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Di Maio prepara la sua “Margherita 2.0” per non fare la fine di Alfano e Fini

Il ministro degli Esteri vorrebbe unire sigle centriste e amministratori locali in un’unica formazione che guardi al Pd come interlocutore e a Draghi come premier
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All’indomani della scissione del M5S, improvvisa e traumatica, capitanata da Luigi Di Maio molti hanno profetizzato per il ministro degli Esteri una sorte simile a quella di Gianfranco Fini, con la sua fallimentare formazione “Futuro e Libertà”, o di Angelino Alfano il cui “Nuovo Centrodestra” ha ballato una legislatura sola prima che se ne perdesse anche la memoria. Il nome scelto per battezzare l’armata scissionista, “Insieme per il Futuro”, accredita la fosca profezia: è uno di quei nomi che sembrano fatti apposta per solcare il cielo della politica senza che nessuno si accorga di loro e senza lasciare traccia.

È effettivamente possibile che le cose vadano così. Però non è affatto sicuro. La mossa di Di Maio è diversa da quelle dei predecessori e diverso, soprattutto, è il contesto. La reazione all’interno del Pd, a botta caldissima, è eloquente: «La scissione ha azzerato tutto», confidava un dirigente. È proprio così: nel centrodestra cambia poco, ma in tutto quel che si muove a sinistra di Fi la mossa di Gigino ha riportato le strategie e le prospettive d’alleanza al punto di partenza. Non a caso il ministro degli Esteri si mantiene sul vaghissimo, non parla di nuovo partito, assicura di essere «in cammino», che guarda caso è la traduzione letterale del macroniano En Marche. Lancia l’amo nell’esercito dei sindaci e degli amministratori locali. Conferma l’antica formula «né di destra né di sinistra» ma ribattezzandola con la formula resa imperativa da Mario Draghi: il partito «pragmatico». Ma in questo caso l’equidistanza è ideologica: quanto a posizionamento Di Maio non è affatto strabico. Guarda solo a sinistra perché tatticamente solo su quel lato ha margini di gioco.

L’obiettivo è realizzare quel che sino a due giorni fa sembrava impossibile e che oggi lo è molto di meno, anche se tutt’altro che facile: coagulare l’arcipleago delle sigle centriste e quello molto più ampio delle realtà locali, dei sindaci e delle liste civiche per dar vita a una sorta di Margherita 2.0 o comunque la si voglia chiamare. L’apertura di Sala è da questo punto di vista tanto prevedibile e prevista quanto eloquente. È un progetto molto simile a quello sul quale scommetteva nel suo momento d’oro Matteo Renzi. C’è però una differenza sostanziale, oltre alla sfarinamento di un quadro politico che, ai tempi del Renzi premier, aveva ancora qualche elemento di coesione. Renzi candidava se stesso al ruolo di federatore dell’ondata che doveva arrivare dai territori e di premier. Di Maio, in questo omogeneo al resto della galassia centrista ma in forme ancor più estreme ed esplicite, non ambisce a palazzo Chigi. Quel posto, almeno per un bel pezzo dopo le prossime elezioni, deve restare a chi già lo occupa, a un Mario Draghi che non scenderà mai direttamente nell’agone, neppure benedirà questa o quella formazione ma non ce n’è bisogno. Il programma del cartello centrista è lui, porta il suo nome, non va oltre la sua riconferma e non c’è bisogno che si cimenti. La bandiera del drago basta e avanza.

Il problema sono i 5S di Conte, ed è un problema con molte sfaccettature. Per i centristi è difficile accettare un’alleanza con gli eredi del “populismo”, per alcuni è anzi impossibile. Per l’ “avvocato del popolo” la conferma di Draghi quanto meno non è la prima e preferita ipotesi. Ma anche da questo punto di vista la scissione ha riaperto la partita. Tra qualche mese Conte potrebbe non essere più la sola carta in mano a Letta per poter parlare almeno di un campetto, e ciò diminuirà di molto il suo peso, ma soprattutto sta per aprirsi una vera e propria sagra collettiva consistente nel cercare di spingere Conte fuori dal governo, risolvendo così il problema con le maniere spicce. Per il leader dei 5S, che in questa veste ha collezionato solo fallimenti, resistere senza farsi spingere fuori dal governo e allo stesso tempo senza perdere completamente la faccia di fronte a ciò che resta del suo elettorato sarà difficilissimo. La strada di Di Maio resta comunque molto accidentata, ieri, in un durissimo videomessaggio, Carlo Calenda ha escluso categoricamente ogni possibilità di alleanza con lui: «Azione andrà da sola, è ora che ci siano adulti in politica». La scommessa, insomma, è tutt’altro che facile, ma tutto si può dire di Luigi Di Maio, del suo cinismo, del suo disinvolto opportunismo, ma non che si sia mosso con dilettantismo.

 

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