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Putin sta perdendo la guerra, ma umiliarlo è un errore

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Il leader russo pensava di sfilare coi carrarmati su Kiev come ai tempi di Praga, ma il mondo non è più quello di allora
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Aveva creduto di cavarsela come ai tempi dell’invasione di Praga e poi quelli di Budapest, carrarmati che sfilano suscitando solo orrore negli odiati occidentali, qualche colpo di mortaio e la resa in una settimana o due come fu nel 1956 e nel 1968. Si è trovato invece di fronte il XXI secolo.

Comunque vada a finire, qualunque possa essere – quando sarà – il punto d’approdo delle trattative aperte e chieste non a caso proprio da Mosca pochi giorni dopo l’invasione dell’Ucraina, di fronte al mondo Putin ha già perso la sua sporca guerra. Ha ricompattato l’intero fronte occidentale, saldando la Ue agli Stati Uniti dopo gli anni in cui c’era tempesta trumpiana nell’Atlantico. Ha rivitalizzato la Nato, che era invece “in morte cerebrale”, come a suo tempo ebbe a dire Emmanuel Macron. È riuscito ad aiutare gli Stati Uniti in quel che, da Bush senior e junior, a Clinton e a Trump passando per Barack Obama, i “leader del mondo libero” chiedevano invano da decenni a tutti i Paesi europei: l’aumento del 2 per cento della spesa militare. E al punto da spingere al riarmo la Germania, che trasformerà in totem quello che era il suo tabù sin dalla fine della seconda Guerra mondiale: 100 miliardi di investimento in uomini e mezzi che ne faranno, alla fine, la terza potenza militare del pianeta.

Vladimir Putin, colla sua guerra dai “metodi medievali”, intere città spianate a colpi di mortaio e bombe, ogni luogo civile diventato obiettivo primario come già in Cecenia e in Siria, metodi sui quali sta già raccogliendo documentazione la Corte Penale Internazionale dell’Aja su richiesta di 39 Stati, la guerra l’ha già persa. Credeva di riprendersi il suo, ed erigersi a signore di Tutte le Russie come Pietro il Grande nel 1721, e si è invece svegliato nel XXI secolo. Per la forza, il coraggio, la determinazione e il fermissimo bisogno di libertà degli Ucraini a cominciare dal loro presidente Zelensky, anzitutto. Ma soprattutto perché la democrazia, questo modello periclitante in cui noi occidentali ci siamo anestetizzati fino a mandarlo in crisi, è ossigeno puro. Come ben sa chi in democrazia non vive. Eppure, dalle primavere arabe e dalle tante “rivoluzioni arancioni” nei paesi dell’Est ex sovietico, qualcosa Putin avrebbe pur potuto presagire.

La sconfitta morale del presidente russo, e della sua ideologia patriottico-nazionalista sulla Grande Russia, e anzi sul ritorno dell’Impero russo, è già sotto gli occhi di tutti. E proprio per questo bisogna tenere bene a mente che si tratta di una condizione che determina difficoltà e rischi – ulteriori – sul tavolo delle trattative. Per fronteggiarli, la controparte deve compensarli con un’assunzione di responsabilità e consapevolezza raddoppiati. Un’avversario che con questa guerra ha messo a rischio -giocandosela interamente- quel che in politica internazionale è tutto, ovvero la propria credibilità, non può essere umiliato. Non solo perché la Storia ci ha insegnato che il nazismo e la Seconda Guerra Mondiale nascono proprio dall’umiliazione della Germania nelle trattative di Versailles, e dunque affrontando i gravi problemi delle crisi di oggi occorre tenere sempre lo sguardo rivolto al domani. Ma soprattutto perché occorre non cascare in quella che chiameremo la “trappola di Fukuyama”.

Non ripetere l’errore dell’intero Occidente davanti al crollo dell’Unione Sovietica. Quando addirittura si dichiaró “finita la storia”, come se il tramonto del comunismo bolscevico potesse risolversi da solo. Senza pensare a un’intera parte di mondo che non poteva essere messa ai margini. In quegli anni dopo l’89-91, mentre l’Occidente se la cavava con un’alzata di spalle, nel disastro russo dell’era Eltisin (l’era in cui nascono i nuovi boiardi, gli oligarchi), Putin era braccio destro del sindaco di San Pietroburgo, e cominciava già a teorizzare che la Russia dovesse riprendersi i territori persi dall’Unione Sovietica dopo il crollo del Muro di Berlino. Insomma, non solo Putin si è svegliato nel XXI secolo: anche l’Occidente deve mostrare adeguata consapevolezza. Occorre sapere oggi -e saperlo già al tavolo della trattativa per fermare la sporca guerra contro l’Ucraina – che cosa si immagina debba essere in futuri la Russia nel consesso internazionale.

Occorre saperlo oggi anche per contrastare quel Nuovo Ordine Mondiale che sembra essere il fine ultimo del disegno putiniano di Grande Russia (anche perché l’Ucraina è terra di transito delle nuove Vie della Seta della Cina che di Putin è sodale). E anche per questo, le gaffe del presidente americano Biden non aiutano. Anzi, vanno in direzione opposta: del destino in patria di Putin -come ha subito notato il segretario di Stato Anthony Blinken- dovranno occuparsi i russi. E questo è un altro, grande problema: perché Putin nega il XXI secolo, ma lo nega anche e soprattutto ai russi.

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