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Csm, la riforma è legge. Mal di pancia di Lega e Iv: «Anacronistica e inutile»

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Il Carroccio vota sì ma critica il provvedimento, astenuta Italia viva. L’Anm: «A rischio l’indipendenza della magistratura»
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La riforma del Csm è legge. Dopo una discussione durata poco meno di due ore, il Senato ha dato via libera con 173 voti a favore, 37 contrari e 16 astenuti, garantendo dunque la possibilità di votare a settembre il nuovo Csm e consentire allo stesso di «svolgere appieno la funzione che gli è propria», ha affermato la ministra della Giustizia Marta Cartabia.

Italia viva ha mantenuto la linea dell’astensione, mentre, dopo il blitz andato a vuoto sia in Commissione giustizia sia in Aula, la Lega ha votato sì al provvedimento. Un sì sofferto, dopo il niet dell’Aula agli emendamenti proposti dal Carroccio, dal momento che questa riforma, ha sottolineato la responsabile Giustizia Giulia Bongiorno, «sarebbe stata ottima» prima dello scandalo Palamara. E nonostante «una serie di aspetti positivi» – piccole «correzioni» che hanno consentito alla Lega di votare sì turandosi il naso -, la riforma «è anacronistica e non tiene conto delle novità». Ovvero una perdita di credibilità della magistratura, soprattutto per la sua mancanza di «imparzialità», di cui adesso, afferma in soldoni Bongiorno, le stesse toghe non si vergognano nemmeno più. Per sconfiggere le degenerazioni del correntismo sarebbe stata dunque necessaria una «riforma costituzionale», che avrebbe consentito di discutere «non solo su come si va al Csm, ma su chi è meritevole di andare al Csm».

La Guardasigilli ha ricordato il lungo applauso tributato lo scorso 3 febbraio da tutti i parlamentari al Presidente della Repubblica, che per l’ennesima volta invocava l’approvazione, in tempi brevi, della riforma. «Oggi siamo qui per mantenere quell’impegno – ha affermato -, un passaggio importante nella storia del nostro Paese, in cui troppo a lungo la giustizia è stata terreno di scontro». Ed è stato in questo momento che Cartabia ha ricordato il patto di maggioranza, parlando di «un articolato ampiamente condiviso, in cui ciascuna forza politica può riconoscere il proprio apporto», un modo per richiamare “all’ordine” le forze di governo. Ma oltre alla Lega, a criticare il provvedimento è stato anche il leader di Italia viva Matteo Renzi, secondo cui la riforma è incapace di scalfire il potere delle correnti e di responsabilizzare i magistrati. Una riforma «più inutile, che dannosa», incapace di garantire quello scatto di reni che avrebbe smarcato il Paese da una narrazione giustizialista e che vede nell’azione della politica un tentativo di «fermare la magistratura». Renzi ha ricordato Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, osteggiati non dalla politica, ha sottolineato, ma dalla «parte politica della magistratura».

La stessa, ha dunque incalzato, che oggi parla di «cordone sanitario contro avversari politici» – il riferimento è alle dichiarazioni dell’ex segretario di Magistratura Democratica Nello Rossi nei suoi confronti – e che ha chiuso la vicenda Palamara trovando un «buon capro espiatorio, che paga per tutti». Ma il “metodo” dell’ex leader dell’Anm è lo stesso «con cui si continua ad agire e si è agito per decenni, in un rapporto costante tra politica e magistratura». Renzi ha puntato il dito contro quei magistrati che non fermano un omicidio annunciato per dedicarsi a blitz mediatici, contro quelli del caso David Rossi e quelli «che molestano sessualmente le colleghe» – gli stessi che lo vogliono a processo per il caso Open -, parlando di «questione etica» e di assenza delle istituzioni.

«C’è bisogno di punire chi sbaglia», ha dunque sottolineato, accusando la politica di pavidità, «che si misura anche nel fatto che troppo spesso abbiamo utilizzato indagini tutte a scopo giustizialista». E il riferimento più recente è quello al caso del padre di Maria Elena Boschi: «Qualcuno del M5S potrebbe avere il coraggio di chiedere scusa alla famiglia Boschi, ma non lo farà». Un passaggio lo ha dedicato anche al Referendum: «Sette milioni di italiani sono andati a votare e sono stati presi in giro, perché sette milioni di italiani sono una minoranza – ha concluso -. Ricordatevi che le battaglie sui diritti le fanno le minoranze, che poi diventano maggioranze; e quei sette milioni di italiani saranno decisivi alla prossima campagna elettorale per avere una giustizia giusta e un Paese diverso».

Ma a difendere il lavoro della maggioranza ci ha pensato la vicepresidente del Senato, la dem Anna Rossomando. «Da oggi nessuno potrà non sapere o far finta di non sapere che il Parlamento fa le riforme sulla giustizia. Le fa e le ha fatte», ha detto riferendosi all’ostruzionismo della Lega che invocava la politica delle mani libere. Da qui la paura – ora accantonata – che qualcuno potesse affossare la riforma: «Non potevamo e non possiamo permetterci che tutto rimanga uguale. Lo abbiamo detto anche a quella parte della magistratura che, secondo noi sbagliando, ha avuto una posizione di arroccamento e non ha voluto capire quanto di importante e di innovativo ci fosse in questa riforma».

Che pur non essendo risolutiva, permette di contrastare «una lotta di potere per il potere», grazie allo stop alle nomine a pacchetto, al diritto di voto agli avvocati nei consigli giudiziari e una maggiore articolazione nella valutazione dei magistrati sulla base delle macroscopiche smentite processuali, «in collegamento con la norma che prevede che nel processo penale non si chieda il rinvio a giudizio se non c’è una ragionevole convinzione di ottenere una condanna». Una scelta garantista, ha sottolineato, ricordando anche la riforma della custodia cautelare del 2015 che metteva più paletti sulla reiterazione, riforma oggi invocata dalla Lega e però all’epoca osteggiata proprio dal Carroccio.

La reazione della magistratura non si è fatta attendere. Per Giuseppe Santalucia, presidente dell’Anm, si tratta di una riforma che in alcuni aspetti «si pone in contrasto con il principio dell’indipendenza dei magistrati», caratterizzata da «una sostanziale indifferenza all’architettura costituzionale dello statuto del magistrato» con «potenziali scostamenti di fatto da un’idea di magistratura fortemente delineata in Costituzione, che il legislatore non ha tenuto nella doverosa considerazione», ha detto all’AdnKronos.

Mentre per il Cnf, «anche se non è la migliore possibile, è certamente un passo avanti verso un maggiore equilibrio tra funzioni e poteri degli operatori del diritto – ha commentato la presidente Maria Masi -. La legge Cartabia tiene conto delle indicazioni che il Cnf ha portato negli anni, con particolare riferimento al diritto voto avvocati nei Consigli giudiziari».

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