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Stragi di mafia, qualcuno avvelena i pozzi all’insaputa di Report?

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Naufragato il teorema Trattativa, ora per gli attentati del ’92 rispunta la presunta pista nera. Ma la procura smentisce
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«Questo Ufficio è costretto ad intervenire per smentire notizie che possano causare disorientamento nella pubblica opinione e profonda ulteriore amarezza nei prossimi congiunti delle vittime delle stragi, che si verrebbe a sommare al tremendo dolore sofferto». È un passaggio del comunicato stampa della Procura di Caltanissetta in merito al servizio di lunedì sera andato su Report. Precisamente su rai tre, un canale pubblico che per l’ennesima volta compie una ricostruzione del tutto opinabile in merito alla strage di Capaci e di Via D’Amelio.

Accantonato il teorema trattativa Stato Mafia, tesi decostruita dalla sentenza d’appello, ora si riesuma la pista nera che, pilotata da “entità” tipo la P2 di Gelli (e a sua volta dagli Stati Uniti tramite la Gladio), avrebbe portato avanti la strategia della tensione manovrando l’ignaro Totò Riina. Non solo. Lo scoop – smentito puntualmente dalla procura nissena – è che sul luogo dell’attentato di Capaci, insieme ai boss, sarebbe stato presente Stefano Delle Chiaie, capo di Avanguardia Nazionale deceduto nel 2019. Quindi ecco la pista: Falcone è stato ucciso per via della strategia della tensione (a quanto pare fuori tempo massimo visto che in quel periodo era decisamente anacronistico), e poi ucciso a sua volta Paolo Borsellino perché stava indagando informalmente su quel fronte. Una tesi che farebbe impallidire i QAnon americani, i cui membri sostengono una teoria secondo la quale esisterebbe un’ipotetica trama segreta organizzata da un presunto Deep State. Lo Stato profondo. Ed è ciò che ritroviamo in talune “inchieste” in prima serata: una sorta di terzo livello che coordina tutto, perfino la Storia italiana. Tutto ciò è un insulto alla memoria di Falcone che si è sempre differenziato per l’approccio scientifico sul fenomeno mafioso, stigmatizzando la teoria del terzo livello che vede un grumo di entità che eterodirigerebbe la cupola di Cosa Nostra. Fino al resto della sua vita, Falcone ha detto chiaro e tondo che la realtà è molto più grave e complessa. In una sua ultima intervista poco prima di morire disse: «Negare l’esistenza del terzo livello significa che comanda Cosa Nostra e non i politici». Nel suo ultimo libro “Cose di cosa nostra” scritto assieme a Marcelle Padovani, non a caso dice quanto siano «abili, decisi, intelligenti i mafiosi», aggiungendo «quanta capacità e professionalità è necessaria per contrastare la violenza mafiosa». Falcone, professionale lo era. Una mente che Totò Riina ha voluto sopprimere con un’azione eclatante e che ha rivendicato in segreto, parlandone a più riprese con il suo compagno d’ora d’aria al chiuso del 41 bis.

Che ci siano stati interessi convergenti con personaggi esterni a cosa nostra, questo è accertato processualmente attraverso le indagini sulle stragi. Ma quali? Ci viene in aiuto la motivazione della sentenza Capaci Bis. Il “gioco troppo grande” è stato individuato dalla Corte di Caltanissetta in una sinergia che «si avvaleva della cooperazione (almeno) colposa di alcuni settori della Magistratura e che agevolava il processo di isolamento intrapreso nei confronti di Giovanni Falcone». Ed ecco che si arriva al movente che singolarmente viene continuamente insabbiato da presunte “inchieste” televisive: «Alla base di questa campagna di delegittimazione – scrive la Corte – vi era una precisa consapevolezza del pericolo che l’attività di Giovanni Falcone rappresentava non solo per “Cosa nostra”, ma anche per una molteplicità di ambienti economico-politici abituati a stabilire rapporti di reciproco tornaconto con l’organizzazione criminale, a partire dal settore degli appalti e delle forniture pubbliche».

