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Sorvegliare e poi punire, la distopia australiana

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Sarà lecito spiare online i sospetti, controllare e alterare gli account. Avvocati e giornalisti sulla decisione australiana: "Mostro giuridico, privacy distrutta"
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L’estate scorsa, tra giugno e settembre, le polizie coordinate di tutto il mondo misero a segno un colpo durissimo al traffico internazionale di droga, un successo che riuscì grazie ad un’indagine eseguita attraverso sofisticatissimi strumenti informatici. L’operazione fu denominata Ironside, un nome da telefilm che però ben presto lasciò il posto ad un’altra denominazione altrettanto evocativa: Pegasus. Si trattava dell’azienda israeliana impegnata sul fronte della cyber sicurezza che forniva software capaci di spiare praticamente tutti. E fra i tanti si scoprì che c’erano però anche attivisti dei diritti umani, giornalisti ma anche presidenti e altri uomini di potere.

A farne uso governi dittatoriali e agenzie di spionaggio non proprio irreprensibili e così quella che sembrava l’alba di una nuova era del contrasto alla criminalità mondiale mostrò il suo aspetto più pericoloso, quello del controllo totale dei cittadini. I due fatti non sono chiaramente collegati tra loro ma danno il senso di ciò che sta succedendo e dei pericoli insiti in questo contesto.

Un caso simbolo è quello dell’Australia dove in contemporanea con Ironside si stava discutendo un disegno di legge, poi passato al Senato del Paese, chiamato Survelliance Bill. Nelle intenzioni i legislatori hanno voluto creare un nuovo strumento legislativo per dotare lo stato di nuovi poteri di polizia che, attraverso tre diversi tipi di mandato, può spiare sospetti criminali online, interrompere i loro dati e assumere il controllo dei loro account.

Sebbene la norma sia stata approvata anche con il sostegno dell’opposizione laburista permangono molte preoccupazioni sollevate in particolar modo da alcune associazioni di avvocati e giuristi che ravvedono nel Survelliance Bill un attentato alla privacy e un freno sostanziale alla libertà di informazione e alle inchieste che si occupano di illeciti commessi dal potere politico. L’attenzione di chi si oppone alla legge viene posta soprattutto sui cosiddetti whistleblower w cioè le “gole profonde” o informatori che vogliono denunciare tali illeciti e renderli pubblici attraverso i giornalisti.

Per Kieran Pender, legale che lavora per lo Human Rights Law Center ( organizzazione che si batte per il controllo democratico dei cittadini in Australia) in gioco ci sono i diritti umani perché il Survelliance Bill in realtà, con una serie di norme invasive della vita delle persone, è solo l’ultimo di una serie di provvedimenti che in nome della sicurezza nazionale negli ultimi 20 anni hanno progressivamente eroso privacy e garanzie costituzionali.

Da punto di vista legale si tratta di un mostro giuridico, i mandati infatti verranno autorizzati da corti di basso rango, o dall’Administrative Appeal Tribunals ( AAT). A nulla è valso il tentativo di far discendere le autorizzazioni da organismi più elevati e indipendenti come il Law Council, il più importante presidio legale del Paese. Inoltre viene sottolineato dai giuristi come alcuni membri dell’AAT non hanno specifiche competenze legali sollevando molti dubbi sulla loro indipendenza. A ciò si aggiunge il fatto che tali mandati possono essere spiccati in regime di emergenza, in parole povere la polizia può autorizzare se stessa senza un’approvazione terza. Dal momento che si tratta di controllare un flusso di dati che viaggia sulla rete pare evidente che la mancanza di controlli può portare ad abusi.

E a farne le spese potrebbero essere proprio gli informatori della stampa che devono agire necessariamente in regime confidenziale e segreto. In questo senso i precedenti non mancano. Un caso eclatante è quello che coinvolse David McBride, un avvocato dell’esercito che aveva prestato servizio in Afghanistan.

Venuto a conoscenza di crimini di guerra perpetrati dal personale della difesa australiana si rivolse ai suoi superiori che lasciarono cadere la denuncia, McBride allora si rivolse ai giornalisti della ABC, che pubblicarono il famoso rapporto ‘ Afghan Files’. Per tutta risposta nel 2020 la sede dell’ABC fu perquisita. E Nonostante si scoprirono le prove di 29 omicidi di civili afgani le autorità tentarono in ogni modo di perseguire i giornalisti e l’informatore, in ballo naturalmente la sicurezza nazionale. Stessa motivazione che ha portato ad un procedimento contro l’ex ufficiale dell’intelligence australiana Witness K e del suo avvocato Bernard Collaery. L’agente segreto ha denunciato un’azione di spionaggio ai danni di Timor est avvenuta nel 2004 per ottenere vantaggi commerciali a favore dell’Australia durante dei negoziati sullo sfruttamento delle risorse del piccolo e povero stato. Proprio per la legge sulla sicurezza nazionale ( contro il terrorismo) i due sono finiti in un tunnel giudiziario nonostante le loro affermazioni si siano rivelate fondate. K infatti si è dichiarato colpevole mentre il suo legale deve vedersela con un processo in gran parte tenuto segreto.

 

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