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Uggetti: «Io che ho conosciuto la galera dico: troppi innocenti lì dentro…»

INTERVISTA. Simone Uggetti tra i promotori dei Referendum sulla giustizia. L'ex sindaco di Lodi “perse” la fascia per colpa della Severino, ma dopo una condanna in primo grado e 10 giorni in carcere è stato assolto
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«Tutti quelli che fanno politica conoscono la mia storia e la cosa che mi ha colpito di più è che c’è una distanza piuttosto profonda tra giudizio privato ed esposizione pubblica. Quasi come se fosse necessario apparire diversi da come si è per rispondere ad una qualche regola». Simone Uggetti, ex sindaco di Lodi, ha scelto di accettare l’invito dei Radicali per farsi promotore dei Referendum e tirare fuori dalla semi-invisibilità la campagna. E lo ha fatto dando voce e volto al quesito sulla legge Severino, portando in dote la sua esperienza di amministratore finito in carcere per 10 giorni e ingiustamente azzoppato da quella norma, nonostante la condanna a 10 mesi incassata in primo grado per turbativa d’asta sia stata poi ribaltata in appello. Ora lo attende un nuovo processo, dopo l’annullamento con rinvio della sentenza in Cassazione. Ma intanto un primo risultato lo ha ottenuto: le scuse del ministro Luigi Di Maio, dichiaratosi colpevole di gogna. Scuse, le sue, che ci riportano proprio al punto di partenza: in tanti, sulla giustizia, si lasciano condizionare da ordini di scuderia e dal timore di finire nella lista dei cattivi.

Quanto ha a che fare con la sua vicenda giudiziaria la decisione di fare da testimonial alla campagna referendaria?

Il primo diritto civile è un diritto politico ed io l’ho sempre esercitato. Credo che sia dovere di ogni cittadino cercare di informarsi e manifestare la propria opinione. Sicuramente la mia storia ha inciso, perché esperienze come questa, che ti cambiano così radicalmente la vita, ti spingono ad interrogarti sull’equilibrio di un sistema, sui suoi metodi, gli strumenti e la sua efficacia. E si è portati ad approfondire. Sono stati anni di lunghe riflessioni, di scambi con i miei avvocati e con le persone con le quali ho avuto occasione – e sono tante – di parlare del sistema. La mia storia è conosciuta da tutti quelli che fanno politica e uno degli elementi che di più mi ha colpito, parlando con esponenti di ogni tipo di schieramento, è che c’è una distanza piuttosto profonda tra giudizio privato ed esposizione pubblica. Quasi ci fosse una sorta di timore ad apparire diversi dalla regola sociale alla quale si ritiene di dover rispondere.

Questi cinque quesiti possono incidere sul problema?

Vedo questo referendum come la possibilità, da parte dell’opinione pubblica, di dare un’indicazione forte al Parlamento. Di sicuro non risolvono i problemi della giustizia, ma indicano al legislatore la strada sulla quale incamminarsi per dare attenzione a temi come equilibrio, certezza, suddivisione dei poteri. Il tema della promiscuità dei poteri, ad esempio, è evidente se consideriamo la presenza di magistrati in così copioso numero nei ministeri e in Parlamento: il problema va affrontato, anche per garantire ai magistrati la possibilità di esercitare meglio il proprio ruolo, senza interferenze, con più autonomia, libertà e responsabilità.

Fra questi cinque quesiti quali sono quelli che le premono di più?

Il primo è ovviamente l’abrogazione della legge Severino, per la parte che riguarda la sospensione degli amministratori che hanno una condanna in primo grado. Anche se la Corte costituzionale si è già pronunciata, è innegabile l’evidente disparità di trattamento tra un amministratore pubblico e il comune cittadino, mentre l’uguaglianza di tutti è un principio cardine del nostro diritto. Il secondo è quello relativo alla custodia cautelare, perché ogni anno finiscono in carcere da innocenti – o ingiustamente – circa mille persone. Si tratta di tre persone al giorno: a me non sembra un dato né piccolo né banale. Serve un sistema più equo, più giusto e più veloce, perché quando ci sono tempi troppo dilatati, anche se il giudizio di colpevolezza risulta essere corretto, non si sta comunque erogando un buon servizio. Voglio dirlo con una metafora che, secondo me, è calzante: è come il medico che interviene troppo tardi. Per iniziare un percorso che porti a questi cambiamenti serve anche la possibilità di un pronunciamento popolare in un momento in cui, per diversi motivi, non si sta dando molto spazio alla campagna referendaria, tranne che in poche nobili eccezioni.

Quali sono i motivi di questo silenzio?

È duplice: da una parte l’intervento della Corte costituzionale ha escluso i tre temi più “facili” – responsabilità civile, eutanasia e cannabis – che consentivano anche ai non addetti ai lavori di pronunciarsi. Dall’altra, sicuramente, i temi della giustizia creano un livello di attenzione all’interno della politica molto marcato. E una parte dei giornalisti è molto sensibile a queste “timidezze”.

Perché votare sì anche agli altri tre quesiti?

Per quanto riguarda la raccolta firme per le candidature al Csm, l’obiettivo sotteso è quello di diminuire il potere delle correnti. Gli altri due quesiti rientrano nell’intenzione più generale di responsabilizzare la magistratura. Il tema è diminuire la promiscuità tra un esorbitante ruolo delle procure e una più tenue, anche da un punto di vista mediatico, presenza della parte giudicante. Ma anche arrivare a stabilire un piccolo principio di rendicontazione della propria attività: pur non andando a ledere l’autonomia, essendo funzione pubblica e pagata con denaro pubblico, è giusto che ci sia una verifica del lavoro svolto. Non si tratta di una battaglia della politica contro la magistratura, ma del coraggio della politica di fare una riforma nell’interesse di tutti e quindi anche nell’interesse della magistratura. Solo che al momento la classe politica non sta dando grandi prove di autonomia.

L’opinione pubblica però in questi anni è cambiata.

Il 2022 non è il 1992, non c’è dubbio. Ma nemmeno la diffidenza è una cosa positiva, perché quando c’è un servizio dello Stato che non funziona è un problema per tutti.

Se il sì raggiungesse il quorum crede che non ci sarebbero più casi di malagiustizia?

Gli errori purtroppo possono capitare, in ogni professione. Il punto è farli diminuire fino a raggiungere un numero sempre più “fisiologico”, che ci siano gli elementi correttivi e non ci sia la paura di parlarne. Perché io non conosco nessun professionista che non sbagli. Esiste anche questo tema, la capacità di ammettere, se ci sono, le proprie colpe. Non tanto per prendersela con chi ne ha, ma per trovare gli strumenti per migliorare il sistema.

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