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Se il femminismo globale ignora le donne in prigione

L’avvocata zambiana-britannica Sabrina Mathani accusa le associazioni pro-woman: «Non danno fondi perché chi è in carcere non è “commerciabile”»
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Nel corso dell’ultimo Generation Equality Forum, l’iniziativa globale delle United Nation Woman (Un- Woman) più di 40 miliardi di dollari sono stati messi in programma per sostenere gli sforzi per ridurre le disparità di genere e promuovere l’uguaglianza. Ma all’interno di questa edificante narrazione mancano alcuni attori: le donne che si trovano in stato di detenzione in tutto il mondo.

Il carcere dunque continua a costituire un marchio, qualcosa di cui vergognarsi, per le donne poi diviene una condizione ancora più difficile da sostenere per la mancanza di veri e propri progetti di reinserimento e di programmi ben finanziati tesi a questo scopo. Una realtà messa in evidenza dall’avvocata zambiana-britannica Sabrina Mathani, direttrice dell’organizzazione Women Beyond Walls, che ha lanciato un’accusa rivolta non solo alle istituzioni ma in particolare al movimento femminista del pianeta.

Secondo quanto emerge da alcuni studi della WBW le organizzazioni che lavorano con le donne nelle carceri di tutto il mondo (che svolgono una funzione molto spesso vitale in aiuto ai soggetti più emarginati come le detenute) non stanno ricevendo il sostegno che meritano, perché anche le femministe evitano di aiutare le persone con narrazioni cosiddette ‘complicate’. Eppure sostiene la legale: «Queste sono alcune delle donne più emarginate e, in realtà, non dovremmo guardare ai numeri; dovremmo guardare a chi sono le donne che hanno più bisogno di sostegno e aiuto e in realtà questo è un principio fondamentale del finanziamento femminista, finanziare coloro che sono più soggette all’oppressione di genere».

Le affermazioni della Mathani sono suffragate dai dati raccolti e da un sondaggio realizzato interpellando proprio chi dovrebbe ricevere aiuto economico (Forgotten By Funders, presenta le risposte di 34 organizzazioni in 24 paesi, tra cui Nigeria, Sud Africa, Regno Unito, Australia e India). Oltre il 60% delle organizzazioni che lavorano con le donne in carcere infatti ha risposto di trovarsi in una situazione finanziaria precaria e più di un quarto ha dichiarato che potrebbero non essere in grado di operare l’anno prossimo a causa della mancanza di fondi. Andando in profondità si vede come il 70% ha denunciato di non aver ricevuto denaro dai gruppi che lavorano per i diritti delle donne o dalle fondazioni femministe.

Sembra generalmente persistere una percezione negativa delle donne in prigione che rende difficile sostenerle. Il mondo delle persone che hanno commesso reati non è semplicemente un interesse per la maggior parte dei donatori o dei finanziatori e molti scelgono di non associarsi a una causa che riguarda le carceri. Ciò è ancora più evidente se si parla di detenute ritenute in un numero troppo piccolo rispetto ai maschi. Sebbene manchino dati precisi, Penal Reform International ( Ong che opera a livello globale per promuovere sistemi di giustizia penale che sostengano i diritti umani) ha calcolato la popolazione carceraria femminile complessiva in circa 740mila unità, poco meno del 7% del totale globale.

Può dunque essere il numero non elevatissimo la causa di un mancato impegno? Non la pensa così Sabrina Mathani la quale, se possibile, è ancora più dura: ‘ Ci piace sostenere le donne se si adattano allo stereotipo di ciò che è commerciabile’. Suggerendo che i gruppi che si occupano di prigioniere lavorano spesso con donne che non si adattavano a un profilo pulito o segnato dal vittimismo. Nessuna storia edificante da raccontare dunque e da vendere ai media mainstream, nessun esempio di riscatto, solo la cruda realtà e la sofferenza. «Forse c’è una donna che è stata sottoposta a violenza domestica e un giorno reagisce e uccide suo marito per autodifesa. È tutto molto più complicato, giusto? È più difficile vendere ai tuoi donatori, al tuo consiglio di amministrazione», argomenta amaramente l’avvocata.

 

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