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Costa: «Dimaiani garantisti? Non basta dichiararlo per esserlo»

Costa
Il deputato di Azione Enrico Costa sull’Ipotesi campo-largo: «Io vorrei allearmi con coloro che la pensano come me. Il Pd, invece, non si pone questo problema...»
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Qualche giorno fa il deputato Enrico Costa, vice-segretario e responsabile giustizia di Azione, ha scritto questo tweet: «Il Foglio “Dietro l’uscita di Di Maio da M5S c’è anche la scoperta del garantismo (almeno a parole). Il Dubbio “Sta a vedere che grazie a Di Maio finisce l’era manettara”. Il Riformista “Giggino garantista, chissà se poi è vero”. Vi scongiuro, non abboccate, non siate ingenui…». Abbiamo voluto capire perché le nostre speranze sono mal riposte.

Onorevole, quindi lei non crede nella catarsi del ministro degli Esteri?

Non penso che basti dire “no ai populismi” o autodefinirsi garantisti per esserlo. Il panorama politico è colmo di sedicenti garantisti, ma ciò che conta sono i fatti.

E cosa dicono i fatti per Di Maio?

Mettiamoli in fila. Il Movimento cinque stelle nel corso degli anni ha contagiato col giustizialismo tutti coloro che gli andavano a braccetto. Prima, nel Governo giallo verde, il M5S ha portato la Lega ad approvare la Spazzacorrotti, poi nel Conte bis ha portato il Partito democratico a difendere il fine processo mai di Bonafede, benché il Pd avesse votato contro la legge. E non dimentichiamo tutte le prese di posizione dei pentastellati ogni volta che qualcuno è stato raggiunto da un avviso di garanzia.

Però Di Maio è quello che ha posto le scuse all’ex sindaco Uggetti.

Non basta una lettera al Foglio per dimostrare la catarsi di cui parla lei. Di queste dichiarazioni sono pieni gli archivi. Abbiamo visto anche la Lega raccogliere le firme per i referendum promossi con il Partito radicale ma ciò non significa che sia una forza politica garantista. La Lega è stata quella del “buttate le chiavi – marciscano in galera”. La raccolta firme è stata una mossa di convenienza politica e non di convinzione sui principi. I radicali le hanno appaltato la raccolta firme perché ha una struttura sul territorio, ma delegare in esclusiva la campagna a chi crede a singhiozzo in certi principi ha comportato, tra le varie altre ragioni, l’esito infausto dell’iniziativa.

Quindi c’è continuità tra il M5S e i dimaiani?

Già lo si vede nel contrasto ai decreti attuativi sul penale, in quella parte in cui, come ha spiegato la ministra della Giustizia Marta Cartabia Cartabia, si prevedono misure alternative al carcere per pene sotto i 4 anni. Certamente la frattura maggiore sarà quella dei contiani, ma anche i fuoriusciti non staranno a guardare.

Siamo nel campo delle ipotesi. Noi non possiamo dimostrare la catarsi, lei non può mettere la mano sul fuoco per il futuro.

E allora lancio una sfida a Di Maio sui contenuti. Faccio alcuni esempi. Nei cassetti della Commissione Affari costituzionali della Camera, dove ci sono quattro esponenti di Insieme per il Futuro, giace la proposta di legge di iniziativa popolare promossa dall’Unione Camere penali sulla separazione delle carriere. Ad opporsi alla discussione il Pd e il M5S. Allora chiedo a Di Maio che posizione vuole assumere su questo tema: vuole prendere le distanze dal Pd? Se decidono di votarla, ci sono i numeri per farla passare. Cosa ne pensa del fatto che il 30% dei detenuti non ha una condanna definitiva, dell’abuso di custodia cautelare, della responsabilità civile, dell’uso smodato del trojan, del traffico di influenze, dell’eliminazione dell’avversario politico per via giudiziaria?

La sottosegretaria alla Giustizia Anna Macina però ci ha detto che si ricomincia contro la gogna e prestando più attenzione al carcere. Forse bisogna dare tempo a IpF di cristallizzare una nuova identità politica.

Loro hanno soffiato sul fuoco giustizialista perché quello portava voti e consensi. Ma non è che all’improvviso ti togli uno stampino dalla fronte e te ne metti un altro, soprattutto se fino a qualche giorno fa eri scettico sulla piena affermazione di principi costituzionali, come quello sulla presunzione di innocenza. Quella di Di Maio è stata una semplice mossa parlamentare senza una concreta identità politica.

Il dem Walter Verini in un’intervista ci ha detto: “Sto leggendo cosa pensano Calenda e Renzi di Di Maio: chi vuole escludere preventivamente qualcuno rischia di costruire alleanze molto ridotte e non competitive”.

Io vorrei allearmi con coloro che la pensano come me. Il Pd, invece, non si pone questo problema ma fa una operazione meramente matematica. Bonafede e Costa la pensano in modo diametralmente opposto sulla giustizia. Il Pd insiste nel voler trovare una sintesi: ma non è così che si fa la politica. Dire tutto e il contrario di tutto in tema di giustizia è sbagliato. Una coalizione non può essere una aspirapolvere che digerisce qualunque contraddizione.

Quindi sulla giustizia è impossibile mettere insieme determinate forze politiche?

Ma non solo sulla giustizia. Il Pd ha dato un nome a questa area: “campo largo” ma senza dare contenuti. Loro non vogliono vedere le differenze, pensano che allearsi col Pd lavi tutti i peccati, ma non è così.

Aspettano idee da chiunque voglia farne parte al di là delle sigle.

Sono solo chiacchiere. Volete mettere Conte e Calenda insieme? Vedo impossibile trovare una sintesi sui temi della giustizia. O i 5Stelle sono delle banderuole e pur di allearsi cambiano idea oppure se mantengono le posizioni è impossibile stare tutti insieme. Mentre il Pd deve scegliere da che parte stare, senza più ambiguità a partire dalla giustizia.

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