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Il coraggio e la grazia con cui Zerocalcare affronta il tabù dei suicidi giovanili

Zerocalcare
La serie tv ha la capacità di restituire un tema intoccabile ad una dimensione molto umana, e prova a dare ragione dello smarrimento di chiunque abbia dovuto accostarvisi
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Caro Direttore,

mai avrei immaginato di scriverTi per dare un mio contributo per la serie di Zerocalcare recentemente uscita su Netflix. Non che Zerocalcare per me fosse sconosciuto, dato che ben ricordo le interminabili file di giovani per il suo firma copie a Lucca Comics, ma da una rapida occhiata alle schiere di appassionati diligentemente allineati (fila un po’ all’italiana in realtà) avevo dedotto di non essere nel target previsto, che era molto più vicino ai  miei figli che a me.

Tuttavia in questi giorni la polemica è divampata a Biella, con più di un articolo sui bisettimanali locali e quindi in me è cresciuta la curiosità di capire di cosa si trattasse e perché i miei concittadini fossero tanto indignati. Quindi, di ritorno da Roma, sul Frecciarossa di sabato mattina, con la prospettiva di tre ore di viaggio ho deciso di togliermi la curiosità, immaginando che non sarei andata oltre la visione della prima puntata per raggiunti limiti di età. Sì, perché mi ero del tutto convinta che non mi sarebbe piaciuto per niente ma che almeno avrei capito perché se ne parlasse tanto. Ovviamente non è andata così. In realtà ho visto tutta la serie, esattamente come fanno i ragazzi, divertita e commossa dalla storia che si dipanava, puntata dopo puntata.

Devo dire allora che non condivido nessuna delle polemiche emerse, né quella locale, né quella linguistica. Non quella locale perché non trovo che Biella venga raffigurata in modo ingeneroso, anzi. La storia, per chi l’ha vista, la dipinge come un luogo di belle persone, di persone perbene. Gli scorci sono reali, la nostra bella città è riconoscibile e colorata, solo – purtroppo – il Frecciarossa non arriva sino a qui. In effetti siamo così, persone perbene, grandi lavoratori, forse oggi un po’ smarriti in una crisi economica che purtroppo ha morso in modo feroce anche qui, soprattutto qui. Ma è normale che i nostri ragazzi abbiano il desiderio di sperimentarsi altrove, di viaggiare e di vivere altrove.

Non tutti ci riescono ma il messaggio che ho colto io è che Biella è comunque un nido che ti accoglie, che poi possa non bastare a lenire il male di vivere, quella purtroppo è un’altra storia. Tantomeno condivido quella lessicale/linguistica. Non sono romana ma la parlata è del tutto comprensibile e rende la storia aderente ai personaggi che non sarebbero credibili se parlassero da accademici della Crusca. Di contro, per chi li sappia cogliere, ci sono molti riferimenti, dal mito della caverna di Platone all’hybris delle tragedie greche, che disvelano una piano di lettura tutt’altro che banale della sceneggiatura, il tutto reso godibile da una serie di aneddoti che – francamente – non possono che essere riconosciuti da tutti noi come parte della quotidianità (ammetto di essermi sentita molto vicina a  genitore 1…).

Insomma, la verità è che a me è piaciuta, moltissimo, che affronta un tema scabrosissimo e quasi intoccabile con la capacità di restituirlo ad una dimensione molto umana, e prova a dare ragione dello smarrimento di chiunque abbia dovuto accostarvisi. Non so se Zerocalcare si immaginasse di annoverarmi tra i suoi lettori, ma lo sono diventata.

 

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