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Cloe Bianco, il ministero avvia un’inchiesta: «La scuola deve essere inclusiva»

Il ministro dell’Istruzione Patrizio Bianchi interviene sul caso della professoressa transgender che ha deciso di togliersi la vita
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La scuola «deve essere aperta e inclusiva», deve essere «affettuosa» e consentire a chiunque, «a ogni persona, di avere il proprio percorso di vita». Sono parole del ministro dell’Istruzione, Patrizio Bianchi, che ha commentato così il suicidio di Cloe Bianco, la professoressa transgender che ha deciso di togliersi la vita e che era stata allontanata dalla scuola nella quale insegnava dopo aver fatto coming out sulla propria identità di genere.

Vicenda sulla quale sin da subito, ha sottolineato Bianchi ai microfoni di Radio 24, il ministero ha avviato una «inchiesta profonda su quanto accaduto», un «atto di giustizia» con il quale fare luce sulla vicenda. Il corpo di Cloe Bianco era stato ritrovato l’11 giugno dai vigili del fuoco, chiamati a spegnere ciò che restava di un incendio del furgone che la donna aveva trasformato in casa, dopo la decisione della scuola di allontanarla, decisione che l’aveva fatta scivolare in un vortice di depressione. Nel 2015, Bianco – che era appena diventata docente di ruolo – si era presentata a scuola con vestiti femminili e una parrucca, spiegando agli studenti della classe dell’istituto superiore Scarpa-Mattei di San Donà di Piave di non chiamarsi Luca, ma Cloe. Il suo coming out aveva suscitato l’indignazione di alcuni genitori: il padre di un’alunna aveva parlato di “carnevalata” e in una mail inviata all’assessora all’Istruzione e pari opportunità della Regione Veneto, Elena Donazzan (eletta con Fratelli d’Italia), aveva raccontato che la figlia era sotto choc. Donazzan aveva deciso di pubblicare sui social la lettera, commentando: «Un papà mi ha scritto questa mail, traete da soli le vostre conclusioni».

Dopo le polemiche, il preside della scuola aveva chiesto rispetto per la docente, salvo poi sospenderla dal lavoro per tre giorni. E la vicepreside aveva spiegato di aver parlato con la professoressa del suo abbigliamento e di averla convinta a indossare abiti più «sobri». Dopo la decisione della scuola, Bianco aveva fatto ricorso al tribunale del Lavoro di Venezia, ma venne respinto, in quanto secondo il giudice – che non negò il suo diritto a manifestare la propria identità – essersi identificata davanti agli studenti con un genere diverso da quello assegnato alla nascita «non era stato responsabile e corretto». La docente avrebbe dovuto, insomma, prepararli gradualmente al suo coming out. Dopo tale decisione, secondo quanto riporta il Corriere del Veneto, la professoressa era stata messa a lavorare nella segreteria scolastica, quindi non più a contatto con gli studenti, finendo per isolarsi.

Cloe Bianco aveva annunciato la sua decisione di uccidersi in un post su un blog il giorno prima di togliersi la vita: «Subito dopo la pubblicazione di questo comunicato porrò in essere la mia autochiria, ancor più definibile come la mia libera morte. In quest’ultimo giorno ho festeggiato con un pasto sfizioso e ottimi nettari di Bacco, gustando per l’ultima volta vini e cibi che mi piacciono. Questa semplice festa della fine della mia vita è stata accompagnata dall’ascolto di buona musica nella mia piccola casa con le ruote, dove ora rimarrò. Ciò è il modo più aulico per vivere al meglio la mia vita e concluderla con lo stesso stile. Qui finisce tutto».

Nei giorni scorsi a raccontare l’inferno vissuto da Cloe era stata una sua ex studentessa, Sara Mazzonetto, intervistata da Repubblica. «I colleghi la guardavano con disprezzo, quando scoppiò il caso tutti le voltarono le spalle – ha spiegato -. Gli altri docenti si sfogavano con noi dicendo che aveva rovinato la reputazione della scuola». E i genitori non furono da meno: «Fu una vergogna: tanti che, fino a quel momento, non erano mai andati ai colloqui di fisica perché la reputavano una materia inutile all’istituto agrario, tutto d’un tratto iniziarono a fare lunghe code per vederla come se fosse l’attrattiva del circo e schernirla». Dopo l’identificazione del cadavere, Donazzan è tornata sull’argomento, criticando la scelta della professoressa di comunicare la propria identità di genere e definendola «un uomo» vestito «da donna». I commenti contrari alla sua posizione sono stati così tanti da spingerla a chiudere la possibilità per gli utenti di replicare.

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