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Bibbiano, Claudio Foti condannato (ma gli affidi non c’entrano…)

Bibbiano
Per i difensori dello psicoterapeuta, condannato a 4 anni per lesioni e abuso d’ufficio nel processo sui presunti affidi illeciti nella Val d’Enza, non c'è dubbio: Claudio Foti è paragonabile a Enzo Tortora e Galileo
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«È stata messa sul banco degli imputati la psicoterapia». La conclusione degli avvocati Giuseppe Rossodivita e Girolamo Coffari, difensori dello psicoterapeuta Claudio Foti, è tranchant: quello che riguarda il loro assistito, condannato a 4 anni per lesioni e abuso d’ufficio in abbreviato nel processo sui presunti affidi illeciti nella Val d’Enza, «è un errore giudiziario».

Anche perché Foti, che è forse il volto più noto del processo tristemente conosciuto come “Angeli e Demoni” – denominazione che tra qualche giorno non potrà più essere usata in nome del principio della presunzione d’innocenza – in realtà con gli affidi illeciti non c’entra proprio nulla. «Mi hanno descritto come un lupo, come un ladro di bambini. Ma io con i bambini non c’entro nulla e nessuno mai, in questa storia, si è travestito da lupo. Ma quell’immagine resta, perché la gogna ha bisogno di semplificazioni», ha sottolineato all’uscita del tribunale, dopo esser stato assediato dai giornalisti che, ancora, gli chiedevano come si sentisse ad aver fatto del male a dei bambini. Foti, assolto dall’accusa di frode processuale, è stato anche interdetto dai pubblici uffici per la durata di anni cinque e sospeso dall’esercizio della professione di psicologo e psicoterapeuta per altri due.

 Bibbiano, i rinvii a giudizio

Il primo capitolo della vicenda giudiziaria che ha diviso opinione pubblica e politica italiana si chiude dunque così. E parallelamente alla vicenda Foti, il gup Dario De Luca ha anche disposto 17 rinvii a giudizio, un’assoluzione (quella dell’assistente sociale Beatrice Benati per non aver commesso il fatto) e quattro proscioglimenti (Nadia Campani, Barbara Canei,  Sara Testa e Daniela Scrittore).

Tra le persone per le quali inizierà il processo c’è Federica Anghinolfi, ex dirigente dei servizi sociali della Val d’Enza, alla quale la procura contestava 64 capi d’imputazione sui 108 totali, dalla frode processuale alla violenza privata, passando per falsa perizia ed abuso d’ufficio. Per lei il gup ha disposto l’assoluzione per due accuse di falso ideologico, così come per il sindaco di Bibbiano, Andrea Carletti, rinviato invece a giudizio per abuso d’ufficio. Ed è proprio questa l’accusa cardine di tutto il processo; un processo, hanno denunciato al termine della lettura del dispositivo i legali di Foti, già celebrato sulla stampa.

Bibbiano, un processo mediatico

«La situazione ambientale di questo tribunale, evidentemente, è stata fortemente condizionata dal processo mediatico – ha spiegato Rossodivita -. Ovviamente faremo appello, continuiamo ad avere fiducia nella giustizia, ma soprattutto nel fatto che viviamo in uno Stato di diritto. Foti non era accusato dei fatti riportati dalla stampa, non ha mai avuto a che fare con minori. Ma molti giornalisti hanno avuto con lui lo stesso atteggiamento avuto con un’altra persona, poi assolta in appello: Enzo Tortora». Ed è proprio in appello, è sicuro Rossodivita, che tutto cambierà.

L’accusa di lesioni Foti ruota attorno alla psicoterapia effettuata su una ragazza di 17 anni – mai sottratta alla famiglia – su disposizione del tribunale dei minori, che aveva riscontrato delle problematiche da trattare con una terapia del trauma. La procura ha però ritenuto che tale cura abbia causato alla ragazza – dolosamente – un disturbo borderline, così come diagnosticato dalla psicologa nominata dal tribunale.

«Tutto questo è stato stabilito con un colloquio solo, senza somministrazione di test – ha evidenziato Rossodivita -, nonostante la stessa consulente del tribunale abbia ammesso che gli eventi sfavorevoli vissuti dalla ragazza in precedenza potevano aver inciso sullo sviluppo della sindrome borderline. Ciò non è stato comunque preso in considerazione, attribuendo tali conseguenze solo alle 15 sedute con Foti. Come se fosse, dunque, un’arma letale. Penso sia una contestazione ridicola. Riflettete sulla possibilità di far insorgere una sindrome del genere con 15 sedute».

Nonostante, secondo il giudice, Foti abbia dolosamente – e quindi volontariamente – causato tale disturbo, lo psicoterapeuta non è stato riconosciuto colpevole per l’accusa di frode processuale, ovvero l’induzione in errore del giudice che ha valutato il caso della ragazza. Mentre per quanto riguarda l’abuso d’ufficio, Foti risulterebbe un concorrente esterno: l’amministrazione avrebbe dovuto affidare il servizio alla sua onlus, la “Hansel&Gretel”, con una gara d’appalto, cosa che però non è avvenuta. E lo psicoterapeuta, in tutto questo, avrebbe fatto pressione per ottenere il servizio. «In realtà sono stati i servizi sociali a rivolgersi a lui –  ha spiegato Rossodivita – ritenendo il suo, in atti ufficiali, un centro di eccellenza a livello nazionale. È stata messa a soqquadro la sua vita e sono state ascoltate 2700 telefonate, ma non c’è nemmeno una parola di Foti per chiedere di essere coinvolto».

«Processata la scienza»

«Ho dedicato 40 anni della mia vita all’ascolto attento e rispettoso di bambini e ragazzi – ha spiegato Foti -. Abbiamo consegnato 15 videoregistrazioni che non sono state esaminate con la dovuta attenzione. Credo che chiunque si approcci senza pregiudizio all’analisi di quei video potrà verificare un atteggiamento esattamente opposto a quello necessario e sufficiente per potermi condannare per lesioni».

Secondo lo psicoterapeuta, l’errore di fondo è stato quello di processare la scienza, risolvendo per via giudiziaria una contrapposizione culturale: «C’è stato uno scontro, in quest’aula, che non doveva avvenire in ambito giudiziario, ma in accademia, fra posizioni culturali e teoriche diverse – ha aggiunto -. Io credo che sia stata criminalizzata la psicoterapia del trauma, cioè una posizione che non c’entra nulla con il “metodo Foti”, distorto e spettacolarizzato. La psicoterapia del trauma è portata avanti da una componente ampia di psicoterapeuti, di clinici, che hanno un approccio che si oppone ad un’altra branca. Una contrapposizione che però è stata fatta in un’aula giudiziaria, cosa a mio parere scorretta».

«Ho fiducia che in appello questa condanna possa essere rivista. Penso di essermi comportato sempre correttamente, in scienza e coscienza, e chiunque esamini questo materiale può vedere cosa significa l’atteggiamento empatico: non ci sono affatto domande anticipatorie, ma il tentativo di far emergere una verità. Spero voi possiate vedere con i vostri occhi. In tutte le domande formulate c’è stata una costante attenzione alle emozioni e tutte le comunicazioni più rilevanti sono state espresse dalla ragazza senza alcuna anticipazione da parte mia».

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