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Anm, i vertici negano il flop. Ma c’è chi parla di fallimento

Resa dei conti all’interno del sindacato delle toghe, che si è giocato la possibilità di incidere sul dibattito parlamentare: i dissidenti chiedono le dimissioni dei vertici
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Come nelle fasi di elaborazione del lutto, anche l’Anm in queste ore sta vivendo quella della negazione: lo sciopero non è stato un completo fallimento. Basta vedere cosa ha detto Salvatore Casciaro, segretario generale dell’Anm, a Radio 24: «Non credo sia una lettura corretta, non è stato un flop. Un collega su due ha ritenuto che la sua contrarietà, la sua protesta contro la riforma fosse così forte da doversi esprimere con lo sciopero». Eppure c’è chi, come Cristina Ornano, ex segretaria nazionale di Area Dg, ammette: «La contrarietà alla riforma è unanime, le divergenze riguardavano solo lo strumento dello sciopero».

E quindi ora c’è da capire perché l’Anm non è riuscita a creare una compatta aggregazione intorno ad una iniziativa che avrebbe dovuto lanciare un forte segnale contro una riforma fortemente stigmatizzata. Non basta dire, come sostiene qualche magistrato, che ora bisogna guardare avanti. Occorre prima guardarsi dentro per comprendere cosa non abbia funzionato. Lo ha detto anche Angelo Piraino, segretario di Magistratura Indipendente: «Dobbiamo prendere atto dell’esistenza di un significativo scollamento tra le maggioranze nette emerse nell’Assemblea Generale dell’Anm e il dato dell’adesione. È necessario capire perché i colleghi contrari allo sciopero non hanno partecipato all’assemblea per esprimere il loro dissenso. Occorre avviare una seria riflessione per comprendere e sanare questo scollamento e bisogna ascoltare con attenzione le ragioni dei colleghi che non hanno condiviso l’iniziativa».

Pure per Rossella Marro, presidente di Unicost, «da oggi ci si dovrà impegnare per rivitalizzare il dibattito interno coinvolgendo tutti i magistrati». «Sarà possibile – ha aggiunto però – esprimere una valutazione quando saranno disponibili i dati dell’età e delle funzioni svolte da chi non ha aderito». Con maggiore senso della realtà ha scritto Stefano Musolino, segretario di Magistratura Democratica: «La percezione di uno sciopero indetto in fretta per intercettare e, forse, blandire la legittima rabbia della magistratura più giovane, senza, autenticamente, coinvolgere tutta la categoria, ci aveva indotto a proporre emendamenti che sollecitavano preliminari momenti di confronto interno ed esterno alla magistratura, insieme alla possibilità di gestire, con saggia pacatezza, i tempi di indizione dello sciopero. Sono state fatte altre scelte, che abbiamo subìto, ma questo non ci ha fatto recedere – come collettivo, a prescindere da legittime scelte individuali – da un tenace impegno per la riuscita dello sciopero. Perciò, abbiamo fallito anche noi; perché questo sciopero è stato un fallimento! Dovevamo prenderci il tempo per tessere una trama narrativa che coinvolgesse tutta la magistratura, vincendo le tentazioni di un suo frazionamento che è solo l’anticamera di un suo drammatico indebolimento associativo ed istituzionale». E c’è anche chi non esclude una resa dei conti all’interno dell’Anm.

Pasquale Grasso, ex presidente dell’Anm, all’HuffPost è stato tranchant: «In qualsiasi gruppo associato, se i dirigenti si propongono un obiettivo, provano a condurvi il gruppo e poi ottengono una sconfitta di questo tipo, dovrebbero assumersi la responsabilità delle conseguenze. E dimettersi». Stesso pensiero espresso dai componenti del Cdc eletti nella lista ArticoloCentouno: «Elementari regole di responsabilità politica imporrebbero che la Gec – prendendo atto che, in un passaggio cruciale della vita associativa, soffre di un radicale deficit rappresentativo, non essendo interprete della volontà della maggioranza dei magistrati – si presentasse dimissionaria alla prossima riunione del Cdc». Intanto ieri all’interno dell’Anm si sarà vissuto un qualche psicodramma se per tutta la giornata si sono rincorse voci di un possibile comunicato che poi non è mai arrivato. Mattina e pomeriggio i vertici sono stati lì a ragionare e la stampa ad aspettare. Poi nulla, almeno fino alle 19. Anche questo è significativo delle difficoltà di interpretare una debacle e di comunicarla all’opinione pubblica, quella stessa opinione pubblica a cui l’Anm aveva detto di volersi rivolgersi in tutti questi giorni. Perché tutti questi errori uno dietro l’altro?

Prima si è indetta una conferenza stampa senza consegnare un foglio con una proposta alternativa ai subemendamenti tanto contestati, poi ci si è affrettati a convocare un’assemblea che ha visto una presenza fisica solo dell’1,8 per cento dei magistrati iscritti all’Anm, sebbene quelli favorevoli all’astensione, tramite pure le deleghe, siano stati l’11 per cento. Poi si è deliberata l’astensione il 16 maggio, senza neanche aspettare il calendario dei lavori in Senato, come pure ragionevolmente era stato ipotizzato all’inizio. Ora con il 48,50 per cento di adesione allo sciopero, l’Anm si è bruciata subito una reale possibilità di incidere sul dibattito parlamentare. Dibattito che paradossalmente potrebbe protrarsi fin dopo la data fatidica del 12 giugno, dedicata ai referendum. Questo potrebbe da un lato rendere la sconfitta dei comitati promotori – Lega e Partito Radicale – più morbida perché una mancata approvazione della riforma potrebbe rinvigorire l’appuntamento referendario, ma allo stesso tempo potrebbe risvegliare la magistratura dal torpore di queste ore post sconfitta per intraprendere una nuova battaglia che questa volta potrebbe vederla vincitrice.

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