruota il grande tema della parità di genere nella comunicazione sono diverse: lo dimostra la varietà dei temi affrontati ieri, da “Linguaggio inclusivo e grammatica”, prima sessione, moderata dall’avvocata del Foro di Bari ( e consigliera Cnf nel quadriennio 2015- 2018) Anna Losurdo, a “Linguaggio nella Pa e nelle istituzioni forensi”, tavola rotonda coordinata dall’avvocata Pina Rifiorati, presidente Comitato Pari opportunità di Udine.

Nel pomeriggio la sessione dedicata al “Linguaggio d’odio sui social e sulla stampa. «Sappiamo che il contenuto della nostra discussione potrebbe non risultare pacificatorio per tutti», ha avvertito la presidente Masi nel presentare i lavori, «ma ci sono molti ambiti in cui è urgente un passo avanti deciso per ottenere la parità di genere anche nel linguaggio. Mi riferisco anche alle sentenze e alla giurisdizione, in particolare sui casi di violenza di genere», ha aggiunto il vertice dell’istituzione forense. Che ha anticipato alcuni contenuti approfonditi in seguito, in particolare nella sessione pomeridiana: innanzitutto «è necessario convincersi che la comunicazione, il linguaggio, consentono di costruire e trasferire la riconoscibilità del genere in modo complessivo, in ogni ambito del sistema sciale».

Subito dopo è intervenuta Giovanna Ollà, prima vicepresidente donna nella storia della Scuola dell’avvocatura così come Masi è la prima donna eletta al vertice del Cnf. «All’interno della nostra professione abbiamo dunque completato il superamento di un vero e proprio tabù: il percorso di affermazione della parità è sancito, nel nostro caso, dalla legge professionale, che ha previsto l’istituzione, presso tutti gli Ordini, dei Comitato Pari opportunità. Considero come un segnale importante», ha aggiunto Ollà, «il fatto che il primo grande evento organizzato dalla Scuola con la mia vicepresidenza riguardi la discriminazione di genere e il discorso d’odio nel linguaggio».

Va ricordato che l’impegno del Cnf nel contrasto dell’hate speech ha radici forti: è grazie all’istituzione forense italiana che nel 2017 si è tenuto a Roma il primo G7 dell’avvocatura, dedicato appunto al linguaggio d’odio. Di sicuro il contributo che l’avvocatura può dare a una particolare forma di hate speech qual è la discriminazione linguistica di genere è cruciale perché connesso al ruolo di garante dei diritti che spetta al difensore. E di distorsioni da superare ce ne sono ancora troppe, dai testi scolastici alla Pa, dalla stessa professione forense al linguaggio dei codici, della burocrazia, della pubblicità, come hanno mostrato ieri avvocati, studiosi e giornalisti coinvolti nelle tavole rotonde.

Non è un caso che la ministra Bonetti abbia esaltato la due giorni di confronto e formazione voluta dall’avvocatura come «un evento che può davvero favorire una svolta, promuovere un cambiamento profondo». Ieri, come avverrà certamente anche nella tavola rotonda di oggi, si è potuta apprezzare una straordinaria ricchezza di spunti e riflessioni. Da considerarsi, nella loro forza complessiva, come il paradigma di un cambiamento sociale che senza il contributo della professione forense non potrebbe mai realizzarsi appieno.

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