Il Dubbio di oggi

Il Dubbio del lunedì

Professione “convegnista”: l’altra faccia dell’avvocato con la smania di apparire

LA LETTERA. Una volta nei congressi si istituivano gruppi di studio, ora si fanno convegni e webinar in continuazione solo per dire: “io c’ero”. E guadagnare un like in più...
Share on facebook
Share on twitter
Share on linkedin

Ormai fa parte del dizionario: “si intende per convegnomania  la tendenza di particolari ambienti a tralasciare le proprie attività per sostituirle con l’organizzazione di convegni sui più disparati argomenti”. Ma il convegnista è oramai un’altra declinazione (becera) della professione dell’avvocato.

Fanno convegni, webinar, con continuità impressionante, ma non per sostenere tesi ed esprimere un pensiero innovativo, semmai per apparire e dire, con orgoglio e soddisfazione, come se avessero vinto una Coppa Campioni, “io c’ero”. Una volta nei congressi si istituivano gruppi di studio che avrebbero dovuto predisporre un elaborato  tematico da sottoporre ai partecipanti, che già dunque conoscevano le opinioni dei relatori, a cui potevano far pervenire domande pertinenti, perché seguiva uno stimolante dibattito. È preistoria.

Gli autorevoli interventi venivano raccolti anche in volume e ne nascevano testi preziosi, con il titolo significativo: atti del convegno. Oggi sarebbe troppo impegnativo per questi Soloni da Facebook ed Instagram. Contano le foto sul palco, semmai con un libro fra le mani intonso, mai aperto e di edizione superata. O farsi vedere mentre si parla: ma è più un playback. Oggi i relatori non dicono nulla, se non ripetere quello che è scritto in opuscoli d’accatto o già riportato, senza pregio scientifico, da internet in siti pieni di immagini e con futili contenuti. Non sanno parlare, annoiano la platea, non curano la curva dell’attenzione dei partecipanti, i quali stanno lì come spaventata passeri per riempire la sala, con un unico e precipuo obiettivo: l’accredito. Ma sbadigliano e guardano fisso il telefonino (non il relatore) che salta, come un pesce nell’acqua, fra le loro mani. Ma i relatori devono pur riempire il tempo loro assegnato e non perdere (forse non lo hanno mai cercato) il filo del discorso. E usano il computer come un gobbo: leggono con spregiudicatezza.

Quelli che  mandano il discorso a memoria ,ti accorgi che hanno il volto intimidito e sofferto: potrebbero perdere la parola e sarebbe un disastro. Si bloccano come un autobus in panne. E sono fantastici quando tirano fuori le slide che trattano gli astanti come analfabeti di ritorno. Infatti sono riprodotte definizioni di crassa ovvietà, con grafici, come se fosse un gioco dell’oca o un percorso di un navigatore da mappe di Google. Ma cosa rimane di questi convegni? Il nulla. Sembrano feste di paese, perché si fanno solo foto e self che vanno messi sulla pagina di Facebook, Instagram, LinkedIn: c’ero. Più che convegni seri pare di assistere ad un festival di canzoni: lo stupidario collettivo è malinconicamente disarmante. Mancano oratori che hanno cura della parola, che sappiano parlare a braccio, utilizzare il congiuntivo e provocare lo scontro dialettico. Ed il popolo dei follower incita e mette i like. Apparire, apparire, quelli che studiano non hanno tempo, scrivono atti (rigorosamente); ma rimangono indietro.

Lettera firmata Avv. Biagio Riccio

Ultime News

Articoli Correlati