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Serve un Presidente che metta la giustizia (e la guida del Csm) al primo posto

Colle
Vanno riscritte le regole sull’ordine giudiziario: perciò è difficile immaginare al Colle una toga in servizio. Mattarella resta la scelta ideale. L’alternativa? Un ex magistrato...
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La partita del Quirinale è strettamente avvinta a quella sulla giustizia. Non era mai successo prima che la scelta del candidato alla più alta magistratura dello Stato fosse così intimamente collegata alla visione che il nuovo inquilino del Colle dovrà esprimere sui problemi della giustizia italiana. Certo non si può dimenticare che ai tumultuosi ultimi mesi della presidenza di Francesco Cossiga il picconatore sia poi seguita la scelta di un ex-magistrato allo scranno più alto delle istituzioni repubblicane (Oscar Scalfaro), con tutte le obiettive ricadute che quella elezione ha avuto sulla vita politica del paese e sulla stessa sorte della magistratura italiana in piena Tangentopoli e con la successiva crisi “giudiziaria” del primo governo Berlusconi da gestire.

Quella del presidente dell’Antimafia Nicola Morra, ossia l’idea di candidare un magistrato di punta delle procure al Colle più alto, è di sicuro una provocazione, ma che non può essere archiviata puramente e semplicemente come fosse una boutade lanciata lì prima della contesa elettorale del 24 gennaio. Ha un radicamento nel paese, nella parte più sedimentata della sua coscienza e della sua percezione etica della Repubblica, la convinzione che la gravità del tempo esiga il ricorso alle migliori energie della Nazione. Una sorta di Up patriots to arms che periodicamente misura la sofferenza della democrazia italiana e richiama alla mente il mito di Cincinnato destinato a salvare Roma in una grave emergenza. Se questa può essere la traiettoria di quella, pur autorevole, nomination alla presidenza, allora il segnale deve giungere forte e chiaro, soprattutto a quanti puntano a soluzioni pasticciate o a scorciatoie francamente impraticabili: l’ora esige una scelta assoluto rilievo.

Ma torniamo alla questione principale, ossia quella dell’inscindibile correlazione che le elezioni del 2022 pongono tra lo scranno quirinalizio e quello di palazzo dei Marescialli, sede del Consiglio superiore della magistratura. Sarebbe irragionevole non constatare che molte delle forze politiche in campo, e chiamate al voto di gennaio, hanno tra le proprie fila leader o elementi comunque di primo piano pesantemente acciaccati da vicende giudiziarie di un certo rilievo. Ancora sarebbe vano negare che spira nel paese e nelle sue istituzioni un’aria – come dire – quanto meno scettica, se non ostile, nei confronti della magistratura italiana che rischia di essere chiamata, nel tempo a venire, a un drammatico redde rationem dopo l’affaire della procura di Roma. La posizione del Quirinale sarà decisiva per affrontare questo snodo.

Le parole spese dal presidente Mattarella il 24 novembre scorso nell’intervento al decennale della Scuola superiore della magistratura di Scandicci non potevano essere più chiare e più dure. La magistratura italiana deve essere rifondata eticamente e lo snodo delle regole per la composizione del Csm e per regolare le carriere delle toghe è un punto irrinunciabile. Su questo crinale sono praticamente tutti d’accordo e questo non solo, ovviamente, sbarra la strada alla nomina di un qualsiasi magistrato in servizio alla carica di presidente della Repubblica, ma impone al candidato che voglia avere l’atout di un ampio consenso avanti alle Camere riunite un preciso assetto politico in materia di giustizia. Il tema è particolarmente delicato, perché se è pur vero che sono in corsa candidati segnati da una irriducibile avversione al mondo delle toghe, è anche certo che l’alta funzione di rappresentanza di tutte le istituzioni repubblicane che compete al Presidente imporrà la scelta di una figura equilibrata e capace di rassicurare tutti sul fatto che la strada delle riforme sarà ordinata e non diventerà una sorta di imboscata vendicativa contro la magistratura italiana.

Non sarebbe male, a proposito, attendersi qualche precisa presa di posizione anche sulla direzione del Csm che, sinora, è stata sempre rimessa a un vice di estrazione parlamentare, come imposto dalla Costituzione. Una più ravvicinata presenza del Presidente della Repubblica ai lavori del Csm e una sua più condizionante azione sui gangli operativi dell’organo di autogoverno, potrebbe avere un’importante funzione di stimolo per tutti i membri di palazzo dei Marescialli e potrebbe rendere ancora più autorevole la voce del suo vice. D’altronde in questo 2022 si avrà anche il rinnovo del Csm e si apre una finestra irripetibile per l’eventuale incardinarsi di nuove prassi di rilevanza costituzionale sin dal primo funzionamento del nuovo organo elettivo. Certo la conferma di Mattarella risolverebbe appieno il problema, poiché la strada è stata tracciata e non resterebbe che darvi attenzione e attuazione. Diversamente il range delle opzioni non è molto ampio e qualche ex magistrato non sarebbe poi così distante dalla cifra di rassicurazione che il momento impone.

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