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Quei figli dei “ghetti” uccisi dalla miseria e il disprezzo

Il commento di Carlo Stasolla, presidente dell'Associazione 21 luglio, dopo l'incendio nel campo nomadi in provincia di Foggia in cui sono morti due fratellini di 2 e 4 anni
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Di Carlo Stasolla, presidente Associazione 21 luglio

Vittime della povertà. Ma peggio ancora vittime di un dispositivo denominato “campo nomadi”, espressione architettonica di un razzismo di Stato che, malgrado tutto, sopravvive da 40 anni in Italia, la nazione denominata in Europa dal 2000 il “Paese dei campi”.

Due fratellini, un maschietto di 4 anni e una femminuccia di 2, sono morti arsi vivi nell’insediamento alle porte di Stornara, comune di 6.000 anime a 30 km da Foggia, la provincia più povera d’Italia. L’incendio sarebbe stato provocato da un bidone di metallo utilizzato come braciere per combattere le rigide notti di questo inverno. Qualcosa non ha funzionato e in pochi secondi la baracca che accoglieva i due fratellini si è ridotta a un cumulo di cenere. Sono quasi 10.000, in Italia, i minori che conducono dalla nascita un’esistenza dentro una baracca, una tenda, un container o una roulotte delle estreme periferie italiane.

Il loro destino è segnato e, quando non si termina prematuramente l’esistenza davanti a un falò, sono i numeri a predeterminare il domani. Che non parla la lingua della speranza ma della dannazione. Ricerche e analisi ci dicono che un bambino che oggi nasce in un “campo nomadi” non potrà mai sognare di laurearsi e nemmeno di raggiungere il diploma. Avrà una possibilità su 7 di raggiungere la terza media e 12 possibilità in più di finire in adozione rispetto al coetaneo che abita in un appartamento; la sua aspettativa di vita ha un’asticella di 10 anni al di sotto della media nazionale. Figli di genitori poveri ma prima di tutto figli dei ghetti, fisici e mentali, che abbiamo creato e che continuiamo a gestire per tenere a galla la nostra tranquillità di cittadini esemplari.

Questi luoghi dannati, denominati impropriamente “campi nomadi”, non nascono spontaneamente perché frutto di speculazioni urbanistiche o di lucide politiche del disprezzo che definiscono e delimitano, su un’arbitraria catalogazione etnica, lo spazio di un abitare diverso, per cittadini dalla cittadinanza amputata. Sono aree del dolore, della segregazione e della marginalità. Ma anche dove dall’alto, si gestiscono appalti e si costruiscono guadagni. Tutto nell’imperfetta e ipocrita legalità.

La notizia della tragica morte dei due fratellini è apparsa nelle news dei notiziari per poi, piano piano, scendere nella scala dell’importanza. Tutto passerà e tutto diventerà inutile, anche la morte di due bambini. Resterà lo spazio temporale di un falò a ricordarci quanto siamo lontani da una giustizia sociale che oggi rappresenta solo un’illusione. E con essa i 109 “campi nomadi” italiani, le cui sagome emergono nei grigi tramonti delle nostre periferie estreme, dove fantasmi urbani vagano alla ricerca di una parola, un gesto, un’azione politica che parli il linguaggio dell’umanità. Davanti a tutti noi, condannati per aver scelto troppe volte il silenzio omertoso di chi, di fronte alla tragedia umana, trova solo la forza di scorrere il dito davanti alle notizie delle cronache locali.

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