Lo stesso Falcone, sempre tramite i suoi scritti, ha considerato che la ricchezza crescente di Cosa nostra le dava un potere accresciuto, che «l’organizzazione cerca di usare per bloccare le indagini». Ha osservato che le connessioni fra una politica affarista e una criminalità mafiosa sempre più implicata nell’economia, rendono ancora più inestricabili le indagini. Non è un caso che, nelle sentenze, tra i mandanti della strage di Capaci (ma anche di Via D’Amelio) compare anche Salvatore Buscemi. Non è un personaggio secondario, visto che, assieme al fratello Antonino, erano fondamentali all’interno di Cosa nostra visto che ricoprivano un ruolo assolutamente dominante nella cosiddetta imprenditoria mafiosa avvalendosi della compiacente “collaborazione” fornitagli da taluni esponenti delle istituzioni di allora e da enormi settori del mondo dell’imprenditoria e della finanza.

La pista è quella di mafia appalti, ed è quella che viene reclamata più volte dalla famiglia Borsellino, in particolar modo dall’avvocato Fabio Trizzino. Ci sono una quantità industriali di atti, testimonianze, verbali, che fanno chiaramente capire che Borsellino, anche informalmente, stava indagando sulla causale appalti e forse anche cose gravi che sarebbero avvenute all’interno della procura di Palermo guidata dall’allora capo Pietro Giammanco. Lo disse pubblicamente nel discorso a casa professa: «Falcone approdò alla procura della Repubblica di Palermo dove, a un certo punto ritenne, e le motivazioni le riservo a quella parte di espressione delle mie convinzioni che deve in questo momento essere indirizzata verso altri ascoltatori, di non poter più continuare ad operare al meglio». Cosa ha scoperto Borsellino? Purtroppo non fece in tempo: ci fu l’accelerazione della strage di Via D’Amelio. Secondo il Borsellino quater, la causale è da ritrovarsi sul suo interessamento riguardante il “dossier mafia appalti”. Il che inquadra un periodo ben preciso pieno zeppo di avvenimenti, incontri, sofferenze e inquietudini. Il problema è che si tratta di una pista ancora non approfondita fino in fondo, nonostante siano emersi nuovi materiali grazia anche al contributo de Il Dubbio. Ma ancora una volta, ci sono trasmissioni in prima serata che puntano su piste surreali. E forse c’è anche dell’altro. Qualcuno imbecca gli ignari giornalisti di Report per deviare l’opinione pubblica e magari anche gli inquirenti? Interessante il comunicato della procura di Caltanissetta in merito alle perquisizioni effettuate nei confronti della redazione di Report: non sono indagati e la perquisizione non è stata fatta perché hanno disorientato il pubblico.

Ci sarebbe qualcosa di più. Come precisa il procuratore di Caltanissetta, Salvatore De Luca, la perquisizione non riguarda in alcun modo l’attività di informazione svolta dal giornalista, «benché la stessa sia presumibilmente susseguente ad una macroscopica fuga di notizie, riguardante gli atti posti in essere da altro ufficio giudiziario». Secondo quanto accertato dalla procura, il giornalista avrebbe incontrato il luogotenente dei carabinieri in congedo Walter Giustini, non per richiedergli informazioni, ma per fargli consultare la documentazione in possesso in modo che lo stesso Giustini fosse preparato per le imminenti sommarie informazioni da rendere alla Procura nissena. Secondo quest’ultima è quindi necessario verificare la natura di tale documentazione posta in lettura al Giustini, che «presumibilmente costituisce corpo del reato di rivelazione di segreto d’ufficio relativo alla menzionata attività di altra autorità requirente». La procura smentisce categoricamente le dichiarazioni rese da Lo Cicero (autista del boss Mariano Tullio Troia) sul fatto che sarebbe stato possibile evitare la strage di Capaci e anticipare di alcuni mesi la cattura di Salvatore Riina. Così come, sia nel corso delle conversazioni intercettate, che nel corso degli interrogatori da lui resi, al Pubblico Ministero e ai Carabinieri, Lo Cicero non fa alcuna menzione di Stefano Delle Chiaie sul luogo dell’attentato di Capaci. Ora però c’è da chiedersi a chi giova tutta questa disinformazione, magari fatta all’insaputa degli autori dell’inchiesta televisiva. Qualcuno avvelena i pozzi da moltissimo tempo.

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